venerdì 23 giugno 2017

Manga | Orange, Ichigo Takano

Salve a tutti lettori e bentornati sul blog! In questo caldo pomeriggio di giugno, non riuscendo a sonnecchiare un po' ma essendo troppo stanca per qualsiasi altra attività, ho pensato di sfruttare questo lasso di tempo per scrivere finalmente un post che stavo rimandando già da qualche giorno. Si tratta della recensione di un manga che ho concluso di recente e di cui non posso non parlarvi. Per chi non lo sapesse, ci tengo a premettere che non sono assolutamente un'esperta in questo campo, ho letto ancora pochissimi manga e fumetti - vi parlavo qui del mio avvicinamento a questa meravigliosa forma di narrazione - perciò prendete il mio approccio ed il mio modo di esporvi la mia opinione come quello della più semplice appassionata. Detto ciò, il manga in questione è Orange di Ichigo Takano, uscito in Giappone dal marzo 2012 all'agosto 2015 e portato in Italia dalla Flashbook dal novembre 2014 al febbraio 2016. Il manga consta di cinque volumi - a quanto pare in Giappone è uscito anche uno spin-off da noi ancora inedito - al prezzo di 6,90 euro l'uno.

La storia è quella della liceale Naho Takamiya, sedici anni - e dei suoi quattro migliori amici - ed inizia col primo giorno del nuovo anno scolastico. Naho sta per uscire di casa, è già in ritardo, ma prima di imboccare la porta la madre le fa notare che le è arrivata una lettera; Naho nota subito una particolarità: il nome del mittente è il suo. Nonostante lo stupore, la ripone nello zaino e si affretta a raggiungere la scuola. Quando finalmente è tranquilla al suo banco ed ha un attimo di respiro, Naho apre la lettera ed inizia a leggerla, convinta che si tratti di uno strano scherzo: la mittente dice di essere la Naho Takamiya del futuro, una Naho di ventisei anni che le scrive a distanza di dieci anni e la lettera comincia col dirle che proprio quella mattina per la prima volta in vita sua avrebbe fatto tardi a scuola. Prosegue poi comunicandole che quel giorno sarebbe arrivato in classe un nuovo ragazzo, Kakeru Naruse, appena trasferitosi da Tokyo; ed intanto che Naho legge la lettera, il professore presenta a tutti loro un ragazzo alto, coi capelli neri ed il sorriso gentile anche se un po' timido. Kakeru Naruse, per l'appunto. Naho, sconvolta, inizia a prendere più sul serio la lettera e continua a leggere, scoprendo che il motivo per cui la se stessa del futuro le ha scritto ha proprio a che fare con questo - per il momento - sconosciuto: Kakeru sarebbe subito entrato a far parte del loro gruppo, ma non molto tempo dopo si sarebbe tragicamente suicidato e tutti loro, dieci anni dopo, avrebbero ancora sofferto per i rimorsi di non aver fatto abbastanza, di non aver capito quanto Kakeru soffrisse, di non aver agito diversamente in situazioni all'apparenza banali che potevano fare una differenza. Non avere dei rimpianti, è il più importante messaggio della Naho ventiseienne alla Naho sedicenne.

Da quel momento, Naho ha a disposizione una lettera per ogni giorno, fino al giorno in cui Kakeru si era tolto la vita, con su scritte le indicazioni riguardo cosa provare a fare diversamente. La Naho ventiseienne ha potuto far questo grazie al diario che la sé di dieci anni prima aveva tenuto accuratamente aggiornato, scrivendoci ogni sera tutto ciò che le era accaduto.


Difficile spiegarvi quanto questa storia mi abbia toccata. Specie durante i primi due volumi, quando ancora stavo entrando dentro le sue atmosfere, non facevo che ritrovarmi con gli occhi lucidi di pagina in pagina. La prima cosa ad avermi colpita son stati proprio i personaggi, o meglio, il rapporto di amicizia che lega Naho, Suwa, Azu, Hagita e Takako, e poi, ovviamente, anche Kakeru. Il disegno, che praticamente si incentra tutto sui personaggi e sulle espressioni dei loro volti - raramente sono rappresentati gli sfondi - fa sì che il lettore si concentri soltanto sui loro pensieri e sulle loro emozioni, percependo ancor di più la profondità degli eventi. La protagonista, Naho, è una ragazza molto dolce. E' gentile, sempre predisposta ad aiutare chi ha vicino, ma fa molta fatica a permettere agli altri di aiutare lei, per paura di arrecare disturbo o fastidio o di far preoccupare senza motivo le persone. L'altro grande ostacolo di Naho è la sua estrema timidezza. Come molte ragazze della sua età, Naho fa fatica ad esporsi, fa fatica a vincere la sua sicurezza ed a lanciarsi nelle cose che la spaventano - si tratti di proporsi per un gioco durante la giornata dello sport, o di avvicinarsi a Kakeru. Le lettere della se stessa del futuro saranno una grandissima sfida, una fonte di ansia, di paura ma anche il miglior sprone che lei avesse mai ricevuto per superare tutti i propri limiti e comprendere di essere forte abbastanza, di essere coraggiosa abbastanza per prendere in mano le situazioni, per esprimere anche a parole i suoi veri sentimenti e non lasciarli solo sopiti dentro di sé, dove nessun altro li avrebbe mai visti. Da questo punto di vista, Orange è anche una bellissima storia di crescita.

Ma vi dicevo che mi ha colpita l'amicizia che lega questi sei ragazzi perché ho visto tutto ciò che a sedici anni avrei tanto voluto e che non sono mai riuscita a trovare. Sia chiaro, ho sempre avuto accanto persone che potevo definire amiche, proprio in quel periodo ho conosciuto la persona che ancora oggi è per me più di una sorella; ma pur avendo frequentato qualche volta una cosiddetta 'comitiva' o aver tentato di costituire dei gruppetti per l'uscita del sabato sera, non mi sono mai sentita veramente parte di un gruppo, non ho mai provato un piacevole senso di calore e di appartenenza in compagnia di altri miei coetanei. Ed ecco che i protagonisti di Orange, invece, sono quasi una famiglia - una famiglia scelta, come si dice degli amici. Sono così gentili l'uno con l'altro, così pronti a difendersi, aiutarsi, proteggersi. In poche parole, sono uniti, nonostante abbiano caratteri diversissimi. Anche la missione di salvare Kakeru toccherà ognuno di loro in maniera differente, ma non si tireranno mai indietro dal fare quanto è in loro potere o persino rinunciare a ciò a cui più tengono.

Anche il tema principale che propone Orange, ovvero quello del rimpianto e la possibilità di rifare in maniera diversa alcune cose del passato mi è molto caro, e non nego che se ne avessi la possibilità forse la sfrutterei. Nel manga l'argomento è trattato in maniera al tempo stesso molto dolce e sofferta, un misto di sentimenti che mi hanno spesso fatto accartocciare il cuore. Nelle tavole compaiono spesso anche coloro che hanno spedito le lettere, i protagonisti dieci anni dopo. E' tutto molto suggestivo e se ci si concede di lasciarsi andare all'immedesimazione le storie di questi sei ragazzi coinvolgono totalmente.
Mi sono affezionata a tutti loro, in particolare a Naho, a Kakeru e come potrei non nominare anche Suwa... sempre pronto a tendere la propria mano ed a sacrificare i propri sentimenti per un bene più importante, senza provare rancore o risentimento o facendo pesare la propria rinuncia.
I disegni della Takano mi sono piaciuti tantissimo, nella loro semplicità, li ho trovati adattissimi alla storia che mi stava raccontando. Una storia profondamente nostalgica, che sono felice di aver letto e che consiglierei un po' a tutti, così, spassionatamente.

Alla fine di ogni volume, c'è un capitolo di un'altra breve storia della Takano, una storia molto più semplice e leggera intitolata L'astronauta color primavera, che però non ho ancora letto.
Mentre di Orange è uscito tempo fa anche l'anime. Ne ho guardato le prime puntate, ma non trovandolo all'altezza del manga ho preferito lasciarlo stare e conservare intatto il ricordo dei disegni.

In Italia è disponibile anche un altro lavoro di Ichigo Takano, intitolato Dreamin' Sun. La trama è di ben minor spessore rispetto ad Orange, ma avendo apprezzato il suo tratto ed il suo modo di narrare, non mi dispiacerebbe dare una chance anche a questa sua opera precedente, più avanti.

E voi, avete letto qualcuno dei manga che ho nominato? Cosa ne pensate dei temi trattati in Orange? Se aveste la possibilità di rifare qualche parte del passato, sareste in grado di non commettere gli stessi errori?


martedì 20 giugno 2017

Mansfield Park, Jane Austen



(...) tu sembri aver paura di ricevere attenzioni ed elogi con la stessa intensità con cui le altre donne, invece, temono di venir trascurate.






Mansfield Park è un perfetto microcosmo. E' la residenza della famiglia Bertram ed è anche lo spazio in cui si svolge la gran parte del romanzo, iniziato da Jane Austen nel 1812 e pubblicato nel 1814. La protagonista è Fanny Price, nipote dei Bertram, che viene accolta a Mansfield Park quand'è ancora una bambina: la sua famiglia è molto numerosa, ma Mr Price non ha granché da offrire a tutti i figlioli  che ha messo al mondo; gli zii Bertram, di ben più elevato rango sociale, si offrono di aiutare i nipoti come possono, ad esempio avviando il maschio più grande alla carriera in marina ed accogliendo Fanny in pianta stabile entro la loro dimora. Come potrete ben immaginare, all'inizio è tutto molto difficile per Fanny, che soffre il distacco dall'unica casa che sino a quel momento aveva conosciuto e soffre per la mancanza del fratello maggiore, William, col quale sentiva un legame speciale. Come se non bastasse, gli anni della sua adolescenza a Mansfield Park non sono una passeggiata: i componenti della famiglia ci tengono a non farle dimenticare mai le sue umili origini affinché Fanny non pensi di potersi mettere sullo stesso piano delle sue cugine, Julia e Maria, due signorine molto graziose, eleganti, dotate di ogni talento acquisito - prive, però di un più profondo spessore umano.
Ciò che consente a Fanny di sopportare tale situazione senza risentirne troppo è la natura del suo carattere, fin troppo umile, serio, virtuoso. Inoltre riceve un grande conforto dal secondogenito dei Bertram, il cugino Edmund, che in un certo senso colma l'assenza del fratello William, diventando per Fanny un fidato consigliere, una fonte di sicurezza in mezzo a tante persone con cui non può permettersi confidenze, un protettore in ogni situazione spiacevole.

Il Park viene animato anche da altri caratteri, in particolare i fratelli Henry e Mary Crawford, che di fatto movimentano la trama e scompigliano le vite sia di Fanny che di Edmund. Ed è proprio il contrasto tra questi quattro personaggi ad essere interessante: Fanny ed Edmund sono i giusti, se vogliamo, incarnano la virtù e condividono i medesimi alti valori; Henry e Mary, al contrario, sono molto più vivaci, liberi, politicamente scorretti - diremmo noi oggi. I rapporti che si instaurano tra loro sono intricati, da leggersi a più livelli e contribuiscono a delineare meglio la personalità di ognuno.
Chi però come me è già un affezionato della Austen non potrà non notare una particolarità: in Mansfield Park la protagonista non ha nulla delle tipiche eroine austeniane, al contrario è proprio la controparte di Fanny - ovvero Mary Crawford - ad avere quello spirito allegro, vivace, esuberante accompagnato da una lingua tagliente che i lettori della Austen son soliti riconoscere nelle protagoniste dei suoi romanzi. Ancora più strano, è che il personaggio di Mary viene palesemente condannato nel corso della storia, dal momento che il lettore viene naturalmente portato a schierarsi dalla parte di Fanny, che non ha mai provato grande simpatia per l'amica e non manca mai di condannarne tra sé e sé i modi ed i pensieri.

La prima parte del romanzo ha un andamento lento, è tutta volta ad introdurci nella routine di Mansfield Park, a farci familiarizzare a fondo con tutti i suoi abitanti ed abituali frequentatori; poi, oltrepassata la metà, tutto si fa movimentato, tra corteggiamenti, matrimoni, viaggi, piccoli o grandi sconvolgimenti della tranquillità domestica, persino delle fughe; sono rimasta incollata alle pagine, troppo curiosa di scoprire che piega avrebbero preso gli eventi. Purtroppo dopo quasi seicento pagine ho trovato il finale troppo frettoloso e prevedibile, ancor di più dopo aver assistito ad un colpo di scena che mi aveva soddisfatta pienamente, facendomi pensare che zia Jane non è mai banale. Devo ammettere che la conclusione del destino di Fanny mi ha un po' delusa, anche se forse era proprio così che doveva andare e non poteva essere altrimenti.

Pare che Mansfield Park sia il romanzo meno amato dai fan della scrittrice inglese e quello maggiormente preso ad esempio dai suoi detrattori per sostenere le loro tesi; in questo caso non faccio differenza: tra tutti i libri di Jane Austen che ho letto - ovvero quasi tutti, mi manca solo Persuasione - Mansfield Park si classifica all'ultimo posto. Ciò non significa che non mi sia piaciuto, affatto: anche qui ho trovato tutto ciò che amo della penna della Austen, una scrittrice che non posso non considerare tra le mie preferite. La sua capacità di definire in maniera tanto accurata le personalità dei suoi personaggi e di dipingere sin nei minimi dettagli il contesto in cui si muovono. Persino i suoi caratteristici personaggi-macchietta, quelli insopportabili che la Austen non ci risparmia mai - in questo caso le zie e la madre di Fanny - hanno una cifra caratteristica inconfondibile. In Mansfield Park c'è anche tanta carne al fuoco, oltre alle vicende personali e sentimentali dei personaggi. Una parte importante è il dibattito sul sacerdozio, che in senso più ampio diventa una riflessione sul concetto di professione - professione come definizione di sé, un argomento che trovo attualissimo (volendo, il dibattito potrebbe arrivare alla situazione che vive oggi chiunque abbia tra i 20 ed i 30 e passa anni, su come l'incertezza di un presente ed un futuro professionale porti anche ad una maggior difficoltà ad identificarsi e definirsi come individui all'interno della società).
Oltre ai contenuti, Jane Austen scrive semplicemente benissimo e sa intrattenermi anche quando interi capitoli ruotano attorno ad un unico argomento di dubbia importanza.

In definitiva, vi consiglio Mansfield Park? No, se non avete mai letto nulla di Jane Austen. Innamoratevi prima di Elizabeth Bennet e Mr Darcy in Orgoglio e Pregiudizio, oppure lasciatevi trasportare dai tumulti di Elinor e Marianne in Ragione e Sentimento (che in molti hanno trovato noioso, ma io l'ho amato tanto). Se invece sapete già di amare la prosa di zia Jane, Mansfield Park non può proprio mancare dai vostri scaffali.

mercoledì 14 giugno 2017

Spectator #8: Chiamatemi Anna

Ci sono cartoni animati famosissimi che da bambina non mi sono filata per niente. Il mio gusto infantile era forse più selettivo di quello che ho adesso, e difficilmente un cartone poteva guadagnarsi il mio interesse quanto i prescelti, ovvero Sailor Moon Lady Oscar, seguiti da Mila & Shiro. Pertanto di Anna dai capelli rossi non ho nessunissimo bel ricordo d'infanzia, né tanto meno mi è mai capitato di trovarmi in mano il romanzo da cui la storia è tratta, scritto da Lucy Maud Montgmory; per qualche strana ragione invece mi sono avvicinata all'anime in età adulta, e nonostante ci fossero aspetti che non mi convincessero del tutto un po' la trama, un po' i messaggi veicolati dalla storia, un po' proprio il personaggio sopra le righe di Anna mi hanno pian piano fatta fortemente affezionare a tutti i protagonisti di Green Gables. Ecco perché quando vedendo apparire questa serie intitolata Chiamatemi Anna su Netflix mi sono subito incuriosita, e non ho esitato a lanciarmi nella visione della prima lunghissima puntata.


Anna è un'orfana di tredici anni, che ha trascorso la sua vita sballottata tra l'orfanotrofio e diverse famiglie per le quali lavorare come una schiava; il suo arrivo a Green Gables all'inizio è soltanto un errore: i fratelli Matthew e Marilla Cuthbert infatti si aspettavano un maschio, al quale iniziare a delegare parte del grande lavoro nella loro fattoria. Anna però, con la sua intelligenza così brillante e così vivace, con la sua allegria, la sua esplosiva voglia di vivere ed anche con la sua dolcezza riuscirà a conquistare sin da subito il cuore tenero di Matthew e pian piano anche quello della più fredda e rigida Marilla.

Se mi chiedeste di trovare dei difetti ai sette episodi che compongono questa prima stagione, sinceramente non ci riuscirei proprio. Sin da subito i paesaggi della campagna inglese mi hanno riempito gli occhi di meraviglia, in un tripudio di colori che non diminuivano di bellezza neanche col cambiare delle stagioni, quando i prati e gli alberi di ciliegio perdevano i loro abiti primaverili per coprirsi di bianco. L'ambientazione degli interni non è da meno: la casa dei Cuthbert e così anche la scuola, nella loro frugalità, rispecchiano fedelmente l'immagine che il cartone animato aveva suggerito. E per completare l'atmosfera, non posso non consigliarvi di guardarla in lingua originale, perché la musicalità della lingua inglese in questo caso è come una continua poesia, soprattutto quando Anna si lancia nei suoi monologhi e nelle sue fantasticherie.

I personaggi, il modo in cui vengono introdotti, il modo in cui poi vengono raccontati è bello quanto può esserlo dentro un romanzo. I Cuthbert sono due persone ormai avanti con gli anni, un fratello ed una sorella con alle spalle una vita fatta principalmente di sacrificio, di rinunce che ancora non hanno smesso di arrecare dolore quando alla sera ci si ritrova soli davanti al caminetto acceso. 
Matthew è un uomo silenzioso, un po' orso quasi, impacciato in ogni cosa che implichi l'aver a che fare con un altro essere umano; eppure il suo cuore, quel cuore già un po' acciaccato dall'età e dal troppo lavoro, è colmo di una bontà totale, di generosità, di amore che forse non ha mai potuto riversare apertamente su nessuno e quando un misunderstanding gli piazza in casa quel piccolo tornado con le lentiggini e le trecce rosse arriva finalmente la sua occasione. A qualcuno potrà sembrare sciocco, ma non negherò di essermi commossa spesso per i gesti che Matthew, nonostante la sua timidezza, riesce a fare pur di rendere felice la sua Anna. Così come mi intenerivano profondamente i primi sorrisi, miti e trattenuti, che Anna riesce a strappare alla severa Marilla, che poi tanto severa non è. Ecco, Marilla penso sia uno dei miei personaggi preferiti, perché la sua rigidità è il frutto di un'esistenza in cui essere forti e mettere da parte ogni desiderio personale non era una possibilità o una scelta, ma un obbligo dal quale non era previsto tirarsi indietro. Marilla, a ben vedere, è una persona giusta: commette degli errori e quando si rivelano tali è pronta a tornare sui suoi passi e chiedere umilmente scusa; è una persona con un profondo senso dell'orgoglio e della dignità, che pure impara ad accettare di chiedere aiuto, quando arriva il momento di riceverne. Per come la vedo io, Marilla è una donna che ha chiuso tutte le porte per non aspettarsi più nulla, per non sentire tutte le mancanze che l'esperienza le ha lasciato; eppure ha il coraggio di riaprirle, una fessura alla volta, mostrando puntata dopo puntata tutta la sua umanità.

Altrettanto ben caratterizzati sono tutti gli altri personaggi che ruotano attorno ai protagonisti, dalla vicina di casa Rachel Lynde, inguaribile pettegola dalla lingua troppo lunga che infatti causa il primo impetuoso scoppio di rabbia della povera Anna; e poi la dolce ed elegante Diana Barry, la prima vera amica che Anna possa vantare nella sua vita, che le sarà vicina e la aiuterà come meglio può in tutte le complicate situazioni in cui incapperà ogni volta che mette piede in classe - una classe che per quanto piccola non è meno ostile ai nuovi ed ai diversi. E poi l'anziana parente di Diana, una vecchia, ricca, raffinata signora rimasta indipendente per scelta, che Anna elegge a suo modello di esempio e d'ispirazione; e Gilbert Blythe, l'amico-nemico di Anna, le cui vicende aggiungono del pepe a tutta la storia.

Ma la menzione d'onore, senza ombra di dubbio, va tutta a lei, la protagonista assoluta ed indiscussa, Anna Shirley-Cuthbert, Anna dai capelli rossi, "Anne with an e". Innanzi tutto trovo Amybeth McNulty, l'attrice che la interpreta, non soltanto perfetta per il ruolo - sembra proprio uscita dal cartone animato! - ma fin troppo graziosa; al di là di questo, e ben più importante, sono rimasta sconcertata dal suo talento. Non me ne intendo di recitazione, ma non credo che il ruolo di Anna fosse facile da interpretare: basta considerare la quantità di parole e paroloni che escono dalla sua bocca ogni volta che parla, i suoi lunghissimi monologhi, e la passionalità che nel bene e nel male caratterizza il personaggio. Beh, penso che la McNulty sia stata sempre all'altezza ed abbia davvero saputo dare vita a tutte le esuberanze ed intemperanze della scatenatissima Anna.
Adoro Anna Shirley per tutto ciò che rappresenta e che insegna. Pur essendo così giovane, Anna ha già conosciuto fin troppa fatica, sofferenza, ingiustizia declinata in tutte le forme possibili; eppure sono state proprio le sue esperienze ad insegnarle tutto ciò che sa e di fronte ad una casa che brucia o una bimba soffocata dalla tosse lei non si spaventa, si rimbocca le maniche e sa precisamente cosa fare. Non solo: Anna Shirley è un continuo inno alla bellezza di essere se stessi, un canto di rivolta fatto di pura fantasia. Nonostante la sua aria spensierata e le sue valanghe di chiacchiere possano far pensare che sia una con la testa sempre tra le nuvole, io credo che Anna stia fin troppo coi piedi per terra, tant'è che di fronte ai problemi non fugge mai, al contrario, si fa salda e lucida più di quanto sarebbero in grado di fare molti adulti e s'impegna a trovare ogni possibile soluzione. Tutte le storie che racconta a se stessa ed agli altri, il suo continuo fantasticare e spingere le persone che ha accanto a stimolare ed esercitare la propria fantasia è il necessario palliativo, è la coccola a fine giornata che non avendo mai ricevuto Anna ha imparato a darsi da sola; era il conforto tra le mura ostili dell'orfanotrofio, un piccolo rifugio nelle case altrui che lei non ha mai potuto chiamare proprie. Per quello, a differenza di molte opinioni che mi è capitato di leggere o sentire, non ho trovato per nulla fastidiosi i voli pindarici della mente e della lingua di Anna - al contrario, è un aspetto che mi suscita infinita tenerezza e che mi rende questo personaggio più simpatico che mai. E poi, a noi lettori ed appassionati di storie, come può non piacere una bambina che proprio in esse ha trovato la propria salvezza? Nel fingersi la principessa Cordelia, o immaginare una vita ed una fine avventurosa dei propri genitori mai conosciuti. Anna è un portento, una forza della natura, e a me piace proprio così com'è. 

Ribadisco che non conosco il libro, ma la serie prodotta da Netflix ha messo in luce anche moltissimi elementi degni di nota, ognuno dei quali potrebbe divenire motivo di riflessione, di approfondimento, di discussione. Penso ad esempio alla condizione degli orfani, praticamente privi di ogni forma di protezione, utilizzati come manodopera a costo zero e senza alcun riguardo per la loro tenera età; oppure ad un tema senza tempo come le difficoltà che s'incontrano a scuola, anche una scuola piccola come quella frequentata da Anna e dalle sue compagne; si potrebbe parlare del pregiudizio - anche questo un tema purtroppo universale - come quello subito da Anna prima di riuscire a conquistare la fiducia ed il rispetto di tutti i vicini. Uno dei temi che ho trovato più interessante in assoluto è quello del femminismo: iniziano ad aprirsi degli spiragli sulla condizione della donna, che forse non era poi fatta soltanto per sfornare torte e bambini. L'argomento viene proposto sia per mezzo di un gruppo di donne all'avanguardia che, avendo delle figlie femmine, si riuniscono per confrontarsi e scambiarsi idee, opinioni e letture riguardo la formazione delle donne di domani, sia per mezzo della stessa Anna che non esita mai a dichiarare che non ha alcun senso distinguere tra mansioni da uomo e mansioni da donna, dal momento che lei sarebbe perfettamente in grado di far bene le une quanto le altre.

Insomma, Chiamatemi Anna è proprio una serie ben fatta, che mi sento di consigliarvi spassionatamente. Intanto che ci pensate io vi lascio qui sotto la sigla, perché persino quella è bellissima.










sabato 3 giugno 2017

Mi chiamo Jones, Bridget Jones


Ho un barattolo di Pringles in mano, quelle al gusto Sour cream & onion che sono le mie preferite. I capelli legati così come capita, tra l'altro di un colore ormai incomprensibile perché li tingo di rosso ma sono passati mesi dall'ultimo ritocco. Sono in camicia da notte, spalmata sul divano, a pensare che la mia vita è abbastanza un disastro. Sì, mi sento molto Bridget Jones in questo momento.

Sapete, dall'ultima volta che mi sono fatta leggere da queste parti ho letto davvero molto poco, però ho portato a termine libri meravigliosi, come Il circolo Pickwick di Charles Dickens, rivelatasi probabilmente la lettura più divertente che io abbia mai affrontato, e poi Uccelli di rovo di Colleen McCullough, il romanzo preferito di mia nonna paterna, che proprio lei ha voluto assolutamente prestarmi. Ed è stato una scoperta ad ogni pagina, un lungo viaggio nella selvaggia ed arida Australia, un viaggio appassionante come pochi che mi ha fatto scoprire un'autrice a dir poco straordinaria.
Mi dispiace sul serio non aver scritto nulla a proposito di cose belle come queste, però è successo ed è successo proprio perché la mia vita è abbastanza un disastro.

Se non mi preoccupassi affatto di ciò che potreste pensare di me scenderei più nei dettagli, raccontandovi ad esempio che pochi giorni fa ho compiuto ventisei anni e che in questo poco più di quarto di secolo non ho combinato assolutamente nulla di socialmente utile o accettabile. Quali che siano le motivazioni, i fatti sono che ho mollato gli studi dopo aver tentato più d'una carriera universitaria e non ho mai avuto uno straccio di lavoro né una qualunque occupazione che gli somigliasse vagamente. Nell'ultimo periodo avevo preso in considerazione la possibilità di riprendere gli studi, una cosa che da una parte vorrei senza dubbio e dall'altra - a causa dei precedenti insuccessi e dell'amara verità che cominciando ora vedrei la laurea verso i trent'anni suonati - mi spaventa a morte. Ma pazienza, perché ora sì che ne ho di tempo per pensare.

Già, perché a fine aprile sono riuscita a procurarmi due fratture scomposte alla gamba sinistra, tibia e piatto tibiale (un'oscura e complessa componente del ginocchio di cui ignoravo l'esistenza, e che avrei volentieri continuato ad ignorare). Tra mille disagi, dolori indescrivibili e ansie da star male, sono stata operata dopo circa quindici giorni di attesa - per un totale di venti giorni di ospedalizzazione - passati con la gamba tenuta ferma alla bell'e meglio e senza potermi muovere di mezzo millimetro; se vi dico che prima del mio arrivo in pronto soccorso non avevo mai fatto le analisi del sangue per quanto ne ho sempre avuto la fobia, potrete solo vagamente immaginare quanto io sia rimasta traumatizzata da tutta questa esperienza.

Prima ancora che smettessi di provare i dolori dovuti all'intervento, già stavo provando anche quelli dovuti alla fisioterapia, perché il mio sogno di starmene in pace una volta tornata a casa, finalmente a riposo, è stato fin da subito spazzato via: a quanto pare quando c'è di mezzo il ginocchio il recupero dev'essere più rapido possibile, altrimenti si va incontro ad altre problematiche ancora più complesse.
E quindi niente, da un mese le mie giornate sono scandite dagli esercizi che devo fare, dall'ansia che ho prima di farli, dalla stanchezza devastante dopo averli fatti.

Per lo meno, direte voi, con tutto questo tempo a disposizione avrai letto un sacco!
Proprio per niente, invece, perché come scrissi in un post tempo fa io leggo quando sto bene, ed in questo periodo sono stata giù di morale come poche altre volte prima, e non sono riuscita a leggere neanche una pagina. Fino a qualche giorno fa: non so se è sintomo che almeno di testa e di umore sto un po' meglio, o se è solo che dovevo necessariamente fare qualcosa di diverso; quale che sia la ragione - e non me ne importa un fico secco - ho iniziato Mansfield Park di Jane Austen ed in breve avevo bruciato le prime cento pagine.

Credo sia proprio per questo che non ho saputo trattenermi dal tornare qui. Se leggo, poi avrò tanto da dire al riguardo, e dove potrei farlo se non qui?

E, beh, questo era quanto.
Volete un po' di Pringles?

martedì 31 gennaio 2017

Williamland #4: Romeo e Giulietta

Incredibile, è già l'ultimo giorno del primo mese dell'anno: sembra ieri che si stilavano liste di obiettivi e buoni propositi, ed ecco che già ne ho lasciati scivolare via una buona parte... Ma non quelli riguardanti l'impegno per il blog! Infatti eccomi qui pronta a deliziarvi con un articolo per la rubrica dedicata a William Shakespeare, con la quale mi propongo di parlarvi di una sua opera alla fine di ogni mese. Sto procedendo nell'ordine cronologico di composizione o pubblicazione messo insieme, per quanto possibile, dagli studiosi ed alternando di volta in volta tra tragedie, commedie e drammi storici. Stavolta tocca ad una tragedia, probabilmente la più famosa in assoluto; la più riprodotta al cinema ed al teatro, la più citata e rielaborata in tutte le salse. Sto parlando di Romeo e Giulietta, che è anche l'opera shakespeariana cui sono personalmente più legata.

Il balcone di Giulietta

Romeo e Giulietta, il cui titolo originale è The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet, fu composta tra il 1594 ed il 1596, traendo spunti ed ispirazione da opere di epoca classica: Shakespeare guarda alla letteratura greca antica, in particolare ai Racconti efesii intorno ad Abracome e Anzia di Senofonte Efesio ed a Le Metamorfosi di Ovidio, già citate anche in opere precedenti (vedi Tito Andronico).
Nella vicenda di Abracome e Anzia, già marito e moglie, la coppia di innamorati è separata dalla sorte avversa e lei, trovandosi in una situazione complicata, beve una pozione che crede essere veleno, ma che produce invece solo un letargico stato di morte apparente, proprio come quello che utilizza Giulietta.
Da Le Metamorfosi invece, Shakespeare riprende il motivo di Piramo e Tisbe: Ovidio narra la leggenda di due giovani innamorati ostacolati dalle famiglie, che continuano a parlarsi attraverso una crepa nel muro che separava le loro case. Stanchi della situazione, Piramo e Tisbe programmano la loro fuga, dandosi appuntamento sotto un gelso; Tisbe arriva per prima e disgraziatamente viene attaccata da una feroce leonessa, dalla quale riesce però a mettersi in salvo, ma nell'impresa perde il suo velo, macchiato peraltro dal sangue della belva; quando sopraggiunge Piramo e vede il velo insanguinato della sua amata pensa subito al peggio e, disperato, si toglie la vita trafiggendosi con la spada. Quando Tisbe torna sul posto, trova Piramo in fin di vita. Dopo essersi guardati per un'ultima volta, anche lei si toglie la vita, restando accanto a lui sotto la pianta di gelso. Gli dèi, commossi, trasformarono i frutti di gelso - intriso del sangue dei due amanti - in un colore rosso vermiglio.

I Montecchi ed i Capuleti, poi, le due famiglie nemiche della tragedia, venivano già nominati dal nostro Dante Alighieri all'interno della sua Commedia nel Canto VI del Purgatorio: una famiglia Montecchi era davvero originaria di Verona, mentre i Capuleti - in realtà Cappelletti - venivano da Brescia, ma si trovavano a Verona all'epoca di Dante. Non si ha notizia di scontri tra queste due famiglie, benché si sappia che i Montecchi condussero una lunga e sanguinosa lotta con i guelfi. Dante non fa riferimento ai due sfortunati amanti, parla solo delle famiglie definendole "già tristi". Dopo di lui molti autori italiani dell'epoca ripresero la storia dei Montecchi e dei Capuleti, inserendo di volta in volta nuovi elementi, fino ad arrivare alla versione di Matteo Bandello del 1554, il quale introduce il tema dell'iniziale sofferenza di Romeo, inserisce la figura di Benvolio e rende definitiva l'ambientazione veronese dell'opera.

Il testo fu poi tradotto in francese nel 1559 ed in inglese sia in versi da William Painter nel 1567 che in prosa da Arthur Brooke nel 1562; a quest'ultimo è da attribuire l'invenzione della balia per come la leggiamo anche nel testo shakespeariano: spontanea, generosa e dall'umorismo popolare. Tuttavia sia la rielaborazione francese che quella inglese hanno un tono piatto e sin troppo moraleggiante: i personaggi non hanno quella vitalità e quell'animo che seppe dargli successivamente il drammaturgo inglese.

Come ben saprete attingere dalla tradizione classica non significa certo copiare, e la rielaborazione di Shakespeare presenta numerose innovazioni: innanzi tutto, nelle versione precedenti i due amanti venivano condannati per aver seguito i loro istinti piuttosto che curarsi della volontà delle loro famiglie, mentre Shakespeare li assurge ad archetipi dell'amore tragico ed al contempo riesce a dipingere la crisi sociale e culturale dell'epoca, in cui figure importanti come il Principe o la Chiesa non riescono più ad imporsi ed a stabilire l'ordine. Poi arricchisce tanto lo stile quanto la trama, dando molta più importanza alle figure minori, come Benvolio - cugino di Romeo - che diventa testimone della tragedia; sfrutta maggiormente la figura della balia per regalare al testo più momenti comici e leggeri; ed infine Mercuzio, la figura che rappresenta l'amore dionisiaco, colui che vede la donna solo sul piano superficialmente materiale e che fa da contraltare a Romeo, il quale ha ben altra concezione della sua Giulietta, molto più alta e più profonda, trascendente la finita materialità della carne. Mercuzio resta uno dei personaggi con maggior potenzialità drammatiche di tutto il teatro shakespeariano: i suoi monologhi, quando recitati bene, fanno inevitabilmente provare la pelle d'oca allo spettatore.

Non vi ho detto nulla della trama, perché a grandi linee la conoscono tutti, mentre ciò che forse ancora non sapete... be', vi lascio il piacere di scoprirlo leggendolo da voi. La storia è talmente famosa che fin troppo spesso mi è capitato di sentirla banalizzare oltre ogni mio livello di sopportazione, come quando si dice che in fondo è la storia di una cotta tra due quattordicenni, che nemmeno si conoscono e arrivano a suicidarsi! Chi ha la faccia tosta di dire cose del genere non penso abbia letto il testo, e se l'ha fatto posso dire - senza presunzione alcuna - che non ci ha capito un'acca. Innanzi tutto, i quattordici anni del Cinquecento sono i trenta di oggi. All'epoca, a quell'età era normale pensare già al matrimonio, dunque nulla di strano. In secondo luogo, non è la loro storia in quanto tale ad esser veramente importante. Sapete, Romeo e Giulietta è l'unica opera che ho riletto davvero tante volte fino ad ora e l'ho fatto perché sin dalla prima volta mi ha comunicato qualcosa di grande, che però non riuscivo completamente a definire, a spiegarmi. Sì, d'accordo, era emozionante oltre ogni dire. Mi piacevano tantissimo i personaggi, okay. Ma in fondo, perché mai Romeo e Giulietta era diventata la madre di tutte le storie d'amore? 
Ho dovuto leggerla ancora tante volte, e soprattutto ho dovuto vivere un po' di più per capirlo, ma alla fine ho capito.

Quella di Romeo e Giulietta in realtà è una storia sul tempo. Il vero problema di Romeo e di Giulietta era quello, il tempo. Se a Romeo fosse arrivato in tempo il messaggio che l'avrebbe informato riguardo la messinscena che Giulietta aveva progettato; se Giulietta si fosse svegliata in tempo. Ma non è andata così e così non doveva andare: perché il Bardo voleva raccontare esattamente questo, e cioè come noi umani non riusciamo ad essere mai in tempo. Non soltanto nell'andare o nel tornare, ma soprattutto nel capire. Nel capire le persone, nell'incontrare l'altro, nel comprendere o nell'ascoltare pensieri e sentimenti, nostri o di chi ci sta davanti. Nel fare o dire una determinata cosa. Quand'è particolarmente importante, l'uomo e la donna - specie se vogliono amarsi - sono sempre in anticipo o in ritardo. E se questo è il dramma della vita, è al tempo stesso il movimento della vita: se non ci fossero i contrattempi e gli imprevisti non ci sarebbe nulla da raccontare, e dunque non ci sarebbero storie. 
Quel che sembra anche suggerirci Shakespeare con la tragedia del suo Romeo e della sua Giulietta è anche che l'unico momento in cui riusciamo ad essere perfettamente in tempo - non un secondo indietro, non uno avanti - è quando amiamo, e al contempo siamo amati. Si tratta di attimi, come il momento dopo aver fatto l'amore e ti trovi nello stesso luogo e nello stesso istante con un'altra persona, per un perfetto secondo di eternità. Solo in quel momento non esiste dolore, né sofferenza, né rimpianto.

Ed è questo, secondo me, che ha fatto di Romeo e Giulietta la storia madre di tutte le storie d'amore, la sua parabola sulla totale imperfezione del tempismo umano, che finisce col rendere complicate anche le cose più semplici.
A questo tema universale, che da allora ad oggi non è cambiato di una virgola, si aggiunge una scrittura da definire senza esitazione assolutamente perfetta; dei personaggi vivi, intensi, le cui emozioni vibrano dentro il lettore - divenuto umile spettatore, cittadino di Verona - sconquassandogli il petto. 

A me è successo ogni singola volta che l'ho letto. E a voi?



mercoledì 25 gennaio 2017

I Pilastri, Iliade #12: Libro Dodicesimo

Ed è di nuovo mercoledì, il che da queste parti significa lettura dell'Iliade. Avrei tanto voluto inframmezzare con un articolo diverso, prima di ritrovarci di nuovo con I Pilastri, ma purtroppo i vari impegni mi hanno tenuta lontana da questa mia piccola isola felice; almeno però ci tenevo a rispettare l'appuntamento del mercoledì, perciò eccomi qui, e spero che quanto segue vi terrà incollati alle righe così come questo Libro Dodicesimo ha tenuto incollata me. Buona lettura!

La battaglia al muro

Essi, infatti, pietre dal muro ben costruito
scagliavano, difendendo se stessi e le tende
e le navi veloci. Come cadono i fiocchi di neve
che un vento gagliardo, scuotendo la nuvola,
fitti riversa sopra la terra nutrice di molti;
così si riversavano i dardi sia dalle mani dei Teucri,
sia degli Achei, secco suonavano gli elmi,
colpiti da pietre molari, e i concavi scudi.


Non so se è esatta ma l'immagine che mi sono fatta io degli spazi in cui i due eserciti, quello Troiano e quello Acheo, combattono all'incirca è questa: da una parte c'è la città di Troia, protetta dalle sue alte mura, dai piedi delle quali si dispiega il vasto spazio aperto, scenario delle più dure battaglie, che si estende fino a tuffarsi nel mare. Sulle rive sono ancorate le navi degli Achei, la sabbia è nascosta da tutte le loro tende, attorno alle quali Agamennone ed i suoi uomini avevano costruito un muro che desse loro un minimo di protezione dal nemico. Ed è su queste mura che, nel Libro Dodicesimo, il nemico si scaglia.

Ilio, la città di Troia

Lasciatevi dire che i versi del Libro Dodicesimo sono sublimi, così evocativi, emozionanti, appassionanti. Se ben ricordate dal libro precedente, si era nel mezzo di una battaglia che sarebbe durata tre giorni; i più grandi eroi Achei erano ormai fuori gioco, colpiti dalla furia dell'esercito Troiano ed in particolare dal loro signore, Ettore, il favorito di Zeus, cui il dio stesso aveva donato forza e vigore, e gli aveva promesso la vittoria e la gloria.
Il muro costruito dagli Achei era stato costruito soltanto con la forza delle loro braccia, senza la protezione di alcuna divinità, ed aveva perciò ben poche speranze di durare troppo a lungo. Per nove giorni, Zeus fa piovere incessantemente, mentre Apollo e Poseidone scagliarono la furia di tutti i fiumi che dai monti scendono verso il mare, affinché il muro iniziasse al più presto a cedere. Intanto, intorno al muro la battaglia imperversava e, mentre gli Achei restavano presso le loro navi atterriti dalla sferza di Zeus, Ettore esortava i compagni ed i cavalli a saltare senza indugio il fossato: i cavalli però si arrestavano sul ciglio, impauriti, ed anche i fanti dubitavano della possibile riuscita. Si avvicina allora Polidàmante, il quale fa notare ad Ettore che se anche fossero riusciti a saltare con successo il fossato, nel caso in cui gli Achei avessero subito contrattaccato loro rischiavano di restarci imbrigliati, e quella sarebbe stata la fine; suggerisce piuttosto di lasciare lì i cavalli con gli scudieri, mentre tutti loro, armati e protetti dalle corazze, sarebbero andati a buttar giù il muro. Ettore accoglie il consiglio, e così si decide di fare; uno solo tra i Troiani non ascolta le direttive, Asio, che si avvicina al muro con tanto di scudiero e cavallo. Omero si lancia qui in un'espressione insolita, esprime un suo giudizio, dando ad Asio dello stolto, per questa sua imprudenza; al tempo stesso ne predice il destino, che ovviamente sarà di morte. Simili anticipazioni possono stupire il lettore moderno, ma lo stile epico non si nutre di elementi quali sorpresa, imprevisto, colpo di scena: l'epica parla di fatti già accaduti, che si dà per scontato siano già noti al lettore o, ai tempi, all'ascoltatore. 
Le porte delle mura non erano chiuse, il passaggio veniva tenuto aperto nel caso in cui un compagno ferito o troppo stanco dovesse correre a riposarsi presso le navi. Asio vi guida dentro i suoi cavalli, ma seppure aperte le porte non erano certo incustodite:

Stolti! sulle porte trovarono due forti eroi,
figli superbi dei Lapiti guerrieri,
il figlio di Pirìtoo, Polipete gagliardo,
e Leonteo pari ad Ares flagello degli uomini.
Stavano questi due di qua e di là dalla porta,
come querce dall'alta cima sui monti,
che tutto il giorno al vento e alla pioggia resistono,
ferme sulle radici solide e vaste;
così quelli, fidando nella forza e nel braccio,
attesero il grande Asio avanzante e non fuggirono.

Inizia una battaglia feroce, con i due eroi alle porte che difendono strenuamente l'ingresso e gli altri soldati Achei che dall'alto, dall'interno delle mura, lanciano pietre a non finire. Asio, sconvolto dalla mancata resa dei nemici, invoca Zeus disperato ma il dio non bada alle sue parole, perché la sua mente è concentrata soltanto su Ettore, al quale era deciso a donare la gloria che gli aveva promesso.
Omero si esprime qui nuovamente in prima persona: "raccontare ogni cosa, come un dio, m'è difficile". Gli Achei erano sfiniti, ma non potevano smettere di combattere, e gli dèi che stavano dalla loro parte erano straziati nel vedere questo scenario pietoso. E all'improvviso accade questo:

Venne ad essi un uccello, mentre volevan passare,
un'aquila alto volo che si lasciava a sinistra l'esercito,
tra gli artigli portando un serpe sanguigno, enorme,
ancora vivo e guizzante; e non scordava la lotta,
anzi colpì l'uccello che lo teneva, nel petto, vicino al collo
piegandosi indietro; essa allora lo scagliò a terra lontano da sé.
Straziata dal dolore, lo scagliò tra la folla
e fuggì a volo tra i soffi del vento, strillando.
Rabbrividirono i Teucri che videro torcersi il serpe,
segno di Zeus egìoco, in mezzo a loro per terra (...)

Polidàmante si fa avanti di nuovo, dicendo ad Ettore che quanto hanno appena visto non può presagire nulla di favorevole; ma Ettore stavolta non ascolta il compagno, rispondendogli che non gli interessano gli uccelli che volano a destra o a sinistra né cosa si tengono in bocca: lui tiene bene a mente e nel cuore soltanto le parole che Zeus stesso gli aveva trasmesso, ed attende fiducioso che quel momento di gloria arrivi. Infatti, poco dopo, il signore degli dèi manda una folata di vento che istupidì la mente degli Achei avvantaggiando Ettore ed i suoi uomini. Poi, suscita particolare forza in Sarpedone, che si scaglia contro le mura come leone contro buoi corna lunate. Assieme al compagno Glauco, si dirigono minacciosi verso una delle torri Achee, quella sorvegliata da Menesteo, il quale, ansioso, si guarda attorno in cerca di compagni che vengano a proteggere lui e gli uomini suoi, ma erano tutti troppo lontani ed il rumore tanto forte (il rombo al cielo arrivava) che nessuno mai l'avrebbe sentito. Così manda l'araldo Toote a chiamare con urgenza il valoroso Aiace, il quale accorre subito assieme al fratello Teucro. Quando giungono alla torre di Menesteo, Sarpedone e Glauco - sovrani dei Lici - stavano già salendo sui parapetti e dunque Aiace e Teucro, senza indugio, si gettano in un feroce corpo a corpo mentre l'urlo saliva.

Molti eran feriti nel corpo dal bronzo spietato (...)
e da per tutto le torri e i ripari di sangue d'eroi
eran bagnati, dalle due parti, degli Achivi e dei Teucri.

Ed il tanto atteso momento di gloria promesso ad Ettore da Zeus infine arriva. Il figlio di Priamo balza per primo al di là del muro acheo e con quanto fiato ha in gola urla ai compagni di sfondare il muro e gettare il fuoco sulle navi achee. Poi afferra un sasso, un sasso che i due uomini più forti del mondo non sarebbero riusciti a sollevare, ma che Ettore roteava a suo agio perché per lui Zeus l'aveva reso leggero, e con questo: 


Venne a piazzarsi molto vicino e lì colpì in mezzo con forza,
divaricando le gambe, che non venisse debole il colpo;
e i due arpioni spezzò e piombò dentro la pietra
pesantemente, forte muggiron le porte, le sbarre
non tennero, saltarono via i battenti
sotto il colpo del masso; Ettore glorioso si buttò dentro,
simile nell'aspetto a rapida notte; luceva il bronzo
orrendo, che vestiva il suo corpo, e nelle mani
aveva due lance; nessuno l'avrebbe fermato tenendogli testa,
quando saltò di là dalla porta; ardevano gli occhi,
di fuoco, e verso la folla voltandosi, chiamava i Troiani
a superare il muro; essi all'invito obbedirono,
subito alcuni scalarono il muro; altri si riversarono
per le solide porte; i Danai fuggirono
verso le navi concave; e fu tumulto indomabile.

Per oggi non aggiungo nulla perché, non so voi, ma io ho i brividi.


mercoledì 18 gennaio 2017

I Pilastri, Iliade #11: Libro Undicesimo

Le gesta di Agamennone

E' passato un po' di tempo, dall'ultima volta che vi ho accompagnati nella lettura dell'Iliade, e ad essere onesta era passato del tempo anche dall'ultima volta che in prima persona mi ero dedicata alla lettura dei versi omerici. Una pausa che non ha avuto niente a che fare con la noia o con qualche difficoltà nel proseguire: affatto, tant'è che mentre in quest'ultimo periodo andavo a ripassare quanto avevo già letto, mi rendevo conto di ricordarmi tutto, a testimonianza di quanto le vicende degli achei e dei troiani mi fossero rimaste impresse. Col post di oggi, dunque, riprendo esattamente da dov'ero rimasta. Per seguirmi, vi invito a visitare la sezione del blog intitolata I Pilastri, dove troverete raccolti tutti i link ai post dedicati all'Iliade, che d'ora in poi usciranno ogni mercoledì. Spero che qualcuno ci si dedichi, anche perché il libro di cui vi racconto qualcosa oggi è davvero bello.

Fronti uguali aveva la mischia; essi al pari di lupi
correvano; la Lotta ricca di gemiti godeva a guardarli,
ché in mezzo ai combattenti c'era essa sola dei numi.
Gli altri dèi non eran fra essi: quieti
sedevano nei loro palazzi, dove a ciascuno
è costruita la bella dimora, tra le gole d'Olimpo.
Ma tutti facevano colpa al figlio di Crono nuvola buia
perché la gloria voleva dare ai Troiani.
Il padre però non si curava di loro: in disparte
sedeva, lontano dagli altri, luminoso di gloria,
guardando la città dei Troiani, le navi dei Danai,
il balenare del bronzo e gli uccisori e gli uccisi.


Ad aprire il libro undicesimo è l'Aurora, che sopraggiunge a svegliare mortali ed immortali; tra questi, c'è ovviamente anche Zeus, che prima ancora di godersi il suo caffè - o qualunque cosa preferissero gli dèi di prima mattina - ha la bella idea di scagliare la Lotta tra le navi degli Achei:

Qui ritta la dea gettò un grido forte, pauroso,
acuto; e ispirò gran furia agli Achei, a ciascuno
nel cuore, per lottare e combattere senza riposo:
e la guerre divenne per loro più dolce del ritornare 
sopra le concave navi alla terra paterna.

Ha inizio una giornata di battaglia che si concluderà soltanto nel Libro XVIII e colpisce per il gran numero di eventi ed episodi che, sovrapponendosi, fanno sembrare che questa giornata non finisca più. Nel marasma della lotta, per le prime pagine il lettore segue Agamennone, particolarmente in forma, che si dedica ad abbattere un nemico dopo l'altro. Osservando la sua furia, Zeus - che come sappiamo patteggia per i troiani - manda la sua messaggera Iri a riferire un ordine ad Ettore, il più grande tra gli eroi troiani:

Ettore figlio di Priamo, simile a Zeus per saggezza,
mi manda il padre Zeus per dirti queste cose:
fin che tu veda Agamennone pastore di genti
infuriare tra i primi, massacrar file d'uomini,
tienti sempre fuor della lotta, spingi gli altri
a lottar coi nemici nella mischia selvaggia.
Ma quando, colpito d'asta o ferito di freccia,
balzerà sui cavalli, allora a te darà forza
d'uccidere, fin che alle navi buoni scalmi tu giunga,
e il sole si tuffi, scenda la tenebra sacra.

Ettore ovviamente segue il consiglio, intanto che gli achei rafforzavano le loro file ed Agamennone continuava a combattere tra i primi; a questo punto Omero si rifà sentire in prima persona, facendo un'ennesima invocazione alle Muse, stavolta per chieder loro chi per primo e chi per ultimo affrontò il signore degli achei. Apprendiamo così del duello con Ifidamante, che cade sotto la lancia di Agamennone, così come suo fratello Còone, accorso per rivendicare almeno il corpo dell'amato fratello e che subisce invece la sua stessa sorte. Prima di cadere, però, Còone era riuscito a ferire Agamennone al braccio, sotto il gomito ed un dolore acuto - addirittura paragonato a quelli sofferti dalle donne durante il parto - gli invade il corpo e l'anima, al punto che egli è costretto a chiamare l'auriga e farsi riportare alle navi. Appena se ne accorge Ettore comprende che è arrivato il suo momento, ed eccitando ancor di più l'animo del proprio esercito, si butta nella lotta, come raffica impetuosa; iniziano a cadere numerose le teste degli achei, si sparge a macchia d'olio lo strazio, ed in molti battono in ritirata presso le navi. A restare saldi come sempre son soltanto i valorosi Diomede ed Odisseo, che di comune accordo restano a sfidare la furia di Ettore anche quando questi li ha puntati: Diomede getta la sua lancia mirando alla testa di Ettore, protetta dal casco di bronzo donatogli dal dio Apollo. La mira è giusta, ma la lancia non arriva a scalfire la pelle, protetta da quell'elmo resistente; in compenso, Ettore cade in ginocchio e - mentre Diomede è impegnato a recuperare la propria lancia - riprende fiato, balza sul carro e fugge, lasciando Diomede ad imprecargli contro, a giurargli che prima o poi l'avrebbe finito.
Nel frattempo anche un altro soldato aveva puntato Diomede: Alessandro, lo sposo di Elena, che nascosto dietro un cespuglio stava prendendo la mira e, scoccato il dardo, trafigge un piede di Diomede, il quale però lo deride:

Perché m'hai graffiato la pianta d'un piede ti vanti così.
Non me ne curo, come se donna o sciocco bimbo m'avesse colpito.
Debole è il dardo d'un uomo vigliacco, da nulla.
Ma se parte da me, anche se sfiora appena,
ben altrimenti l'asta è puntuta, fa subito un morto;
della sua donna già son graffiate le guance,
già son orfani i figli; egli, arrossando la terra col sangue,
imputridisce, più uccelli gli son vicini che donne.

Odisseo gli si avvicina, toglie la freccia conficcata nel piede di Diomede il quale, nonostante le parole di scherno, viene pervaso dal dolore ed è costretto a tornarsene alle navi; a questo punto Omero resta solo, col cuore sconvolto, diviso sul da farsi: ritirarsi o restare a combattere contro tutti? Orgoglioso e valoroso come si è sempre dimostrato, resta in mezzo al campo continuando a lottare. Il troiano Soco lo colpisce, ma la dea Atena impedisce all'asta di raggiungere le viscere del suo protetto; vedendo il sangue di Omero, i troiani lo accerchiano ed a quel punto l'eroe è costretto a gridare per chiamare i compagni: lo sentono Menelao ed Aiace, che subito accorrono in suo soccorso. Mentre Menelao si occupa di portar via Odisseo, Aiace inizia a massacrare uomini e cavalli e quando Ettore se ne accorge continua a combattere, ma evitando accuratamente lo scontro con Aiace. Zeus, allora, scaglia contro Aiace lo spavento: Aiace si ferma stupefatto, getta lo scudo, trema, si guarda attorno e voltandosi indietro fatica a mettere un piede dietro l'altro.
In tutto ciò, Achille era fermo sulla sua nave e da lì osservava chi andava e veniva dalla lotta feroce. Mostra finalmente un segno d'interesse quando vede Nestore portare un ferito alle tende, e chiede all'amico Patroclo di andare a verificare di chi si tratti. Patroclo obbedisce subito, ma più del ferito in questione di questo passaggio interessa il dialogo tra Patroclo e Nestore: l'anziano capo parla dell'egoismo di Achille, che mentre i più grandi dei loro eroi cadono o son feriti, sta lì fermo senza muovere un dito; rammenta a Patroclo le parole dei loro padri prima che loro partissero in guerra, gli parla delle lacrime amare che Achille avrebbe pianto nel momento in cui avrebbe visto bruciare tutto l'accampamento acheo coi suoi compagni dentro. Chiede a Patroclo di dire tutto questo ad Achille, di provare a smuovere così il suo animo. Loro due insieme, ancora freschi, riuscirebbero senza fatica a respingere degli uomini ormai stanchi, che combattono da ore. Patroclo, profondamente toccato dalle parole dell'anziano, corre fuori per tornare dall'amico, ma viene fermato da un altro compagno che torna ferito e che gli chiede di prestargli le cure che è in grado di fare, visto che persino uno dei loro medici è ferito, mentre l'altro è impegnato nella piana. Patroclo, nonostante la fretta, non può certo negare il suo aiuto e con il sangue che cessa ed una ferita che ristagna si conclude il libro undicesimo dell'Iliade.

Patroclo, Jacques Louis David, 1780
I fatti più interessanti di questo libro sono essenzialmente tre: innanzi tutto, i più grandi eroi achei sono messi fuori gioco. Son stai feriti Agamennone, Diomede e persino Odisseo, in mezzo a tanti altri. In secondo luogo c'è finalmente un segnale d'interesse da parte di Achille. Quella sua curiosità nei confronti di chi fosse il ferito riportato alle tende da Nestore è il primo barlume di avvicinamento da parte del semidio ai suoi compagni. Infine, il richiamo a Patroclo è già un preludio al suo destino. Tanta carne al fuoco, dunque.
Oltre a tutto questo, come di consueto la parola del poeta è di una forza a dir poco unica. Le comparazioni sono tantissime, che a dirla tutta vi avrei riportato ad una ad una. Per rendere l'idea di come si svolgessero le danze della battaglia, Omero prende a piene mani immagini dal mondo della natura, o per meglio dire della caccia: parla di mucche puntate da un leone, di un cervo ferito che fugge dagli sciacalli, di un cinghiale accerchiato da cani e da giovani ragazzi. L'effetto è immediato e davanti agli occhi ci si dipinge la scena: Omero solo in mezzo ai nemici, un soldato ferito che a fatica si trae in salvo. Le atmosfere sono ancora una volta fatte di polvere, di bronzo, di clangori. Per la prima volta però ho sentito anche l'affanno, la paura, un corpo che cade sulle proprie ginocchia. Un libro forte e molto evocativo, l'undicesimo, che si merita un segnalino colorato per tornarci qualche altra volta.