martedì 16 febbraio 2016

I Pilastri, Iliade #9: Libro Nono

L'ambasciata ad Achille
La madre Teti, la dea dai piedi d'argento, mi disse
che due sorti mi portano al termine di morte;
se, rimanendo, combatto intorno a Troia,
perirà il mio ritorno, la gloria però sarà eterna;
se invece torno a casa, alla mia patria terra,
perirà la nobile gloria, ma a lungo la vita
godrò, non verrà subito a me destino di morte.

Il libro ottavo, come ricorderete, era incentrato prevalentemente sui Troiani, i quali grazie all'aiuto diretto di Zeus riescono a sottomettere gli Achei; e si concludeva con i soldati di Ettore che, calata la notte, accendevano quanti più fuochi possibili per assicurarsi che i nemici non si dessero alla fuga.
Bene, ma in tutto questo come reagiscono davvero gli Achei? Il libro nono ci riporta nel loro insediamento dove la preoccupazione è tanta e diffusa, anche tra i saggi ed i re. Come resistere, come fermare la furia di Ettore, cosa fare? Beh, l'ultima spiaggia è ovviamente cercare di convincere Achille a tornare a combattere tra loro. Questo canto perciò è tutto incentrato sul tentativo di comunicare col semidio adirato, il quale da quando l'abbiamo lasciato assieme a Patroclo presso le proprie navi da lì non si era più mosso. Direi che era ora che, in un modo o nell'altro, si facesse rivedere.

E dunque, come di consueto quando c'è un problema, Agamennone convoca l'assemblea ed è tanto disperato che dice all'esercito che forse dovrebbero fuggire a gambe levate. Tutti restano in silenzio, fin quando si alza Diomede potente nel grido il quale dichiara che gli Achei mai si comporterebbero tanto vigliaccamente ma se lui - Agamennone - vuole andare, vada pure: là è la strada, le navi già sul mare; i compagni lo acclamano. A questo punto si alza Nestore, che ben conosciamo come il più saggio e più anziano tra gli Achei, che pur sottolineando la verità contenuta nelle parole del valoroso Diomede, gli dice: Sei giovane, certo potresti esser mio figlio, / l'ultimo nato: eppure discorri da savio / ai re degli Achei. Il discorso di Nestore poi è rivolto soprattutto ad Agamennone, al quale consiglia di ascoltare chi saprà presentargli il piano migliore. Nel frattempo, le sentinelle si accampano nella trincea fuori dal muro, mentre gli altri si apprestano a mangiare. Una volta sazi, Nestore riprende, sempre rivolto ad Agamennone:
Occorre che tu sopra tutti parli ed ascolti,
e dia retta anche ad altri, se il cuore spinge qualcuno
a parlar per il meglio; tuo sarà ciò che egli inizia.
E io parlerò appunto come mi par che sia meglio;
non si potrà pensare pensiero migliore di questo
ch'io penso da tempo; sì, come adesso
così fin da quando tu, stirpe di Zeus, la fanciulla Briseide
andasti a rapir dalla tenda di Achille irato,
contro il nostro parere; eppure io tanto
ti sconsigliavo. Ma tu al cuore superbo
cedendo, un altissimo eroe, cui dato gloria han gli dèi,
offendesti; gli hai preso e ti tieni il suo dono. Pure,
pensiamo come ancora possiamo placarlo, convincerlo
con amabili doni e con parole di miele.
Il lettore si aspetta qui di vedere la tipica reazione di Agamennone, irragionevole ed orgoglioso che mai ammetterebbe di aver sbagliato: invece no, signore e signori, il re degli Achei abbassa la cresta e riconosce i propri errori. Non solo, è anche pronto a far di tutto per convincere Achille ad aiutarli, ed inizia ad elencare tutto ciò che è pronto a dargli, un sacco di doni subito e altri ancora quando avranno preso Troia. Lo lascerà anche libero di scegliersi le troiane che - dopo Elena - son più belle (tanto per sottolineare la grande indipendenza e libertà delle donne...). Agamennone dice anche che sarà lieto di fare di Achille il suo genero, dandogli in sposa una delle sue tre figlie: Crisòtemi, Laodice (Elettra, nella tragedia) oppure Ifiànassa (ovvero Ifigenia). Nestore non perde tempo, e stabilisce che subito tre di loro vadano alla tenda di Achille a riferire il messaggio. I tre non sono ovviamente scelti a caso: si tratta di Fenice, Aiace ed Odisseo, i tre compagni ad Achille più cari.

La prima immagine che ci viene restituita di Achille mi ha fatta un po' sorridere, perché sostanzialmente stava facendo l'emo in riva al mare: e lo trovarono che con la cetra sonora si dilettava, / bella, ornata; (...) / Patroclo solo, in silenzio, gli sedeva di faccia, / spiando l'Eacide, quando smettesse il canto. Della serie: Achì, ripigliate. Entrambi balzano in piedi non appena si accorgono dei tre messaggeri che si avvicinano, che sono ben lieti di accogliere presso la loro tenda. Ovviamente offrono loro un bel banchetto, se la spassano un po', finché: quando ebber cacciato il bisogno di cibo e bevanda, / Aiace fe' un segno a Fenice, lo intese Odisseo glorioso, / riempì la coppa di vino, la sollevò verso Achille (...). Odisseo non è uno che la prende alla larga, se deve dire qualcosa la dice e basta. Pertanto spiega ad Achille come sono andate ultimamente le cose, gli racconta della furia di Ettore e del favore che Zeus sta prestando ai Troiani; gli dice che fine faranno se lui non interviene ad aiutarli. Fa appello al suo magnanimo cuore e ricorre al padre di Achille, Peleo, il quale prima di mandarlo in battaglia gli aveva raccomandato di usare sempre la mitezza. Per concludere, gli assicura che Agamennone è deciso a rendergli più di quanto gli abbia tolto, ed elenca nuovamente tutte le promesse del re.

Il discorso di Odisseo è totalmente inutile: Achille è ben lungi dal perdono o dal mettere da parte la propria ira; parla dell'ipocrisia che Agamennone ha dimostrato ed ancora torna sui motivi del suo rancore:
Parte uguale al poltrone e a chi combatte con forza,
è nella stessa stima il codardo e il gagliardo,
muore chi non fa nulla come chi molto s'adopra.
Niente me n'è venuto, poi che ho patito travagli
gettando nella lotta la vita mia senza tregua. (...)
Molti tesori e belli da tutte queste ho rapito,
e li portavo tutti e li davo a Agamennone
Atride; egli restando indietro, presso le rapide navi,
prendeva, poco spartiva, e molto teneva. 
Poi parla addirittura di sentimenti, facendo riflettere i compagni sul fatto che questa guerra si combatte perché qualcuno ha rapito la sposa di Menelao; e che, dice Achille, solo gli Atridi tengono tanto alle loro spose? Anche Achille teneva teneramente alla sua Briseide, eppure... Insomma, Achille non ha la minima intenzione di tornare sui propri passi, anzi, è pronto già il giorno dopo a spingere in mare la sua nave ed andarsene poiché, come gli ha predetto la madre Teti, per lui c'erano due morti possibili: la fine della sua vita - se restasse a combattere - o la fine della sua gloria - se tornasse in patria. Achille è stanco di quella guerra inutile, e preferisce di gran lunga tornarsene a Ftia.

E' il turno di Fenice di provare a persuaderlo. Ma chi è Fenice? Beh, nel suo discorso racchiude molto della propria storia personale, tutto per far leva sul legame di affetto e di tenerezza che lo unisce ad Achille. Fenice infatti fu colpito da una maledizione che gli avrebbe impedito di aver figli ed un giorno fuggì dalla propria casa giungendo a Ftia, dove proprio Peleo l'aveva accolto come un figlio suo. Fenice allora aveva visto Achille crescere, racconta persino di come l'aveva tenuto sulle ginocchia imboccandogli la carne; consapevole che non sarebbe mai stato davvero un padre, aveva riversato su Achille tutto l'amore che avrebbe potuto dare ad una creatura sangue del suo sangue. Cerca quindi di farlo ragionare proprio come farebbe un padre, ed usa anche un antico mito, quello di Melèagro, che nonostante fosse irato al pari di Achille, aveva messo da parte i propri sentimenti per salvare la sua gente.

Niente da fare, nemmeno Fenice riesce a persuaderlo. Tutto ciò che ottiene è un invito a restare a dormire da loro, cosicché il giorno dopo deciderà se restare o tornarsene a casa con loro, perché Achille non vorrebbe abbandonarlo lì ma certo non lo costringerà a seguirlo.
Sarebbe la volta di Aiace, ma in realtà neanche ha voglia di provarci: parla piuttosto ad Odisseo, dicendogli amareggiato come sia inutile cercare di parlare con Achille, il quale sembra aver dimenticato l'amicizia che li legava. In effetti Aiace ha ragione, in questo caso parlare con Achille è come parlare con un muro, infatti risponde ancora con le lamentele su quel che gli ha fatto Agamennone, e dice che non penserà affatto alla guerra fin quando Ettore non starà bruciando le navi dei suoi e che lo fermerà solo quando lo troverà ad infuriare fuori della sua tenda.

Fenice resta a dormire da Achille e Patroclo, mentre Odisseo ed Aiace fanno ritorno dove i compagni li aspettano ansiosi, ed appena li vede Agamennone chiede qual è il responso. Beh, Odisseo riassume l'esito della loro ambasceria, a cui segue un grave silenzio. Come prima, è Diomede a spezzare quest'atmosfera: secondo lui Agamennone ha sbagliato a pregare Achille ed offrirgli tutti quei doni; è già fin troppo superbo di suo ed in tal modo non hanno fatto che stimolarlo ulteriormente a crogiolarsi nel proprio orgoglio. Lasciamolo stare, sentenzia, che faccia come vuole e che torni a combattere quando glielo dice il proprio cuore o un dio lo costringa; intanto, che tutti all'alba siano pronti per primi a combattere. Stavolta nessuno ha da ridire sulle parole di Diomede, ed anzi tutti i re lodano il suo discorso. A questo punto tutti si distesero ed ebbero il dono del sonno.

La furia di Achille, Charles-Antoine Coypel
La prosa di questo Canto è stata estremamente scorrevole e per alcuni versi più leggera delle precedenti: non c'erano scene impegnative da seguire, né troppi cambi di scena o ambientazione. Ci siamo presi una pausa dall'azione e dai casini combinati dalle divinità. Ciò che mi è piaciuto molto è stata la caratterizzazione, molto forte, dei tre personaggi che tentano di parlare con Achille, che emerge semplicemente dal diverso modo di affrontare l'argomento. Tutti e tre gli sono affezionati, nessuno vorrebbe offenderlo o litigare con lui. Odisseo è il più razionale, espone la situazione attraverso la lente dell'obiettività; Fenice invece discorre con un grande trasporto, sembra commosso dai ricordi che tira fuori, si lascia quasi andare al sentimentalismo. Aiace, infine, è il più fumantino dei tre, che si innervosisce davanti alla testardaggine dell'amico. Mi è sembrato poi di assistere ad un ribaltamento di prospettiva: se all'inizio della loro contesa il lettore sente istintivamente che Achille ha ragione e che Agamennone si comporta con prepotenza, adesso si ha la sensazione che Achille la stia tirando davvero troppo per le lunghe, e che il suo atteggiamento non sia troppo lontano da quella cecità di cui accusava il re acheo. Per ora non ci resta che vedere cosa accadrà quando l'Aurora stenderà le sue dita rosee.

2 commenti:

  1. Salve. Ho scoperto oggi il tuo blog, in particolare la sezione "I Pilastri" e... che dire? Per me questo è un sogno :)
    Adoro l'Iliade sin dall'adolescenza ed è uno di quei libri, insieme all'Odissea, alla Commedia e a pochi altri, che tengo perennemente sul comodino (sul serio, non per modo di dire) e che periodicamente rileggo, ogni volta con rinnovato piacere e ogni volta scoprendovi qualcosa di nuovo.
    Non ho fatto il classico, quindi non conosco il greco e all'università (che non ho purtroppo mai terminato...) mi occupavo di altri e altrettanto meravigliosi poemi (Mahabharata, Ramayana ecc.). Quindi, nonostante adori l'Iliade e l'abbia riletta più volte, sono un perfetto dilettante, se non "novellino" :)
    I tuoi splendidi post a tema sono per me quanto di meglio potessi desiderare per approfondire in modo non eccessivamente specialistico la lettura di uno dei miei testi preferiti da sempre.
    Ho letto i post "arretrati" e da qui in poi ti seguirò con interesse e passione, cercando di sincronizzare la ri-lettura :)
    Complimenti vivissimi e grazie per il tuo lavoro, prezioso e molto bello!
    Orlando
    p.s. Ci tengo a dire che l'Iliade è a mio parere godibile da chiunque e in qualunque momento, non c'è bisogno di avere la laurea magistrale in lettere classiche :)
    p.p.s. ...vergognosamente non ho mai letto l'Iliade nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti: rimedierò questo stesso pomeriggio andando ad acquistare l'edizione Einaudi.

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    1. Il tuo commento mi fa tanto piacere che non so neanche da dove cominciare a rispondere... Iniziamo dalla cosa più semplice: non ti pentirai di aver comprato l'edizione Einaudi. La traduzione della Calzecchi Onesti è così bella e scorrevole, e cosa più importante - dice chi conosce il greco - quella più in grado di rendere tutte le sfumature dell'originale, dunque un appassionato come te non può proprio perdersela!
      L'idea che CHIUNQUE può godersi questi testi è proprio il punto dal quale sono partita con questa sezione dedicata agli antichi. Le sovrastrutture scolastiche frenano un po' gran parte dei lettori, ci si convince che solo gli specialisti possano veramente apprezzare questi testi; chi dedica anni di studio ad approfondire le culture antiche saprà certo cogliere molti più dettagli in ogni verso - e nulla togliere a questo, anzi - ma l'Iliade può esser letta come qualunque altro libro, e per emozionarsi non serve alcuna competenza specifica.
      Vedi, nemmeno io conosco il greco (ho fatto il classico ad indirizzo linguistico, dove si studia solo latino) e pur avendo passato qualche anno a Lettere neanch'io ho terminato quel percorso di studi (ahimè). Adesso che studio tutt'altro, in compenso, ho trovato la motivazione per iniziare questo percorso di lettura degli antichi. Perciò sono una novellina anch'io, anzi senz'altro tu ne sai più di me! Questi post sono frutto solo della mia lettura e di qualche approfondimento. Leggere questo tuo commento mi ha riempita di gioia e mi ha dato tanta motivazione per continuare su questa strada, perciò ti ringrazio :)
      Mi raccomando, non esitare d'ora in poi a condividere qualunque cosa riguardo questa lettura. Aprire un dialogo sui versi omerici, quando ho iniziato, era proprio la cosa in cui speravo di più.
      A presto!

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