venerdì 1 gennaio 2016

Libero chi legge #5: Quel che resta del giorno

«Lord Darlington non era una cattiva persona. Non lo era affatto. E almeno ha avuto il privilegio di poter dire, alla fine della propria vita, di aver commesso i propri errori. Sua signoria è stato un uomo coraggioso. Ha scelto un certo percorso, nella sua vita, che si è rivelato un percorso sbagliato; ma era quello che aveva scelto, così almeno può dire. Perché io, invece, non posso nemmeno asserire questo. Vedete, io mi sono fidato. Mi sono fidato della saggezza di sua signoria. Tutti gli anni nei quali sono stato al suo servizio, ho creduto davvero di fare qualcosa di utile. Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero – uno deve chiedersi – quale dignità vi è mai in questo?»
 Ogni volta che mi sono soffermata a pensarci, ho avuto la sensazione che gran parte delle cose in cui credo possano essere riassunte dicendo che credo nel destino, un credere dettato in primo luogo da alcune grandi esperienze vissute in prima persona e in secondo luogo per tutti quei fatti piccoli e meno piccoli che non riesco a considerare come frutto di semplici coincidenze. Uno di questi, è senz'altro l'incappare in determinati libri in specifici periodi della vita, come a me capitò di leggere Norwegian Wood di Murakami in un momento di profonda solitudine o Un giorno questo dolore ti sarà utile in giorni che sembravano fatti apposta per recepire ogni parola contenuta in quello spettacolo di romanzo. Se queste circostanze non sono architettate dal Destino, che magari si adopera solo per questioni di maggior portata, allora devo necessariamente credere che ogni vero buon Lettore sia guidato da un suo personalissimo Spirito Guida, che lo orienta verso il libro a lui al momento più congeniale. Ovviamente più il Lettore legge e più lo Spirito affina il suo fiuto, fino a diventare praticamente infallibile. Il mio, bisogna dirlo, deve essere abbastanza in forma, perché nell'ultimo anno non ho letto neanche un libro che posso definire brutto o che non mi sia affatto piaciuto.

Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, classe 1954, nato a Nagasaki ma trapiantato a Londra a soli cinque anni, ultima lettura del 2015 e prima recensione del 2016. Il preambolo che ho fatto e che potrebbe sembrare totalmente inutile, nasce dall'evidenza che in altri periodi avrei potuto trovare questo romanzo un po' noioso o poco coinvolgente, ma dopo la scorpacciata di Downton Abbey su Netflix non sarebbe mai potuta andare così: quella serie tv ha alimentato la mia curiosità per quelle che potremmo dire figure marginali, quelle presenze di cui potremmo a stento accorgerci e che invece palpitano di vita quanto – o forse di più – coloro che per un motivo o l'altro vivono sotto i riflettori. I domestici rientrano più che mai in questa categoria, occupando con la massima discrezione il loro posto ma essendo a tutti gli effetti i silenziosi e attenti testimoni degli eventi che si susseguono nelle grandi case in cui prestano servizio. E' un mestiere a cui oggi senz'altro non capita di pensare spesso perché ormai a stento esiste, ma si tratta di un mestiere che richiedeva – se lo si voleva svolgere ad alti livelli, e cioè presso famiglie altolocate – estremo sacrificio. Orario di lavoro praticamente continuato, poche ore di riposo e, soprattutto, scarse possibilità di crearsi una vita propria al di fuori delle mura entro le quali si svolgeva la propria carica professionale. Penso in questo a Mr Carson e Miss Hughes di Downton Abbey, il maggiordomo e la governante, che con la dovuta discrezione inglese hanno accennato al rimorso di non essersi in passato costruiti una famiglia. Affatto lontano da loro è Mr Stevens, il protagonista di Quel che resta del giorno.

Quel che resta del giorno è, anzitutto, un diario di viaggio. Un viaggio attraverso l'Inghilterra in direzione della Cornovaglia e un viaggio – soprattutto – a ritroso nei ricordi. Mr Stevens è inglese, incarna dalla punta dei capelli alle dita dei piedi il prototipo di gentiluomo inglese vecchio stampo. Ha speso gran parte della propria vita alle dipendenze di Lord Darlington, svolgendo impeccabilmente la funzione di maggiordomo presso la lussuosa Darlington Hall, che alla morte del Lord è stata comprata da Mr Farraday, il solito americano eccentrico che nonostante qualche difficoltà nel comprenderlo Mr Stevens si propone di soddisfare al massimo delle sue capacità. E' grazie a lui che si presenta l'occasione del viaggio: dovendo tornare in America per svariato tempo, Mr Farraday suggerisce a Mr Stevens di andare a guardare un po' il Paese in cui vive da sempre ma che probabilmente non ha avuto molte occasioni di esplorare; gli offre la sua Ford e i soldi per la benzina, insomma tutto pagato, purché Mr Stevens non rimanga chiuso in casa a far nulla durante la sua assenza. Se all'inizio il maggiordomo non dà troppo peso all'offerta, ad un certo punto inizia a farci un pensierino, per motivi ovviamente professionali: Stevens si trova infatti un po' a corto di personale e ha notato che questa carenza sta portando a commettere degli errori nello svolgimento dei compiti di per sé insignificanti, ma non trascurabili nel complesso; il viaggio potrebbe allora tornargli utile per fare una visita a Miss Kenton, una donna che a lungo è stata la governante di Darlington Hall, andata via dopo essersi sposata. Miss Kenton e Mr Stevens sono rimasti in contatto epistolare, e nelle sue ultime lettere lei non solo confidava di aver lasciato la casa del marito, ma sembrava anche esprimere una profonda nostalgia per i vecchi tempi a Darlington Hall.

E allora, Mr Stevens si mette al volante della Ford e viaggia per sei giorni. Di questi sei giorni e della strada che percorre ci descrive solo qualche paesaggio meraviglioso che si ferma a contemplare o qualche episodio degno di nota avvenuto lungo il tragitto – come l'evitare di investire una gallina in un tratto di campagna e la riconoscenza della sua proprietaria, o l'aiuto offerto da personaggi gentili in diverse occasioni in cui riscontra problemi con l'automobile; ma più che altro questi sei giorni costituiscono per Mr Stevens un'occasione per riflettere. Egli va indietro con la memoria, ci racconta dei momenti in cui Darlington Hall era al massimo dello splendore, ci spiega quale fosse il suo rapporto con Lord Darlington – per il quale non smette neanche per un secondo di nutrire il massimo rispetto –, rievoca vivaci episodi dei suoi confronti con Miss Kenton e soprattutto ci rende partecipi delle profonde riflessioni fatte negli anni, anche assieme a suoi meritevoli colleghi, sui principi della professione di maggiordomo.

Quel che mi ha davvero colpita del romanzo è stata la capacità mimetica di Kazuo Ishiguro: è difficile rendersi conto che a scrivere non sia davvero un maggiordomo inglese vecchio stampo, e questo denota non solo un profondo approfondimento del contesto e dell'ambiente, ma anche un'estrema bravura. Credo che per un autore, una delle cose più difficili sia proprio nascondere se stessi per poter dare totalmente e completamente la parola al personaggio. Scrivendo è quasi inevitabile dare se stessi al protagonista, specie quando il racconto è in prima persona. Be', Mr Stevens è interpretato così egregiamente che – utilizzando termini teatrali – non sapresti dire dove finisce il personaggio e dove comincia l'attore. Per Mr Stevens la vita e la carriera sono state essenzialmente la stessa cosa, al centro delle quali ha messo la questione della dignità. Per spiegare a fondo che significato dia a questa parola così importante riporta numerosi episodi e prende ad esempio suo padre, a sua volta rispettato maggiordomo. Quella di Mr Stevens si dimostra un'esistenza impeccabile, oltre modo meritevole di rispetto ma, in definitiva, quasi fittizia: come arriva a pensare lui stesso al termine del suo viaggio, ha dedicato i suoi anni migliori a Lord Darlington, ha dato tutto se stesso a Sua Signoria credendo che servendo lui – un uomo impegnato in importanti questioni internazionali – stesse prendendo parte anche lui stesso nel suo piccolo al Grande Svolgimento della Storia. Mettere in dubbio questo significa mettere in dubbio tutti gli anni ormai andati e irrecuperabili e guardare al futuro diventa ulteriormente difficile. 

Ma Mr Stevens, che si ritrova seduto su una panchina a chiacchierare con un anziano in pensione, casualmente anch'egli maggiordomo per una residenza molto più modesta, una volta tanto si sbottona un po' ed esprime ad alta voce i propri pensieri; l'anziano gli fa notare allora che l'unico errore è quello di rimuginare sul passato, di stare sempre a pensare a ieri o domani e mai ad oggi. Che non c'è motivo di preoccuparsi quando il sole inizia a calare, perché la sera è la parte più bella della giornata.

Con questo romanzo ho concluso in bellezza il mio anno di letture, ed ho finalmente incontrato un autore che desideravo leggere da tempo. Se come me avete un debole per questi ambienti raffinati, per gli anni '20 e '30, per le atmosfere british fino al midollo o se semplicemente avete visto tutto Downton Abbey e vi mancano Mr Carson e Miss Hughes Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro è un'ottima soluzione.



2 commenti:

  1. Io ho provato a vedere qualche puntata di Downtown Abbey ma mi annoia troppo... Questo libro mi è piaciuto invece, anche se ammetto che quando si dilungava a parlare del migliore detergente per l'argenteria avrei potuto abbandonarlo. Ma col senno di poi sono felice di non averlo fatto.

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    1. Ti capisco perfettamente, sono sicura che in altri momenti avrei dovuto stringere un po' i denti per non annoiarmi in certi punti, ma fortunatamente ho scelto di leggerlo nel momento giusto e mi è piaciuto un sacco ^^

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