sabato 31 ottobre 2015

Tanto non importa.

Ero sotto la doccia, questo pomeriggio. Una tra le dieci docce più lunghe che io abbia mai fatto, perché invece di lavarmi ad un certo punto mi sono accucciata per terra, la testa appoggiata alle ginocchia e le ginocchia strette al petto. Dal cellulare poggiato sulla lavatrice arrivava la musica, canzoni popolari scelte distrattamente su Spotify coperte dal rumore più insistente dell'acqua calda che mi piombava addosso. Me ne stavo lì e pensavo che avrei voluto restarci per sempre – abbiamo tutti momenti del genere, no? Momenti in cui chiudiamo la vita fuori dalla porta e stupidamente desideriamo di non farla rientrare più. Momenti in cui vorremmo tanto che il tempo si fermasse per darci il tempo di rimetterci in pista. Ne ho avuti davvero tanti di momenti così, talmente tanti che il tempo non si è fermato ma io sì, e non passa giorno senza che io ci pensi. Che sia per gettare un occhio ai rimorsi e vedere se inizio a lasciarmeli dietro, che sia per dirmi che va bene così perché tutto accade per un motivo, per nutrire il mio pessimismo o ottimismo a seconda del piede con cui mi sono alzata quel mattino. Ho avuto una settimana davvero buona, una settimana in cui mi alzavo pensando che davvero mi piaceva la mia vita, una settimana in cui ogni giorno spuntavo tutte le voci della lista, una settimana in cui la giornata poteva finire con tanta stanchezza e altrettanta soddisfazione. Una settimana che si è persino conclusa con un'uscita con fidanzato e amici il venerdì sera, la spesa il sabato mattina e una passeggiata il sabato pomeriggio, le pulizie la domenica mattina, il pranzo da mamma e papà ed il relax il resto della giornata. Alla fine ero pronta per il lunedì. Nessuno vedrà nulla di straordinario in questo, dev'essere la routine di mezzo mondo di persone normali, ma non la mia, per me era una grande conquista, qualcosa di difficile e bello da raggiungere. A questa è seguita una settimana pessima, e diamo pure la colpa alle mestruazioni.

Seduta nella doccia, come ormai da tempo mi succede spesso, pensavo alla me che ero e che non sono più. Pensavo alle tinte per capelli, alla voglia esplosiva di emergere e distinguersi. Pensavo a come e quanto scrivevo, all'importanza fondamentale che aveva la musica. Alle prime file ai concerti, ai sogni che parlavano tutti di viaggiare, sostanzialmente alla fame di vita. Certo, c'era anche tanto male che scorreva lungo tutto il corpo, compresso per non uscire fuori come quei prodotti sottovuoto. Però, a dirla tutta, a volte mi manca persino quello. Quello che da qualche anno mi sta succedendo, mi chiedo io, si chiama poi crescere o semplicemente spegnersi?

Seduta sotto la doccia, sentivo nella testa i discorsi che potrei ritrovarmi a fare ai miei figli (se mi capitasse di averne, un giorno). Figli che mi vedrebbero come una persona seria, una donna-mamma-lavoratrice col tailleur e che dice di non saltare sul divano.
«Sai, non sono stata sempre così» accarezzando i capelli di una ragazzina in lacrime.
«Davvero?» fa questa stupita, come fosse la notizia più sorprendente che abbia mai sentito.
«Già. Un tempo ero esattamente come te.»
Detto col sorriso, un sorriso pieno di amore e nostalgia, ma il cuore sarà stagnola accartocciata.

Tutti non fanno che dirmi quanto sono giovane ed io che non ho mai saputo vivere la mia età adesso mi sento meno giovane che mai, tanto da invidiare a morte i liceali che hanno ancora carta bianca davanti.
Non so esattamente dove ho sbagliato, ma tanto non importa.


yaxelle

1 commento: