mercoledì 30 dicembre 2015

Breve (o quasi) storia del 2015

Ricordo che l'anno scorso, di questi tempi, navigando a caso sul web trovai un'immagine su cui stava scritto: «2013 was practise. 2014 was the warm up. 2015 is the game.» Salvai quell'immagine sul mio telefono e la usai come sfondo dalla fine di Dicembre e forse anche per tutto Gennaio. Pensarla così – o almeno provarci – poteva in qualche modo essermi d'aiuto, di stimolo, una piccola scintilla di motivazione. Ho sempre avuto la consapevolezza di essere una persona particolarmente complessa, difficile spesso non solo da comprendere, ma soprattutto – almeno per quei pochi umani che realmente mi stanno accanto – da conoscere davvero e poter fare quanto necessario per consigliarmi, sostenermi o aiutarmi nei momenti in cui ne avrei bisogno. Purtroppo per molto tempo sono andata avanti con la pretesa – mai espressa, ovviamente – che coloro i quali potevano dire davvero di conoscermi dovessero in qualche modo possedere una sorta di sfera di cristallo, e saper capire quel che provavo o pensavo anche nei momenti in cui io per prima non ero in grado o non avevo voglia di spiegarlo; che quelle stesse persone facessero o dicessero esattamente quel che mi serviva in determinate circostanze. Capire che non è così e che non può essere così è stato uno dei traguardi di questo ultimo anno, il cui raggiungimento mi ha portata a riconoscere anche quanto io sia, sotto così tanti punti di vista, una persona davvero indipendente. Non economicamente, purtroppo, ma sotto aspetti che al momento mi appaiono molto più importanti e preziosi: io mi basto, e non è presunzione, è che sono capace di stare con me stessa, so badare a me stessa, trovo da sola le soluzioni ai miei problemi, riesco ormai a tirarmi su, a gestire ogni emozione, a motivarmi; e questo non fa di me una persona chiusa, al contrario: fa di me una persona che non ha bisogno degli altri, di un fidanzato o di un'amica, perché da sola starebbe male. Fa di me una persona che sta bene a prescindere e che eventualmente sceglie tra le persone quelle giuste, quelle con cui condividere tutto quanto. Potrebbero sembrare ovvietà ma so benissimo che non lo sono affatto, sono conquiste, frutto sicuramente del lungo percorso terapeutico intrapreso ormai più di un anno fa con la psicologa che praticamente ha preso tutti i miei pezzi – allora sparsi ed incoerenti – e li ha finalmente messi insieme.



Per questo nonostante io sia ancora incredibilmente indietro su tutti quelli che sono gli aspetti pratici della vita – studio, lavoro eccetera – quest'anno non mi lascio affatto indietro quel nauseante senso di fallimento e rimorso che tristemente hanno segnato la fine degli anni passati; sento, al contrario, anzi so per certo che questo 2015 è stato quasi un successo. E' stato un anno sotto così tanti aspetti pieno, vissuto, faticoso e assolutamente necessario. Adesso capisco, adesso sento che i tanti processi che ho messo in moto negli ultimi anni sono giunti a maturazione. Mi accorgo improvvisamente di cosa vuol dire che sono cresciuta, mi accorgo di cosa vuol dire prendere piena coscienza e consapevolezza di sé. Mi dicevano all'asilo che ero matura per la mia età, figuriamoci, ma quella maturità – che ha sempre continuato ad essere “troppa per la mia età” – è stata in fin dei conti la mia croce, perché non ho saputo gestirla. Mi ha impedito di adattarmi e non ho mai saputo interagire coi miei coetanei; ho filosofeggiato troppo e vissuto troppo poco, cosicché l'adolescenza è stata un inferno, un incubo ad occhi aperti e l'affacciarsi ai vent'anni un faccia a faccia con un Atlante di paure. Mi sono affidata a punti fissi troppo precari, ho insistito com'è tipico di me a fare da sola fin quando questo è diventato impossibile e, davvero, la salvezza è stato quel giorno in cui ho detto mamma, ho bisogno di parlare con qualcuno. E quel qualcuno il destino è stato così gentile da farmelo trovare al primo colpo, con un numero affisso sulla porta di un'Erboristeria.

La prima cosa che mi viene in mente se guardo indietro a questo 2015, è quanto mi sono divertita con la mia cucciola. Passeggiate ogni giorno, d'estate a caccia di lucertole e d'autunno a giocare con le foglie sparse qua e là dal vento e più spesso dai miei stessi piedi, perché rincorrere cose che svolazzano è stata da sempre l'attività che più la diverte; d'estate poi abbiamo scoperto quanto possa essere grande la sua passione per l'acqua, tale da renderla più un animale acquatico che un cane. L'abbiamo vista tuffarsi in piscina ad ogni ora del giorno ed anche della notte e intrattenersi per ore col getto che usciva da un semplice tubo per l'acqua. Abbiamo festeggiato il suo primo compleanno e, generalmente, con lei è stata una festa ogni giorno. Ovviamente al primo posto tra i miei pensieri c'è anche il fatto che io ed il mio ragazzo abbiamo superato il primo anno di convivenza, un traguardo senz'altro importante. Il nostro rapporto è cresciuto con noi, sono sicura che abbiamo imparato ulteriormente a conoscerci ed anche a sopportarci ed è quasi buffo pensare che in estate ci eravamo quasi lasciati e che pochi giorni fa abbiamo festeggiato il nostro quinto anniversario. Gli ingredienti principali in una relazione sono ascolto, pazienza, comprensione e ovviamente amore. 

Penso poi al fatto che, in fin dei conti, ho superato due esami in una Facoltà a me nuova e abbastanza ostile, il che sembrerà estremamente stupido ma se conosceste il percorso che ho fatto fino ad ora comprendereste che traguardo sia. Ho fatto qualche mercatino, anche se meno degli anni scorsi. Ho provato nuove ricette, sono tornata ai capelli corti e biondi. Mi sono fatta venire qualche mezza idea su qualcosa da scrivere, ho curato la nostra casetta, sono stata presente per la mia famiglia. Una delle cose per le quali sono più contenta, comunque, è che ho trovato la voglia di riallacciare qualche vecchia amicizia, rendendomi conto di quanto sia meno difficile di quel che sembra. Ho eliminato aspettative e pretese verso le persone con cui mi relaziono, e questo rende il relazionarsi mille volte più semplice di quanto sia mai stato per me. Ho fatto quel bellissimo viaggio a Vienna. Ho ricevuto e fatto bei regali, ho fatto attività fisica per un certo periodo e sono determinata (più o meno) a riprendere non appena le feste saranno completamente finite. Ho abbandonato del tutto i social e, più in generale, tutto ciò che non mi interessa realmente e a cui magari mi sono avvicinata perché “lo fanno tutti”. Non ho più tempo per fingere, sforzarmi o adeguarmi. Ho aperto questo blog e non l'ho ancora abbandonato.


Devo dire di aver visto pochi film, ma molte serie tv. Ho comprato parecchi libri, ma per qualche motivo ne ho letti leggermente meno dell'anno scorso. Ho finalmente letto cose bellissime in lista da un secolo, come Jane Eyre e la graphic novel di Julie Maroh, Il blu è un colore caldo (grazie al mio ragazzo che me l'ha regalato a sorpresa) che è stata una delle letture più belle dell'anno. Ho letto Dio di illusioni di Donna Tartt che, sarò anche controcorrente, non ho apprezzato per niente; mi sono innamorata di Alice Munro leggendo Chi ti credi di essere? e lei insieme a Somerset Maugham restano le personalissime scoperte più belle del mio anno da lettrice. Un posto speciale lo merita anche il romanzo incompiuto di Franz Kafka, Il castello, un libro che mi ha tormentata e tenuta incollata alle pagine e che è diventato uno dei miei preferiti anche se non sarò mai in grado di spiegare perché. Sempre grazie al mio ragazzo ho finalmente messo gli occhi anche su La profezia dell'Armandillo di Zerocalcare, letto in una sera tra le lacrime per le risate. Un po' titubante a causa del gran clamore suscitato da tale pubblicazione, ho letto anche La morte del padre dell'autore norvegese Karl Ove Knausgard, che come saprete tutti ha scritto sei volumi di natura autobiografica, di cui si sta occupando la Feltrinelli. Mi è piaciuto molto più di quanto mi aspettassi e se non ho già letto anche gli altri due volumi disponibili è solo perché costano venti euro l'uno. Immancabilmente, tra le mie letture dell'anno ormai in conclusione rientrano anche svariati classici, per lo più inglesi, da Dickens a Jane Austen a Shakespeare a Thomas Hardy.

E dunque, ho smesso da un bel po' di fare buoni propositi per l'anno nuovo, ma se ci penso per la prima volta ne ho di concreti, o meglio, stavolta so che potrei riuscire a realizzarli. Non sono tanto affascinanti da meritare di essere riportati, sono alla fine quelli che fanno un po' tutti: fare questo, non fare quest'altro, essere più così e meno cosà. Qualunque essi siano, l'importante è avere dei progetti e sentire l'energia per realizzarli, o almeno provarci e sapere, alla fine, di aver fatto del proprio meglio. Di averci messo non solo l'impegno, ma quello che generalmente chiamiamo del tuo.

Ringrazio le persone che si sono fermate a leggere, questo post in particolare, ma anche quelle che si sono fermate, fosse pure una sola volta, tra queste mie pagine. Ancor di più ringrazio coloro che hanno deciso di diventare dei lettori fissi di Tanto non importa, anche se da quando è nato ad ora è rimasto uno spazio un po' disordinato e confuso. Prometto che andrà meglio. 
Non mi resta che augurarvi di tutto cuore una felice conclusione per questo 2015 e farvi i miei migliori auguri per un felice anno nuovo.

Ci si risente nel 2016!

  

martedì 29 dicembre 2015

Libero chi legge #4: Povera gente

«Improvvisamente si mise a scrivere un romanzo. Stava a tavolino interi giorni e parte della notte. Non diceva una parola di quello che scriveva; alle mie domande rispondeva di malavoglia e laconicamente; conoscendo il suo riserbo smisi di fargli domande».

Questo ricordo è di D.V. Grigorovič, coinquilino di Dostoevskij nel 1844, l'anno in cui un Fëdor ancora pressoché sconosciuto al mondo delle Lettere e brillante studente dell'Istituto Superiore d'Ingegneria si mette per l'appunto a tavolino per scrivere il suo primo romanzo: Povera gente. Lo scrive praticamente di getto ma poi lo copia, lo ricopia, lo corregge, lo rivede; sembra non riuscire ad esserne soddisfatto, fin quando non decide di promettere a se stesso di non toccarlo più. Quando il romanzo viene pubblicato, nel 1846, Dostoevskij ha venticinque anni e si ritrova catapultato al centro di furiose polemiche tra i critici pietroburghesi. Checché se ne dicesse, però, la pubblicazione di Povera gente costituì l'evento dell'anno e, soprattutto, segnò l'inizio della grande carriera letteraria dell'autore russo.

Dostoevskij è uno di quegli autori per i quali mi sono imposta di leggere tutto in ordine cronologico. Il mio primo approccio con questo autore è stato quasi casualmente con Le notti bianche, racconto letto a diciannove o vent'anni, l'età giusta per sentirsi in linea col Sognatore, cosa che forse più tardi riesce più difficile. Comunque, grazie a quest'evento mi ero impuntata anche sull'idea di leggere tutto Dostoevskij prima dei trent'anni. Quindi mi restano poco più di cinque anni (manca così poco ai trenta? magone) per restare fedele ai miei propositi squilibrati.

Dunque, Povera gente. Innanzi tutto si tratta di un romanzo epistolare, un regolare ma non fittissimo scambio di lettere tra Makar Djevuskin e Varvara Dobrosjelova, uniti da un qualche legame di parentela e che prendono a scriversi nel periodo in cui si trovano ad abitare l'uno di fronte all'altra.
Il titolo del romanzo non è certo casuale, perché nessuno dei due può dire di aver conosciuto una vita agiata. Varvara racconta la sua triste storia inviando a Makar un diario nel quale ha annotato le fasi salienti – e più dolorose – della sua vita: dopo un'infanzia relativamente felice trascorsa in campagna, fu costretta a seguire la famiglia in città dove non riuscì mai realmente ad adattarsi; fu mandata in collegio per ricevere un'istruzione quanto meno decente, e qui l'atmosfera era quanto mai fredda e ostile. Il padre aveva problemi nei suoi affari, i soldi scarseggiavano sempre più fin quando il padre arrivò a morire per la fatica e gli affanni lasciando Varvara e sua madre senza un soldo e senza una casa. Fortunatamente vengono accolte da una parente, la quale però fa pesar loro in ogni occasione la propria generosità; madre e figlia s'impegnano a mettere insieme qualche quattrino coi lavori di cucito, ma la madre – già debole e spossata da tempo – peggiora di giorno in giorno, fino ad arrivare, anche lei, ad un tragico epilogo. Quanto a Makar, del suo passato non sappiamo nulla, sappiamo solo che mentre Varvara è ancora una donna giovane lui ormai ha i capelli bianchi. Sappiamo che è infinitamente affezionato alla ragazza, al punto da sacrificarsi più di quanto gli sia possibile per mandarle soldi e regali di ogni sorta. Makar non possiede praticamente nulla, ha una camera in affitto in un luogo dove è difficile persino conoscere pace e silenzio, i cui corridoi sono popolati da una varietà di personaggi accomunati da un'unica cosa: la povertà. Uno di questi è Ratazjajev, un bellimbusto ignorante e borioso che ospita nella sua camera un salotto letterario, al quale Makar prende parte credendo nella sua ingenuità che Ratazjajev sia un brillante letterato. L'aspetto più interessante di tutto il romanzo, in effetti, credo sia questo particolarissimo percorso compiuto da Makar: egli, un semplice impiegato che non ha mai avuto la possibilità di leggere o studiare molto, nutre segretamente l'ambizione di diventare scrittore. Grazie alla conversazione con Varvara, che invece tali possibilità le ha conosciute, ha finalmente occasione di conoscere la vera letteratura, leggendo i testi di Puškin e di Gogol. Quella di Makar è una vera e propria educazione alla lettura, che si riflette pienamente nel suo modo di scrivere: se le sue lettere iniziali sono prolisse e ridondanti, man mano si fanno invece sempre più interessanti, colme di descrizioni suggestive, caratterizzate da un uso della parola possibile solo a chi ne ha anzi tutto compreso pienamente il significato. Makar e Varvara sostanzialmente si raccontano la loro quotidianità: quel che vedono, i malanni e le difficoltà, si preoccupano l'uno per l'altra. Entrambi sperano ovviamente di vedere un giorno le loro sorti sconvolte, scampando finalmente a quel giogo di miseria che da sempre li opprime. La svolta arriverà solo per Varvara, la quale forse perderà altrove quel che guadagnerà in denaro, mentre Makar verrà privato anche di quell'unica consolazione che era la sua piccola «diletta», il suo «passerottino».

Se andrete a cercare le opinioni dei lettori su questo libro, troverete una sorprendente quantità di recensioni negative: i lettori dicono che è noioso, scialbo, inutile, che tutti quei nomignoli usati dai protagonisti sono insopportabili e che alla fin fine non c'è un granché da leggere, in queste pagine. Non ho dubbi che questo è quanto potrebbe suscitare la lettura di Povera gente, l'esordio di Dostoevskij, in chi ha già conosciuto Dostoevskij “il grande”, quello dei romanzi più tardi e corposi sia di mole che di contenuto. Ebbene, io quel Dostoevskij lì non l'ho ancora conosciuto e queste pagine non mi hanno affatto annoiata: ho trovato qui una magnifica e tragica descrizione dei ceti più bassi della società in cui egli viveva, un fervido racconto della miseria più nera, quella in cui i bambini muoiono perché i genitori non hanno nulla da dargli da mangiare. Ho trovato un sapiente e raffinato racconto di un uomo che non sapeva distinguere un buon libro da un libro pessimo e che, leggendo, impara a farlo. In quanto allo stile delle lettere, è lo stesso Dostoevskij a chiarire che per questo romanzo non poteva usare il proprio stile, se a scrivere è un uomo come Makar: la voce doveva essere la sua, doveva essere credibile e doveva testimoniare questa sua ricerca di uno stile. Il tutto, a mio parere, è perfettamente riuscito.

«(...) In primo luogo, ho avuto il mal di testa tutto il giorno, e sono uscito a passeggio lungo la Fontanka per prendere un po' d'aria; la sera era molto scura, umida: alle cinque cominciava già a far buio; ecco, ora è così! Non pioveva, però c'era una nebbia non migliore di una buona pioggia; le nuvole, in lunghe e ampie fasce, vagavano per il cielo; la gente camminava in folla per il lungofiume e, a farlo apposta, aveva visi paurosi che davano tristezza, contadini ubriachi, donne finlandesi dai nasi camusi, con gli stivali e la testa nuda, artigiani, carrettieri, funzionari per qualche necessità; ragazzacci, un apprendista fabbro con la vestaglia a strisce, magro, deperito, col viso intriso di grasso affumicato, una serratura in mano; un soldato in congedo, alto due metri circa, che aspettava un mercante per vendergli un temperino e un anellino di bronzo: ecco qual era il pubblico; a un'ora simile, evidentemente, non ce ne può essere uno differente. E' un canale navigabile, la Fontanka; vi si vede una tal quantità d'imbarcazioni, che non si capisce dove possano trovar posto tutte; e sui ponti vi sono donne con panpepati fradici e con mele guaste, tutte sono molto sporche, bagnate. Che noia passeggiare per la Fontanka: pietre umide sotto i piedi, ai lati case alte, nere, affumicate; sotto i piedi nebbia, sopra la testa pure nebbia. Era tanto triste, tanto buia la sera, oggi!
Quando ho svoltato nella Gorohovaka era già buio ovunque e cominciavano ad accendere il gas; da un pezzo non vi ero andato, non vi riuscivo più. Che via rumorosa, che botteghe ricche, che ricchi magazzini: qui tutto brilla, splende: le stoffe, i fiori dietro le vetrine, i cappellini di tutte le fogge, con nastri. Si crede che tutte le cose vi siano disposte per bellezza, ma non è così: il fatto è che vi sono persone che comprano tutte queste cose e fanno regali alle loro donne. Che via ricca! Nella Gorohovaja abitano molti panettieri tedeschi, e anch'essi devono essere gente molto agiata. Quante carrozze passano ogni momento; e il selciato vi resiste: equipaggi molto lussuosi, vetri come specchi, broccati e sete all'interno, servitori di palazzo con spalline e spadino. Ho gettato un'occhiata in ogni carrozza, vi siedono sempre signore molto eleganti, forse anche principesse e contesse; del resto era l'ora in cui si affrettavano ai ricevimenti e ai balli. Dev'essere interessante vedere da vicino una principessa e, in generale, una gran dama: dev'essere molto bello; non ne ho mai viste, se non così, – come adesso – gettando uno sguardo nelle carrozze. Allora mi sono ricordato di voi. Ah, passerottino mio, cara, quando mi ricordo di voi, il cuore mi langue di pena. (...)»

sabato 26 dicembre 2015

Cosa è accaduto negli ultimi dieci giorni

Sono passati più di dieci giorni dall'ultima volta che ho scritto qui e di tutti questi, giuro, non ce n'è stato uno in cui io non abbia avuto una gran voglia di potermi sedere davanti al computer a buttar giù qualche riga. Il problema è stato semplicemente che, davvero, non ne ho avuto il tempo. Avrei potuto farlo solo in quella piccola pausa che era il mio post-pranzo, o al limite la sera. Ma in quei momenti ero talmente stanca che non sarei di certo riuscita a scrivere in italiano.

Ma cos'è stato a tenermi così impegnata? Beh, innanzi tutto il fatidico esame del 18 Dicembre. Un giorno forse scriverò un breve racconto sulla mia travagliata storia universitaria, al momento mi limito a rivelare che sono un'improbabile studentessa di Giurisprudenza. Per questa sessione invernale avevo in agenda ben tre esami: Istituzioni di Diritto Romano (superato, anche se con un voto scarso), Istituzioni di Diritto Privato e Filosofia del Diritto. Ovviamente la fortuna ha fatto sì che questi ultimi due capitassero nello stesso giorno. Mi sono impuntata sul Privato, perché costituisce praticamente la base di tutto ciò che studierò dopo e perché è propedeutico a più o meno tutti gli esami successivi; peccato che il manuale è un mostro di 1000 pagine, di cui più o meno nessun paragrafo può essere trascurato e – per quanto sia per fortuna scritto bene – gli argomenti non sono semplici, tanto da comprendere quanto da ricordare. Insomma, per farla breve a due settimane dall'esame ho fatto il punto della situazione, scoprendo che: non solo mi mancava una considerevole mole del manuale, ma provando a ricordare quanto fatto fino a quel momento mi si è spalancata nella testa una distesa bianca. Molto natalizio senz'altro, ma anche molto preoccupante. Quindi, dopo i primi momenti di panico, mi sono messa a ragionare su cosa avrebbe avuto più senso fare: andare incontro ad una bocciatura sicura, o tentare di preparare Filosofia del Diritto in due settimane? Ho optato per la seconda e posso dire felicemente che è stata la scelta giusta, perché ne sono uscita con un bel trenta sul libretto. Certo per quelle due settimane ho dimenticato cos'è avere una vita, l'unica cosa che ho continuato a fare sono state le passeggiate con la mia cucciola, che servivano tanto a lei quanto a me. La mattina del 18 è stata piuttosto estenuante, lo stesso professore – che comunque ha lasciato tutto il lavoro ai suoi mille assistenti – faceva due esami contemporaneamente, quindi chi vaga nel mondo universitario avrà idea di quanto sarà stata piena quell'aula e di quanto siano andate per la lunga le cose. Fortunatamente sono riuscita a sbrigarmela entro l'una, capitando una volta tanto con una professoressa simpatica e dolcissima con cui più che un'interrogazione c'è stato un dialogo, una discussione su quanto avevo studiato. Meglio di così non poteva proprio andare. Tornata a casa dopo il lunghissimo viaggio di ritorno sui mezzi, mi sono concessa il piacere di rilassarmi finalmente in una vasca di acqua calda, una cena abbondante a base di pizza e poi sono crollata alle 21.30 risvegliandomi alle 9 del giorno dopo. Senza dubbio la dormita più bella dell'anno.

La domenica successiva io ed il mio ragazzo abbiamo partecipato col nostro banchetto un po' traballante al mercatino di Natale del paese in cui abitiamo. Da che ho memoria mio padre ha avuto l'hobby dell'antiquariato, o più che altro di tutta la trafila di negoziazioni per trovare la merce, il divertimento di girare per mercati, di contrattare su eBay (nonostante il suo inglese più che stentato). I suoi bottini – il cui contenuto nel corso del tempo è variato di anno in anno – al momento si incentrano sui modellini di macchine d'epoca, vecchi soldatini dipinti a mano, e poi piatti, statuine e ceramiche dei Paesi scandinavi che abbiamo sempre avuto. Quando è possibile, io e il mio ragazzo prendiamo tutto quanto e cerchiamo di fare qualche soldo nei mercati della zona, un'attività che è sempre un terno a lotto perché puoi guadagnare un bel po' così come puoi non vedere neanche un euro, stando però sicuro di alzarti presto, caricare e scaricare merci, allestire il banco e smontarlo a fine giornata e passare una discreta quantità di ore fuori, per lo più fermo, sotto il sole se è estate o al freddo – come quest'ultima volta – d'inverno. Sarà che ero di buon umore, sarà che già che ci trovavamo in un mercatino natalizio l'atmosfera mi piaceva di più... fatto sta che anche se non siamo diventati ricchi, non mi è dispiaciuto. Soprattutto tornare a casa, poi, e dopo una bella doccia calda scaldarsi con una zuppa e dei toast al formaggio.

Due giorni dopo, il 22 Dicembre, i miei festeggiavano le nozze d'argento. Inizialmente mio padre aveva prenotato per tutti in un bel ristorante ma sfortunatamente mia madre non se la sentiva tanto di uscire, perché in quest'ultimo periodo ha avuto qualche piccolo problema di salute. Allora ho preso in mano la situazione e in fretta e furia ho messo su un piano B: avrei preparato io la cena e con l'aiuto di mio fratello, mia sorella e il mio ragazzo avremmo organizzato una serata per loro. Abbiamo apparecchiato bene la tavola, abbiamo stampato dei menù degni di un ristorante di lusso, i piatti che ho preparato – nonostante fosse la prima volta che li facevo – per fortuna sono stati un successo, e mio fratello con tanto di camicia e cravatta ha fatto il cameriere. E' stato divertente, e soprattutto è stato bello fare per una volta qualcosa noi per i nostri genitori, loro che fanno sempre tanto per noi.

In tutto ciò, pensate forse che ero riuscita a fare qualche regalo? Sono uscita solo il 23 mattina e girando come una matta sono riuscita a trovare qualcosina per tutti. Il 24 è stata una bella giornata: io, il mio ragazzo e mia madre siamo stati a far commissioni fino alle quattro del pomeriggio, tornati a casa visto che non avevamo mangiato mia madre ha preparato un'ottima carbonara che ci siamo spazzolati tutti insieme sul divano davanti a Mamma ho perso l'aereo (ebbene sì, ancora mi piace guardare quel film a Natale). La sera abbiamo cenato dai nonni e poi ci siamo scambiati i regali a casa dei miei. I primi a scartare son stati ovviamente Alvin – il nostro beagle – e Daphne – la nostra labrador – che hanno ricevuto come di consueto un bell'osso gigante, impacchettato come si deve e che si sono divertiti a spacchettare. A me invece è arrivato qualche bel libro, di cui probabilmente vi parlerò; la vera sorpresa però è stata una meravigliosa macchina da scrivere tedesca di fine anni '20, originale completa e funzionante, da parte di mio padre. La sua fissa di girare per mercatini non è poi così male.

Il 25 abbiamo di nuovo pranzato dai nonni con gli zii, ma la vera festa l'abbiamo ospitata noi – il mio ragazzo ed io – la sera: se non mi era capitato prima di dirlo qui sul blog, mia madre è svedese, io sono nata in Svezia, e comunque tutti noi siamo innamorati delle usanze e delle tradizioni – specie quelle natalizie! – di questo Paese così magico. La bottega svedese dell'Ikea ci dà una grossa mano nel metterle in pratica, essendo l'unico posto dove in Italia è possibile trovare certi prodotti, come il glögg, il vino caldo che si offre con uvetta e mandorle per aprire la serata e soprattutto skinka (che si pronuncia schinka), un prosciutto cotto che si prepara al forno con una salsina e pan grattato e che poi si mangia a fettine sottili spalmate con la senape; tradizionalmente si accompagna con una torta di patate e cipolle (che la mia mamma ha preparato, ed era buonissima!) e una sorta di composte di prugne e mele che purtroppo non avevamo. Abbiamo compensate con verdure e altra carne grigliata, concludendo con un buonissimo liquore al caffè e una torta al cioccolato preparata da mia sorella. Dopo cena abbiamo giocato a Shangai e poi, tutti stretti sul divano con i cani addormentati addosso, abbiamo guardato su Netflix un film di Mr Bean. Perché se devi accontentare tanti gusti diversi, con Mr Bean non si può sbagliare.
E' stata proprio una bella serata.

L'agenda non è ancora neanche lontanamente libera: oggi c'è il compleanno di mio nonno, che fortunatamente i miei parenti hanno deciso di festeggiare con una merenda piuttosto che con un altro pranzo; domani rivedo una cara amica che tra impegni miei e suoi non vedo da secoli; dopo domani io e il mio ragazzo festeggiamo cinque anni insieme, anche se nessuno dei due ha ancora espresso un'idea chiara su cosa faremo e se faremo qualcosa di speciale; poi c'è Capodanno, e poi si risalta subito in carreggiata con la vita "normale". Periodo intenso, non c'è che dire.

Prima di farmi completamente travolgere dagli impegni, comunque, ero riuscita a terminare la lettura di Povera gente di Dostoevskij di cui dovrò assolutamente parlavi e ho iniziato Quel che resta del giorno di Ishiguro che finora ho letto saltuariamente e lentamente e sono ancora all'inizio. Però mi sta piacendo. Poi ho finito la terza e quasi anche la quarta stagione di Downton Abbey e pure la prima di Jessica Jones: piaciuto tutto un sacco, arriveranno articoli anche su queste (spero!). Così come torneranno gli appuntamenti con l'Iliade.
Per l'anno nuovo, tra i buoni propositi, metto anche quello di dare un maggior ordine al blog, così da permettere a chi mi segue di avere un'idea di quando usciranno i post delle varie rubriche, almeno quelli a cui posso dare una cadenza fissa.

Non mi resta che dirvi che spero che anche tutti voi abbiate passato un bel Natale, insieme alle persone che amate e in un'atmosfera capace di farvi dimenticare ogni dispiacere. Vi auguro un buon proseguimento, e che il calore delle luci sull'albero e possibilmente di un fuoco nel camino vi accompagnino ancora un po' nei giorni che verranno.

Vi abbraccio!




martedì 15 dicembre 2015

I Pilastri, Iliade #2: Libro Secondo

Il sogno e il catalogo delle navi
«(...) era il domani o il dopodomani, che in Aulide le navi dei Danai
s'adunarono, male a Priamo e ai Troiani portando.
E noi intorno a una fonte, vicino ai sacri altari
offrivamo agli eterni ecatombi perfette,
sotto un bel platano, da cui scorreva lucida l'acqua.
E qui apparve gran segno: un serpe, scarlatto sopra la schiena,
pauroso, che appunto l'Olimpio fece venire alla luce,
balzando di sotto l'altare, si avventò al platano.
Qui era un nido di passeri, tenere creature,
sul ramo più alto, nascosti sotto le foglie,
otto e nona la madre che fece le creature;
e il serpe divorò i piccoli, pigolanti pietosamente;
volava intorno la madre, piangendo le sue creature;
quello s'arrotola, scatta, l'afferra per l'ala, che pigola.
Ma quando ebbe ingoiato i piccoli della passera e lei,
lo annientò il dio, che lo fece apparire,
pietra lo fece a un tratto il figlio di Crono pensiero complesso.
Noi ammiravamo immobili quel ch'era accaduto:
come prodigi tremendi dei numi l'ecatombe interruppero.
Ma subito Calcante spiegò il responso divino:
“Perché senza voce restate, Achei dai lunghi capelli?
A noi tal prodigio ha mostrato il sapientissimo Zeus,
tardo, lento a avverarsi, ma non perirà la sua fama.
Come questo ha ingoiato i piccoli della passera e lei,
otto, e nona la madre che fece le creature,
così, appunto, tanti anni noi dovremo combattere,
ma al decimo prenderemo la spaziosa città!”
Egli spiegava così: e tutto ora si compie.
Dunque restate tutti, Achei dai buoni schinieri,
fino a quando prendiamo la gran rocca di Priamo».


A quanto pare è passata già una settimana dal primo appuntamento settimanale con l'Iliade. I post in programma hanno fatto in tempo ad ammucchiarsi, il tempo purtroppo mi è sfuggito di mano, ma superato venerdì e – speriamo – anche l'esame di Filosofia del Diritto, potrò concedermi un attimo di respiro e pubblicare quanto ho in mente. Almeno il Martedì con Omero (altro che i salotti della D'Urso!) non volevo lasciarlo andar perduto, e visto che il Secondo Libro l'ho letto ed immensamente apprezzato eccomi qui a condividere con voi i tumulti dell'esercito Acheo.

Il Libro Secondo del poema omerico porta con sé alcune suggestive personificazioni – come il Sogno cattivo e la Fama – e moltissime esaustive metafore, o per meglio dire comparazioni omeriche, capaci di rendere con poche parole il perfetto ritratto di quanto accade: il lettore vede e sente, almeno personalmente ho avuto l'impressione di avere davanti agli occhi la polvere che si alzava sotto le corse dei soldati, di sentire il clamore dei metalli ed il chiasso delle voci. E' un Canto in cui gli eventi si susseguono in velocità accelerata, uno dietro l'altro, e da che si stava assistendo solo ad alterchi, piani divini e previsioni, ci si ritrova schierati in campo, pronti a sfoderare le lance.

Questo secondo libro si apre con il Sogno cattivo – e quanto mi piace questa personificazione! – inviato da Zeus ad Agamennone: assumendo le sembianze di Nestore, il più saggio e anziano tra i signori Achei, gli suggerisce di far subito preparare l'esercito a scendere in battaglia. Quanto segue a questo inizio mi ha lasciata perplessa e mi ha fatto credere di non averci capito un tubo, ma leggendo bene le note ho avuto la rassicurazione di non esser ancora diventata del tutto stupida: l'episodio in questione è effettivamente confuso e contraddittorio, frutto probabilmente di compilazioni risalenti a momenti diversi ed incastrate l'una dentro l'altra senza adattamenti. Succede infatti che vengono convocati simultaneamente il Consiglio degli Anziani e l'Assemblea dell'esercito, che Agamennone esorta i soldati a prepararsi a tornare a casa piuttosto che andare in battaglia, che l'esercito dapprima perplesso scoppia in tripudi di gioia ed esaltazione e corre alle navi: insomma, un casino. In questo parapiglia l'unico a restarsene fermo ad osservare la scena, con l'amarezza nel cuore, è Odisseo, più volte paragonato a Zeus per saggezza (anche se, diciamocelo, sia pure un semplice umano Odisseo sta dieci spanne sopra). Ancora una volta Era ci mette lo zampino per proteggere i suoi favoriti – gli Achei of course – e ancora una volta manda Artemide dagli occhi azzurri e trecce bionde a placare gli animi; trovando Odisseo già fermo e contrariato, è a lui che la dea consiglia di riportare l'ordine. Sentendosi legittimato allora a far quel che probabilmente avrebbe già di suo voluto fare, Odisseo inizia a correre tra gli uomini urlandogli di tornare alla base, se necessario picchiandoli e insultandoli. Tra l'altro, passando toglie di mano ad Agamennone il suo scettro, uno scettro fabbricato da Efesto per Zeus e tramandato per svariati secoli, mica un bastoncino qualunque: e boh, Odisseo glielo toglie di mano così e ci prende a randellate i soldati fuggitivi. Non lo capisco mica, 'sto Agamennone, anche se bisogna concedergli che durante l'Assemblea stavolta ha dimostrato un minimo di ragionevolezza riconoscendo che son due idioti lui ed Achille a beccarsi come due galli nel pollaio, ché se si unissero i Troiani non avrebbero un attimo per rifiatare. A proposito, in tutto ciò Achille sta ancora preso a male per Briseide e viene a stento nominato.

Riportato l'ordine a fatica, Odisseo ha un alterco con tale Tersite, descritto come l'uomo più brutto che si fosse mai visto e odiato da tutti perché il tempo libero lo passava a parlar male di più o meno chiunque; stavolta se la prende con Agamennone e inizia a dirne di cotte e di crude – e come dargli torto, in effetti – ma Odisseo aveva già la luna storta, quindi prima lo smonta a parole e poi lo picchia pure, rimettendolo nel suo angolino. I soldati che avevano assistito dicono che Odisseo ne aveva fatte di cose buone da quando si trovavano lì, ma questa era senz'altro la migliore! Pensa quanto lo odiavano, 'sto Tersite.

Calmate definitivamente le acque, si susseguono vari discorsi, tra cui tutto il lungo pezzo che ho riportato il apertura: il ricordo della profezia cui avevano assistito tanto tempo prima – atroce a vedersi, sicuramente, ma bella a leggersi – fa ricordare ai soldati che forse non è il caso di tornarsene a casa proprio ora che i loro otto anni passati lì potrebbero portare ad una conclusione. Ripristinati obiettivi e forza di volontà, inevitabilmente si festeggia con sacrifici – un povero toro di cinque anni – e banchetti.

A questo punto mi ha stupito moltissimo trovarmi a leggere una seconda invocazione: il poeta si rivolge stavolta alle Muse, al plurale, e – cosa che mai mi sarei aspettata – utilizza il primo pronome personale, io. Lo fa perché a questo punto ha inizio il cosiddetto catalogo delle navi, ossia un elenco lunghissimo dei vari gruppi che componevano l'esercito, dei loro capi e dei luoghi di provenienza. Questa seconda invocazione è volta ad enfatizzare la quantità di persone che partecipavano a questa guerra, infatti il poeta chiarisce che lui ne nominerà solo alcuni, perché neanche se avesse dieci lingue e dieci bocche e voce instacabile riuscirebbe a elencarli tutti. Quel che ne esce è comunque un elenco iperbolico, secondo il quale le navi achee sarebbero circa milleduecento.

Morfeo e Iris (1811)
Pierre-Narcisse Guérin
Finita questa rubrica delle pagine gialle, la scena si sposta per la prima volta a Troia: mente gli Achei avanzavano rapidi, dai Troiani arriva Iri, la dea dell'arcobaleno e messaggera degli dèi (altra figura che mi è piaciuta tantissimo) che, inviata da Zeus, va a spifferare ai Troiani che gli Achei si stan preparando all'attacco. Per la prima volta, finalmente, incontriamo qualche eroe troiano, come Ettore ed Enea. Per giusta parità di trattamento, viene fatto l'elenco anche dello schieramento troiano e con esso si conclude il Libro Secondo.

Sarà il maggior coinvolgimento che ho provato nella lettura di questo Canto, che mi ha permesso di raccontarvelo con leggerezza e un pizzico di ironia. D'altronde sto scoprendo che per leggere l'Iliade non ci sono grandi scogli da superare, bastano la curiosità e un minimo di pazienza. Ovviamente è una lettura impegnata, ma le sue pagine si aprono essenzialmente sull'animo umano. Umani sono i combattenti, e come tali si lasciano condurre dai propri sentimenti; umani sembrano, in fin dei conti, anche gli dèi. Ho lasciato così i due eserciti schierati, divisi solo da un po' di spazio. Immagino che nelle prossime pagine inizierò ad entrare nel vivo dell'azione e, sinceramente, non vedo l'ora.

giovedì 10 dicembre 2015

Williamland #3: note biografiche

È stato un caso che qui sul blog iniziassi quasi contemporaneamente ad occuparmi di Omero e di Shakespeare: due autori senz'altro lontani per tempo e per luogo, per lingua e per tradizioni; a primo impatto forse non si penserebbe che abbiano molto in comune, se non per qualche richiamo che il drammaturgo mette in bocca ai suoi personaggi in onore del poeta greco. In realtà, questi due grandi della Letteratura sono accomunati dal mistero che avvolge le loro esistenze. Di entrambi è stato detto – tra le altre cose – che non siano mai esistiti, che i loro nomi siano solo degli pseudonimi dietro cui si celava un collettivo di scrittori. Di Shakespeare, poi, in molti sostengono che fosse in realtà un italiano emigrato in Inghilterra, tale Guglielmo Crollalanza, traduzione letterale di William Shakespeare; questa tesi prende le mosse dalle numerose opere ambientate in Italia, dalla Sicilia di Molto rumore per nulla alla Verona di Romeo e Giulietta alla Venezia de Il mercante di Venezia. Secondo i sostenitori di questa teoria, il drammaturgo inglese aveva una conoscenza troppo coerente e dettagliata non solo delle città utilizzate come sfondo delle sue opere, ma anche della cultura, della letteratura e persino della legislazione italiana: un quadro estremamente realista, troppo secondo alcuni per esser stato appreso solo da racconti di viaggio altrui.


Le notizie sulla vita di Shakespeare, al contrario dei testi teatrali da lui scritti, sono decisamente poche. La data della sua nascita è stata tradizionalmente fatta risalire al 23 Aprile del 1564, in quel di Stratford-upon-Avon, figlio di un fabbricante di guanti e di una donna discendente da una famiglia prosperosa. È probabile che venne educato nella grammar school locale. 
I dati indicano che nel 1582 sposò Anne Hathaway, otto anni più grande di lui.
Per quanto riguarda l'inizio della sua carriera di attore e scrittore non si sa nulla di certo; quel che si sa è che Londra divenne presto il centro della sua vita professionale e che nonostante questo la sua famiglia continuò a vivere a Stratford.
Nel 1592 era già un drammaturgo conosciuto. Fu probabilmente a causa dell'epidemia che causò la chiusura dei teatri di Londra dal 1592 al 1594 che iniziò a scrivere anche i suoi famosi sonetti. Amico e patrono di Shakespeare fu il Conte di Southampton.
Dopo l'epidemia Shakespeare divenne uno dei membri principali della compagnia teatrale the Lord Chamberlain's Men, ribattezzata the King's Men quando James I salì al trono nel 1603. Con loro Shakespeare lavorò per il resto della sua carriera come attore, drammaturgo e amministratore. Più tardi divenne anche membro del sindacato che costruì il Globe Theatre.
Shakespeare morì nel 1616 e fu seppellito nella chiesa di Stratford.

Come poeta, Shakespeare scrisse 154 sonetti, tutti negli anni '90 del '500 – anche se furono pubblicati solo nel 1609 – e tutti scritti in forma Elisabettiana. La maggior parte dei sonetti shakespeariani trattano temi quali l'amore ed il tempo, suggerendo l'idea che l'amore supera la dimensione temporale e, ovviamente, che la poesia sopravvive ad entrambi. Altri temi sono la bellezza, la morte, l'amicizia, il potere dell'amato e la sofferenza dell'innamorato. Sono argomenti tipici dei sonetti dell'epoca, ma quelli di Shakespeare hanno un'energia ed una complessità uniche nel loro genere.
I primi 126 sono indirizzati ad uno young man, probabilmente un giovane aristocratico che era altresì un patrono del poeta, mentre gli altri sono dedicati ad una misteriosa dark lady.

First Folio
Per quanto riguarda il teatro, invece, solo la metà delle sue opere fu stampata quando l'autore era ancora in vita; alcuni di questi testi furono trascritti dagli stessi attori e sono conosciuti come bad quartos per via della loro non accuratezza. Fu solo nel 1623, sette anni dopo la morte di Shakespeare, che due attori membri originari della compagnia e amici del maestro, Heminges e Condell, decisero di pubblicare una collezione dei suoi drammi nel cosiddetto First Folio. In questo volume i drammi furono raggruppati semplicemente come Commedie, Drammi Storici e Tragedie, non ordinati cronologicamente. Stabilire un ordine di composizione, pertanto, risulta particolarmente difficile; per ricostruire un ordine temporale almeno approssimativo, editori e critici hanno utilizzato un metodo che analizza le opere shakespeariane sulla base di tre diversi tipi di indizi:
indizi esterni, riferimenti alle opere di Shakespeare nei lavori di altri scrittori;
indizi interni, riferimenti ad eventi contemporanei all'interno dei testi teatrali;
indizi stilistici, quindi lo stile, la trama, il linguaggio e la metrica utilizzate in ogni dramma.

Sulla base di questi indizi le opere teatrali di Shakespeare possono essere divise in cinque diversi periodi: apprendistato (1590–95), maturità (1595–99), esperimenti (1600–04), tragedie (1604–08) e ultimi drammi (1608–13).

Non sapremo mai la verità sull'identità di William Shakespeare, ognuno resta libero di credere alle teorie che più gli sembrano realistiche o che più lo affascinano; d'altra parte è uno dei luoghi comuni più antichi che il mistero generi curiosità e crei attrazione, ed anche in questo caso il punto interrogativo che grava su un autore tanto prolifico e tanto immenso deve aver giocato la sua parte nell'immaginario di lettori, studiosi ed artisti. Un esempio su tutti, che resta il mio preferito, è il film Shakespeare In Love del 1998, diretto da John Madden e che vanta nel cast Gwyneth Paltrow, Joseph Fiennes, Geoffrey Rush e Judi Dench in cui viene raccontata una fantasiosa storia su come sia nata la tragedia di Romeo e Giulietta. Un film godibilissimo, premiato tre volte dalla British Academy of Film and Television Arts, con tre Golden Globe e ben 7 Oscar, che ben ricostruisce l'ambiente in cui Shakespeare visse e lavorò e contiene anche qualche altra vicenda su cui non abbiamo certezze, come ad esempio la circostanza secondo cui fu Kit Marlowe a suggerirgli l'idea per Romeo e Giulietta, o la morte dello stesso in una rissa da taverna.

Josephn Fiennes, Shakespeare in Love
Nel mio immaginario, onestamente, non riesco a separare William Shakespeare dall'Inghilterra e dunque mi è difficile credere che fosse un immigrato italiano; poco importa, del resto, che le notizie sulla sua vita siano così poche e così vaghe: fintanto che sono giunte le sue opere dovremmo considerarci a posto.

martedì 8 dicembre 2015

I Pilastri, Iliade #1: Libro Primo

Spesso quando si hanno le possibilità non si hanno le consapevolezze necessarie per sfruttarle a pieno, e considero questa circostanza una delle più antipatiche della vita.
Più o meno tutti abbiamo studiato epica a scuola, ma quanti di noi si sono appassionati alla materia allora? Probabilmente persone che poi hanno scelto di specializzarsi in quello stesso settore, quando alle medie dovevano vedersela con le parafrasi di Omero avranno detto che palle e che schifo e ma parla come mangi e ma che problemi aveva questo più o meno ad ogni verso. Sicuramente un ruolo importante in questo lo fanno gli insegnanti: se sei fortunato e a spiegarti le gesta di Achille c'è qualcuno che ha saputo mantener viva la propria passione e che ancora ama il proprio lavoro, forse c'è speranza che ad undici anni capisci qualcosa. Io sono stata più o meno fortunata, la professoressa che avevo alle medie pur essendo abbastanza fuori di testa qualcosa mi ha insegnato; ma mancavano in me le consapevolezze che sono giunte più tardi, quella curiosità che adesso, a ventiquattro anni, un giorno mi ha spinto ad ordinare l'Iliade in libreria per leggermela dall'inizio alla fine. E ora che questa avventura è iniziata, che incanto, che storie, quanta bellezza!
La traduzione chiara e scorrevole della Calzecchi Onesti rende il testo d'impatto immediato e se vado a rilento è solo perché ad ogni nome che incontro mi fermo, lo cerco e mi perdo nella scoperta di miti che avevo dimenticato, che ignoravo o di cui sapevo ben poco. Ripeto: che incanto.

Premetto che non so ancora esattamente come saranno strutturati questi post, lo capirò strada facendo, abbiate pazienza se soprattutto all'inizio saranno un po' disordinati o sconclusionati.
Cominciamo.

La peste e l'ira



vv. 1-7: Protasi
Avendo ancora ben scolpiti nella memoria i versi tradotti dal Monti e imparati a memoria a scuola, è stata una versa sorpresa scoprire come suonasse diversa la versione di Rosa Calzecchi Onesti.
Si passa da questo:
« Cantami, o diva, del Pelide Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' Prodi Atride e il divo Achille.» 
a questo:
« Canta, o dea, l'ira d'Achille Pelide,
rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei,
gettò in preda all'Ade molte vite gagliarde
d'eroi, ne fece il bottino dei cani,
di tutti gli uccelli – consiglio di Zeus si compiva –
da quando prima si divisero contendendo
l'Atride signore d'eroi e Achille glorioso. »
L'opera di svecchiamento è evidente. Quella del Monti è intramontabile, un italiano così alto e raffinato è da sognarselo ormai; ma l'accesso più immediato alla comprensione che consente la traduzione della Calzecchi Onesti è cosa non da poco.
Venendo al testo in sé, come di consueto il poema si apre con l'invocazione alla Musa, alla quale il poeta doveva rivolgersi per chiedere la necessaria ispirazione. Le Muse nella mitologia greca erano nove, ognuna delle quali agiva in un genere specifico. La Musa della poesia epica era Calliope e dunque è a lei che Omero si rivolge nel suo Cantami, o diva.
Il Pelide attribuito ad Achille è un patronimico, sta ad indicare che egli era figlio di Peleo, re di Ftia, in Tessaglia. Subito dopo si fa riferimento alla sua ira, che si rivelerà il tema principale dell'intero poema. In questa prima parte, tale sentimento ha come bersaglio l'Atride signore d'eroi, ovvero Agamennone, indicato ancora una volta per mezzo di un patronimico (Atride: figlio di Atreo).

vv. 8-52: Crise maltrattato e vendicato
In questi versi ci viene spiegato quale fu il seme della discordia tra Achille ed Agamennone: quest'ultimo aveva rapito Criseide, figlia di Crise, sacerdote di Apollo. Crise pertanto si reca presso le navi degli Achei (dei greci, cioè) per proporre un patto: ad essi gli dèi avrebbero consentito di abbattere la città di Priamo – ovvero Troia, assediata già da dieci anni – se Criseide fosse stata restituita al padre. Tutti acclamano, assolutamente d'accordo ad accettare – tutti, tranne Agamennone, il quale non solo caccia il sacerdote Crise, ma lo fa bruscamente e con male parole, parole nelle quali si dimostra subito un personaggio arrogante e poco ragionevole che probabilmente non avrà la simpatia del lettore. Crise obbedisce e si allontana, ma una volta al riparo chiama subito il dio Apollo, fratello gemello di Artemide e figlio di Zeus Latona (che possedeva i poteri del progresso e vegliava sui fabbri), il quale ascoltando la preghiera di Crise scese subito dall'Olimpo, s'appostò lontano dalle navi e lanciò una freccia. Colpì prima i muli, poi i cani veloci ed infine gli uomini, i cui corpi continuarono ad accumularsi gli uni sugli altri: e di continuo le pire dei morti ardevano, fitte.

vv. 53-120: L'assemblea raccolta e il responso di Calcante
Al decimo giorno, Achille – seguendo la volontà della dea Era, che penava nel vedere i greci morire in quel modo – raduna l'assemblea e decide d'interrogare un profeta o un sacerdote per capire quale sbaglio il dio Apollo stesse rinfacciando loro con quella crudele punizione; a tale richiesta si alza Calcante, il migliore fra i vati, che conosceva il presente e il futuro e il passato, il quale promette di dar loro le spiegazioni che cercavano soltanto se Achille avrebbe promesso di proteggerlo, perché prevedeva che ascoltando le sue parole un uomo si sarebbe molto adirato. Achille promette di difenderlo contro ogni mano pesante, fosse anche stata quella di Agamennone. E qui ci sono due precisazioni importanti da fare: la prima riguarda il vero ruolo di Agamennone. Egli viene indicato come re ma con questa definizione non s'intende il "re" come lo intendiamo noi, poiché non esisteva il concetto moderno di monarchia. Agamennone pertanto era piuttosto un primo tra pari, cui l'obbedienza degli uomini non era necessariamente dovuta. La seconda considerazione riguarda la posizione assunta da Achille in questo passaggio: offrendo la sua protezione a Calcante dimostra che non vuole difendere soltanto i propri interessi, che anzi è disposto a prendere le difese anche degli altri, assumendo così le funzioni di un potere politico e giudiziario, di cui forse si iniziava a sentire l'esigenza.
A questo punto Calcante parla, raccontando di come il dio Apollo ce l'avesse con loro per come il sacerdote Crise era stato trattato e cacciato da Agamennone, il quale subito reagisce con rabbia, riconoscendo tuttavia che per il bene dell'esercito è disposto a rendere Criseide, a patto che gli venga dato in cambio qualche altro dono.

vv. 121-303: La contesa e l'ira
In questo momento diventa facile comprendere che la contesa tra Achille e Agamennone non riguarda il particolare episodio presente, ma va avanti anzi da molto più tempo: Achille infatti non riesce a tollerare la prepotenza di Agamennone e gli rinfaccia di come rispetto ad altri combattenti si prodighi poco in battaglia e di come sia di contro avido di doni (cioè dei bottini di guerra, che comprendevano anche le donne, di cui solitamente uccidevano padri e mariti). La lite tocca il suo culmine quando Agamennone dice con sfrontatezza che sarebbe andato direttamente alla tenda di Achille a prendersi il suo di dono, ovvero la bella Briseide. A questo punto Achille è pronto a sfoderare contro di lui le sue armi, ma interviene Atena, dea della sapienza e della strategia militare, che inviata da Era compare dietro Achille, invisibile a tutti gli altri, e lo dissuade dall'usare la forza. La lite riprende allora sul piano verbale, finché non interviene Nestore, il più anziano dei capi greci, sotto il quale s'erano già estinte due generazioni di uomini mortali e sopra la terza regnava, che con la propria saggezza riesce a placare gli animi, ma non a far tornare indietro i due litiganti dalle loro posizioni.
Agamennone, parlando di Achille e rivolto a Nestore:
«Sì, tutto questo, o vecchio, tu l'hai detto a proposito;
ma quest'uomo vuol stare al di sopra di tutti,
vuol comandare su tutti, signoreggiare su tutti,
dare a tutti degli ordini, a cui, penso, qualcuno non obbedirà.
Se l'hanno fatto guerriero gli dèi che vivono sempre,
gli hanno ordinato per questo di vomitare ingiurie?»
E a sua volta, Achille:
«Davvero vigliacco e dappoco dovrei esser chiamato,
se ti cedessi tutto, qualunque parola tu dica.
Agli altri comanda questo, ma non a me
darai ordini; ormai io non ti obbedirò.
E ti dirò un'altra cosa, tu ficcala nella tua mente:
con la forza, è inteso, io non combatterò per la giovane,
non con te, non con altri, poiché la prendete voi che la deste.
Ma dell'altro che sulla rapida nave nera possiedo,
nulla di questo potresti prendere e portar via mio malgrado.
Su dunque, fanne la prova, che sappiano anche costoro:
subito il sangue nero scorrerà intorno alla lancia!»
vv. 304-348: Sorte di Criseide e Briseide
Sciolta l'assemblea, mentre Achille torna alle tende assieme a Patroclo e compagni, Agamennone spinge in mare una nave, guidata da Odisseo e con a bordo Criseide, e chiede ai suoi due araldi e fedeli scudieri di andare alla tenda di Achille a prendere Briseide guancia graziosa, e questa è forse la parte più emozionante incontrata in questo Libro Primo: i due araldi, Taltibio e Euribate, quando arrivano in vista di Achille per rispetto non osano avvicinarsi o parlare, ma non ce n'è neanche bisogno perché Achille sa già cosa sono venuti a fare, e ordina a Patroclo di condurre fuori la giovane.

vv. 349-429: Achille e Teti
Achille scoppia in lacrime, seduto lontano dai compagni, e piangendo implora la madre, la dea Teti, la quale sentendolo subito emerge dagli abissi del mare e accorre al suo fianco, pregandolo di confidarle le sue pene. Le chiede di recarsi da Zeus e di chiedere a lui, signore degli dèi, di dare qualche aiuto ai Troiani e respingere gli Achei in mare, cosicché tutti gli uomini dell'esercito si godessero il loro re e Agamennone stesso avrebbe dovuto rendersi conto della propria follia. Teti, in lacrime per il dolore del figlio, accetta il compito che le viene affidato. Achille dovrà però attendere, perché Zeus è partito per un pranzo il giorno prima e Teti potrà chiedere il suo aiuto solo dodici giorni dopo; nel frattempo, gli consiglia di conservare la propria ira verso gli Achei e di non combattere ancora con loro.

vv. 430-487: Odisseo rende Briseide al padre
Nel mentre il viaggio di Odisseo si svolge senza intoppi: giunge a destinazione, consegna Criseide al padre Crise, il quale felice e sollevato subito rivolge la sua preghiera al dio Apollo affinché cessi la sua punizione. Il lieto esito viene coronato da un banchetto abbondante e calici di vino, ed il viaggio di ritorno alle tende achee è altrettanto veloce e tranquillo.

vv. 488-534: Teti e Zeus
Come promesso, al dodicesimo giorno Teti si reca da Zeus per fargli la sua richiesta, in nome di qualunque cosa lei avesse mai fatto per onorarlo o aiutarlo; Zeus è in difficoltà, perché sa che acconsentendo scatenerà la rabbia di sua moglie, Era, che già lo accusa di sostenere i Troiani in battaglia. Alla fine, tuttavia, acconsente, e lo fa con un solo piccolo cenno del capo per non farsi notare, assicurandole che quel cenno è una promessa. Teti torna nel mare.

vv. 536-611: La contesa fra Era e Zeus rasserenata da Efesto
Nonostante la discrezione di Zeus, Era lo ha visto confabulare con Teti e pretende di sapere cosa fosse venuta a chiedergli; Zeus ovviamente si oppone. L'atmosfera tesa viene alleggerita dal figlio Efesto, che raccontando delle sue disavventure quando ha osato schierarsi contro Zeus strappa risate a tutti, e offrendo calici pieni continua a rasserenare gli animi dei presenti.

E con questo si conclude il Libro Primo, di cui mi ha colpito l'immediatezza, la facilità con cui mi sono vista davanti agli occhi le varie scene raccontate; la forza dei sentimenti, così diretti e tempestosi. I versi più toccanti sono sicuramente quelli che descrivono Achille in lacrime, lontano da tutti, affranto dalla perdita di Briseide (poi beh, ti ricordi che è una poveraccia che ha rapito dopo averle ucciso il fratello e il marito e allora forse un po' di magia si perde, ecco). Ma più di tutto a colpirmi son state le descrizioni delle apparizioni delle dee: quando arriva Atena a fermare Achille durante la lite con Agamennone, o Teti che emerge dalle acque in aiuto del figlio. Le parole usate sono davvero poche in confronto a quelle che useremmo noi oggi per descrivere la stessa situazione, eppure sono tanto più evocative di paragrafi interi.

So che è uscito fuori più un riassunto che altro, spero che man mano che prendo confidenza col testo riuscirò anche a raccontarvelo in maniera più scorrevole e più ricca di mie considerazioni. Per questa volta, mi accontento di aver condiviso questo primo passo dentro quest'immensa lettura.

lunedì 7 dicembre 2015

Libero chi legge #3: Emma

Jane Austen (1775 – 1817)
Jane Austen è l'autrice che forse più frequentemente tende a venir “semplificata” dal pubblico dei lettori, come se davvero la sua intera opera si risolvesse nella rappresentazione delle piccole realtà provinciali, eroine dai caratteri vivaci e frizzanti, matrimoni e progettazione degli stessi, chiacchiere sugli usci di casa.
Naturalmente nella scrittura austeniana c'è tutto questo, ma non solo questo.
Le donne che la scrittrice mette al timone dei propri romanzi son sempre protagoniste di una crescita importante, di un percorso volto alla conoscenza di sé e all'acquisizione di una profonda auto-consapevolezza. Le donne austeniane partono con un bagaglio di esperienze acquisito nel loro contesto familiare e/o sociale, all'interno del quale si muovono con sicurezza e disinvoltura, essendone spesso i membri più brillanti. Poi – inevitabilmente – arriva l'elemento di novità, il particolare non previsto ed in quel momento le Elizabeth Bennet – tanto per citare una delle protagoniste più conosciute e amate – vengono messe alla prova. Costrette in qualche modo a mettersi in discussione, le eroine di Jane Austen riflettono, sbagliano, cadono, soffrono e – infine – meravigliosamente crescono.

In questo Emma è il personaggio più esemplare.
Scritto nel 1814 e pubblicato l'anno dopo in tre volumi, fu il penultimo romanzo della Austen e l'ultimo che lei vide pubblicato, prima di spegnersi a soli quarantadue anni. Unanimemente giudicato dalla critica il più riuscito tra i suoi lavori, è senz'altro il più complesso e più ambiguo che ho letto sinora.
Emma è una ragazza di ventun anni, presentata nelle prime righe come una a cui non manca niente: bella, ricca e intelligente. Persa la figura materna quand'era ancora bambina, Emma è cresciuta assieme ad un padre ansioso ed ipocondriaco, il signor Woodhouse, ma soprattutto con la signorina Taylor, la sua istitutrice che più che altro è sempre stata una “preziosissima amica”. Il romanzo si apre su uno scenario un po' desolante per la protagonista: la sorella Isabella è già da tempo lontana dal focolare della casa di Hartfield che le ha viste crescere, avendo sposato John Knightley ed essendo diventata madre di una piccola squadra di bambini; l'amata signorina Taylor è a sua volta appena convolata a nozze con l'affabile signor Weston, e pur essendosi trasferita a Randalls, tanto vicina da consentire visite quotidiane, rappresenta per Emma – rimasta sola a consolare l'anziano padre che mal sopporta qualunque cambiamento – una dolorosa perdita nella propria vita domestica. Non che la loro grande casa resti sempre vuota, anzi: le sue porte si aprono spesso a vari membri della cittadina di Highbury, ma ad Emma manca comunque un suo pari, qualcuno con cui confrontarsi onestamente e sinceramente allo stesso livello. A questa grave mancanza, Emma supplisce giocando spesso con la propria fantasia, vivendo più spesso la vita degli altri che la propria. Nel momento in cui nel suo salotto di Hartfield arriva la giovane ed ingenua Harriet, una ragazza che ignora le proprie origini e certo non ha grandi prospettive per il futuro, Emma proietta su di lei tutte le proprie ambizioni. Riconoscendo alla nuova amica una bellezza ed un'eleganza che non potevano andar sprecate, si tuffa a capofitto nell'impresa di elevarla ad un rango sociale superiore. Harriet è senz'altro inferiore ad Emma per capacità e sveltezza di pensiero, ed essendo lusingata da tante attenzioni che mai si sarebbe aspettata da un ragazza importante come la signorina Woodhouse, si lascia guidare ciecamente da lei, piegandosi completamente a qualunque sua manovra o decisione. Emma s'impegna a combinare matrimoni tra persone che lei reputa assolutamente ben assortite, e credendosi un'esperta nel leggere i sentimenti degli esseri umani s'inganna in realtà più di una volta e commette ben più di un errore. A redarguirla, correggerla e consigliarla c'è sempre il signor Knightley, fratello del John che ha sposato la sorella, da sempre intimo amico dei Woodhouse e abituale ospite di Hartfield. 

Nel percorso di Emma gli elementi di novità sono anche più di uno: l'arrivo in paese di Frank Churchill, figlio del signor Weston, e tutte le conseguenze relative a tale conoscenza; le dinamiche del rapporto con la signorina Jane Fairfax, unica che in quanto ad educazione, sensibilità ed intelligenza avrebbe potuto ricoprire il ruolo di amica per Emma, ma che quest'ultima rifiuta stupidamente perché troppo abituata ad essere la prima in tutto per potersi confrontare davvero con una sua pari. Nel momento in cui alla fine, pentita, Emma è pronta ad accogliere sinceramente Jane nei suoi affetti, lei è in procinto di lasciare Highbury.

Ciò su cui in effetti secondo me ruota tutto il romanzo è la solitudine di Emma, che fin dall'inizio mi è apparsa una principessa rinchiusa nel suo castello. Bella, ricca e intelligente, sì, ma non felice. Ed è probabilmente proprio la sua intelligenza ad essere causa di tanta solitudine, poiché nella stretta cerchia di Highbury è difficile farne buon uso. Del resto, ad una donna nel Settecento non si richiedeva molto più che essere bella, elegante e dotata di buone maniere. Le persone con cui Emma poteva riempire i vuoti affettivi le vengono portate via una alla volta: la madre – da cui sappiamo che ha ereditato la vivacità di pensiero – nell'infanzia, poi la sorella (che sebbene somigli più al padre, era pur sempre una gradita compagnia), la signorina Taylor ed infine Jane Fairfax.
«Mi preparo a creare un'eroina che non sarà molto gradita a nessuno se non a me»
è la celeberrima frase che Jane Austen scrisse alla sorella mentre iniziava la stesura di Emma. E' vero, si tratta di una ragazza terribilmente snob e compiaciuta di se stessa, spesso autoreferenziale e tanto convinta della propria lungimiranza da essere a volte cieca anche davanti all'ovvio. Ma questo all'inizio: leggendo a fondo e andando oltre le apparenze, si può intuire il mondo che questa protagonista porta dentro, quel desiderio di evasione che deve necessariamente provare e che la porta a fantasticare sulle vite degli altri non vedendo grandi felicità per sé; il padre infatti, il caro vecchio signor Woodhouse, nelle sue ansie e nelle sue malattie immaginarie altro non è se non terribilmente egoista: indirettamente, volendolo o meno, ha ancorato la figlia alla propria vecchiaia, rendendole sotto ogni punto di vista impossibile lasciarla libera di vivere la propria giovinezza. Tant'è che anche quando le viene gettata una manciata di brio lei la coglie per un attimo, poi subito torna a pensare che non è possibile, non con il povero vecchio signor Woodhouse. 
Il lieto fine in realtà arriva anche per lei, ma è davvero un lieto fine? Impossibile analizzare questo punto senza svelare la conclusione, mi limiterò a dire che secondo me lo è soltanto in apparenza e che la crescita di Emma, dunque, si dimostra circolare: compie un percorso che la porta, anche se maturata e migliorata, esattamente al punto di partenza, chiusa nel suo castello.

Attorno a questi protagonisti ruotano come di consueto personaggi secondari indimenticabili, come la logorroica signorina Bates o l'antipatica e banale signora Elton, che ricordano tanto i tipi dickensiani. Emma si è dimostrato un vero capolavoro, un gioiello della letteratura, una commedia degli errori di cui lo stesso Shakespeare avrebbe potuto compiacersi. I misunderstandings di cui Emma e tutti gli altri si scoprono vittime sono tutti dovuti alle apparenze, di ciò che appare diverso da quel che realmente è. 
Un romanzo più maturo rispetto agli altri, in cui si comprende come nel tempo fosse maturata l'autrice anche nella consapevolezza del proprio mestiere. Un percorso continuato con Persuasione, che a questo punto non vedo l'ora di leggere, e bruscamente interrotto mentre scriveva Sanditon.

Se un lettore dovrebbe sempre cercare di entrare a fondo in quel che sta leggendo per poterne davvero fare tesoro, in modo particolare dovrebbe farlo con Jane Austen, che nella sua tanto citata ironia ha saputo comunque infondere infinita sensibilità e comprensione dell'animo umano – e non solo quello femminile. Il mio preferito, ad ora, resta ancora Ragione e sentimento, ma Emma è un personaggio che difficilmente riuscirò a dimenticare, che da un certo momento in poi ho iniziato a sentire con vibrante intensità e per la quale non ho potuto non provare empatia e malinconia. 

Gwynet Paltrow interpreta Emma
nell'omonimo film del 1996

domenica 6 dicembre 2015

Spectator #4: Downton Abbey, seconda stagione

Credo che Dicembre sia il mese dell'anno che in assoluto preferisco, e non solo per le feste e la magia natalizia. E' il mese in cui senza dubbio si concentra la stagione invernale, di cui non c'è proprio nulla che non mi piaccia․ Dai maglioni alle sciarpe, dal vino caldo al camino acceso․
A pensarci è assurdo che i momenti più attesi son quelli che poi arrivano da un momento all'altro, quasi senza che te ne accorgi․ Ricordo perfettamente come a inizio settembre premeditavo, stavolta, di gustarmi a pieno l'autunno, godermi ogni momento che avrei potuto ricercare, e lasciarmi condurre dolcemente verso l'inverno․ E adesso, di punto in bianco, abbiamo già vissuto la prima settimana di dicembre․

Nella mia casetta ho provveduto a spargere lucette un po' ovunque e l'albero troneggia nel suo angolino del salotto. La decorazione che mi piace di più al momento è una fila di luci bianche incastonate in piccoli fiori trasparenti, che ho sparso sul mobile della tv e che danno un'atmosfera calda e soffusa, che invita a passare la serata sul divano, col plaid, un tè caldo e speziato e godere di questo tepore quasi irripetibile in altri momenti dell'anno. Per un invito del genere non mi lascio certo pregare, ed il mese gratuito di Netflix rende tutto ancora più semplice: per cena serie tv in abbondanza. Ecco perché dopo aver parlato della mia prima esperienza con questa serie qui ho già concluso anche la seconda stagione di Downton Abbey, composta da 7 episodi di durata che varia dai 54 minuti a 1h e 57 (praticamente un film).


Se la prima stagione mi aveva entusiasmata, la seconda non è stata da meno: anzi. Ambientata tra il 1914 e il 1919, siamo in piena Prima Guerra Mondiale, un evento che non poteva lasciare niente e nessuno indifferente ed intaccato, neanche una famiglia altolocata e protetta come quella dei Crawley. La vita a Downton viene messa sottosopra soprattutto dalla mancanza di uomini, volontariamente o meno impegnati al fronte. Mancanza di personale e bisogno di sentirsi utili in un qualche modo sono i temi stavolta in primo piano․ 

Così vedremo i camerieri Thomas e William in guerra, insieme a Matthew Crawley; la combattiva Lady Sybil che, essendo donna e non potendosi arruolare, entra solertemente nella scuola per infermiere pur di poter fare qualcosa․ Ad un certo punto Downton viene momentaneamente trasformata in un centro di riabilitazione per i comandanti reduci di guerra․ 

Mr Lang, valletto che sostituisce momentaneamente Mr Bates, incarna il racconto dell'orrore – non sufficientemente ricordato, a mio parere – vissuto dai soldati che riportavano un shock post-traumatico da stress․ Su questo sfondo continuano ad alternarsi le vicende con cui lo spettatore ha preso confidenza nella stagione precedente: dunque abbiamo gli alti e bassi della relazione tra Matthew e Lady Mary, per cui lo spettatore deve penare fino all'ultima puntata per conoscere l'esito conclusivo․ 
Dobbiamo sorbirci Sir Richard Carlisle, un “self-made man” arrogante e pieno di sé che Lady Mary si è rassegnata a sposare․ Altra momentanea new entry è Lavinia Swire, giovane dolcissima nuova fidanzata di Matthew․


Sir Richard Carlisle
Mrs Lavinia Swire

Mr Lang


Questa seconda stagione permette allo spettatore di affezionarsi di più a Lady Mary, così come anche a Lady Edith: una volta messe da parte le sciocche gelosie si scopre il buon cuore di Edith, la sua gentilezza che saranno proprio le qualità che le permetteranno di avere finalmente qualche piccola e inaspettata bella sorpresa․ Tra i domestici, i riflettori vengono puntati su Mr Bates e la cameriera Anna, un'amicizia che si trasformerà in un sentimento tormentato dalle ombre proiettate sul futuro dal passato di lui․ Una storia “particolare” nascerà anche tra la sguattera di cucina Daisy e il cameriere William, mentre l'autista Tom Barrow corteggia con determinazione Lady Sybil․

Che dire, i motivi per cui questa serie mi sta appassionando si confermano quelli elencati nel mio articolo precedente, e se ne aggiungono degli altri: alcuni episodi portano ad affezionarsi terribilmente ai protagonisti․ L'anziana Lady Violet continua a strappar risate, Robert e Cora si dimostrano sempre di più due genitori che mettono le figlie al primo posto, dando loro sostegno ed amore incondizionato molto più di quanto ci si potrebbe aspettare da famiglie dell'epoca, che prima di tutto dovevano difendere il proprio nome e la propria reputazione․

E' una stagione intensa, che porta diversi momenti di commozione – tenete a portata di mano i kleenex, mi raccomando – sussulti, sorprese, momenti in cui mordersi la mano ed altri in cui tirare sospiri di sollievo․ Downton Abbey è una matriosca: una casa fitta di corridoi e di storie, una dentro l'altra. La telecamera li percorre, rincorrendo i domestici indaffarati, indugiando nei salotti, infiltrandosi nelle belle stanze da letto. In queste giornate corte e buie, ma così belle dentro una coperta morbida e calda, lasciarsi prendere dalle vicissitudini dei Crawley e lasciarsi trasportare dai loro accenti e dai loro modi così elegantemente british è un piacere impagabile – per gli occhi, per le orecchie, per l'umore.

Fatevi il vostro tè, prendete un biscotto digestive e buona visione.

Lady Sybil con un soldato

Matthew Crawley e un compagno
John Bates & Anna







venerdì 4 dicembre 2015

Wine talk friday

Il titolo di questo post non vuole essere un inglesismo affascinante, è che una traduzione italiana di questa espressione non mi convince – chiacchiere da vino? chiacchiero col vino? boh․
Chiarito questo punto e tranquillizzati i fan della Crusca, posso passare col cuore in pace a parlare del fatto che questa settimana ho dovuto per forza di cose trascurare il blog e scrivere mi è mancato tantissimo, perché lavorare ai miei post mi ha dato un senso di calma e di soddisfazione personale che non provavo da non ho idea quanto tempo; ma il ritorno del fidanzato, le pulizie della casetta e la preparazione di un maledetto esame particolarmente lungo e difficile hanno avuto la precedenza․ E l'ultimo punto è ben lungi dall'esser stato portato a termine: mi aspettano due settimane di fuoco e sinceramente non so proprio se ci arriverò tutta intera – o quanto meno decentemente preparata, ecco․ Quel che è certo, invece, è che raggiungere questo obiettivo sarebbe proprio un bel regalo di Natale․

Forse dovrei precisare che questo non è un post con uno scopo, non dirò niente di interessante, illuminante o pregno di significato․ E' venerdì sera, ho avuto tutto il giorno gli occhi incrociati su cose come codice del consumo, contratto del consumatore, clausole vessatorie ecc․, cose che sono un po' l'antitesi di ciò che potrei trovare un minimo interessante․ E quindi ora sono qui seduta davanti al computer, dentro una felpa quattro volte più larga di me, con un bicchiere di rosso a portata di mano e mi concedo il piacere di scrivere a ruota libera․ Lasciatemi fare la Penny della situazione (Big Bang Theory, conoscete tutti sì?)

Il venerdì sera ha smesso di avere un vero senso per me praticamente dalla fine del liceo․ In casa mia il venerdì sera era quasi un'istituzione, il momento verso cui tutti arrancavamo come traguardo delle nostre fatiche․ Dal momento che mia madre è sempre stata a casa ad occuparsi di noi e mio padre è un libero professionista, nel fine settimana potevamo tutti rilassarci un po'․ Per cena mio padre portava la pizza, così mamma non doveva stare ai fornelli, ed era l'unico giorno in cui forse si riusciva a guardare un film o un programma tutti insieme․ Certo, poi ho iniziato ad andare a scuola anche il sabato mattina, ma l'atmosfera del venerdì sera continuava a contagiarmi, anche se la mattina dopo dovevo ancora alzarmi presto․
Poi sono andata all'università, e poi sono andata a convivere col mio ragazzo che spesso e (mal)volentieri come la maggior parte dei comuni mortali e precari ha lavorato sabato domenica feste e festivi․ Tra tutti e due, era scontato che il senso della scansione settimanale si perdesse․

E' una cosa di cui non ti accorgi subito, quando il sabato è uguale al martedì e la domenica come un qualunque lunedì – ci vuole tempo prima di rendersene conto, ed in quel tempo si perde già il sapore dei diversi giorni settimanali․ Per me è appena un ricordo l'alzataccia del lunedì, il mercoledì che ti fa già sentire meglio perché sei a metà strada per arrivare a sabato, o la mia personale avversione per il giovedì․ E' qualcosa di così scontato, vero?, e come la maggior parte delle cose scontate sorprendentemente preziosa․

Quando me ne sono accorta ho provato un fastidioso senso di nostalgia, quel tipo di nostalgia che si prova per quel che era e non è più․ Fortunatamente non sono quel tipo di persona che di una situazione sgradita prende atto e basta: cerco sempre di mettere in moto un cambiamento, a mio modo, che sia anche solo progettandolo nella testa o con un processo molto lento․ Proprio per questo, quando ne ho la fantasia cerco di ritrovare il sapore perduto del venerdì sera, anche se il giorno dopo – come tutti gli altri giorni – mi alzo alle 7 e passo la giornata a piangere sul codice civile

Stasera, il venerdì sera è un bicchiere di vino rosso economico, pop-corn appena fatti e qualche episodio dell'ottava stagione di Big Bang Theory insieme al mio lui e alla mia cucciola․

Auguro a tutti un buon fine settimana, o almeno qualcosa che ci somigli․