venerdì 6 novembre 2015

Di caffè, diari, strade e boschi fatati

Sono solo le dieci del mattino e sono già al secondo caffè. Che comunque non è sufficiente per rimediare alla notte passata quasi in bianco. Difficoltà ad addormentarmi, e poi una specie di sogno che mi ha lasciato inquieta e stranita. Risento sempre molto della mancanza di sonno, sotto ogni aspetto, compreso l'umore: divento triste e malinconica, oppure tesa e nervosa.

Ci sono davvero un sacco di argomenti di cui ho in mente di scrivere, tempo ed ispirazione permettendo. La cosa stupisce persino me, perché è quasi come uscire da un letargo. Un letargo durante il quale – come sempre – di cose da dire non ho mai smesso di averne, ma la motivazione per esprimerle? Non arrivavo neanche a farne una questione di autostima, a pensare che non potevano interessare nessuno o che non erano importanti; semplicemente, non c'era una strada che collegasse il mio mondo interno con quello esterno. Lavori in corso, chiuso per un sacco di tempo. Sembra che adesso, anche se non è tutto perfetto, si possa quanto meno passare.


Per me non è mai stato facile relazionarmi con gli altri. Non sono mai stata un'emarginata a scuola, anzi, forse ero quella che a lungo si è più mescolata con tutti i diversi gruppi e generi di persone: la mia curiosità per i tipi umani mi spingeva ad osservare, conoscere, indagare. Il problema è che mi comportavo anche come un camaleonte, mi adeguavo ai contesti e lottavo strenuamente per cercare di sentirmi accettata, di sentirmi parte di qualcosa, di sentirmici senza provare al contempo un insopprimibile disagio. Al tempo stesso, mettevo alla prova la mia personalità cercando di capire chi fossi davvero o chi volessi diventare. Cercavo di distinguermi e di emergere, di essere pensata dagli altri per qualcosa di unico e per me valido. Inutile dire quanto tutto ciò sia stato a lungo andare faticoso e stremante: era troppo, troppo in fretta e troppo presto. Però, in questa realtà in cui trovavo così difficile muovermi, come tutti ho trovato le mie vie di fuga e di sfogo: quelle sane, come lo sport, e quelle profondamente sbagliate, di cui non è il caso di parlare adesso. E oltre a queste, ce n'è stata una più intima ed importante: la scrittura. Ho sempre scritto, da che ho imparato a farlo. C'è un vecchio diario, che mi regalò mia nonna materna e per cui andavo matta (aveva una custodia con su disegnati boschi e fate, ed aveva persino il lucchetto!) che racchiude tutti e cinque gli anni di elementari. E quanto c'è scritto non è nemmeno così ridicolo come si potrebbe pensare, da ciò che ricordo dall'ultima volta che l'ho sfogliato. Man mano che crescevo però scrivere per me sola non bastava più, soprattutto a causa dei suddetti problemi che trovavo nel comunicare con gli altri: mi sentivo un leone in gabbia, impigliata nelle maglie di una rete da cui non riuscivo a districarmi. Sentivo di aver tanto da dire e nessuno che fosse interessato ad ascoltare. Perciò, quando scoprii il mondo dei blog, fu come trovare la via d'uscita, una boccata d'aria dopo l'apnea. Potevo scrivere tutto ciò che volevo, senza preoccuparmi che chi conoscevo nella realtà potesse scoprire cose di me che preferivo non mostrare nella quotidianità. Potevo condividere di volta in volta ciò che tenermi dentro mi avrebbe oppressa e potevo farlo sperando in un riscontro umano (anche se filtrato dal virtuale) che mi facesse sentire meno sola e meno incompresa. In questo senso, i blog che ho portato avanti in alcuni periodi della mia crescita son stati davvero una piccola salvezza. Due, sono stati i blog che ho curato con costanza e con sincerità, e dove infatti ho raggiunto il mio piccolo seguito di lettori. Davvero pochi in confronto ai "blog di successo" ma non ho mai fatto caso ai numeri: preferisco cinque lettori con cui interagire costantemente piuttosto che cento lettori fantasma. Comunque sia, in entrambi i casi ho abbandonato quanto creato perché sentivo che era ora di andare avanti: proprio perché condiviso quanto realmente vivevo e sentivo, non riuscivo a continuare su quella stessa linea sentendo di essere in un momento di crescita, di cambiamento. Dopo di allora ho tentato varie volte di ripetere l'esperienza, senza alcun successo, e so anche il perché: dopo una manciata di post su un nuovo indirizzo, con il layout curato e tutto il resto, mi rendevo conto di quanto ci fosse dentro poco di me. Quanto mancasse di autenticità. E questo accadeva perché sulla strada tra il mio mondo dentro ed il mondo fuori c'erano lavori in corso.

L'attitudine con cui non molte sere fa ho deciso di farlo ancora, di scegliere l'ennesimo indirizzo e l'ennesimo titolo dettati dal mood del momento – e di farlo con nonchalance, senza ragionarci troppo – e soprattutto l'attitudine con cui mi capita di pensare alle cose di cui vorrei scrivere, mi fanno capire che stavolta è diverso. Che forse ho di nuovo voglia, per la prima volta dopo molto tempo, di provare a comunicare. Di fare di nuovo qualcosa che sia solo per me e per chi ha voglia di esserci, senza cercare necessariamente di raggiungere qualcosa o impressionare qualcuno.

Io. Una pagina. Delle parole.
Quasi come il diario con i boschi e le fate.

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