sabato 28 novembre 2015

Sabato al museo #1: Il mangiafagioli di Annibale Carracci

Buon sabato mattina a tutti!
Tra un caffè e l'altro, sono pronta ad inaugurare ancora un'altra rubrica (eh sì, stranamente in questo periodo sono un vulcano d'idee e voglia di scrivere e raccontare cose che speriamo non si esaurisca!). Sabato al museo immagino sia un titolo abbastanza esaustivo: mi propongo, ogni sabato, di portarvi alla scoperta di una particolare opera artistica, principalmente pittorica dato che scultura e architettura non mi hanno mai particolarmente interessata. Premetto che non sono un'esperta d'arte e la maggior parte delle volte conoscerò l'opera proprio parlandone qui. Non c'è nessun male ad allargare i propri orizzonti, no?

Bene, per questo primo appuntamento vi porto alla fine del Cinquecento nella cosiddetta Accademia di Bologna. Intorno al 1585 ad opera di Ludovico Carracci e dei suoi cugini Agostino e Annibale viene fondata l'«Accademia del Naturale» e «del Disegno». Quella dei Carracci non fu certo l'unica accademia culturale del periodo, che anzi a partire dalla seconda metà del Quattrocento fiorirono un po' ovunque, ma si distingue da tutte le altre perché rappresenta il punto di origine di una nuova corrente artistica. Purtroppo non conosciamo il vero programma dell'accademia carraccesca, tuttavia sappiamo che si distingueva dalle comuni botteghe: in quest'ultime si imparava semplicemente dalla pratica quotidiana, lavorando insieme al maestro per realizzare le sue opere; nell'Accademia dei Carracci invece si diede prima di tutto importanza al problema culturale in senso umanistico, e cioè occupandosi di Lettere, di Arte e di Scienze da un punto di vista teorico, accompagnato poi ovviamente dall'attuazione pratica. Quindi nasceva una scuola in senso moderno, nella quale s'intendeva dare al pittore oltre alla necessaria professionalità anche una formazione culturale di base completa. I tre Carracci, pur lavorando l'uno accanto all'altro nell'Accademia, svilupparono personalità artistiche ben diverse.

In particolare, Annibale Carracci (1560 – 1609) si rivelò il più estroso, il più libero e forse il più dotato di talento. Tra le sue opere giovanili vengono ricordate soprattutto le due scene di genere, ovvero La macelleria e Il mangiafagioli; scene di genere è una definizione usata per la prima volta alla fine del Seicento dal teorico Bellori, per indicare le pitture che s'ispirano alla vita quotidiana. Furono a lungo considerate opere minori, in confronto a quelle ritenute illustri perché rappresentanti un soggetto sacro, mitologico o nobile e solo la critica moderna ha valutato obiettivamente la pittura “di genere” per i suoi effettivi valori.

Il mangiafagioli, Annibale Carracci

Il mangiafagioli, datato intorno al 1583-84, 57x68 cm, conservato a Roma nella Galleria Colonna è un'opera sorprendentemente moderna. L'ambientazione scenica è quasi completamente assente, cosicché l'osservatore è costretto a concentrarsi su pochi elementi essenziali visti da vicino. La luce proviene dalla finestrella in alto a sinistra, investe la rappresentazione lateralmente esaltando ogni particolare. La tavola è imbandita poveramente ed il giovane mangia con voracità, al punto che portando alla bocca il cucchiaio colmo lascia sgocciolare il liquido.
La scena è rappresentata in maniera evidente e sintetica, denotando una partecipazione affettiva più che un ritratto oggettivo e minuzioso. Il mangiafagioli dunque, a discapito dei pregiudizi che pesavano sulla pittura “di genere”, si rivela un quadro di alto valore, forse uno dei migliori di Annibale Carracci, che in quest'opera si libera dai canoni della pittura ufficiale destinata ad ambienti pubblici e finalizzata a dimostrare tesi religiose o celebrare personaggi politici.

Così come amo le fotografie che ritraggono soggetti inconsapevoli, colti nella loro spontaneità di espressioni e posture, allo stesso modo non resto particolarmente toccata o affascinata da quel genere di opere troppo perfette, colme di bellezza fino all'inverosimile. Ne ammiro il valore, certo, resto incantata come immagino chiunque altro. Ma le opere che davvero mi comunicano qualcosa sono altre: quelle vere, sincere, con qualche imperfezione e cariche di sentimento. Il mangiafagioli è senz'altro una di queste, non c'è nulla di idilliaco in un uomo affamato. A colpire sono probabilmente i colori decisi, specialmente nel viso spigoloso dell'uomo, le ombre e quel dettaglio del liquido che cola dal cucchiaio.
Una scena di vita quotidiana, dunque, divenuta immortale per mano di Annibale Carracci.

E dopo questa riscoperta, chissà che non mi capiti di andare presto ad osservare il dipinto dal vivo.

venerdì 27 novembre 2015

Spectator #3: Fresh Off The Boat

Era da tempo che avevo intenzione di fare un minimo di pubblicità ad un altro telefilm che ho adorato sin dalla prima puntata, e che credo in Italia sia ancora poco conosciuto: sto parlando di Fresh Off The Boat, una sit-com basata sul libro dal titolo omonimo di Eddie Huang.

La prima stagione andava in onda su Fox Life, su Sky, e continuavano a mandarne la pubblicità in cui già si intravedevano altissimi momenti di comicità. Alla fine io ed il mio ragazzo non abbiamo più saputo resistere alla curiosità e, nonostante le altre mille serie già in corso o in attesa, ci siamo arresi a cominciare anche questa. Fortuna che gli episodi durano un ventina di minuti e si vedono in un baleno, perché un episodio tira l'altro ed in men che non si dica si è già conclusa la prima stagione.

Ma di cosa parla Fresh Off The Boat?
I protagonisti sono una famiglia cinese trapiantata in America e di conseguenza molto americanizzati, al punto che un intero episodio ruota attorno alla domanda:
«Are we chinese enough?»
E cioè: siamo cinesi abbastanza? Gli Huang, che vivevano a Washington DC, nel 1995 si trasferiscono nella ben più tranquilla Orlando perché il padre, Louis, ha deciso di realizzare il suo sogno, e cioè aprire una steak-house in perfetto stile americano. Questo trasferimento costringerà tutti i membri della famiglia ad adattarsi ad un nuovo contesto, fare nuove amicizie e cercare d'integrarsi.




La famiglia Huang, oltre che da Louis – un uomo dal sorriso contagioso e di perenne buonumore – è composta dalla moglie Jessica, una donna combattiva come poche, decisa a dare ai figli la stessa etica del lavoro che ha ricevuto lei sin da piccola. Attenta al risparmio fino all'ultimo centesimo, con una visione un po' sua del mondo e delle cose; trova una buona amica nella vicina di casa Honey, una bionda magra e perfetta, con la fissa per il jogging, che ha rubato il marito ad un'altra ed vive ora con quest'uomo più grande di lei e la figlia adolescente.
Louis & Jessica sono una coppia fantastica, più che affiatata; sono una squadra e non smettono mai di agire e comportarsi come tale. Il loro modo di battere il cinque dopo una battuta caustica è destinato a diventare un cult.





Poi ci sono i loro tre figli: Emery e Evan, rispettivamente il figlio di mezzo ed il più piccolo che sono una coppia inseparabile. Fatto tutto insieme, si trattano vicendevolmente col rispetto e l'educazione di due gentlemen navigati. Sono il ritratto – quasi inquietante – della definizione bravi bambini. Ubbidiscono alla madre prima ancora che lei glielo chieda, ma oltre ad essere estremamente diligenti e rispettosi sono anche molto astuti ed intelligenti. Tra Emery che è un vero rubacuori ed Evan che si piega in due dalle risate quando meno te l'aspetti, costituiscono gran parte della comicità della serie.



E poi c'è lui, il cuore della storia, la voce narrante che ci accompagna nella temperie culturale degli anni Novanta: Eddie Huang. Eddie è alle medie e sta quindi vivendo quella terribile e decisiva fase in cui non sei più un bambino ma nonostante gli sforzi per sentirti grande, non lo sei ancora. Una fase in cui la tempesta ormonale è in agguato, le cotte all'ordine del giorno, il successo col sesso opposto il metro con cui misurare l'autostima e l'approvazione dei coetanei qualcosa per cui lavorare sodo. Eddie attraversa queste difficoltà a suon di musica rap ed hip hop e la serie sarebbe da guardare già solo per le assurde riscoperte musicali che ci propone. 
Eddie, che veste con maglie larghe il doppio di lui e che non ha lo stesso interesse dei fratelli per la scuola, si sente spesso troppo diverso dalla sua famiglia, all'interno della quale si sente soffocare dalle regole dei genitori e ha ben poco in comune coi fratelli minori. Nonostante questo, ogni volta che si trova in difficoltà Louis e Jessica non esitano ad aiutarlo e prendere le sue difese contro tutti, ed in quei momenti Eddie capisce che non è poi visto completamente come la pecora nera che crede di essere; impara ad apprezzare tramite questi episodi gli insegnamenti ricevuti che al momento sembravano troppo duri e tra le pene d'amore e le altre sofferenze che solo crescere può dare, Eddie supera incolume il primo anno delle medie.

Ultima, ma non ultima, abbiamo la nonna, conosciuta solo come grandma. E' un'anziana donna cinese, che si esprime solo in cinese. Parla poco, e spesso dice le sue battute quando nessun altro la sente. Le sue occupazioni son ben poche, ad esempio guardare la tv, compiere riti scaramantici, far partire lo stereo quando Eddie ha bisogno di un ingresso trionfale per comunicare una notizia importante.
Non ha mai imparato ad andare perfettamente d'accordo con la nuora, tuttavia non litigano mai né si criticano apertamente; semplicemente i loro rapporti son molto scarsi, pur vivendo nella stessa casa. Il piccolo Evan è il suo assistente personale, quante volte lo vediamo trascinarsi dietro la borsa della nonna, dieci volte più pesante di lui.
Nonostante la sua mancanza di parlantina, che non si pensi che la nonna sia un personaggio secondario: è sempre dietro l'angolo sulla sua sedia a rotelle, vede e sente tutto e si rende artefice di non poche imprevedibili bricconate.



Attorno a loro ruotano poi altri personaggi, soprattutto il personale del Cattleman's Ranch, la steak-house di Louis, i vicini di casa, e gli amici di Eddie – tutti un po' sfigatelli, tutti che tentano di rendersi più cool di quanto potranno mai essere. 

Che dire, tutti gli amanti delle belle sit-com dovrebbero apprezzare questa serie innovativa e vivace, ma non solo: anche i nostalgici degli anni '90, come me che ci sono pienamente cresciuta, avranno il piacere di rituffarsi nelle mode e nella cultura di allora. Gli Huang offrono un ritratto nuovo della famiglia cinese, ancorata ad etiche e stili di vita tradizionali ma ormai del tutto contaminata dalla cultura occidentale in quanto a gusti e preferenze. Con Fresh Off The Boat si ride e si ride tanto, ci si ricorda cosa vuol dire avere dodici o tredici anni, si ascolta musica talvolta buona e talvolta improbabile, ci si affeziona ai personaggi, si apprezzano le loro lezioni di vita e, soprattutto, si fa il tifo per Eddie.

Vi lascio con il trailer, cliccate qui per capire ancora meglio perché ho adorato questa serie.

giovedì 26 novembre 2015

I Pilastri, Iliade: introduzione all'edizione Einaudi

In questa piovosa giornata di novembre ho deciso d'inaugurare la categoria di questo blog che sinora era rimasta nel mistero, ovvero I pilastri. Ho finalmente curato la sezione, quindi cliccandoci sopra potrete leggere cosa, come e perché. E noterete che come primo viaggio è indicata l'Iliade. Ebbene sì: leggerò l'Iliade, di mia spontanea volontà. Per fortuna non lo farò in completa solitudine e condividerò lo studio dei versi omerici – oltre che virtualmente qui sul blog – nel corso di una serie di incontri settimanali con la mia amica Elena – che saluto!

E dunque, come avvicinarsi a questo testo così imponente? Come minimo ci vorrebbe una serie di articoli introduttivi che forniscano una panoramica sul mondo – così lontano dal nostro – in cui le vicende sono ambientate, o sull'autore. Ma – mi sono chiesta – avrebbe davvero senso, in questo caso? La storia dell'antica Grecia non potrebbe certo essere riassunta in poche righe, ne uscirebbero dei post senz'altro insufficienti allo scopo; e per quanto riguarda Omero, le questioni sulla sua misteriosa esistenza tengono impegnati gli esperti da secoli e sono argomenti su cui non mi sento di disquisire.

Quindi, ho concluso che la cosa più logica da fare, fosse parlare della bellissima edizione Einaudi che mi sono regalata, contenente la prefazione di Fausto Codino e la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti.

L'edizione, con testo greco a fronte, si apre con una breve pagina di informazioni storiche tanto sulla città di Troia quanto sulla figura di Omero; segue la prefazione, nella quale Fausto Codino offre spiegazioni sui confronti tra alcuni dettagli del testo e la loro plausibilità storica – ad esempio per quanto riguarda le armi usate dai combattenti. Un introduzione lucida ed interessante, che ricorda anche le notevoli differenze tra la tradizione orale e quella scritta, che inevitabilmente si riflettono nel testo omerico giunto fino a noi.
Non ho scelto questa edizione solo perché venero l'Einaudi: il motivo principale è proprio la traduzione. Rosa Calzecchi Onesti (1916 – 2011), di origini marchigiane, nacque a Milano dove rimase fino all'adolescenza e dove iniziò il liceo classico che terminò però a Bologna, dove la famiglia aveva seguito il padre. Sempre a Bologna s'iscrive all'Università, laureandosi nel 1940 con una tesi Sulle varianti della tradizione manoscritta dell'Eneide. Divenne insegnante, spostandosi tra i licei di Firenze, Cesena, Parma ed infine Milano, nello stesso liceo dov'era stata studentessa.

Il suo intervento sull'Iliade lo dobbiamo a Cesare Pavese: fu proprio lui infatti, che ai tempi era collaboratore dell'Einaudi, a volere che la casa editrice stampasse un'edizione del poema epico che conservasse il più possibile il sapore originale. Si rivolse allora a Mario Untersteiner, fine grecista, il quale gli propose la Calzecchi Onesti che era stata sua allieva nel liceo milanese. Pavese apprezzò le prove di traduzione fatte da quest'ultima e così iniziò un lavoro durato due anni, durante i quali i due scambiarono una fitta corrispondenza – senza mai incontrarsi di persona – nella quale discutevano la traduzione nei minimi dettagli, anche se Pavese lasciò sempre alla sua collega l'ultima parola.

Il lavoro di traduzione andò dal 1948 al 1950.

mercoledì 25 novembre 2015

Spectator #2: Downton Abbey, prima stagione

Sì, lo so, è sconcertante: non avevo ancora mai visto Downton Abbey. C'è voluto il tanto atteso arrivo in Italia di Netflix e la possibilità di usufruirne gratuitamente per un mese per farmi finalmente guardare questo piccolo capolavoro. Fino ad ora ero stata a volte tentata di dargli un'occhiata, tanto per farmi almeno un'idea di cosa fosse, ma la curiosità era controbilanciata dalla sbagliatissima impressione che fosse quasi una sorta di soap opera seppur di livello superiore. Sbagliato, sbagliato, sbagliato!
Downton Abbey è semplicemente m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-o. E vi spiego anche perché.


Innanzi tutto, Downton Abbey è la modesta casetta che vedete raffigurata nell'immagina qui sopra, di proprietà della famiglia Crawley, composta da Robert e Cora Crawley conte e contessa di Grantham, i quali hanno tre figlie: Lady Mary, Lady Sybil e Lady Edith. A loro si unisce prepotentemente la nonna paterna, la contessa ormai vedova Violet Crawley, interpretata da colei che gli affezionati di Harry Potter ricorderanno come la professoressa McGrannit.

Robert & Cora Crawley
Ambientata nello Yorkshire, questa serie inizia con l'arrivo in casa Crawley della tragica notizia del disastro del Titanic, che ha visto coinvolti anche alcuni loro amici e parenti. La prima stagione s'incentra prevalentemente sulla questione dell'eredità: purtroppo Robert non ha avuto da Cora un figlio maschio che possa senza problemi ereditare i soldi e soprattutto Downton Abbey; le soluzioni che la famiglia prende in considerazione sono diverse, tutte incentrate come di consueto sulla primogenita, Lady Mary. 
L'idea di destinare direttamente a lei il lascito si rivela difficile da mettere in pratica, poiché era del tutto inusuale che a ereditare fosse 
Edith, Sybil, Mary
una figlia femmina; dunque la cosa più auspicabile è che lei sposi un cugino, in modo che la proprietà resti in famiglia e che almeno una delle figlie dei Crawley possa beneficiarne. Seguono ovviamente numerose vicende, sentimentali e burocratiche, scandali eccetera eccetera che non sto qui a raccontarvi (anche perché sarebbero spoiler). In tutto ciò, le cose più interessanti sono ovviamente le personalità dei vari personaggi. 
Robert e Cora, se il loro è stato all'inizio un matrimonio d'interesse, si sono poi presto innamorati davvero, e sono una coppia affiatata che ha a cuore la famiglia ed il bene delle figlie; non sono ottusi né legati alle convenzioni tanto da non saper comprendere o perdonare o incoraggiare le ragazze a seguire i propri sogni, al contrario di quanto sicuramente poteva accadere agli inizi del Novecento, specie in famiglie del loro rango sociale che tanto tenevano a preservare apparenze impeccabili. Lady Mary, la primogenita, a primo impatto appare superba e senza cuore e per prenderla in simpatia è necessario darsi il tempo di conoscerla meglio. Lady Edith, la più piccola, è in continuo conflitto con la sorella maggiore: gelosa che Mary sia sempre il centro delle attenzioni, e stufa di essere la meno considerata della famiglia sia in quanto figlia minore sia perché trattata come la meno attraente e affascinante, Edith causerà non pochi problemi a Mary, che non tarderà a ricambiarla con altrettanta cattiveria. Tra le tre, la mia preferita però è senz'altro Lady Sybil: combattiva ed interessata a quel che avviene fuori dalle mura di Downton, inizia a mettersi in prima linea per i diritti delle donne. Le cose stanno cambiando, ripete a chiunque guardi male alle sue idee o alle sue scelte. 
Lady Violet Crawley
E poi abbiamo Lady Violet, il perfetto ritratto di una vecchia dama inglese: ancorata alle sue tradizioni ed alle sue regole, alla vita ed al mondo come l'ha sempre conosciuto, la contessa di Grantham è refrattaria ad ogni minima novità. La sentiamo lamentarsi per l'installazione delle luci a Downton, che le danno l'idea di trovarsi su un palco a teatro; la vediamo spaventarsi quando capita su una sedia girevole, inquietarsi per l'arrivo in casa del telefono e a bocca spalancata quando Lady Sybil si presenta con un abito che al posto della gonna aveva ampi pantaloni. Sono irresistibili le sue battute contro chiunque non sia inglese in generale e sugli americani in particolare. Non si può non adorare la sua lingua lunga, che non mette a freno davanti a nessuno. La sua risatina sotto i baffi ogni volta che porta a casa un altro punto in qualche duello verbale, o i suoi sguardi eloquenti che a volte – se possibile – dicono persino più della sua bocca. Difficile, se non impossibile, mettere all'angolo la contessa. Che nonostante questo si dimostra una persona ragionevole, che sa quando è il caso di arrendersi o di mettere da parte l'orgoglio.

Ma ancora più parole, se poi non rischiassi di far diventare questo post infinito, dovrei spenderlo per i membri della servitù: la cosa più bella di questa serie infatti è che si alterna ritmicamente tra i piani alti e quelli bassi, così da permetterci di assistere contemporaneamente alle vicende dei Crawley e a quelle che animano la cucina e i corridoi. Tra i domestici figurano il carismatico Mr Carson, capo cameriere e la governante Mrs Hughes, che sono i più anziani e dunque i più esperti, ed anche quelli forse più sinceramente affezionati ai Crawley, avendo dedicato loro tutta la loro vita. Poi abbiamo il cameriere Thomas e O'Brien, cameriera personale di Cora Crawley, che sono i "cattivi", perennemente in combutta tra loro per sabotare qualcun altro; tanto cinici da arrivare a compiere atti davvero spregevoli. A loro si contrappongono i "buoni" per eccellenza, ovvero la cameriera Anna e il valletto di Lord Grantham, il signor Bates: a loro due ci si affeziona al primo sguardo, perché sono davvero la bontà fatta persona. Stesso discorso vale per il cameriere William, un ragazzo con una faccia pulita, quasi da bambino, che un po' tutti cercano di proteggere dal maledetto Thomas che senza motivo lo ha preso di mira. Fianco a fianco con Anna lavora Gwen, e le due ragazze sono unite da una profonda amicizia che permette loro di aiutarsi in ogni situazione; Gwen è una ragazza dai capelli rossi e i lineamenti vivaci, che decide di voler almeno provare a cambiare il suo destino: intraprende segretamente un corso di dattilografia per corrispondenza, con l'obiettivo di diventare una segretaria. Infine, ci sono la cuoca, la signora Patmore, e la sua giovane e ancora inesperta aiutante, Daisy.



La prima stagione si conclude con l'annuncio che l'Inghilterra è entrata in guerra con la Germania.

E quindi, cos'è che mi è piaciuto così tanto?
1) L'inglese. Non ho idea di che perdita possa essere vedere questa serie col doppiaggio, perché – ad esempio – i personaggi hanno un accento marcatamente diverso a seconda della posizione sociale che occupano: si passa da quello poco raffinato e un po' volgare delle cuoche a quello assolutamente perfetto delle Lady Crawley. In questo c'è tutta una ricostruzione storico-linguistica.
2) Il ritmo. L'alternarsi della narrazione tra i membri della famiglia, le vicende dei loro dipendenti, le vite delle altre persone coinvolte, e infine di quel che in quel periodo accadeva in Inghilterra rende impossibile annoiarsi. 
3) Le scenografie, i costumi, tutta l'ambientazione! Per chiunque subisca il fascino di queste epoche andate è un continuo piacere per gli occhi.
4) Il famoso humor inglese, che se ancora non avete ben chiaro cos'è Lady Violet ve ne darà dimostrazione.
5) La sceneggiatura. Per quanto le storie – almeno per un lettore non digiuno di romanzi classici – non siano chissà quale novità, sono davvero ben scritte e ben narrate e come dicevo all'inizio i Crawley, pur essendo una classica famiglia di rango elevato, non sono affatto ottusi o chiusi di mente: la madre fa vincere l'amore per le figlie sull'orgoglio e sull'onore della famiglia, il padre teme per l'incolumità delle figlie ma alla fine accetta che imparino a guidare, che organizzino nella biblioteca colloqui di lavoro per le cameriere, che imparino le faccende con cui normalmente una lady non dovrebbe sporcarsi le mani.

Quindi, ho visto solo la prima stagione e chissà quante ne accadranno ancora nelle altre che mi attendono. Ma se per qualche motivo anche voi avete atteso, rimandato, indugiato sul vedere o meno questa serie, non aspettate oltre a varcare la soglia imponente di Downton Abbey.

lunedì 23 novembre 2015

L'Inghilterra di Shakespeare, seconda parte

Dunque, col precedente post ero arrivata a parlarvi della Riforma Protestante e dei conflitti tra Enrico VIII e Papa Clemente VII; dal momento che il mio non vuole essere un minuzioso ripasso di nozioni storiografiche quanto piuttosto un ritratto generale della situazione inglese nel momento in cui si affermò sulle scene William Shakespeare, proseguo col raccontarvi cosa accadde dopo il regno fastoso e movimentato di Enrico VIII.

Edoardo VI
Maria I
ritratto di Thomas Mor
Edoardo VI succedette al padre Enrico VIII, salendo al trono all'età di dieci anni. Governò l'Inghilterra per soli sei anni, fino alla sua morte prematura avvenuta nell'Aprile del 1533. Durante il suo breve regno, ebbe inizio – come conseguenza della Riforma Protestante – la persecuzione dei Cattolici della Chiesa Romana, che a sua volta scatenò la reazione dei Cattolici contro i Protestanti. Fu questa situazione turbolenta che accolse Maria I quando questa salì al trono. Maria I passò alla storia come Maria La Sanguinaria a causa della sua spietata persecuzione ai Protestanti, nel tentativo di restaurare la religione Cattolica cui era devota la madre, Caterina d'Aragona. Nel 1554 sposò il più fervente dei Cattolici, Filippo II di Spagna. Questa mossa la costrinse a coinvolgere l'Inghilterra nella guerra contro la Francia, rimettendoci i possedimenti francesi – in particolare la città di Calais, ultimo rimasuglio dell'impero della Casata dei Plantageneti (cui appartenevano sia i Lancaster che gli York, le due fazioni scontratesi nella Guerra delle due rose). Durante il regno di Maria I vennero messi al rogo circa 300 Protestanti inglesi. Non ebbe figli; alla sua morte, pertanto, salì al trono la sorellastra Elisabetta I, che come prima cosa restaurò il Protestantesimo come religione nazionale.

Il regno di Elisabetta I
Elisabetta I
Ritratto con ermellino

Elisabetta I divenne regina nel 1558 ed è durante il suo regno (1558 – 1603) che il Rinascimento tocca le vette più alte. Il regno di Elisabetta fu un periodo politicamente molto significativo per l'Inghilterra, un periodo che diede al Paese un consistente senso di unità e stabilità. Elisabetta si circondò di brillanti consiglieri, che divennero il suo Consiglio Privato formato da circa venti membri.
Nel 1570 Papa Pio V scomunicò Elisabetta, esortando i Cattolici fedeli alla Chiesa a deporla dal trono. Seguirono una serie di complotti ai danni della regina, il più famoso dei quali quello ad opera di Mary Stuart, regina di Scozia, interessata al trono inglese. Mary Stuart fu incarcerata per vent'anni ed infine messa a morte nel 1587.
Il regno di Elisabetta coincide con l'inizio dell'Impero Britannico, in parte dovuto al sostegno che lei diede alla forza navale inglese, grazie alla quale l'Inghilterra divenne una delle più potenti nazioni europee. Elisabetta I proseguì a suo modo la politica del nonno Enrico VII.
La Spagna fu la sua più acerrima nemica: nel 1558 la flotta inglese sconfisse l'Armada Spagnola, e si trattò di uno dei più grandi successi militari dell'Inghilterra.
Non meno importanti le esplorazioni di nuovi territori svolte in quegli anni: tra il 1577 ed il 1580 Sir Francis Drake circumnavigò la terra, mentre Sir Walter Raleigh portò in Inghilterra, dall'America, il tabacco e le patate.

Nonostante l'incessante pressione, Elisabetta non si sposò mai, passando alla storia come La Regina Vergine, che fece della sua castità un'arma politica per mantenere la stabilità del Paese.
Col suo carisma, catturò l'immaginario di molti poeti e scrittori che facevano parte della sua corte, alcuni dei quali si dimostravano ansiosi di ricevere il suo favore. Tra questi, ricordiamo ad esempio Edmund Spencer e John Dee.
L'iconografia elisabettiana – o almeno la sua raffigurazione poetica – si rifà ancora alla donna idealizzata dell'amor cortese medievale, ed era vista come il centro attorno al quale tutto il resto orbitava.

Judi Dench interpreta Elisabetta I
Shakespeare In Love, 1998

Durante il Rinascimento inglese la letteratura diventa lo strumento attraverso cui cercare significati piuttosto che un mezzo per esprimere significati che già esistono. Benché la società elisabettiana poggiava ancora su un'idea di ordine e stabilità derivante dalle convinzioni cosmologiche medievali, scrittori e poeti di quest'epoca sono i primi a sentire ed indagare le correnti del caos e dell'incertezza ed è in questo che il Rinascimento può considerarsi la fase di transizione verso l'epoca moderna.
La letteratura inglese trova le risposte più vitali e stimolanti alle nuove sfide nel teatro, in particolare quello di Webster, Jonson, Marlowe e – ovviamente – in quello di William Shakespeare.

domenica 22 novembre 2015

L'inghilterra di Shakespeare, prima parte

Negli ultimi giorni ho riflettuto meglio su alcuni progetti che ormai da un po' mi ronzavano nella testa, progetti che in ogni caso avrei voluto iniziare a livello personale e che ho pensato sarebbe stato divertente e forse più stimolante condividere qui in questo mio piccolo spazio. Per questo, noterete che in testa al blog son spuntate delle nuove pagine, in particolare I pilastri e Williamland; de I pilastri mi riservo di parlare più avanti, perché non ho ancora i mezzi per iniziare a farlo. Per quanto riguarda Williamland, invece, si tratta di uno spazio che ho deciso di riservare interamente a William Shakespeare. Vi invito a dare un'occhiata alla sezione interessata per scoprire i presupposti e gli intenti di questo progetto alla scoperta di uno dei più grandi autori inglesi, nella speranza che sia un viaggio che in molti decidiate d'intraprendere insieme a me.

Ma prima del confronto diretto coi testi, credo sia fondamentale farci un'idea del contesto storico e culturale in cui visse e soprattutto scrisse Shakespeare. Dunque siete pronti ad una – più o meno – rapida infarinatura (o ripasso) di storia inglese? Cominciamo!

Il Rinascimento inglese
Il Rinascimento in Inghilterra arriva in ritardo rispetto al resto d'Europa a causa delle interminabili guerre che a lungo afflissero il Paese: la Guerra dei cent'anni (1338 – 1453) prima e la Guerra delle due rose (1454 – 1485) poi; in compenso, a differenza del Rinascimento italiano – caratterizzato dall'instabilità politica – quello inglese si svolse in un contesto sociale relativamente stabile.
E' un momento storico-culturale in cui i progressi della conoscenza si manifestano in tutti i campi: da quello filosofico a quello letterario, da quello morale a quello sociale, da quello scientifico a quello religioso. Significativo è il fatto che le Università di Oxford e Cambridge, fondate nel quattordicesimo secolo, riscoprono in questo periodo le culture classiche, non solo quella Greca e Latina ma anche quella Ebraica, culture che erano state a lungo trascurate o addirittura soppresse. E' proprio da questa rinascita che il Rinascimento prende il suo nome.

Il Rinascimento viene spesso considerato come l'inizio dell'età moderna. In realtà, la curiosità che contraddistingue l'epoca rinascimentale è rivolta soprattutto al passato, con particolare interesse verso le idee ed il modello di civiltà dell'antica Roma e dell'antica Grecia, che durante il Medioevo erano state invece messe in ombra dalla Chiesa che le tacciava di paganesimo.
Fondamentale spinta al diffondersi del sapere fu ovviamente l'avvento della stampa, avvenuto in Inghilterra ad opera di William Caxton nel 1476.
Erasmo da Rotterdam
Figura chiave dell'epoca fu Erasmo da Rotterdam (1466 ca – 1536), soprattutto per la sua nuova traduzione latina della Bibbia (1515) ma anche perché incoraggiò fortemente l'insegnamento del latino in Europa, nella speranza che diventasse una sorta di lingua franca con cui potessero comunicare le persone istruite originarie di Paesi diversi.

Durante il Rinascimento l'uomo, i suoi pensieri e le sue azioni iniziano finalmente a prevalere sulla sfera divina, dominante per tutto il Medioevo, dando vita a quel movimento culturale che tutti conosciamo come Umanesimo. L'uomo diventa il centro di un'attenta indagine artistica, culturale e morale, esaltato come centro stesso dell'universo.



La dinastia Tudor
La Guerra delle due rose, che aveva visti contrapposti Lancaster e York, si concluse con l'ascesa al potere di una nuova dinastia: i Tudor. Il primo re Tudor fu Enrico VII, sotto il regno del quale l'Inghilterra conobbe un periodo di stabilità economica e politica.
Enrico VII
Enrico VII, un uomo cauto e parsimonioso, si dimostrò un governatore estremamente abile e venne considerato il restauratore dell'ordine e dell'unità nazionale dopo il lungo periodo di guerre. Durante il suo regno però, durato ben ventiquattro anni, Enrico VII considerò davvero poco il Parlamento, che consultò solo sette volte preferendo invece consultarsi con una stretta cerchia di fidati consiglieri.
Enrico VII
Alla sua morte salì al trono il figlio Enrico VIII, che nulla aveva della frugalità paterna: il nuovo re non si faceva scrupoli di spendere e spandere la sua eredità pur di mantenere una corte incredibilmente numerosa e fastosa. Amante della musica, della poesia, dello sport, era al contempo un uomo incredibilmente brutale, che non esitava a mettere a morte chi gli recasse problemi. Ciò per cui Enrico VIII è più ricordato, probabilmente, è la storia del suo disperato tentativo di mettere al mondo un erede maschio, impresa che lo portò a concludere sei matrimoni, tra cui quello più famoso con Anna Bolena. Alla fine ebbe un solo figlio legittimo e due figlie, che divennero in successione: Re Edoardo VI, Regina Maria I e Regina Elisabetta I.

Papa Clemente VII
La dinamica della fine del primo matrimonio di Henry VIII si lega profondamente alla storia della Riforma Protestante: Enrico VIII, sposato con Caterina d'Aragona – da cui aveva avuto solo la figlia Maria – era determinato a divorziare per poter sposare la cortigiana Anna Bolena. Questa situazione lo mise in diretto conflitto con la Chiesa Cattolica e con Papa Clemente VII, che arrivò a scomunicare il re.
Quando Enrico VIII si rese conto che non sarebbe mai riuscito ad ottenere né il divorzio né l'annullamento del matrimonio, fece un passo che avrebbe influenzato ogni aspetto della vita e della cultura inglese: attraverso il cosiddetto Act of Supremacy (1534) mise fine al potere della Chiesa Cattolica in Inghilterra, autoproclamandosi “Capo Supremo della Chiesa" d'Inghilterra.


Sir Thomas Moore
Tommaso Moro, Lord Cancelliere, fu l'unico a rifiutarsi di riconoscere sia l'Atto di Supremazia sia il divorzio del re, e per questo il grande scrittore e pensatore fu accusato di alto tradimento e condannato a morte nel 1535.

Tutto questo, va ricollegato alla Riforma Protestante che aveva già iniziato a diminuire il potere internazionale della Chiesa Cattolica: nel 1517, sulla porta della sua chiesa a Wittenberg, Germania, Martin Luther affiggeva le sue 95 Tesi dando vita alla Chiesa Protestante, presto abbracciata dall'Inghilterra. La differenza cruciale tra Protestantesimo e Cristianesimo risiedeva nel rapporto tra chiesa e stato. Lutero accettava, generalmente, il potere del re di legiferare su questioni religiose, estendendo quindi la potestà del re.

Queste circostanze aiutano a comprendere meglio il comportamento di re Enrico VIII.


Fine prima parte



venerdì 20 novembre 2015

Libero chi legge #2: La diva Julia

Corteggio questo libro da quand'ero ragazzina. Credo che, banalmente, la prima cosa ad avermi attratta sia stato il mio nome contenuto nel titolo. Poi avevo letto da qualche parte che la diva protagonista del romanzo era una donna cinica – come da adolescente mi piaceva credermi – e spietata, così questo titolo mi restò impresso, conservato in qualche angolo della memoria fino ad un recente ordine su Libraccio: trovando questa vecchia edizione Adelphi a metà prezzo non ho più avuto motivi per rimandare.

Così è avvenuto il mio primo incontro con W. Somerset Maugham (1874 – 1965) e accidenti se non è stato quel che si può definire un colpo di fulmine. Era da tempo che non provavo un simile entusiasmo per lo stile di un autore, da tempo che non divoravo un libro in due giorni e che sentivo la smania di parlarne. La scrittura di Maugham è proprio pan per i miei denti.

La diva Julia, pubblicato per la prima volta nel 1937, è tutto incentrato sulla figura di Julia Lambert, la più grande attrice di teatro d'Inghilterra. Maugham ci introduce delicatamente nella sua vita invitandoci ad assistere ad una colazione con lei, suo marito – Michael Gosselyn – ed un giovane ragioniere che per tre giorni ha lavorato per il loro teatro. Nel corso di questo semplice evento il lettore scopre già alcuni tratti della personalità di Julia:
Julia parlava in modo assai diverso con se stessa e con gli altri; il suo linguaggio, parlando con se stessa, era piuttosto crudo. Aspirò con delizia la prima boccata della sigaretta. A pensarci, era davvero straordinario che bastasse pranzare con lei, discorrere con lei tre quarti d'ora, per rendere importante un uomo nella sua piccola cerchia meschina.
Tale è la visione che ha di se stessa. E nel corso di tutta la narrazione si ricevono spesso duplici risposte, nel corso di un dialogo: quella che Julia effettivamente dà al suo interlocutore e quella che pensa tra sé e sé.




Nella prima parte, attraverso un pretesto – Julia si perde in ricordi e nostalgie guardando vecchie foto di se stessa e di suo marito – Maugham ci racconta brevemente ma esaustivamente chi è e come è arrivata sin lì. Il talento innato per la recitazione, l'inizio della sua carriera, il duro lavoro dietro ogni battuta, lo studio incessante dei gesti e delle espressioni umane; e poi l'incontro con Michael, ingaggiato per una stagione nella stessa compagnia di cui lei stava già diventando la stella: Michael che era un attore appena mediocre e consapevole delle sue scarse capacità, ma compensava con l'essere l'uomo più bello di Londra, un dio greco in carne ed ossa. Julia se ne innamora a prima vista e gli fa una corte spietata, lui la ricambia con una sincera e costante amicizia, fin quando non la invita a passare le vacanze dai suoi per farglieli conoscere, lasciandole immaginare che se farà una buona impressione sulla sua famiglia lui le chiederà di sposarlo. Michael è di buona famiglia, un vero gentleman, ed i genitori non hanno certo fatto i salti di gioia quando il figlio intraprese la carriera teatrale; Julia, già svantaggiata dunque ai loro occhi dall'essere anche lei un'attrice, non può nemmeno vantare origini altrettanto altolocate. Allora interpreta il ruolo della ragazza che quei signori avrebbero desiderato per il figlio, una ragazza umile e semplice e di buon cuore, educata, gentile, altruista: nel giro di pochi giorni il signore e la signora Gosselyn erano pazzi di lei e la proposta di Michael porta a lacrime di gioia e bottiglie di champagne. Il piano di Michael è quella di risparmiare fino ad avere la somma necessaria per comprare un teatro e diventare impresario, metter su una loro compagnia di cui ovviamente Julia sarebbe stata la star. Se professionalmente sono una coppia che funziona – giovani, belli e presto famosi: i Brad e Angelina del loro tempo – la vita coniugale è un'altra storia: Julia è focosa, passionale, esplosiva tanto sul palco quanto nella vita. Sapeva anche prima di sposarlo che Michael era un uomo pacifico e tranquillo, di sani e rigorosi principi, ma non poteva aspettarsi che anche dopo sposati per lui il sesso sarebbe stata una necessità più che secondaria, al punto che troverà un sollievo che dopo aver dato alla luce il piccolo Roger Julia si fosse finalmente calmata. Michael ignora completamente – e non saprà mai – che Julia non si è "calmata": ha solo smesso di amarlo. Una circostanza che mi ha fatto ricordare le parole di Estella in Grandi speranze di Dickens, quando dice in un modo da far gelare il sangue che una donna è capace di esser sposata per tutta la vita con un uomo che non ama senza che lui se ne accorga.

Oltre questo ci viene raccontata la sua storia con Charles Tamerley, un ammiratore colto e raffinato come pochi, che decide di divorziare dalla moglie perché troppo innamorato di Julia. Tra loro non ci sarà mai niente, Julia non ricambia con sentimenti da amante, ma per puro egoismo gli impedisce di allontanarsi, tenendolo ancorato a sé per tutta la vita. Charles si dimostrerà un amico prezioso e fedele, che le sarà sempre accanto e che non avrà mai nessun altra donna. Julia deve a lui la capacità di citare Proust o parlare d'arte agli eventi mondani, è a lui che si rivolge quando ha bisogno di un consiglio, e benché sia stata terribilmente egoista con lui è l'unica persona verso la quale Julia senta un minimo di riconoscenza. Charles non è l'unica vittima di Julia: c'è anche una donna, Dolly de Vries, che non rivela mai nulla apertamente ma pur di ancorarsi alla vita della sua adorata entra in società con Michael e Julia agli albori del loro Siddons Theatre.

Dopo questo excursus nel passato, Maugham ci riporta nel presente. Julia ha quarantasei anni, è ancora la migliore attrice sulle scene e senz'altro è ancora una donna di gran fascino. Nonostante questo, inizia a sentirsi in bilico tra la paura che il sipario inizi a calare e la noia di una vita che fuori dal palco non le riserva da tempo grandi emozioni. Il colpo di scena nella sua esistenza avviene, sorprendentemente, ad opera di quel giovane ragioniere che lei aveva giudicato superbamente tanto timido e banale. Questo ragazzo che per l'età avrebbe potuto essere suo figlio, Tom Fennell, si dimostra al contrario audace ed intraprendente e lei si lascia trasportare da questa ventata d'aria fresca fino a ritrovarsi destabilizzata dalle correnti. Per tutto il tempo, durante questa sua relazione clandestina, si ha la sensazione che la fine della grande Julia Lambert abbia avuto inizio. Che lei stia cadendo, inesorabilmente, che stia perdendo tutto ciò che ne faceva in ogni caso una donna degna di tutto rispetto. Ma se il lasciarsi trasportare dai sentimenti le costa qualche caduta di stile, Julia è ben lontana dal cadere definitivamente: allenata com'è a gestire le scene, a portare lo spettacolo al suo apice e a concluderlo in ogni caso a suo favore, Julia ne esce più grande che mai.

Annette Bening in Being Julia
 Questo romanzo, oltre ad esser scritto egregiamente – scorre a meraviglia – è incentrato su una figura che non può non restare indelebilmente impressa nei ricordi del lettore: Julia è incredibilmente viva, esce dalle pagine con irruenza e immaginarla davanti a noi è fin troppo facile. E' una figura complessa e contraddittoria, questa attrice che ha completamente confuso la recitazione con la vita. Così abituata ai riflettori da essere totalmente assorta da se stessa, al punto da nutrire poco interesse persino per il figlio, che di punto in bianco scopre diciottenne e pieno di giudizi sul suo conto che lei non aveva neanche lontanamente immaginato: il capitolo sul confronto tra madre e figlio è uno dei più forti del romanzo ed è l'unico momento in cui davvero la diva viene messa in difficoltà. Attraverso il suo sguardo, sembra che quanti la circondano esistono solo in sua funzione e che è una vera fortuna per loro trovarsi accanto a lei, unica scintilla nelle loro vite monotone.
Nonostante sia falsa, manipolatrice, subdola ed egocentrica, per qualche strano motivo Julia Lambert non riesce a risultare antipatica. I moti delle sue passioni trasportano il lettore e come purtroppo le persone da lei continuamente ingannate, anche il lettore resta irretito dalla sua arte incantatrice.
Se non ha fatto altro che recitare anche nella vita, o se è la vita stessa ad essere solo un palcoscenico del resto non ha poi molta importanza. Julia conclude che:
«"Tutto il mondo è teatro, e uomini e donne solo commedianti". Ma l'illusione sono loro, oltre quegli archi; la realtà siamo noi, gli attori. (…) Quelli sono la nostra materia grezza. Siamo noi a dar significato alla loro vita. Prendiamo le loro piccole insulse emozioni e le mutiamo in arte, creiamo bellezza, e loro importano perché formano il pubblico che ci occorre per realizzarci. Sono gli strumenti su cui noi suoniamo, e cos'è uno strumento senza qualcuno che lo suoni?»
 Datemi un altro Maugham, per favore.

giovedì 19 novembre 2015

Vasti orizzonti

Le cose che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni sono le più facile da dimenticare.


Da dare per scontate, a volte fino al punto di non vederle nemmeno più. E' il motivo per cui capita – immagino – di accorgersi d'improvviso di aver smesso di amare la persona che credevamo di amare fino al giorno prima.
E' il motivo per cui non diciamo ogni giorno ti voglio bene alle persone a cui vogliamo bene.
E' il motivo per cui accade così spesso di percepire la vita – o almeno quella quotidiana – come opprimente, noiosa, ripetitiva. E' il motivo per cui molte persone spesso si comportano come se fosse tutto già visto, tutto già fatto, tutto già sentito.

Trovare l'originale nel banale.
Tirar fuori lo straordinario dall'ordinario.

Ad un certo punto ho pensato che semmai ci fosse una missione nella mia vita sarebbe stata questa. Era quel che cercavo di fare quando scrivevo, era quel che più ammiravo negli altri quando notavo qualcuno in grado di farlo. L'importanza dell'oggi è qualcosa che ho sempre riconosciuto, perché la mia è una storia di distanze e le distanze hanno come unico pregio quello d'insegnarti un paio di cose importanti. Una di queste, è proprio non dar nulla per scontato. Non esser ciechi davanti a qualcosa solo perché c'era ieri, c'è oggi, e con buona probabilità sarà qui anche domani.

Un altro aiuto in questo senso mi arriva dai miei cani, coi quali vivo in simbiosi. Delle loro esistenze sì che si potrebbe dire che scorrono sempre uguali, senza grandi scossoni. Svegliarsi, mangiare, giocare, uscire per la passeggiata, fare gli occhioni per qualche spuntino, sonnellini per la stanchezza o per la noia; seguire gli umani e cercare di far parte delle loro attività, curiosare in giro, coccolarsi. A grandi linee è tutto qui. Le varianti possono essere una passeggiata in un posto diverso, persone nuove che vengono in casa, incontri con altri pelosi. Eppure, la loro gioia per le stesse cose non diminuisce mai. E' una festa, sempre, per ogni attenzione che gli dedichi. Felicità appena apro gli occhi al mattino, felicità quando prendo il guinzaglio, felicità appena alzo le ciotole per preparare il pasto, felicità quando con un colpetto della mano sul divano li invito ad accoccolarsi accanto a me. Felicità espressa con tutto il corpo, dagli occhi che si spalancano e si illuminano, alle code che impazzano a destra e sinistra, alla forma serena che prendono i loro musi. E okay, che si continui pure a dire che sono menti tanto più semplici, come se questo collocasse gli animali a qualche gradino sotto di noi; io continuo a pensare che da loro abbiamo solo ed esclusivamente da imparare. E tanto.

Ero fuori con loro, poco fa. Li ho svegliati dal loro sonnellino accoccolati addosso a me sul divano, mentre mi rilassavo davanti alla tv, e sono uscita con loro in giardino per assicurarmi che facessero i loro bisogni. L'aria era di un fresco pungente, piacevole, così li ho incoraggiati a seguirmi nel terreno confinante. Mentre loro gironzolavano annusando e raccogliendo rametti – felici – io mi sono ritrovata a guardare il panorama. Da questa casa, la casa in campagna dei miei genitori, situata in cima ad una collina, si gode di un panorama bellissimo. Il paese in cui abitiamo non è un granché, è piccolo, noioso, decisamente poco stimolante; ma visto da quassù puoi dimenticartene, specialmente di notte, con le luci che sanno dare un tocco d'atmosfera agli ambienti più insulsi. Quando una persona veniva la prima volta in questa casa era la prima cosa che diceva: accidenti, che bel panorama! E noi si rispondeva quasi in coro be', sì, ma poi tanto non ci fai più caso. Quello a cui continuavi a fare caso invece era il lavoro per tenere tutto pulito, la scomodità di abitare un po' fuori mano, la noia di avere ben poco intorno.

Ho respirato a pieni polmoni, e mi sono lasciata andare ai pensieri guardando le luci lontane. Quelle dei posti che so riconoscere anche con un'occhiata distratta – la Chiesa, le scuole elementari e le medie, la piazza, qualche strada – e quelli di cui a stento conosco il nome. Le montagne, che sembrano un disegno.

Il mio ragazzo è tornato a casa sua per un paio di settimane, in una città tanto più vivibile di quella in cui si è trasferito per poter stare con me. Anche se son passati solo pochi giorni mi manca, e mi mancano le nostre cose di tutti i giorni, quelle normali che si rischia di non notare più, quelle che certe volte potrebbero persino stufarti. Mi rendo conto che non c'è soprattutto quando sto per fare un commento o una battuta che lui capirebbe – per cui riderebbe con me – e provo l'impulso di girarmi verso di lui, poi mi rendo conto che non è qui e mi trattengo. Il mio braccio destro.

Vivo in un conflitto d'interessi quasi perenne. Pensavo di desiderare ardentemente delle cose, che invece adesso quasi mi spaventano; a volte penso di volere l'opposto di quel che ho. In certi giorni cerco di vedermi da fuori, per immaginare cosa mi direi se fossi al di fuori di me. Giorni in cui mi sento sulla retta via, altri in cui penso di andare nella direzione più sbagliata possibile, a cui dovrò in qualche modo mettere le toppe.

Ma ci sono quei momenti, come quello di stasera all'aria aperta e davanti alle luci, in cui niente importa e tutto va bene. Momenti in cui c'è silenzio e pace e solitudine. Momenti che ci vogliono, che dovrei cercare più spesso ed in quei momenti ricordarmi che niente è banale, niente è scontato, niente è uguale.

L'originale dal banale.
Lo straordinario dall'ordinario.

mercoledì 18 novembre 2015

Libero chi legge #1: Via dalla pazza folla

Col lento sfumare dell'estate in autunno quasi automaticamente le mie voglie di lettrice volgono verso i paesaggi e le inconfondibili atmosfere della letteratura inglese, sia essa quella corposa dell'epoca vittoriana, quella fatta di tempeste che spazzano le brughiere delle sorelle Brontë, quella vivace della provincia di Jane Austen o quella inimitabile del teatro shakespeariano. I miei tempi di lettura son stati piuttosto lenti, ma nonostante questo dalla fine di settembre ad ora son tornata con piacere nel salotto di casa March – Piccole donne, Louisa May Alcott –, ho seguito le avventure di Pip in Grandi speranze di Dickens e dal cuore palpitante della city ho deciso di spostarmi per un po' verso la campagna, approdando nelle meravigliose ambientazioni bucoliche del Wessex, antico nome del Dorset, dove Thomas Hardy (1840 - 1928) era nato e cresciuto.


La protagonista di Via dalla pazza folla è Bathsheba Everdene. Un nome che mi ha subito incuriosita, che trovo davvero particolare e affascinante: mi aspettavo che l'eroina del romanzo fosse interessante quanto il suo nome. Bathsheba eredita la proprietà dello zio defunto, dovendo trasferirsi nella fattoria di Weatherbury; qui fa innamorare, di proposito o meno, ben tre uomini, di estrazione sociale diverse: un pastore, Gabriel Oak, un fittavolo, William Boldwood e un soldato, Francis Troy. Il romanzo dunque narra le vicende di Bathsheba sia come lavoratrice – poiché decide di restare lei a capo della fattoria – sia come donna, ed il destino dei tre uomini profondamente segnato dalle mosse di Bathsheba.

Quel che ho provato leggendo questo romanzo devo ammettere che non mi era capitato con nessun altro libro. E' stato strano, perché la mia opinione è spaccata in due di netto quasi si trattasse di due opere diverse: ho amato follemente la prosa di Hardy e sopportato a stento la storia. Nonostante la popolarità di Via dalla pazza folla sia al momento alle stelle a causa della recente uscita del film non mi sono informata molto su quel che il pubblico pensa di questo romanzo, sicché non ho idea se sono l'unica a pensarla così o se altri ritengono Bathsheba estremamente irritante. Il difetto più grande di questa donna è la vanità, e questo ci viene detto sin dalle prime pagine, e più di metà romanzo non fa altro che dimostrarlo. Mi aspettavo di trovarmi davanti un'eroina che facesse onore al genere femminile, invece ho provato solo fastidio nei suoi confronti. Se sul piano professionale si dimostra una donna in gamba, che dimostra a chi non lo credeva possibile di saper perfettamente gestire la proprietà che ha ereditato, come persona è estremamente sciocca ed infantile. Ho provato un minimo di interesse e compassione nei suoi confronti solo verso la fine, quando le vicende attraversate le hanno finalmente donato un po' di maturità e consapevolezza. 

Ben diversa, invece, è la caratterizzazione dei personaggi maschili: risultano molto più interessanti e degni di nota, tre uomini completamente diversi l'uno dall'altro che in comune hanno solo la sventura di essere rimasti soggiogati dalla bellezza di Bathsheba. Il pastore Gabriel Oak è stato sin dall'inizio il mio preferito, perché è un uomo pieno di dignità. La sua pacatezza, la sua riservatezza, la piena consapevolezza che ha di sé e dei propri mezzi, la serietà con cui conduce la sua esistenza. E' quel tipo di persona che parla poco ma fa più di chiunque altro ed è impossibile non nutrire per uno così rispetto e stima. Boldwood è invece un uomo particolare: rappresenta quanto di più simile ad un "signore" che Weatherbury potesse vantare e prima che Bathsheba s'insinuasse nella sua placida esistenza era il ritratto della pacatezza. Conoscendolo così – uno scapolo che mai aveva nutrito interesse per il sesso femminile, al punto da non esser nemmeno certo di poter dire se una donna fosse davvero bella – il lettore resta davvero spiazzato nel vederlo perdere completamente la testa per amore, come un bambino che una volta scoperto il suo giocattolo preferito non si sogna più di farne a meno. Il terzo ed ultimo pretendente, il soldato Troy, rispecchia perfettamente la categoria che è chiamato a rappresentare: gli uomini frivoli, quelli in grado di ammaliare le ragazzine grazie al proprio fascino e alla totale sicurezza di sé, quelli che fanno promesse che non hanno la minima intenzione di mantenere e che prendono tutto – soprattutto le questioni sentimentali – ben poco seriamente. Il fatto che Bathsheba si lanci tra le braccia di quest'ultimo sottolinea i motivi per cui non nutro grande simpatia nei suoi confronti.


Ma la cosa che davvero ho amato di questo romanzo, come dicevo, è stata la scrittura di Hardy, che dà il suo massimo nelle descrizioni. A mio avviso le descrizioni sono uno dei banchi di prova per uno scrittore perché – diciamocelo – quanto possono annoiare? Le descrizioni di Hardy invece, tanto quelle dei paesaggi quanto quelle dei personaggi, sono in grado ogni volta di accendere l'interesse, di risvegliare il lettore un po' annoiato dalle sciocchezze di Bathsheba. Le presentazioni dei caratteri maschili, svolte alla giusta distanza l'una dall'altra, sono magistrali; le descrizioni delle vallate e dei campi, invece, delle abitudini e dei caratteri degli animali e dei lavori svolti dai vari dipendenti della fattoria sono assolutamente coinvolgenti e affascinanti: restavo rapita, ogni volta che in scena compariva Gabriel, dalla sua profonda conoscenza dell'ambiente in cui viveva. Bellissimo il racconto di come studiando l'atmosfera una notte capisce per certo che verrà giù un brutto temporale, e che è necessario mettere al riparo il raccolto; tra le pagine più belle lette in vita mia, quelle di Gabriel sotto il cielo stellato, che descrivono il sentimento dell'uomo davanti alla percezione del movimento terrestre. Poesia, magia, arte.

Quindi, anche se ci ho messo un sacco a finirlo e anche se – come penso di aver ampiamente chiarito – non ho sopportato la protagonista, questo è un romanzo assolutamente da leggere per quanto riguarda e la bellezza della prosa e quella dei contenuti – ambientazione e atmosfere bucoliche, periodo storico, Gabriel Oak, i personaggi secondari.

Adesso non vedo l'ora di vedere il film, chissà che Carey Mulligan – attrice che trovo talentuosa ed adorabile – non riesca a farmi stare più simpatica Bathsheba.



lunedì 16 novembre 2015

La grandezza di un mondo in miniatura

Ieri sera io ed il mio ragazzo abbiamo soddisfatto la voglia di guardare un film rimasta inappagata la sera prima. Per noi scegliere un film è sempre un'impresa piuttosto ardua: se non abbiamo un particolare titolo in mente inizia una trafila di ragionamenti per induzione, del tipo cercare di limitare la ricerca ad un genere in particolare o conforme allo spirito del momento; il problema principale è che arrivare al dunque richiede tempo e anche lo streaming richiede tempo. Comunque, ieri ce l'abbiamo fatta – ancora una volta – e ritengo doveroso spendere qualche parola su The Lego Movie.


Il protagonista è Emmett, un semplice operaio tanto bravo ad integrarsi che poi non se lo ricorda più nessuno. Nella sua città infatti credono tutti di essere molto allegri e felici seguendo alla lettera le Istruzioni imposte da Lord Business, che pretende il massimo ordine e rigore a scapito di ogni manifestazione di fantasia e creatività. Nessuno si rende conto di vivere in una menzogna, dove ogni cosa è decisa da altri: cosa fare e come farlo e quando farlo, cosa guardare in tv (un unico programma sempre uguale), per quale squadra tifare, quale canzone ascoltare; insomma, il racconto della società in cui vive Emmett è una versione alleggerita e di più immediata comprensione di 1984 di Orwell – una visione estrema – ma non esagerata – di com'è l'Occidente oggi. 

Una sera, mentre si appresta a lasciare il cantiere coi suoi colleghi, Emmett perde il prezioso manuale con le Istruzioni su come integrarsi ed essere sempre felice che gli viene soffiato via dal vento. Nel rincorrerlo nota una figura incappucciata, vestita di nero, ovviamente piuttosto sospetta. Le Istruzioni in casi simili dicono di chiamare immediatamente per segnalare l'anomalia e così decide di fare Emmett, ma mentre compone il numero la losca figura si toglie il cappuccio dimostrandosi un'affascinante figura femminile. Emmett si distrae, cade, finisce in posti in cui non doveva finire. Ha così inizio la sua incredibile avventura, di cui preferisco non dire molto per non rovinarvi la visione.

The Lego Movie è un film ovviamente adatto ai bambini, ma che forse diverte ancora di più gli adulti: la grafica è pazzesca ed è esilarante vedere il loro mondo fatto interamente di mattoncini – compresa l'acqua, il fuoco e le scintille durante le sparatorie; l'umorismo dei personaggi, primi tra tutti quello di Batman e del mago Vitruvius, che fanno ridere chiunque sappia apprezzare della sana ironia. Ma soprattutto i messaggi che passano attraverso questo film: l'importanza dell'individualità in una società che subdolamente spinge sempre più ad essere e ancor peggio a desiderare di essere tutti uguali e non nel senso positivo del termine: uguali nei gusti, uguali nel modo di apparire, di parlare, di pensare. Fotocopie, ibridi, al punto che i Mastri Costruttori del mondo Lego si erano nascosti in altre realtà per poter sopravvivere. Noi miseri umani non ne saremmo mica capaci. E, a proposito, in The Lego Movie ci sono viaggi extradimensionali che non hanno nulla da invidiare ad Interstellar.

Il tema dell'individualità, super sfruttato nelle varie forme di narrazione, è stato qui trattato con una dolcezza che ne fa qualcosa di nuovo: non ti fa schifare della società in cui vivi o di te stesso perché non ti stai particolarmente ribellando al giogo della globalizzazione. Piuttosto fa provare una leggera malinconia, come se l'essere umano fosse un bambino intelligente cui i genitori non prestano tante attenzioni e quindi non impara a credere in se stesso e sfruttare le sue potenzialità. Emmett, il semplice operaio che diventa l'eroe di una grande avventura, arriva alla conclusione che siamo tutti speciali, ognuno ha il suo momento per dimostrarlo.

The Lego Movie è una sorta di specchio: i difetti li vediamo meglio su chi abbiamo davanti che su noi stessi; allo stesso modo, vedere quel che l'essere umano sta perdendo in un mondo semplice e fatto di mattoncini ad incastro può stranamente centrare di più il bersaglio.

Se solo la gente fosse abbastanza matura per capirlo.

domenica 15 novembre 2015

Non parlo, ma sento

Sarò breve.

Nessuno riesce a restare in silenzio davanti a quanto è accaduto a Parigi, anche se le persone più informate e dotate di buon senso sono consapevoli di quanto sia poco saggio sparare opinioni banali e superficiali su una questione di tale portata. Aprendo i social, Facebook in particolare, si subisce un bombardamento: dibattiti sulla religione - se questa c'entri o meno -, dibattiti tra chi vuole distruggere le moschee e bombardare con gli aerei, tra chi difende i musulmani normali e chi sostiene che siano tutti terroristi. Gente che, con ben poca cognizione di causa, strumentalizza gli scritti e le idee di Oriana Fallaci per dare un tono alle proprie sentenze e chi, a sua volta, risponde con Tiziano Terzani.

Le tragedie in Occidente si risolvono sempre in un dibattito culturale, e mentre siamo impegnati a trovare prove per sostenere le nostre tesi ci allontaniamo pian piano da ciò che effettivamente è accaduto, lasciando che 128 morti diventi solo un numero, un dato da cui partire per accendere gli animi e dire la nostra. Finché non accade qualcos'altro in grado di surclassare il dato precedente.

Io non ho nulla da dire, non sono un'esperta di geopolitica, non so più di altri delle tensioni che percorrono il Medio Oriente. L'unica cosa che so è che è fin troppo facile provare empatia, pensare che potevo esserci io in uno dei luoghi attaccati a Parigi, o il mio compagno o uno dei miei familiari. Penso a come per tutti noi, al di là della raffica di informazioni e delle riflessioni che scatenano, la vita continui. Il mondo continua a muoversi, la mattina prendiamo il caffè, usciamo per una passeggiata. Ma per quelle cento ventotto persone e per tutte quelle che a loro erano legate il mondo ora è fermo, niente è più come prima e chissà quanto tempo ci vorrà prima che il caffè abbia di nuovo sapore e uscire per una passeggiata torni ad essere una cosa che ha senso.

L'informazione è giusta, ben venga anche. Va bene cercare di capire cosa sta succedendo, va bene voler capire come affrontare quel che verrà. Ma l'unica cosa che ci aiuterà a non dimenticarci di quel che proviamo in questi giorni non appena accadrà qualcosa di peggio sarebbe sapere chi erano quei 128. I nomi dietro il dato. Se fossi una giornalista farei questo nei prossimi mesi: andrei da chi li aveva conosciuti a farmi raccontare chi erano le persone che conosciamo solo come un dato. Non per fare scalpore, solo per non dimenticare.

venerdì 13 novembre 2015

Spectator #1: Grey's Anatomy, stagione 9

Chiunque utilizzi ancora la tv e faccia un minimo di zapping potrebbe essersi accorto che su la7d, canale 29, fanno spesso interminabili maratone di Grey's Anatomy, un telefilm che credo non abbia bisogno – dopo tanti anni e tanto successo – di molte presentazioni ed introduzioni. Seduta sul divano a casa, nelle serate in cui non avevo particolarmente voglia di pensare a come rilassarmi prima di infilarmi a letto, sono caduta nel tunnel: conoscevo già i personaggi, l'ambiente, qualche dinamica… ma dopo aver visto interamente qualche puntata non ho potuto sopprimere la curiosità di seguire tutto dall'inizio. Perché purtroppo non sono una che s'accontenta di guardare qualcosa a mozzichi e bocconi, mi piace vedere la crescita dei personaggi, lo sviluppo delle trame; e così, è iniziata la mia personale storia d'amore con i protagonisti e le vicende del Seattle Grace Hospital.


Stamattina ho concluso la nona stagione e, wow, bisogna parlarne. (Attenzione, qui di seguito spoiler!)
La nona stagione è particolarmente tosta. Ha inizio dopo il disastroso incidente aereo che ha visto coinvolti Derek, Meredith, Cristina, Arizona, Lexie e Mark, che devono tutti superare i traumi ed affrontare le conseguenze. Tutti a parte Lexie, che abbiamo già visto morire alla fine dell'ottava stagione (e quanto mi è dispiaciuto, l'ho sempre trovata simpaticissima e promettente). Perdiamo Mark Sloan, e salutarlo tra le lacrime di Derek e Callie è particolarmente difficile. Arizona Robbins ha perso una gamba e non riesce ad accettarlo, la povera Callie si ritrova così a dover superare la morte del suo migliore amico nonché padre di sua figlia, a sostenere la moglie depressa che la incolpa per la perdita della gamba e a dovere in tutto ciò continuare a lavorare (assumendosi anche la responsabilità di operare la mano da un milione di dollari di Derek Sheperd) e occuparsi della piccola Sofia. Derek, dal canto suo, deve affrontare oltre alla morte del suo migliore amico anche la possibilità di non poter più operare a causa dei danni subiti alla mano destra, rimasta incastrata in una parte dell'aereo dopo lo schianto. Inizia a dedicarsi all'insegnamento convincendosi che non gli dispiacerebbe se la sua vita diventasse quella, guarda Meredith e la piccola Zola e dice che sono stati fortunati a sopravvivere e che non devono lamentarsi di nulla; però non si arrende, e sprona Torres a osare per farlo tornare il neurochirurgo che era prima dell'incidente. Alex Karev va a letto con tutte le matricole continuando a rimandare il suo trasferimento all'Hopkins, torturato dai sensi di colpa perché sull'aereo al posto di Arizona avrebbe dovuto esserci lui. Cristina se n'è andata in Minnesota, stanca delle disgrazie che continuano a colpire il Seattle Grace. Il dottor Hunt, da primario, deve affrontare migliaia di complicate questioni burocratiche, cercare di mandare avanti l'ospedale infestato da un'aria opprimente e triste mentre sul lato personale attraversa la rottura con Cristina e la responsabilità di aver messo i suoi colleghi ed amici su quell'aereo. Meredith è incazzata nera: le manca Cristina, Derek non può operare, ha perso la sorella; come biasimarla? Sfoga la sua rabbia sulle matricole, che di rimando la temono tantissimo e la chiamano Medusa

Insomma, una tragedia.

Gran parte di questa stagione è incentrata sulle sorti dell'ospedale che rischia di chiudere e viene salvato da Derek, Meredith, Cristina, Arizona e Callie che decidono di comprarlo in società coi soldi avuti dalla causa per l'incidente, con l'aiuto della madre di Jackson Avery (che viene messo a capo dell'ospedale), diventandone così i proprietari. Ma veniamo alle cose che mi hanno interessata di più.

I nuovi specializzandi
Sicuramente una delle cose più divertenti è vedere Meredith, Cristina e Alex trattar male le matricole così come accadeva a loro anni prima. Ti senti quasi come un genitore che si accorge che i figli sono cresciuti. Wilson, Ross, Murphy ed Edwards sono la ventata d'aria fresca, che ricorda ai veterani cosa significa avere ancora tutto da scoprire e vedere la magia nelle sale operatorie. Si capisce da subito che Wilson sarà un personaggio importante, con un caratterino che non passa inosservato; Edwards sembra la più ambiziosa e determinata, Brooks inizialmente non suscita granché ma pian piano riscuote la simpatia dello spettatore. Ross forse è il più bravo, o comunque quello che si impegna di più parlando meno (secondo me, andrà a chirurgia generale). Murphy è abbastanza inutile e credo non durerà molto. Comunque, anche loro ovviamente iniziano ad avere le loro storie tra i corridoi dell'ospedale, che s'intrecciano con quelle dei loro superiori.

La fuga di Cristina in Minnesota non si rivela inutile perché qui è costretta a lavorare fianco a fianco col Dr. Thomas, suo esaminatore all'esame del V anno, che da tempo sarebbe dovuto andare in pensione. Se all'inizio lei non gli dà importanza e considera assurde le sue decisioni in sala operatoria – antiquate e tecnologicamente superate – ad un certo punto apre gli occhi e scopre che quel che le mani del Dr. Thomas sono in grado di fare è assolutamente incredibile: allora inizia ad imparare e con quest'uomo vecchio e solo nasce rapidamente un legame che va oltre quello professionale. Il Dr. Thomas arriva a dirle che Cristina è la figlia che non ha mai avuto, prima di morire d'infarto davanti ai suoi occhi durante un'operazione. Mentre Cristina si prepara a tornare a Seattle, dopo la morte del suo nuovo mentore, sentiamo la voce del Dr. Thomas riecheggiare nei pensieri di Cristina, con tutti gli insegnamenti di vita che le ha lasciato. Un momento davvero toccante. Col ritorno di Cristina a Seattle gli equilibri sembrano quasi tornare quelli di una volta, lei si riprende il suo posto in cardiochirurgia e non ci mette molto a farsi venerare dalle matricole, a cui affibbia dei nomignoli ispirati a quelli dei sette nani. Sul piano personale, decide di riprovarci con Owen e apparentemente essere divorziati ma stare insieme funziona più della vita coniugale: persino a me Owen, che non mi è mai piaciuto, inizia a stare più simpatico. Però tra loro c'è quella questione insuperabile, quel figlio che lui desidera e che lei, categoricamente, sa di non voler mettere al mondo. Questione che sembra archiviata ma che viene riportata a galla da un ragazzino che rischia di perdere entrambi i genitori e con cui Owen stabilisce da subito un feeling particolare, arrivando a pensare di adottarlo se dovesse rimanere orfano. Non ne parla con Cristina, ma lei lo intuisce e poi lo viene a sapere e nell'ultima puntata gli parla a cuore aperto e mette fine alla loro storia perché non vuole essere l'ostacolo per un desiderio così importante. Pensi davvero che ti basterò, Owen? gli dice.

Meredith e Derek non se la passano poi tanto male, lei è riuscita a restare incinta e porta avanti la gravidanza nella totale – comprensibile – paranoia che qualcosa vada storto. Ho temuto insieme a lei, ho sussultato insieme a lei ad ogni piccolo imprevisto perché loro sono Meredith e Derek e cacchio sono sopravvissuti a un bell'elenco di disastri e gliela vogliamo dare almeno una gioia, no?! Per fortuna la gravidanza fila bene, salvo poi arrivare ad un parto complicato e rischioso, da affrontare durante una tempesta che ha messo la città in allarme già da tre giorni. Meredith subirà un cesareo fatto al buio, il bambino ne esce sano e salvo anche se leggermente prematuro ma lei rischia la vita a causa di un'emorragia, dovuta ad una caduta di poco tempo prima. Tutto si risolve bene, ma la suspense non manca mai…

Callie e Arizona purtroppo sono la coppia che se la passa peggio, perché Arizona incolpa Callie per la perdita della gamba. Le aveva infatti fatto promettere che avrebbe impedito che gliela tagliassero, ma quando Arizona va in fibrillazione perché il corpo si sta deteriorando a causa della gamba Callie non può far altro che dare il consenso all'amputazione, altrimenti sarebbe morta. Quando Arizona inizia a fare fisioterapia, quando accetta di allenarsi con le protesi, quando torna al lavoro… insomma, quando sembra iniziare ad accettare quel che ormai è successo sembra che tra loro cominci ad andare meglio, ma non è così, e si vede nelle ultime due puntate di questa stagione. Mi dispiace un sacco perché Arizona era uno dei miei personaggi, ma in tutta la circostanza sto completamente dalla parte di Callie: chiunque al suo posto avrebbe agito come lei e dal momento in cui ha preso questa decisione se ne è assunta la responsabilità. Ha supportato Arizona in ogni modo, le è stata accanto in tutto e per tutto, ha retto ogni altro peso sulle sue spalle per sentirsi poi solo addossare colpe, venir tradita e abbandonata. Callie, siamo con te.

E poi c'è Karev, il piccolo Alex Karev, per cui facciamo tutti il tifo dall'inizio perché i duri dal cuore tenero ci piacciono sempre. Innanzi tutto è diventato un grande professionista e tiene al suo lavoro più di quanto si poteva immaginare qualche stagione fa. Nella nona è impegnato in nuove questioni di cuore: s'innamora della specializzanda Wilson, e questo era chiaro prima ancora che si parlassero. Sono carini insieme, fatti proprio l'uno per l'altra. Non ci resta che sperare che lei non si ammali o impazzisca, perché sappiamo quale maledizione grava su Alex. Mi è piaciuto molto vedere quanto sia diventata salda l'amicizia tra lui e Meredith e Cristina, con cui ormai sa di poter parlare apertamente. Sono una squadra, e sono dei sopravvissuti. Che arrivi anche per lui, qualche gioia.

Per quanto riguarda gli altri, be', ci sono April Kepner e Jackson Avery per cui sinceramente non nutro un grande interesse però Jackson si è dimostrato sorprendentemente maturo e in gamba – e poi nell'ultima puntata fa il super eroe – quindi sì dai, lo promuoviamo; mentre April… diciamo che una April ci vuole. Sicuramente è cresciuta anche lei, si fa prendere meno dal panico e forse sa gestire meglio le proprie emozioni. Ho detto forse. Però no non tifo per loro come coppia.
Richard Weber, che anche se non è più il primario resta comunque il Capo, da quando non deve più starsene dietro la scrivania è diventato una vera birba. Svelare segreti utili, mettere lo zampino in ogni situazione, fare da spalla in scherzi cretini… Uno spasso, ma non solo: resta sempre anche il maestro, vedi l'ultima puntata quando spinge Cristina ad operare al buio. Il suo scoglio in questa stagione è legato a quello di Miranda Bailey, che in seguito a degli “incidenti del mestiere” non riesce più a tornare in sala operatoria. Diciamo che tutta la nona stagione si riassume nell'ultima puntata, che ti lascia col prurito di vedere subito la prima della decima.

Come di consueto, non mancano mai casi estremi, esplosioni, tragedie di varia portata e natura. Per questo Grey's Anatomy è un telefilm adatto un po' a tutti: non ci annoia mai e dentro ce n'è per tutti i gusti. Direi che gli unici a cui non è adatto sono i deboli di stomaco e di cuore.

La nona stagione, poi, è bella perché ci regala la visione della Principessa Derek:


giovedì 12 novembre 2015

Vienna

Ad agosto sono stata a Vienna e mi sono letteralmente innamorata di questa città.
L'ho amata a primo impatto perché è luminosa: la maggior parte dei palazzi sono bianchi – ma bianchi davvero, non bianco diventato grigio per lo sporco! – con i balconi di ferro battuto nero e fiori colorati alle finestre. Roba che ti fermeresti a fotografare qualcosa ogni due passi. Mi guardavo intorno e le automobili che passavano erano d'epoca. Un sacco di verde praticamente in ogni dove. Ho amato la cordialità delle persone (tanto per dire, il controllore del treno che abbiamo preso dall'aeroporto verso il centro città ballava cantava e scherzava con tutti in cento lingue diverse, poi appena usciti dalla stazione, vedendoci con la cartina in mano, una signora si è avvicinata per chiederci se avevamo bisogno di aiuto e no, non voleva nulla in cambio!). Ho amato il fatto che per andare dall'aeroporto all'albergo ci abbiamo impiegato al massimo trenta minuti (quando siamo tornati in Italia, invece, ci son volute tipo tre ore o quasi). Poi, dopo aver iniziato a girarla un po', ho amato questa città perché è a misura d'uomo – ci siamo spostati quasi sempre a piedi – e al tempo stesso è una grande capitale e ha tanto da offrire a chi ci passa o chi ci vive. Ho amato le illuminazioni, studiate ad arte per creare degli effetti magici, suggestivi, indimenticabili – la più bella di tutte credo sia quella della Cattedrale di Santo Stefano, capolavoro gotico che di notte sembra emergere dal cielo nero direttamente da un racconto di Edgar Allan Poe. Infine, ho amato tutte le meraviglie che ho visto e scoperto, assieme al mio compagno di viaggio, in quei cinque giorni.

I castelli: la Hofburg in centro e Schönbrunn fuori città (che non è solo un castello: ci sono giardini infiniti, serre con piante esotiche, uno zoo, boschi, musei… dico solo che per visitarlo tutto abbiamo camminato di corsa dalle 11 del mattino alle 18, orario di chiusura, senza fermarci neanche per pranzare!) e vedere gli appartamenti e gli oggetti della principessa Sissi, per me che da piccola ero fissata con questa controversa figura storica a causa del film, è stato davvero emozionante. E poi la casa di Mozart, il Museo della Musica, lo Schloss Belvedere con una collezione artistica da restarci secchi, primi tra tutti i lavori di Klimt e Schiele. I parchi, il centro storico che probabilmente è la zona più bella di tutte.

Forse ci sto pensando, oggi, perché sarebbe davvero bello poter fare le valigie e andare da qualche parte a fare un'altra scorta di bellezza. Quando ancora dovevamo decidere la meta ho fatto ricerche su ricerche, stilando una lista delle città che mi sarebbe piaciuto visitare. E' lunga, bisogna dirlo, soprattutto considerando che è limitata all'Europa. E non mi è piaciuto solo il viaggio in sé, ma anche organizzarlo, studiare la guida che avevo comprato, organizzare le giornate così da vedere e fare il più possibile. Diciamo che è stata la prima volta che ho avuto la possibilità di organizzare tutto da me e credo di essermela cavata piuttosto bene. I cinque giorni a Vienna – un posto completamente nuovo – mi hanno ricordato perché mi è sempre piaciuto viaggiare e perché quand'ero ragazzina pensavo e dicevo che da grande avrei viaggiato tantissimo: ci si arricchisce. Ti senti vivo, pieno di entusiasmo e voglia di fare. Non ti passa per la testa di startene in albergo a poltrire, non importa quanto sei stanco o quanto male ti fanno i piedi: c'è tanto da vedere là fuori e non c'è tempo da perdere.

Nella mia vita di tutti i giorni è questo che mi capita – purtroppo – di pensare: che il tempo mi scivoli via di mano e che non sto facendo nulla di prezioso e che questo è lo spreco più grande dell'universo. Quando dormo per ore solo perché non ho voglia di alzarmi, quando poltrisco sul divano, o anche quando giornate intere le passo a studiare o fare le faccende domestiche o cose necessarie ma noiose. Sarebbe pazzesco poter vivere viaggiando, e so che non è affatto impossibile ma so anche che è piuttosto difficile e che la vita "normale" non può consistere solo nel godersela.

Però è così breve.