domenica 1 novembre 2015

Parcheggi, muretti, palloni, sorrisi

Ci sono dei ragazzini che tutti i fine settimana giocano a pallone nel parcheggio del nostro condominio. Al mio ragazzo danno fastidio, spesso lo urtano il casino che fanno e il fatto che quel pallone spesso vada a finire sul nostro balcone. Io invece ogni fine settimana mi ritrovo a pensare all'importanza di quegli schiamazzi e di quei tonfi della palla che colpisce i muri attorno.
Tra poco passare il sabato sera a tirare calci al solito vecchio pallone sarà troppo stupido. I ragazzi che oggi ci corrono dietro si accorgeranno presto di preferire di gran lunga un paio di birre, mentre per strada sciamano gruppetti di coetanee scosciate, tutte con la loro inconfondibile ape regina. Ma per adesso, per ora, sono ancora qui, e senza saperlo si stanno costruendo i ricordi di una vita.
In futuro, nel corso della loro vita adulta, questi ragazzi dimenticheranno di prendere il latte al supermercato, dimenticheranno gran parte delle cose studiate a scuola, dimenticheranno persino qualche anniversario e compleanno. Ma tra due decenni ricorderanno sicuramente – e benissimo – di quando sabato sera significava cena e pallone da Niccolò.
Questo perché sono agli inizi dell'adolescenza, e l'adolescenza è quella fase così noiosa e banale e difficile che poi però ti resta attaccata per sempre, anche se pensi di esser cambiato o di essere andato avanti.
Per questo a me non danno fastidio, e per questo anzi mi piacciono: per quel che rappresentano e per quel che mi ricordano.

Mi ricordano i miei sabato sera con qualche amica o amico, a cavalcioni sui muretti, che facesse caldo o freddo e qualunque cielo ci fosse sopra. Mi ricordano di quanto prima di compierli i diciotto anni sembrino lontani, e di come si sia convinti che sarà solo al loro raggiungimento che inizierà davvero la vita. Superfluo sottolineare quanto questa sia solo una delle tante illusioni infantili.

Man mano che mi allontano da quella fase, cerco invece di ricordare bene come l'ho vissuta. Perché è difficile andare da qualche parte senza aver ben chiaro da dove vieni, perché una delle più diffuse illusioni della vita adulta è ricominciare, ricostruire da zero, pagina bianca nuovo inizio. Io credo solo – e nel mio piccolo so per esperienza – nell'andare avanti. Si può imparare a fare del proprio meglio con quel che si ha, ma non cambiare quel che si ha. Ci ho provato a lungo, praticamente per quasi tutta la mia vita: lottarmi contro perché volevo essere qualcosa di drasticamente diverso da quel che sono. Accettare, accettarsi è davvero, davvero difficile. Almeno per me e per molti altri come me. Nell'ultimo anno però sono riuscita almeno ad imparare che non è impossibile. E sebbene io veda ancora lontano il giorno in cui guardandomi allo specchio sarò soddisfatta di ciò che vedo, contemplo almeno l'eventualità che questo accada. Cosa che fino ad un po' di tempo fa invece non riuscivo proprio a concepire.

Il pallone nel parcheggio il sabato sera, dunque, mi ricorda i muretti, i giri a vuoto in un paese piccolo e noioso, i discorsi sul futuro, la capacità di sognare, il pensarsi un giorno grandi non solo per l'età. Mi ricorda la persona che ero, e di conseguenza quella che potrei diventare.

Tonf, di sotto.
Sorrido, in bagno, prima di passare il rossetto.

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