mercoledì 18 gennaio 2017

I Pilastri, Iliade #11: Libro Undicesimo

Le gesta di Agamennone

E' passato un po' di tempo, dall'ultima volta che vi ho accompagnati nella lettura dell'Iliade, e ad essere onesta era passato del tempo anche dall'ultima volta che in prima persona mi ero dedicata alla lettura dei versi omerici. Una pausa che non ha avuto niente a che fare con la noia o con qualche difficoltà nel proseguire: affatto, tant'è che mentre in quest'ultimo periodo andavo a ripassare quanto avevo già letto, mi rendevo conto di ricordarmi tutto, a testimonianza di quanto le vicende degli achei e dei troiani mi fossero rimaste impresse. Col post di oggi, dunque, riprendo esattamente da dov'ero rimasta. Per seguirmi, vi invito a visitare la sezione del blog intitolata I Pilastri, dove troverete raccolti tutti i link ai post dedicati all'Iliade, che d'ora in poi usciranno ogni mercoledì. Spero che qualcuno ci si dedichi, anche perché il libro di cui vi racconto qualcosa oggi è davvero bello.

Fronti uguali aveva la mischia; essi al pari di lupi
correvano; la Lotta ricca di gemiti godeva a guardarli,
ché in mezzo ai combattenti c'era essa sola dei numi.
Gli altri dèi non eran fra essi: quieti
sedevano nei loro palazzi, dove a ciascuno
è costruita la bella dimora, tra le gole d'Olimpo.
Ma tutti facevano colpa al figlio di Crono nuvola buia
perché la gloria voleva dare ai Troiani.
Il padre però non si curava di loro: in disparte
sedeva, lontano dagli altri, luminoso di gloria,
guardando la città dei Troiani, le navi dei Danai,
il balenare del bronzo e gli uccisori e gli uccisi.


Ad aprire il libro undicesimo è l'Aurora, che sopraggiunge a svegliare mortali ed immortali; tra questi, c'è ovviamente anche Zeus, che prima ancora di godersi il suo caffè - o qualunque cosa preferissero gli dèi di prima mattina - ha la bella idea di scagliare la Lotta tra le navi degli Achei:

Qui ritta la dea gettò un grido forte, pauroso,
acuto; e ispirò gran furia agli Achei, a ciascuno
nel cuore, per lottare e combattere senza riposo:
e la guerre divenne per loro più dolce del ritornare 
sopra le concave navi alla terra paterna.

Ha inizio una giornata di battaglia che si concluderà soltanto nel Libro XVIII e colpisce per il gran numero di eventi ed episodi che, sovrapponendosi, fanno sembrare che questa giornata non finisca più. Nel marasma della lotta, per le prime pagine il lettore segue Agamennone, particolarmente in forma, che si dedica ad abbattere un nemico dopo l'altro. Osservando la sua furia, Zeus - che come sappiamo patteggia per i troiani - manda la sua messaggera Iri a riferire un ordine ad Ettore, il più grande tra gli eroi troiani:

Ettore figlio di Priamo, simile a Zeus per saggezza,
mi manda il padre Zeus per dirti queste cose:
fin che tu veda Agamennone pastore di genti
infuriare tra i primi, massacrar file d'uomini,
tienti sempre fuor della lotta, spingi gli altri
a lottar coi nemici nella mischia selvaggia.
Ma quando, colpito d'asta o ferito di freccia,
balzerà sui cavalli, allora a te darà forza
d'uccidere, fin che alle navi buoni scalmi tu giunga,
e il sole si tuffi, scenda la tenebra sacra.

Ettore ovviamente segue il consiglio, intanto che gli achei rafforzavano le loro file ed Agamennone continuava a combattere tra i primi; a questo punto Omero si rifà sentire in prima persona, facendo un'ennesima invocazione alle Muse, stavolta per chieder loro chi per primo e chi per ultimo affrontò il signore degli achei. Apprendiamo così del duello con Ifidamante, che cade sotto la lancia di Agamennone, così come suo fratello Còone, accorso per rivendicare almeno il corpo dell'amato fratello e che subisce invece la sua stessa sorte. Prima di cadere, però, Còone era riuscito a ferire Agamennone al braccio, sotto il gomito ed un dolore acuto - addirittura paragonato a quelli sofferti dalle donne durante il parto - gli invade il corpo e l'anima, al punto che egli è costretto a chiamare l'auriga e farsi riportare alle navi. Appena se ne accorge Ettore comprende che è arrivato il suo momento, ed eccitando ancor di più l'animo del proprio esercito, si butta nella lotta, come raffica impetuosa; iniziano a cadere numerose le teste degli achei, si sparge a macchia d'olio lo strazio, ed in molti battono in ritirata presso le navi. A restare saldi come sempre son soltanto i valorosi Diomede ed Odisseo, che di comune accordo restano a sfidare la furia di Ettore anche quando questi li ha puntati: Diomede getta la sua lancia mirando alla testa di Ettore, protetta dal casco di bronzo donatogli dal dio Apollo. La mira è giusta, ma la lancia non arriva a scalfire la pelle, protetta da quell'elmo resistente; in compenso, Ettore cade in ginocchio e - mentre Diomede è impegnato a recuperare la propria lancia - riprende fiato, balza sul carro e fugge, lasciando Diomede ad imprecargli contro, a giurargli che prima o poi l'avrebbe finito.
Nel frattempo anche un altro soldato aveva puntato Diomede: Alessandro, lo sposo di Elena, che nascosto dietro un cespuglio stava prendendo la mira e, scoccato il dardo, trafigge un piede di Diomede, il quale però lo deride:

Perché m'hai graffiato la pianta d'un piede ti vanti così.
Non me ne curo, come se donna o sciocco bimbo m'avesse colpito.
Debole è il dardo d'un uomo vigliacco, da nulla.
Ma se parte da me, anche se sfiora appena,
ben altrimenti l'asta è puntuta, fa subito un morto;
della sua donna già son graffiate le guance,
già son orfani i figli; egli, arrossando la terra col sangue,
imputridisce, più uccelli gli son vicini che donne.

Odisseo gli si avvicina, toglie la freccia conficcata nel piede di Diomede il quale, nonostante le parole di scherno, viene pervaso dal dolore ed è costretto a tornarsene alle navi; a questo punto Omero resta solo, col cuore sconvolto, diviso sul da farsi: ritirarsi o restare a combattere contro tutti? Orgoglioso e valoroso come si è sempre dimostrato, resta in mezzo al campo continuando a lottare. Il troiano Soco lo colpisce, ma la dea Atena impedisce all'asta di raggiungere le viscere del suo protetto; vedendo il sangue di Omero, i troiani lo accerchiano ed a quel punto l'eroe è costretto a gridare per chiamare i compagni: lo sentono Menelao ed Aiace, che subito accorrono in suo soccorso. Mentre Menelao si occupa di portar via Odisseo, Aiace inizia a massacrare uomini e cavalli e quando Ettore se ne accorge continua a combattere, ma evitando accuratamente lo scontro con Aiace. Zeus, allora, scaglia contro Aiace lo spavento: Aiace si ferma stupefatto, getta lo scudo, trema, si guarda attorno e voltandosi indietro fatica a mettere un piede dietro l'altro.
In tutto ciò, Achille era fermo sulla sua nave e da lì osservava chi andava e veniva dalla lotta feroce. Mostra finalmente un segno d'interesse quando vede Nestore portare un ferito alle tende, e chiede all'amico Patroclo di andare a verificare di chi si tratti. Patroclo obbedisce subito, ma più del ferito in questione di questo passaggio interessa il dialogo tra Patroclo e Nestore: l'anziano capo parla dell'egoismo di Achille, che mentre i più grandi dei loro eroi cadono o son feriti, sta lì fermo senza muovere un dito; rammenta a Patroclo le parole dei loro padri prima che loro partissero in guerra, gli parla delle lacrime amare che Achille avrebbe pianto nel momento in cui avrebbe visto bruciare tutto l'accampamento acheo coi suoi compagni dentro. Chiede a Patroclo di dire tutto questo ad Achille, di provare a smuovere così il suo animo. Loro due insieme, ancora freschi, riuscirebbero senza fatica a respingere degli uomini ormai stanchi, che combattono da ore. Patroclo, profondamente toccato dalle parole dell'anziano, corre fuori per tornare dall'amico, ma viene fermato da un altro compagno che torna ferito e che gli chiede di prestargli le cure che è in grado di fare, visto che persino uno dei loro medici è ferito, mentre l'altro è impegnato nella piana. Patroclo, nonostante la fretta, non può certo negare il suo aiuto e con il sangue che cessa ed una ferita che ristagna si conclude il libro undicesimo dell'Iliade.

Patroclo, Jacques Louis David, 1780
I fatti più interessanti di questo libro sono essenzialmente tre: innanzi tutto, i più grandi eroi achei sono messi fuori gioco. Son stai feriti Agamennone, Diomede e persino Odisseo, in mezzo a tanti altri. In secondo luogo c'è finalmente un segnale d'interesse da parte di Achille. Quella sua curiosità nei confronti di chi fosse il ferito riportato alle tende da Nestore è il primo barlume di avvicinamento da parte del semidio ai suoi compagni. Infine, il richiamo a Patroclo è già un preludio al suo destino. Tanta carne al fuoco, dunque.
Oltre a tutto questo, come di consueto la parola del poeta è di una forza a dir poco unica. Le comparazioni sono tantissime, che a dirla tutta vi avrei riportato ad una ad una. Per rendere l'idea di come si svolgessero le danze della battaglia, Omero prende a piene mani immagini dal mondo della natura, o per meglio dire della caccia: parla di mucche puntate da un leone, di un cervo ferito che fugge dagli sciacalli, di un cinghiale accerchiato da cani e da giovani ragazzi. L'effetto è immediato e davanti agli occhi ci si dipinge la scena: Omero solo in mezzo ai nemici, un soldato ferito che a fatica si trae in salvo. Le atmosfere sono ancora una volta fatte di polvere, di bronzo, di clangori. Per la prima volta però ho sentito anche l'affanno, la paura, un corpo che cade sulle proprie ginocchia. Un libro forte e molto evocativo, l'undicesimo, che si merita un segnalino colorato per tornarci qualche altra volta.


sabato 14 gennaio 2017

Sabato al museo #4: The Misses Vickers, John Singer Sargent

Lettori e lettrici di questo blog,
col post di oggi vado a resuscitare una rubrica che, ahimè, ha visto nascere solamente tre articoli. Sto parlando di Sabato al museo, un’iniziativa con la quale avevo intenzione, ogni secondo sabato del mese, di parlarvi di un’opera d’arte o di un’artista. Nel 2016 purtroppo non sono stata abbastanza brava da rispettare tutti gli impegni che mi ero presa – di mia spontanea volontà, tra l’altro – ma con l’anno nuovo uno dei miei obiettivi era proprio una maggior dedizione a questo mio spazietto, a cominciare proprio dal riprendere in mano tutte le rubriche che ho lasciato abbandonate a se stesse.
Per Sabato al museo ho in realtà pensato anche ad una lieve, interessante modifica. Tra i tre post che ho pubblicato, quello che ha riscosso maggior interesse e che anche a me è piaciuto di più scrivere è stato quello dedicato a James Tissot, una delle cui opere è stata utilizzata come copertina dell’edizione Oscar Mondadori di Anna Karenina. Scoprire la storia dietro la donna che ci accoglie sulle soglie del capolavoro tolstoiano è stato bello, divertente anche, e così mi è venuta quest’idea: le opere o gli artisti che sceglierò d’indagare, saranno quelli delle copertine di libri letti di recente e che trovo più belle, o che mi colpiscono di più. Il filo tra arte e letteratura sarà in questo modo ancor più stretto, e scegliere l’argomento sarà per me ben più semplice.
Dopo questa premessa, posso augurarvi buona lettura.

Qualche tempo fa vi parlavo di Agnes Grey, romanzo della minore delle sorelle Bronte, Anne. L’edizione che ho letto è ancora una volta un Oscar Mondadori, sulla cui copertina c’è il ritratto di una giovane donna. Fatte le dovute ricerche, ho potuto scoprire che si tratta in realtà soltanto di una piccola porzione di un dipinto, intitolato The Misses Vickers, dell’artista americano – nato e vissuto per lo più in Europa – John Singer Sargent.

1884, Sheffield Galleries and Museum Trust, Inghilterra
Olio su tela
Da sinistra a destra: Florence Evelyn (18 anni), 

Mabel Frances (21 anni), Clara Mildred (19 anni)

The Misses Vickers fu esposto per la prima volta al Salone di Parigi nel maggio del 1885, ricevendo purtroppo una pessima accoglienza: venne snobbato sia dal pubblico che dalla critica, ed il miglior commento che ricevette fu quello di essere uno “pseudo-Velàsquez”. L’anno seguente apparve all’esposizione della Royal Academy di Londra, dove l’opera di Sargent non ricevette trattamento migliore. La Pall Mall Gazette lanciò un sondaggio ai visitatori della mostra, e The Misses Vickers fu votata come peggior opera dell’anno. La critica inglese, dal canto suo, si accanì sull’uso che Sargent faceva della prospettiva, in particolare riguardo l’inusuale posizione di Mildred ed il suo corpo voltato; allo stesso modo non piacquero le sedie posizionate ad angolo, la prossimità delle figure in primo piano rispetto agli oggetti diradati sullo sfondo. L’opera di Sargent era forse troppo distante dal gusto comune che – anche a giudicare dal sondaggio della Pall Mall Gazette – sembrava prediligere ancora uno stampo più classico. L’obiettivo di Sargent non era certo quello di raffigurare una scena neoclassica o preraffaellita, nelle quali l’occhio dello spettatore può posarsi un po’ ovunque sull’immagine, a dispetto della profondità.


The Misses Vickers è al contrario una rappresentazione moderna di tre ragazze moderne. Vediamo il braccio di Evelyn, poggiato attorno alla sorella maggiore mentre insieme sfogliano una rivista; vediamo il braccio di Mildred, poggiato sullo schienale della sedia in atteggiamento rilassato, e possiamo senz’altro immaginare di sederci in quello stesso modo: pur sapendo benissimo che le tre ragazze stanno posando, il ritratto trasmette un’atmosfera molto naturale. Sargent ha saputo infondere alla sua opera un senso di dolcezza insieme ad un tratto di realtà, come se stesse effettivamente raccontandoci qualcosa sulle protagoniste del suo dipinto, facendole spiccare dai melanconici toni scuri che dominano lo sfondo, tipici di altri – e più forti – suoi lavori.

John Singer Sargent era figlio di un dottore americano, e nacque a Firenze nel 1856. Studiò l’arte e la pittura in Italia ed in Francia, raggiungendo la fama al Salone di Parigi del 1884 grazie al ritratto di Madame Gautreau, esposto col titolo di Madame X. Il pubblico lo trovò scandalosamente erotico, al punto che le critiche e le polemiche spinsero Sargent a trasferirsi in Inghilterra, dove ben presto s’impose come il più grande ritrattista della sua generazione, una nomina che lo portò a ritrarre molti volti noti, tra cui Joseph Chamberlain (1896) e lo scrittore Henry James (1913). L’artista si recò diverse volte anche in America, dove si dedicò alla decorazione di edifici pubblici, come la Boston Public Library ed il Museum of Fine Arts.

I migliori ritratti di Sargent hanno la grande capacità di rivelare l’individualità e la personalità dei modelli, che non restano quindi figure fredde, dallo sguardo congelato in un’epoca lontana; i suoi più ferventi ammiratori sostengono che egli sia eguagliato in questo soltanto da Velàsquez, una delle più grandi influenze del pittore americano. 
Madame X, 1884

Il ritratto di Madame X, che tanto caos aveva suscitato nel 1884, è oggi considerato uno dei suoi lavori migliori, oltre ad esser stato il preferito dell’artista, che lo vendette al Metropolitan Museum of Arts.

Tra le sue opere va ricordata anche la serie di ritratti che fece allo scrittore Robert Louis Stevenson: il secondo, in particolare, del 1885, intitolato Portrait of Robert Louis Stevenson and his Wife è annoverato tra i suoi lavori più famosi; non da meno sono i ritratti che fece a due presidenti americani: Roosvelt e Wilson.

Durante gli anni d’oro della sua carriera Sargent creò circa novecento dipinti ad olio e più di duemila acquerelli, senza contare gli innumerevoli schizzi e disegni a carbone. Dal 1907 egli iniziò a limitare il proprio lavoro come ritrattista, continuando a buttar giù dei rapidi schizzi per i suoi patroni benestanti, necessari ad avere il loro sostegno finanziario; ma negli ultimi anni è facile notare come Sargent stesse finalmente dipingendo per se stesso: dipinse molti acquerelli dei paesaggi che visitava, testimonianza dei suoi viaggi, nei quali si coglie una fluidità tutta nuova, che trasmette gioia e spensieratezza; ritrasse spesso i suoi amici e familiari, ornati di vesti orientali in atteggiamenti naturali e rilassati, su sfondi chiari, leggeri, luminosi che gli consentivano di utilizzare una palette più vivida e ben maggior libertà di sperimentare di quanto non gli fosse stato possibile con le commissioni.
Sargent non si definì mai e non viene definito un impressionista, tuttavia più di una volta si servì nelle sue opere di tecniche tipiche dell’Impressionismo, padroneggiate con maestria e consapevolezza. La storia dell’arte inserisce John Singer Sargent nella corrente del rinascimento americano.

La biancheria, acquerello su carta, 1910

Rio dell'angelo, 1902






venerdì 6 gennaio 2017

Carol, Patricia Highsmith

Gennaio.
Era un genere di cose, ed era una cosa sola, come una solida porta. La sua temperatura gelida chiudeva la città in una capsula di grigiore. Gennaio era una serie di momenti, ed era un intero anno. Gennaio faceva piovere istanti, e li cristallizzava nella memoria: la donna che lei aveva visto scrutare ansiosamente i nomi, alla luce di un fiammifero, in un androne buio, l'uomo che scarabocchiava qualcosa e porgeva il pezzetto di carta all'amico prima che si separassero sul marciapiede, l'uomo che faceva tutto un isolato di corsa per prendere un autobus e ci riusciva. Ogni azione umana sembrava avere un che di magico. Gennaio era un mese bifronte, tintinnante come i campanelli di un giullare, scricchiolante come neve incrostata, puro come qualsiasi inizio, arcigno come un vecchio, misteriosamente familiare e tuttavia ignoto, come un vocabolo che si può quasi ma non del tutto definire.
Questa è la parte che apre la seconda parte di Carol, romanzo dell'americana - trapiantata prima in Francia e poi in Svizzera - Patricia Highsmith. Scrittrice estremamente prolifica, nata in Texas nel 1921, alla quale dobbiamo tra gli altri il celebre Il talento di Mr. Ripley. Ed è anche la citazione perfetta per aprire la prima recensione non soltanto di Gennaio, ma del 2017, che casualmente - dopo Brooklyn - ha per protagonista un altro libro da cui è stato tratto un film di recente successo, dal titolo omonimo, che ovviamente io non ho ancora visto.
Il motivo per cui mi sono ritrovata in mano il romanzo è piuttosto casuale. Ad acquistarlo parecchio tempo fa è stata mia sorella. Durante i giorni delle feste mi son fermata a dormire a casa dei miei genitori e, non essendomi portata nulla da leggere immaginando che non ne avrei avuto il tempo, in un momento di relax la voglia di immergermi in un libro si è fatta sentire tantissimo, così sono andata a cercare qualcosa tra le librerie altrui. Il bello di questa lettura è stato anche che è ambientata proprio tra il periodo delle feste natalizie ed i primi mesi dell'anno successivo, dunque è stato un accostamento perfetto ai momenti che stavo vivendo.

Nonostante sia intitolato a Carol, la vera protagonista e narratrice è Therese Belivet, diciannove anni, aspirante scenografa in una New York piena di luci e di opportunità, nella quale si può avere voglia di buttarsi a capofitto oppure dalla quale - sentendosi soffocare - si desidera fuggire. Therese deve ancora iniziare la strada di apprendistato per la scenografia, e nel frattempo è impiegata in un classico grande magazzino, precisamente nel reparto dedicato a bambole di tutte le forme e dimensioni e con le più svariate caratteristiche che, in vista del Natale, naturalmente pullula di clienti stressati ed esigenti. Un pomeriggio, tra i tanti volti anonimi Therese scorge una donna - biondissima, elegante, bella. Indossa una pelliccia, una sciarpa, ha in mano un paio di guanti che picchietta su un palmo. Ha l'aria distratta, nulla in comune con tutti gli altri. Per Therese è come avere una visione e tutto lo scambio di parole che segue con la donna scorre sospeso come in un sogno. La donna - Carol - acquista una bambola e lascia un indirizzo al quale spedirla, e sarà grazie a quell'indirizzo e a qualche dettaglio di fortuna che Therese potrà entrare in contatto con quella donna con cui, sin dal primo sguardo, aveva sentito vibrare la forza di un legame.

Quella tra Carol e Therese è una storia d'amore, una complicatissima quanto semplice storia d'amore. Semplice perché Therese e Carol si amano, e tanto dovrebbe bastare. Complicatissima perché siamo negli anni Cinquanta ed una diversità del genere la si paga a caro prezzo. Complicatissima perché Therese ha solo diciannove anni, non ha avuto alle spalle una vera famiglia e si è legata ad un fidanzato - Richard - di cui in realtà non le importa nulla, di cui ammira soltanto tutto ciò che a lei manca - una famiglia chiassosa e numerosa, una felicità facile ed ingenua, un incrollabile sicurezza nelle cose, compreso il fatto che loro due stanno insieme e ci stanno bene. Complicatissima perché Carol è nel bel mezzo di un divorzio ed ha una figlia.

Carol è un romanzo particolare, a cui forse bisogna abituarsi un capitolo alla volta e sul quale - me ne rendo conto adesso - bisogna riflettere a lettura conclusa per poterlo apprezzare in pieno. Sì perché in un primo momento gli avrei assegnato giusto una sufficienza: ottimi tutti gli elementi, ma a tratti avrei chiesto di più alla trama, a tratti la scrittura della Highsmith mi pareva lenta al punto di rischiare di annoiarmi; ora che ci penso, invece, vedo chiaramente i tantissimi pregi di questo libro.

Innanzi tutto, Therese. Therese non è una protagonista di quelle forti e cariche di sentimento, però è un personaggio perfettamente realistico. Si tratta di una ragazza giovane abituata a fare da sé, che scopre - grazie ad una donna già fatta - chi è veramente. Quella di Therese è un'educazione sessuale e sentimentale, e da questo punto di vista Carol appare anche come un romanzo di formazione e l'evoluzione di Therese è bellissima da seguire: la Therese Belivet che leggiamo alla fine è cento volte più forte, più affascinante, più interessante della ragazza spaurita, caparbia ma insicura incontrata all'inizio. Sempre per questo motivo, è magistrale il contrasto con Carol, la quale è una donna più grande già in pieno possesso della consapevolezza di se stessa e della realtà che le circonda. Allo stesso tempo Carol non è una donna che possiamo definire sicura di sé ed equilibrata: incline agli sbalzi d'umore, spesso difficile da decifrare. Per Therese, Carol rappresenta sfida e crescita; per Carol, Therese significa rischio ed onestà.

Le due donne intraprenderanno un lungo viaggio verso l'Ovest, durante il quale avranno tempo e modo di conoscersi a fondo, di regalarsi in egual misura dolore e felicità. Un nemico taglierà loro la strada, metterà in discussione il loro rapporto e le loro vite, segnerà il momento in cui cambiare, avere coraggio e decidere.

Come appunto, resta quel distacco nei confronti della scrittura della Highsmith, bravissima nelle descrizioni - la prima apparizione di Carol è da manuale - ma un po' fredda, spesso troppo lenta, in generale non pienamente di mio gusto. Tuttavia non c'è dubbio che voglio leggere altro di suo, a partire da Il talento di Mr Ripley di cui già conosco la storia.

Patricia Highsmith
Mi ha colpita molto anche la postfazione che accompagna il romanzo, nel quale la scrittrice ci racconta l'ispirazione dalla quale Carol è nato, le vicende editoriali del manoscritto e la reazione del pubblico. La Highsmith era reduce dal successo di Sconosciuti in treno, che era stato etichettato come giallo affibbiando a lei la nomina di giallista; i suoi editori, Harper & Bros, premevano affinché ne scrivesse un altro dalle stesse atmosfere, così da consolidare il suo nome e la sua posizione. Patricia Highsmith invece aveva ormai portato a termine Carol, in origine intitolato The Price of Salt, e non aveva intenzione di lasciarlo a prender polvere in un cassetto. Lo propose ad Harper & Bros, che lo rifiutarono e così lei, sotto pseudonimo - per evitare di vedersi affibbiate altre etichette che non desiderava così come non aveva desiderato quella di "autrice di gialli" - si rivolse ad un'altra casa editrice, che accolse e pubblicò il suo manoscritto nel 1952. The Price of Salt ricevette ottime recensioni e quando venne stampata l'edizione economica vendette quasi un milione di copie. Ma la cosa più straordinaria sta proprio nel significato che Carol assume nel panorama letterario forse mondiale: come ci racconta la stessa Highsmith, la rappresentazione degli omosessuali a quei tempi aveva sempre tinte tragiche. Gli omosessuali nei romanzi finivano sempre per suicidarsi, o per vivere una vita triste e solitaria, condannati all'infelicità da quella loro natura; erano anni in cui, anche nella più moderna Manhattan, i bar per gay si trovavano in bui scantinati e chi li frequentava scendeva dalla metropolitana qualche fermata prima o dopo, per non destare sospetti. Carol rappresentava il primo caso in cui due donne che si amavano erano due donne perfettamente normali, la cui storia non andava a concludersi in un buco nero di disagio e desolazione. Patricia Highsmith venne infatti sommersa di lettere da lettori che per questo le erano grati, da chi si sentiva finalmente rappresentato a chi - non avendo nessuno con cui poter parlare della propria omosessualità - leggendo Carol si era sentito meno solo. L'importanza del romanzo, e non di meno la sua modernità - vi assicuro che sembra scritto oggi, altro che '52! - è oserei dire smisurata.

"Preferisco evitarle, le etichette. Sono gli editori americani ad amarle."
- Patricia Highsmith 

A questo punto penso di avervi dato tutti gli elementi per decidere se vale o meno la pena leggerlo. Intanto che io recupero il film (e Cate Blanchett, già una delle mie attrici preferite, per interpretare Carol è a dir poco perfetta, quindi promette bene), voi ditemi la vostra nei commenti.


mercoledì 4 gennaio 2017

La letteratura è evasione?

Ed eccoci, cari lettori e care lettrici, al primo post dell'anno, che ho deciso di dedicare ad una questione che probabilmente accompagna la letteratura - e forse più in generale le forme d'arte - dall'alba dei tempi, e cioé: la letteratura è davvero una forma di evasione?
Nel corso dell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle me lo sono chiesta più spesso di quanto avessi mai fatto in precedenza. Non credo che, spiegandovi il mio pensiero, verrà fuori un articolo particolarmente lungo perché ho in mente giusto due o tre considerazioni piuttosto lineari; ci tenevo lo stesso a discutere l'argomento con voi, soprattutto perché m'interessa vedere un po' cosa ne pensano al riguardo altri rispettabilissimi appassionati lettori.

E' innegabile che mentre ci immergiamo nelle pagine di un libro o ci lasciamo trasportare dalla visione di un film ci estraniamo momentaneamente dalla nostra realtà personale, direi che su questo non ci piove, è un puro dato di fatto. Quando sento qualcuno dire che leggere è una forma di evasione, però, non penso semplicemente a questo, ma mi sembra piuttosto che s'intenda che chi legge - ed a maggior ragione chi legge tanto! - sia una persona che non vuol far altro che fuggire. Fuggire dalla realtà, dalla propria vita quotidiana, dalle responsabilità, da un concreto confronto col mondo... Per questo è una constatazione che sin da piccola mi ha fatto storcere il naso, anche quando a pronunciarla erano amanti dei libri come me. Davvero leggi per distrarti?, mi chiedevo, perché per me è sempre stato - da che io ricordi - l'esatto contrario: io leggo per concentrarmi. Attraverso i libri non soltanto ho costruito le basi della mia personalità, ma ho acquisito il senso critico che mi permette di rapportarmi alle cose che ho davanti; ho compreso i miei gusti, ho imparato sempre di più a riflettere e a pormi domande, ho imparato l'empatia e a mettermi nei panni degli altri; non solo: ho conosciuto luoghi in cui forse non avrò mai la possibilità di andare fisicamente, ho vissuto storie ed emozioni che chi non si è mai lasciato andare dentro un romanzo non potrà mai neanche immaginare.

Nei libri, in sostanza, non ho - quasi - mai cercato la fuga. Al contrario desideravo e speravo sempre che mi mettessero in difficoltà, ponendomi sotto gli occhi qualcosa che fino ad allora non conoscevo oppure semplicemente perché attraverso le azioni dei personaggi io potessi chiedermi: e se ci fossi stata io in questa situazione, cosa accidenti avrei fatto?

Vi dicevo che nel 2016 mi sono posta più che mai la domanda perché ho potuto constatare con particolare chiarezza il mio approccio alla lettura. Come ormai avrete capito - e come sembra esser stato un po' per tutti - il 2016 non è stato per niente un anno appagante, anzi, è stato costellato di momenti a dir poco bui. Ecco, se è vero che si legge per evadere, sarebbe proprio nei momenti peggiori che ci si butta a capofitto tra le pagine dei libri, giusto? Invece posso assicurarvi che quei momenti peggiori coincidevano anche coi momenti in cui non riuscivo minimamente a portare avanti una lettura; quando al contrario iniziava ad andare un po' meglio, mi scattava subito una smania famelica di leggere di tutto. Perciò per me ormai è comprovato: non leggo per evadere, leggo per restare, per esserci, per essere e sentirmi viva, utile, piena, umana.

E voi, invece? Ditemi la vostra nei commenti, stavolta ci tengo più del solito perché credo sia un argomento che ci tocca tutti.

Vi abbraccio,
a presto!

venerdì 30 dicembre 2016

La top ten del 2016

E' passato un po' di tempo dall'ultimo mio post, cari lettori e care lettrici, ed in effetti non mi sono neanche fatta sentire nei commenti ai vostri articoli; quest'ultimo periodo è stato piuttosto complicato e difficile a livello personale, e non ho avuto la tranquillità necessaria per mettermi davanti al computer a scrivere o anche soltanto per pensare ad eventuali contenuti. A dirla tutta dopo Brooklyn non ho neanche finito di leggere altro, e soltanto in questi giorni ho preso in mano Carol di Patricia Highsmith, che con ogni probabilità sarà materia della prima recensione del nuovo anno - anno per il quale, nonostante la negatività con cui ho concluso il duemilasedici, ho stilato molti obiettivi e buoni propositi, che comprendono anche una maggior costanza ed un maggior impegno per questo mio piccolo spazio, a cui mi accorgo di non poter rinunciare ogni volta che, volente o nolente, me ne allontano. E allora, lo state facendo più o meno tutti, perciò ecco anche una mia rapida top ten dei più bei libri letti quest'anno.

10. La paga del sabato di Beppe Fenoglio, di cui vi ho parlato nel dettaglio qui. Un lucido spaccato del dopoguerra italiano, protagonista un giovane ex partigiano in lotta con se stesso e la realtà che lo circonda per la difficilissima fase di reinserimento in una vita normale. Un racconto lungo, o romanzo breve, dalla travagliata storia editoriale che aver oggi l'opportunità di leggere integralmente è davvero un dono che ogni lettore dovrebbe farsi.

 9. Un grande, intramontabile classico: Via col vento di Margaret Mitchell, che ha preso circa tre mesi del mio anno di lettrice e di cui vi ho parlato a maggio, qui. Il racconto della guerra civile americana raccontata dai perdenti, con protagonisti due dei personaggi più vitali della scena letteraria, Rossella O'Hara e Rhett Butler. Un libro davvero imperdibile, affascinante, travolgente, perfetto in ogni sua sfumatura che sono sin troppo soddisfatta di aver finalmente affrontato e concluso.

8. In questa classifica dovevo per forza far rientrare anche l'ultimo libro recensito per quest'anno: Brooklyn, dell'autore irlandese Colm Toibin. A riguardo non devo aggiungere molto, immagino, posso limitarmi ad invitarvi a scorrere la pagina sino al post precedente per scoprire perché si merita l'ottavo posto. Spero davvero di avere occasione di leggere altro di Toibin nel corso dell'anno nuovo.

7. Settimo posto per il primo libro letto nel 2016: A pesca nelle pozze più profonde di Paolo Cognetti, che ho recensito qui. Una stupenda raccolta di considerazioni sulla forma del racconto, scritto da uno che di racconti ne sa a pacchi. Un libro bellissimo che prima di tutto è un inno d'amore alla passione che da queste parti ci lega tutti: l'arte di leggere. Ve lo consiglio in particolar modo se finora avete snobbato le raccolte di racconti. Forse, guardandone uno scorcio vi verrà voglia di dare una chance a qualcuno dei tanti autori citati da Cognetti.

6. Un romanzo bello bello bellissimo è lui: La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Diaz, ampiamente ed entusiasticamente recensito qui. Consigliatissimo agli appassionati della tradizione letteraria sudamericana, da Marquez alla Allende. Un romanzo caldo, pieno, denso, popolato da personaggi indimenticabili a cui ci si affeziona, una prosa coinvolgente, una matrioska di storie capaci di suscitare risate, tenerezza e commozione. Senz'altro una delle più belle letture dell'anno.

5. Doppio sogno di Arthur Schniztler, recensito qui, che segna anche la scoperta di un autore al quale mi sono appassionata più di quanto avrei creduto, tant'è che ve ne ho parlato anche una seconda volta (qui) dopo aver letto il suo Geronimo il cieco e suo fratello. Il mondo di Schnitzler è torbido ed affascinante, e atrocemente realistico. La sua scrittura è una sottilissima lama appuntita che affonda nei lati più bui e complessi della psicologia umana, materia prima della sua brillante letteratura. Vivamente consigliato - in particolare - a chiunque sia incuriosito dalla psicologia, ma anche agli amanti della cultura degli anni '20.

4. Al quarto posto l'ormai famosissima ed amatissima Saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, di cui nel corso dell'anno ho letto i primi due volumi, Gli anni della leggerezza e Il tempo dell'attesa, entrambi meravigliosi. Ve ne davo la mia opinione a novembre qui. Senza dubbio è la storia cui mi sono affezionata di più, tanto per i protagonisti quanto per le atmosfere ed a cui non vedo davvero l'ora di tornare. Una saga familiare imperdibile per gli amanti del gusto british e per chiunque sappia apprezzare uno stile di scrittura fine ed elegante e al contempo sapiente come quello della grandissima Jane Howard.

3. Al terzo posto l'unico libro di non fiction letto quest'anno: L'anello di re Salomone di Konrad Lorenz, recensito qui. Un libro che ho amato con tutto il cuore e che non posso non consigliare a tutti gli amanti del mondo animale e che qualunque umano che divide la sua vita con una creatura diversa dall'uomo si divertirebbe un sacco a leggere. Con questo libro si imparano tantissime cose con estrema naturalezza e leggerezza: la scrittura di Lorenz non è per niente scientifica, ma ha al contrario quel tocco caldo e familiare che si trasmette solo parlando di ciò che ci è più caro. E niente era più caro a Lorenz della specie animale in tutte le sue varietà, alle quali ha dedicato la sua intera vita, sia professionale che personale. Per Natale il mio ragazzo mi ha regalato un altro suo libro che desideravo tantissimo e che sono impaziente di leggere.

2. Una delle più grandi soddisfazioni del mio anno di lettura è senz'altro aver finalmente affrontato Il buio oltre la siepe di Harper Lee, non solo un classico moderno ma davvero un libro imprescindibile per ogni singolo lettore che si rispetti. Un romanzo di rara intensità, stupendo in ogni suo aspetto, per il quale avevo grandi aspettative e che son state addirittura superate dall'effettiva lettura del romanzo. Recensito con tanta passione qui.




Al primo posto un libro che mi ha segnata tantissimo, non soltanto come lettrice ma anche a livello personale: Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi (recensito qui) mi ha scossa, mi ha portato a riflettere, a pormi delle domande, ad aprire gli occhi; un libro che non è un romanzo, non è una raccolta di racconti e non è neanche un saggio. Qualcosa di unico, che più che mai mescola letteratura e vita e che resterà per me fonte di grande ispirazione, monito, linea guida per non perdermi e per ritrovarmi. Consigliato semplicemente a chiunque, chiunque ami profondamente la letteratura e tutto ciò che essa contiene e significa, a chiunque ancora oggi sente il bisogno di proteggere la libertà di scelta e di pensiero, a chiunque si spinge a guardare oltre il velo delle apparenze.


E dunque, questi erano i migliori dieci libri letti durante questo duemilasedici ormai giunto a conclusione - per fortuna, per quanto mi riguarda! Ripercorrendolo su aNobii (qui il mio profilo) mi sono resa conto di potermi ritenere soddisfatta: innanzi tutto ho letto 36 libri, non tantissimi forse, ma più degli ultimi due anni in cui arrivavo sì e no a 30 (non che dia così tanta importanza a quanti libri si leggono, però è pur sempre una piccola soddisfazione) e poi ho letto moltissimi classici e diversi libri che mi ripromettevo di affrontare da tempo.

Desideri e buoni propositi per il 2017, sia personali che per il blog che per quanto riguarda le letture, ho preferito per il momento scriverli su carta; magari più avanti li condividerò con voi, oppure li vedrete semplicemente realizzarsi. Sicuro è che mi riprometto molto più impegno, a dispetto di ogni impedimento che potrei incontrare.

Con questo, cari lettori e care lettrici, vi auguro con tutto il cuore di iniziare il nuovo anno nel migliore dei modi possibili. Ringrazio ognuno di voi per ogni volta che vi siete fermati a leggere le mie parole e per ogni singolo commento che mi avete lasciato: sapere di aver raggiunto qualcuno, anche nel più piccolo dei modi, è per me fonte di gioia e soddisfazione. Spero di continuare a dialogare con voi, e di costruire anzi un rapporto più saldo. Intanto, vi saluto e ci si legge nel prossimo anno!

Un grande abbraccio a tutti



venerdì 9 dicembre 2016

Brooklyn, Colm Tóibín

Eilis ha diciannove anni, è nata e cresciuta ad Enniscorthy, piccola cittadina dell'Irlanda - che è poi anche il luogo d'origine dell'autore - dove vive con la madre e la sorella maggiore Rose. Il padre è venuto a mancare quattro anni prima, mentre i tre fratelli maschi si son spostati in Inghilterra per lavorare. La madre percepisce solo una modesta pensione che basterebbe a stento a mantenere lei, perciò è Rose che, col suo lavoro da impiegata in ufficio, provvede alla loro sussistenza. Eilis è molto brava coi numeri, perciò sua sorella le ha pagato un corso di ragioneria nella speranza che anche lei, al più presto, possa trovare impiego in un ufficio. Purtroppo però la situazione ad Enniscorthy è tutt'altro che promettente: in paese non c'è nulla che possa offrire ad Eilis un futuro appagante, in realtà non c'è neanche uno straccio di lavoro qualunque ed il meglio che le viene offerto è dare una mano la domenica nella bottega della spocchiosa Miss Kelly. Tuttavia Eilis non pensa mai a tutto questo, prende la sua vita per quel che è, senza farsi problemi. Esce con le sue amiche di sempre, Nancy ed Annette, studia con impegno, aiuta sua madre e più di tutto ammira sua sorella: ormai trentenne e ancora nubile, bellissima nella sua aura sicura ed indipendente. La guarda entrare ed uscire di casa, impegnata tra il lavoro e le partite a golf coi suoi tanti amici. Se non ci fosse lei a riempire gli spazi ed i silenzi tutto sembrerebbe più vuoto e la mancanza di Jack - l'ultimo dei fratelli ad esser andato via - si sentirebbe ancora di più. Ed è sempre lei, Rose, che una sera rientra raccontando di aver incontrato un prete, padre Flood, tornato per un po' nella sua terra d'origine da Brooklyn, dove ormai si è stabilito da tanto tempo. Chiacchierando, il prete le aveva detto di aver conosciuto i suoi genitori molti anni prima e così Rose si era sentita libera di aprirsi, e gli aveva confidato la sua preoccupazione per la sorella minore, tanto piena di talento quanto privata di prospettive dalle circostanze. Padre Flood si era subito mostrato dispiaciuto per la situazione, e le aveva raccontato di come invece a Brooklyn una ragazza con le sue capacità avrebbe avuto l'imbarazzo della scelta e tutte le porte aperte. Le spiega che lui poteva aiutarle, poteva occuparsi di fornire tutti i documenti necessari, trovarle già prima del suo arrivo una sistemazione ed un'occupazione e ovviamente essere per lei un punto di sostegno per qualunque problema o difficoltà. Rose invita padre Flood per un tè a casa loro, di modo da poterne parlare assieme alla madre e ad Eilis.
Le cose vanno molto in fretta ed Eilis non ha neanche il tempo di dire la sua: lei che non aveva mai pensato a nulla del genere, lei che in realtà non vorrebbe affatto partire; lei che si sente impacciata in ogni contesto poco familiare, e che non capisce perché non sia invece Rose - la brillante ed affascinante Rose, così in gamba a gestire le cose della vita ed a trattare con gli estranei - a cogliere quell'opportunità improvvisa. Ma di fronte al comportamento della madre e della sorella, che danno per scontato che Eilis non possa rifiutare una proposta che non si sarebbe mai più ripetuta, non riesce a dire nulla di tutto questo e per non deluderle e per non rendere ancor più difficile quella separazione che la spaventava a morte, mette su un bel sorriso e partecipa ai preparativi come se non vedesse l'ora di sbarcare in America. E così, poco tempo dopo, inizia la sua nuova vita, tra la stanza in affitto in casa di Mrs Kehoe divisa con molte altre pensionanti, il lavoro da commessa in un emporio di immigrati italiani, Bartocci's, i corsi serali per prendere il diploma da contabile al Brooklyn College e poi le feste danzanti, il venerdì sera, nella canonica di padre Flood. Eilis, dopo un'iniziale e comprensibile forte nostalgia, imparerà ad adattarsi alla sua nuova quotidianità, fin quasi a dimenticarsi delle strade di Enniscorthy, concedendosi di pensare a casa soltanto quando legge le lettere della madre e della sorella. Un'imprevedibile plot twist, però, la costringerà a fare una visita in Irlanda, un lungo mese capace di mettere in dubbio la sua nuova ed ormai concreta realtà americana. Eilis si troverà divisa non soltanto tra due Paesi lontani e diversissimi, ma anche tra due persone e tra due possibilità di vita completamente diverse tra loro.

Ora, chi magari ha già letto diverse mie recensioni e si è abituato al mio modo di parlare dei libri che leggo, forse avrà notato che non esprimo mai un giudizio diretto ma che trasmetto il mio parere argomentando, analizzando i personaggio, commentando lo stile di scrittura, dando qualche dettaglio sulla storia o l'ambientazione, o l'epoca. Ecco, stavolta no, stavolta ve lo dico chiaro e tondo: questo romanzo è bellissimo, e lo scriverei anche grande come una casa se poi il post non apparisse strano esteticamente. Ripensando alle tante cose che potrei dirvi sulle pagine lette esplodo di entusiasmo e non so neanche da dove cominciare.
La storia in fondo è piuttosto semplice, scorre lineare e noi non facciamo altro che seguire passo passo la quotidianità di Eilis, ma proprio in questo si nasconde poi la forza delle emozioni che - se riesce ad empatizzare con la protagonista - il lettore si ritrova a provare. L'assoluta placida tranquillità di Enniscorthy, dapprima, un posto che sembra da sempre uguale e affatto intenzionato a cambiare; poi lo shock per l'imminente notizia di dover affrontare sette giorni di nave diretti verso l'ignoto. L'arrivo a Brooklyn, l'impatto con l'America, il doversi adattare a posti e persone nuove. Ho sentito assieme ad Eilis la profonda tristezza per la nostalgia di casa ed assieme a lei l'ho combattuta buttandomi sugli studi in vista del raggiungimento di un obiettivo tanto agognato; ho girato assieme a lei per le strade di questa Brooklyn multiforme, piena di irlandesi ebrei ed italiani e poi assieme a lei ho iniziato anche a lasciar andare qualche sorriso, a scoprire qualcosa di bello. E poi ho sofferto assieme a lei per il brusco ritorno a casa, assieme a lei mi sono sentita logorare dall'indecisione - tornare o restare? - e poi, assieme a lei, ho sentito il cuore alleggerirsi quando la scelta è stata chiara.
Di Brooklyn ho amato le ambientazioni, il forte contrasto tra un'Irlanda piuttosto povera e un'America che, anche quando periferica, appare moderna e piena di promesse, ma soprattutto mi ha conquistato l'atmosfera degli anni Cinquanta, con l'attenzione ai dettagli, l'eleganza nel vestire ed acconciarsi, una certa innocenza nelle persone che non impediva di aprirsi alle novità; le feste danzanti, come vengono chiamate nel romanzo, dove ragazzi e ragazze si scrutavano a distanza, sorridendo e abbassando gli occhi, con la segreta speranza che lui t'invitasse a ballare, che lei accettasse; le donne che iniziavano a non vedersi più solamente nei panni domestici, e che iniziavano a lavorare ed a studiare non sempre soltanto per necessità. La storia di Eilis mi ha coinvolta sotto tutti gli aspetti, nondimeno quelli sentimentali, di cui però non voglio rivelarvi nulla per non rovinarvi la lettura.
Per essere onesta, devo ammettere che parte del mio coinvolgimento è dovuto al fatto che mi sono rispecchiata tantissimo in Eilis. Non posso dire di aver fatto esperienze simili alle sue, proprio per niente, ma ho sentito il mio carattere molto simile al suo ed ho percepito che, trovandomi in quelle situazioni, avrei probabilmente agito come lei. Sentivo vicinissimo a me il suo modo di pensare ed i sentimenti che le scorrevano dentro. Eilis non è il tipo di persona che prende vere e proprie decisioni, si limita a prendere ciò che viene e trarne il meglio che può - un'atteggiamento che può sembrare codardia o mancanza di carattere ai più, ma che a volte invece io ammiro e trovo la miglior soluzione possibile alle difficoltà cui la vita ci sottopone.
L'altro fattore però che mi ha fatto amare tanto Brooklyn è tutto racchiuso nella bravura di Colm Tóibín: un autore che non conoscevo affatto e che mi ha fatto subito innamorare della sua prosa, delicata, discreta, elegante e comunque capace di affondare nella profondità delle cose, dei personaggi, dei luoghi. La penna di Tóibín ha un qualcosa di piacevolmente familiare, un calore che palpita tra le righe e fa venir voglia di continuare a leggere fino all'ultima pagina. Ciò che ha ricostruito in questo romanzo è talmente vivo che sembra avere dentro filmati di quegli anni, girati tra la moltitudine eterogenea della Brooklyn degli immigrati. Non mi stupisce che qualcuno abbia deciso di fare di questo libro un film, che io non ho ancora visto e dal quale adesso mi aspetto meraviglie (sperando con tutta me stessa di non incappare in una cocente delusione). Il mio vero problema adesso è che, essendomi innamorata a tal punto di questo scrittore, sono andata a cercarmi online altri suoi libri ed ho scoperto che non solo ce ne sono parecchi, ma hanno tutti trame interessantissime, quindi potete immaginare cosa sia accaduto alla mia già infinita wishlist.

E niente, cari lettori, spero che questa recensione vi sia piaciuta. Come al solito, fatemi sapere nei commenti se avete letto questo romanzo - altrimenti sbrigatevi a farlo! - oppure se avete visto il film, che io recupererò il prima possibile.


A presto!

martedì 6 dicembre 2016

La scatola colorata. I miei programmi televisivi preferiti (del momento)

In casa dei miei di televisione ce n'è sempre stata più di una, e son sempre state accese più di quanto fosse realmente necessario. Un'abitudine di mia madre, che dedicandosi alle faccende domestiche ha sempre detto che i programmi in sottofondo le facevano compagnia e a volte rendevano le mansioni quotidiane meno noiose. Abitudine che ha poi trasmesso ai miei fratelli minori, che spesso tengono accesa la tv anche mentre fanno altro.
Credo sia uno dei mezzi di comunicazione più criticati, perché la stragrande maggioranza dei contenuti che propone sono a dir poco di dubbio gusto, e non soltanto nel nostro Paese. Le proposte televisive son senz'altro andate a peggiorare nel corso del tempo, perché personalmente ho molti bei ricordi dall'infanzia e dall'adolescenza dei momenti passati nella mia cameretta con una televisione vecchiotta ed ingombrante. A partire da Bim bum bam grazie al quale mi son goduta tutti i miei cartoni animati preferiti, poi ricordo tanti bei film per ragazzi trasmessi sempre su Italia1 e poi i numerosi telefilm che hanno contribuito a far di me la persona che sono, primo tra tutti Gilmore Girls, che ancora oggi posso guardare e riguardare senza stancarmene mai. Mi sembra che in passato, pur essendoci ovviamente tanti programmi trash come oggi, la qualità fosse in generale superiore a quella che il mondo televisivo ci propina oggi. Di bei film in prima serata ne venivano trasmessi di più e più variegati, mentre oggi mi sembra che ripassino sempre gli stessi a distanza di breve tempo e raramente si dà la possibilità al telespettatore di godersi una pellicola recente; i programmi comici di un tempo vantavano veri artisti della risata, che passare quel paio d'ore sul divano poteva davvero alleviare la pesantezza della giornata, mentre se penso ai vari Colorado e simili di adesso mi sale la nausea; stessa cosa per le lunghe trasmissioni rette da un presentatore o presentatrice con relative spalle che sapevano fornire vero intrattenimento. Insomma, sarò anche già diventata una vecchia nostalgica dei bei vecchi tempi andati, ma mi sembra davvero lampante che facendo anche solo dei paragoni approssimativi la televisione di oggi non può reggere il confronto con quella di ieri.

Nonostante questo, non è un elettrodomestico che - come invece sento dire a molti - ho abbandonato: quasi sempre m'informo su cosa andrà in onda la sera, perché nel caso ci sia qualcosa di valido non mi dispiace mai spaparanzarmi in poltrona dopo cena e distrarmi un po' senza troppo sforzo mentale. Per questo mi è venuto in mente di raccontarvi un po' quali sono, in questo periodo, i programmi televisivi che seguo con più partecipazione e che sono in realtà soltanto due.

Il primo è Edicola Fiore, trasmesso ogni sera intorno alle 20.30 su Tv8, l'innovativo format del mitico Fiorello affiancato da Stefano Meloccaro che fonde informazione (a modo loro), tecnologia e musica. Io son di parte perché adoro Fiorello da quando aveva i capelli lunghi e faceva il karaoke ma non si può non considerarlo un fuoriclasse. In Edicola Fiore si è circondato - come di consueto - di personaggi unici e bizzarri che un po' rappresentano la realtà in cui viviamo: dal depresso, di nero vestito e sempre con gli occhiali da sole che dispensa rare perle di saggezza sul peso dell'esistenza, al dottore che s'infervora ogni qualvolta si dà una notizia - a suo dire erronea - sugli anziani, per non parlare di Benjo & Fede, due idoli incontrastati; musicisti eccezionali accompagnano la serata e le performance degli ospiti, provenienti da tutto il panorama artistico: attori, registi, cantanti, giornalisti e tutti sembrano divertirsi come bambini, tanto che all'Edicola Fiore persino Gigi D'Alessio riesce a sembrarmi simpatico. L'aspetto più esilarante del delirio che c'è al Bar Ambassador - sede dell'Edicola - è probabilmente l'uso che Fiore si è inventato di far della tecnologia: oltre alle normali telecamere che inquadrano il banco dietro al quale stan tutti stipati, Fiorello ogni tanto ci offre la prospettiva della videocamera di uno smarthphone e poi c'è immancabile l'ipad, dal quale c'è sempre collegato un ospite da casa sua, possibilmente in pigiama. Una volta nell'ipad c'era il Fiorello degli anni '90, ancora col codino e che cantava i successi del Festivalbar.


L'altro programma che seguo costantemente, il martedì e la domenica su Italia1, è Le Iene, presentato il martedì da Ilary Blasi, Frank Matano e Giampaolo Morelli e la domenica da Nadia Toffa e altre iene che si alternano al suo fianco. E' un programma che a dir la verità ho sempre guardato, ma ora che sono un po' più grande e do un maggior peso al valore dell'informazione, lo trovo quasi un programma imprescindibile. Non sono di certo l'unica a trovare abbastanza particolare - diciamo così - che in Italia certe storie e certe notizie vengono portate all'attenzione pubblica - e a volte addirittura risolte! - da programmi d'inchiesta come Striscia e ancor di più - secondo me - da Le Iene. I servizi di quest'anno mi stanno colpendo particolarmente, ho sentito moltissime storie davanti alle quali è impossibile non provare indignazione, non sentirsi davanti ad un teatro dell'assurdo.
Nina Palmieri
In particolare, mi piacciono sempre i servizi della iena Nina Palmieri, la quale ci racconta storie di semplici persone che vivono o hanno vissuto vicende che hanno segnato irrimediabilmente le loro esistenze, persone che vogliono soltanto raccontare oppure che hanno ancora un grande bisogno di aiuto, aiuto che spesso e volentieri la coraggiosa Nina assieme alla troupe non si risparmiano di offrire, almeno fin dove è in loro potere. Le storie raccolte da Nina hanno la maggior parte delle volte un lato sentimentale, che riesce spesso quasi a commuovermi; altre volte, invece, ci regala servizi più leggeri ma sempre ammantati da un'aura speciale, come quello - meraviglioso - su cosa significhi essere una coppia di gemelli andato in onda qualche puntata fa.
Mi son sempre piaciuti molto anche i servizi di Nadia Toffa, che trovo a dir poco in gamba e che sto trovando credibilissima anche come conduttrice; non da meno sono i servizi di Giulio Golia, che spesso - come in questo periodo, che sta indagando su strane vicende legate allo scarico di rifiuti radioattivi nelle spiagge calabresi - va a navigare in acque poco sicure.
Gaetano Pecoraro
Ma una menzione d'onore la merita anche Gaetano Pecoraro, iena soltanto da poco ma giornalista per vocazione, il quale a poco a poco ha iniziato a contraddistinguersi per i servizi importanti ed intensi che sta offrendo al pubblico, tant'è che nel corso di quest'anno gli è stato anche assegnato il prestigioso Premio Giustolisi per il giornalismo d'inchiesta, assegnatogli per il servizio La strage di Militari che lo Stato non vuole vedere, in cui intervistando i familiari o i diretti interessati ha raccontato le morti o le malattie di un numero spropositato di militari italiani, tutti affetti da forme cancerogene dopo esser entrati a contatto con l'uranio impoverito: una strage che si poteva evitare se fosse stato dato loro l'adeguato equipaggiamento. Un servizio che vi consiglio davvero di recuperare, così come quello andato in onda domenica scorsa in cui Pecoraro racconta la vicenda triste, assurda, surreale, crudele - non ho abbastanza aggettivi per definirla - della morte di Mastrogiovanni, un maestro elementare che senza alcun motivo e del tutto superficialmente è stato praticamente rapito e costretto ad un TSO - trattamento sanitario obbligatorio - di cui non c'era alcun bisogno, e che poi - come dimostrano le telecamere della sorveglianza del reparto psichiatrico in cui è stato abbandonato - è stato trattato in maniera disumana fino al tragico epilogo.
Vi ho accennato solamente ai servizi che mi colpiscono di più, ma le storie di cui Le Iene si fanno portavoce son davvero tante, una più forte dell'altra. Per questo lo ritengo il programma d'informazione più valido in circolazione, anche perché tutto ciò che raccontano viene trasmesso allo spettatore in maniera sempre coinvolgente, incapace di annoiare anche quando l'argomento ci interessa meno. Che dire, vale sempre la pena mettersi sul divano quando in tv ci sono loro.

E questo è quanto, cari lettori e care lettrici. Un post, oggi, che esula completamente dai libri e dal formato cartaceo, ma neanche noi viviamo sempre incollati col naso tra le pagine, giusto?
Sono curiosa di sapere che rapporto avete voi con la televisione, se ogni tanto la guardate, se è diventata una specie di soprammobile o se neanche l'avete in casa.
Se anche voi ogni tanto l'accendete, cosa ne pensate dei programmi di cui ho parlato in questo post?
Aspetto le vostre risposte nei commenti!

A presto