martedì 29 dicembre 2015

Libero chi legge #4: Povera gente

«Improvvisamente si mise a scrivere un romanzo. Stava a tavolino interi giorni e parte della notte. Non diceva una parola di quello che scriveva; alle mie domande rispondeva di malavoglia e laconicamente; conoscendo il suo riserbo smisi di fargli domande».

Questo ricordo è di D.V. Grigorovič, coinquilino di Dostoevskij nel 1844, l'anno in cui un Fëdor ancora pressoché sconosciuto al mondo delle Lettere e brillante studente dell'Istituto Superiore d'Ingegneria si mette per l'appunto a tavolino per scrivere il suo primo romanzo: Povera gente. Lo scrive praticamente di getto ma poi lo copia, lo ricopia, lo corregge, lo rivede; sembra non riuscire ad esserne soddisfatto, fin quando non decide di promettere a se stesso di non toccarlo più. Quando il romanzo viene pubblicato, nel 1846, Dostoevskij ha venticinque anni e si ritrova catapultato al centro di furiose polemiche tra i critici pietroburghesi. Checché se ne dicesse, però, la pubblicazione di Povera gente costituì l'evento dell'anno e, soprattutto, segnò l'inizio della grande carriera letteraria dell'autore russo.

Dostoevskij è uno di quegli autori per i quali mi sono imposta di leggere tutto in ordine cronologico. Il mio primo approccio con questo autore è stato quasi casualmente con Le notti bianche, racconto letto a diciannove o vent'anni, l'età giusta per sentirsi in linea col Sognatore, cosa che forse più tardi riesce più difficile. Comunque, grazie a quest'evento mi ero impuntata anche sull'idea di leggere tutto Dostoevskij prima dei trent'anni. Quindi mi restano poco più di cinque anni (manca così poco ai trenta? magone) per restare fedele ai miei propositi squilibrati.

Dunque, Povera gente. Innanzi tutto si tratta di un romanzo epistolare, un regolare ma non fittissimo scambio di lettere tra Makar Djevuskin e Varvara Dobrosjelova, uniti da un qualche legame di parentela e che prendono a scriversi nel periodo in cui si trovano ad abitare l'uno di fronte all'altra.
Il titolo del romanzo non è certo casuale, perché nessuno dei due può dire di aver conosciuto una vita agiata. Varvara racconta la sua triste storia inviando a Makar un diario nel quale ha annotato le fasi salienti – e più dolorose – della sua vita: dopo un'infanzia relativamente felice trascorsa in campagna, fu costretta a seguire la famiglia in città dove non riuscì mai realmente ad adattarsi; fu mandata in collegio per ricevere un'istruzione quanto meno decente, e qui l'atmosfera era quanto mai fredda e ostile. Il padre aveva problemi nei suoi affari, i soldi scarseggiavano sempre più fin quando il padre arrivò a morire per la fatica e gli affanni lasciando Varvara e sua madre senza un soldo e senza una casa. Fortunatamente vengono accolte da una parente, la quale però fa pesar loro in ogni occasione la propria generosità; madre e figlia s'impegnano a mettere insieme qualche quattrino coi lavori di cucito, ma la madre – già debole e spossata da tempo – peggiora di giorno in giorno, fino ad arrivare, anche lei, ad un tragico epilogo. Quanto a Makar, del suo passato non sappiamo nulla, sappiamo solo che mentre Varvara è ancora una donna giovane lui ormai ha i capelli bianchi. Sappiamo che è infinitamente affezionato alla ragazza, al punto da sacrificarsi più di quanto gli sia possibile per mandarle soldi e regali di ogni sorta. Makar non possiede praticamente nulla, ha una camera in affitto in un luogo dove è difficile persino conoscere pace e silenzio, i cui corridoi sono popolati da una varietà di personaggi accomunati da un'unica cosa: la povertà. Uno di questi è Ratazjajev, un bellimbusto ignorante e borioso che ospita nella sua camera un salotto letterario, al quale Makar prende parte credendo nella sua ingenuità che Ratazjajev sia un brillante letterato. L'aspetto più interessante di tutto il romanzo, in effetti, credo sia questo particolarissimo percorso compiuto da Makar: egli, un semplice impiegato che non ha mai avuto la possibilità di leggere o studiare molto, nutre segretamente l'ambizione di diventare scrittore. Grazie alla conversazione con Varvara, che invece tali possibilità le ha conosciute, ha finalmente occasione di conoscere la vera letteratura, leggendo i testi di Puškin e di Gogol. Quella di Makar è una vera e propria educazione alla lettura, che si riflette pienamente nel suo modo di scrivere: se le sue lettere iniziali sono prolisse e ridondanti, man mano si fanno invece sempre più interessanti, colme di descrizioni suggestive, caratterizzate da un uso della parola possibile solo a chi ne ha anzi tutto compreso pienamente il significato. Makar e Varvara sostanzialmente si raccontano la loro quotidianità: quel che vedono, i malanni e le difficoltà, si preoccupano l'uno per l'altra. Entrambi sperano ovviamente di vedere un giorno le loro sorti sconvolte, scampando finalmente a quel giogo di miseria che da sempre li opprime. La svolta arriverà solo per Varvara, la quale forse perderà altrove quel che guadagnerà in denaro, mentre Makar verrà privato anche di quell'unica consolazione che era la sua piccola «diletta», il suo «passerottino».

Se andrete a cercare le opinioni dei lettori su questo libro, troverete una sorprendente quantità di recensioni negative: i lettori dicono che è noioso, scialbo, inutile, che tutti quei nomignoli usati dai protagonisti sono insopportabili e che alla fin fine non c'è un granché da leggere, in queste pagine. Non ho dubbi che questo è quanto potrebbe suscitare la lettura di Povera gente, l'esordio di Dostoevskij, in chi ha già conosciuto Dostoevskij “il grande”, quello dei romanzi più tardi e corposi sia di mole che di contenuto. Ebbene, io quel Dostoevskij lì non l'ho ancora conosciuto e queste pagine non mi hanno affatto annoiata: ho trovato qui una magnifica e tragica descrizione dei ceti più bassi della società in cui egli viveva, un fervido racconto della miseria più nera, quella in cui i bambini muoiono perché i genitori non hanno nulla da dargli da mangiare. Ho trovato un sapiente e raffinato racconto di un uomo che non sapeva distinguere un buon libro da un libro pessimo e che, leggendo, impara a farlo. In quanto allo stile delle lettere, è lo stesso Dostoevskij a chiarire che per questo romanzo non poteva usare il proprio stile, se a scrivere è un uomo come Makar: la voce doveva essere la sua, doveva essere credibile e doveva testimoniare questa sua ricerca di uno stile. Il tutto, a mio parere, è perfettamente riuscito.

«(...) In primo luogo, ho avuto il mal di testa tutto il giorno, e sono uscito a passeggio lungo la Fontanka per prendere un po' d'aria; la sera era molto scura, umida: alle cinque cominciava già a far buio; ecco, ora è così! Non pioveva, però c'era una nebbia non migliore di una buona pioggia; le nuvole, in lunghe e ampie fasce, vagavano per il cielo; la gente camminava in folla per il lungofiume e, a farlo apposta, aveva visi paurosi che davano tristezza, contadini ubriachi, donne finlandesi dai nasi camusi, con gli stivali e la testa nuda, artigiani, carrettieri, funzionari per qualche necessità; ragazzacci, un apprendista fabbro con la vestaglia a strisce, magro, deperito, col viso intriso di grasso affumicato, una serratura in mano; un soldato in congedo, alto due metri circa, che aspettava un mercante per vendergli un temperino e un anellino di bronzo: ecco qual era il pubblico; a un'ora simile, evidentemente, non ce ne può essere uno differente. E' un canale navigabile, la Fontanka; vi si vede una tal quantità d'imbarcazioni, che non si capisce dove possano trovar posto tutte; e sui ponti vi sono donne con panpepati fradici e con mele guaste, tutte sono molto sporche, bagnate. Che noia passeggiare per la Fontanka: pietre umide sotto i piedi, ai lati case alte, nere, affumicate; sotto i piedi nebbia, sopra la testa pure nebbia. Era tanto triste, tanto buia la sera, oggi!
Quando ho svoltato nella Gorohovaka era già buio ovunque e cominciavano ad accendere il gas; da un pezzo non vi ero andato, non vi riuscivo più. Che via rumorosa, che botteghe ricche, che ricchi magazzini: qui tutto brilla, splende: le stoffe, i fiori dietro le vetrine, i cappellini di tutte le fogge, con nastri. Si crede che tutte le cose vi siano disposte per bellezza, ma non è così: il fatto è che vi sono persone che comprano tutte queste cose e fanno regali alle loro donne. Che via ricca! Nella Gorohovaja abitano molti panettieri tedeschi, e anch'essi devono essere gente molto agiata. Quante carrozze passano ogni momento; e il selciato vi resiste: equipaggi molto lussuosi, vetri come specchi, broccati e sete all'interno, servitori di palazzo con spalline e spadino. Ho gettato un'occhiata in ogni carrozza, vi siedono sempre signore molto eleganti, forse anche principesse e contesse; del resto era l'ora in cui si affrettavano ai ricevimenti e ai balli. Dev'essere interessante vedere da vicino una principessa e, in generale, una gran dama: dev'essere molto bello; non ne ho mai viste, se non così, – come adesso – gettando uno sguardo nelle carrozze. Allora mi sono ricordato di voi. Ah, passerottino mio, cara, quando mi ricordo di voi, il cuore mi langue di pena. (...)»

1 commento:

  1. Questo ancora mi manca del buon vecchio caro Dosto, ma voglio recuperare presto ^^

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