lunedì 7 dicembre 2015

Libero chi legge #3: Emma

Jane Austen (1775 – 1817)
Jane Austen è l'autrice che forse più frequentemente tende a venir “semplificata” dal pubblico dei lettori, come se davvero la sua intera opera si risolvesse nella rappresentazione delle piccole realtà provinciali, eroine dai caratteri vivaci e frizzanti, matrimoni e progettazione degli stessi, chiacchiere sugli usci di casa.
Naturalmente nella scrittura austeniana c'è tutto questo, ma non solo questo.
Le donne che la scrittrice mette al timone dei propri romanzi son sempre protagoniste di una crescita importante, di un percorso volto alla conoscenza di sé e all'acquisizione di una profonda auto-consapevolezza. Le donne austeniane partono con un bagaglio di esperienze acquisito nel loro contesto familiare e/o sociale, all'interno del quale si muovono con sicurezza e disinvoltura, essendone spesso i membri più brillanti. Poi – inevitabilmente – arriva l'elemento di novità, il particolare non previsto ed in quel momento le Elizabeth Bennet – tanto per citare una delle protagoniste più conosciute e amate – vengono messe alla prova. Costrette in qualche modo a mettersi in discussione, le eroine di Jane Austen riflettono, sbagliano, cadono, soffrono e – infine – meravigliosamente crescono.

In questo Emma è il personaggio più esemplare.
Scritto nel 1814 e pubblicato l'anno dopo in tre volumi, fu il penultimo romanzo della Austen e l'ultimo che lei vide pubblicato, prima di spegnersi a soli quarantadue anni. Unanimemente giudicato dalla critica il più riuscito tra i suoi lavori, è senz'altro il più complesso e più ambiguo che ho letto sinora.
Emma è una ragazza di ventun anni, presentata nelle prime righe come una a cui non manca niente: bella, ricca e intelligente. Persa la figura materna quand'era ancora bambina, Emma è cresciuta assieme ad un padre ansioso ed ipocondriaco, il signor Woodhouse, ma soprattutto con la signorina Taylor, la sua istitutrice che più che altro è sempre stata una “preziosissima amica”. Il romanzo si apre su uno scenario un po' desolante per la protagonista: la sorella Isabella è già da tempo lontana dal focolare della casa di Hartfield che le ha viste crescere, avendo sposato John Knightley ed essendo diventata madre di una piccola squadra di bambini; l'amata signorina Taylor è a sua volta appena convolata a nozze con l'affabile signor Weston, e pur essendosi trasferita a Randalls, tanto vicina da consentire visite quotidiane, rappresenta per Emma – rimasta sola a consolare l'anziano padre che mal sopporta qualunque cambiamento – una dolorosa perdita nella propria vita domestica. Non che la loro grande casa resti sempre vuota, anzi: le sue porte si aprono spesso a vari membri della cittadina di Highbury, ma ad Emma manca comunque un suo pari, qualcuno con cui confrontarsi onestamente e sinceramente allo stesso livello. A questa grave mancanza, Emma supplisce giocando spesso con la propria fantasia, vivendo più spesso la vita degli altri che la propria. Nel momento in cui nel suo salotto di Hartfield arriva la giovane ed ingenua Harriet, una ragazza che ignora le proprie origini e certo non ha grandi prospettive per il futuro, Emma proietta su di lei tutte le proprie ambizioni. Riconoscendo alla nuova amica una bellezza ed un'eleganza che non potevano andar sprecate, si tuffa a capofitto nell'impresa di elevarla ad un rango sociale superiore. Harriet è senz'altro inferiore ad Emma per capacità e sveltezza di pensiero, ed essendo lusingata da tante attenzioni che mai si sarebbe aspettata da un ragazza importante come la signorina Woodhouse, si lascia guidare ciecamente da lei, piegandosi completamente a qualunque sua manovra o decisione. Emma s'impegna a combinare matrimoni tra persone che lei reputa assolutamente ben assortite, e credendosi un'esperta nel leggere i sentimenti degli esseri umani s'inganna in realtà più di una volta e commette ben più di un errore. A redarguirla, correggerla e consigliarla c'è sempre il signor Knightley, fratello del John che ha sposato la sorella, da sempre intimo amico dei Woodhouse e abituale ospite di Hartfield. 

Nel percorso di Emma gli elementi di novità sono anche più di uno: l'arrivo in paese di Frank Churchill, figlio del signor Weston, e tutte le conseguenze relative a tale conoscenza; le dinamiche del rapporto con la signorina Jane Fairfax, unica che in quanto ad educazione, sensibilità ed intelligenza avrebbe potuto ricoprire il ruolo di amica per Emma, ma che quest'ultima rifiuta stupidamente perché troppo abituata ad essere la prima in tutto per potersi confrontare davvero con una sua pari. Nel momento in cui alla fine, pentita, Emma è pronta ad accogliere sinceramente Jane nei suoi affetti, lei è in procinto di lasciare Highbury.

Ciò su cui in effetti secondo me ruota tutto il romanzo è la solitudine di Emma, che fin dall'inizio mi è apparsa una principessa rinchiusa nel suo castello. Bella, ricca e intelligente, sì, ma non felice. Ed è probabilmente proprio la sua intelligenza ad essere causa di tanta solitudine, poiché nella stretta cerchia di Highbury è difficile farne buon uso. Del resto, ad una donna nel Settecento non si richiedeva molto più che essere bella, elegante e dotata di buone maniere. Le persone con cui Emma poteva riempire i vuoti affettivi le vengono portate via una alla volta: la madre – da cui sappiamo che ha ereditato la vivacità di pensiero – nell'infanzia, poi la sorella (che sebbene somigli più al padre, era pur sempre una gradita compagnia), la signorina Taylor ed infine Jane Fairfax.
«Mi preparo a creare un'eroina che non sarà molto gradita a nessuno se non a me»
è la celeberrima frase che Jane Austen scrisse alla sorella mentre iniziava la stesura di Emma. E' vero, si tratta di una ragazza terribilmente snob e compiaciuta di se stessa, spesso autoreferenziale e tanto convinta della propria lungimiranza da essere a volte cieca anche davanti all'ovvio. Ma questo all'inizio: leggendo a fondo e andando oltre le apparenze, si può intuire il mondo che questa protagonista porta dentro, quel desiderio di evasione che deve necessariamente provare e che la porta a fantasticare sulle vite degli altri non vedendo grandi felicità per sé; il padre infatti, il caro vecchio signor Woodhouse, nelle sue ansie e nelle sue malattie immaginarie altro non è se non terribilmente egoista: indirettamente, volendolo o meno, ha ancorato la figlia alla propria vecchiaia, rendendole sotto ogni punto di vista impossibile lasciarla libera di vivere la propria giovinezza. Tant'è che anche quando le viene gettata una manciata di brio lei la coglie per un attimo, poi subito torna a pensare che non è possibile, non con il povero vecchio signor Woodhouse. 
Il lieto fine in realtà arriva anche per lei, ma è davvero un lieto fine? Impossibile analizzare questo punto senza svelare la conclusione, mi limiterò a dire che secondo me lo è soltanto in apparenza e che la crescita di Emma, dunque, si dimostra circolare: compie un percorso che la porta, anche se maturata e migliorata, esattamente al punto di partenza, chiusa nel suo castello.

Attorno a questi protagonisti ruotano come di consueto personaggi secondari indimenticabili, come la logorroica signorina Bates o l'antipatica e banale signora Elton, che ricordano tanto i tipi dickensiani. Emma si è dimostrato un vero capolavoro, un gioiello della letteratura, una commedia degli errori di cui lo stesso Shakespeare avrebbe potuto compiacersi. I misunderstandings di cui Emma e tutti gli altri si scoprono vittime sono tutti dovuti alle apparenze, di ciò che appare diverso da quel che realmente è. 
Un romanzo più maturo rispetto agli altri, in cui si comprende come nel tempo fosse maturata l'autrice anche nella consapevolezza del proprio mestiere. Un percorso continuato con Persuasione, che a questo punto non vedo l'ora di leggere, e bruscamente interrotto mentre scriveva Sanditon.

Se un lettore dovrebbe sempre cercare di entrare a fondo in quel che sta leggendo per poterne davvero fare tesoro, in modo particolare dovrebbe farlo con Jane Austen, che nella sua tanto citata ironia ha saputo comunque infondere infinita sensibilità e comprensione dell'animo umano – e non solo quello femminile. Il mio preferito, ad ora, resta ancora Ragione e sentimento, ma Emma è un personaggio che difficilmente riuscirò a dimenticare, che da un certo momento in poi ho iniziato a sentire con vibrante intensità e per la quale non ho potuto non provare empatia e malinconia. 

Gwynet Paltrow interpreta Emma
nell'omonimo film del 1996

2 commenti:

  1. Emma manca tra le mie letture, ed è una grave grave grave carenza! In molti hanno affermato che si tratta del romanzo più complesso della Austen, e la cosa mi incuriosisce non poco. Dopo l'errore commesso con Northanger Abbey però al libro non penso farò seguire la visione della trasposizione cinematografica :D

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    1. Neanch'io credo che guarderò il film… per quanto mi piaccia la scelta di Gwynet Paltrow per interpretare Emma, già solo dal trailer ho visto diverse cose che mi hanno fatta storcere il naso, quindi: no, grazie. Preferisco conservare il ricordo di questa narrazione meravigliosa senza intaccarla u.u

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