mercoledì 10 febbraio 2016

I Pilastri, Iliade #8: Libro ottavo

Per la seconda volta, molto a malincuore, sono in ritardo di un giorno per l'appuntamento settimanale con Omero. Spero che né il nostro caro poeta né gli affezionati di questa rubrica se la prendano troppo; purtroppo per me questo è un periodo abbastanza stressante, con un esame importante in vista ed un marasma di argomenti ancora da affrontare. Per di più, ci si mette anche la connessione a fare brutti scherzi, funzionando fastidiosamente ad intermittenza (ora sono a casa dei miei, e tutto fila liscio). Ma bando alle ciance: il libro ottavo dell'Iliade è diverso e appassionante, vediamo subito perché.

La battaglia interrotta
Egli mi odia adesso e compie il piano di Teti,
che gli abbracciò i ginocchi e il mento carezzò con la mano,
chiedendo onore per Achille eversore di rocche.

La star di questo Canto è senz'altro il troiano Ettore, e lo è grazie all'intervento diretto di Zeus, l'unico finora di cui si sia reso artefice il padre degli dèi. Il pathos che troviamo in questi versi è incredibile, cresce adagio e dipende soprattutto dalle dinamiche tra le divinità, mentre gli uomini - nonostante siano ancora protagonisti di lotte vinte e perse - li percepiamo (o io li ho percepiti) quasi alla stregua di un rumore di fondo. Il volere di Zeus e dei suoi figli è tanto preponderante che le azioni degli umani sembrano superflue: perché stancarsi tanto, perché versare tutto quel sangue se tanto poi tali fatiche verranno rese vane da un qualsiasi desiderio divino? Se finora gli interventi dei numi mi sono sembrati solo una sorta di arma speciale messa in mano ai loro favoriti dell'uno e dell'altro schieramento, stavolta sono stata travolta da un senso di ineluttabilità: l'uomo non è in grado di chissà cosa, alla fine, tanto meno quando in ballo c'è il proprio stesso destino. E questa sensazione, che ha accompagnato ogni singolo verso, ha reso la lettura dell'ottavo libro un'esperienza colma di malinconia.

Nonostante questo, o forse proprio per questo, è stata una lettura sentita. Il coinvolgimento è stato ancora una volta molto forte, e non solo per il contenuto: in questo libro Omero gioca magistralmente con le figure retoriche dando ai versi un ritmo da cui ci si lascia trasportare. 

Il Canto si apre con una prepotente minaccia di Zeus, che vieta categoricamente a tutti - dèi e dee - di intervenire nella battaglia, intimando loro di non prestare aiuto né ai Troiani né agli Achei. Stavolta, infatti, ha intenzione d'intervenire lui: scende sulla terra e si siede sui monti dell'Ida, osservando la città di Troia e le navi achee. Al sorgere del sole, Zeus vi aggancia una bilancia d'oro, sulla quale pone delle Chere di morte, ovvero degli spiriti maligni o demoni di morte, una per i Troiani e l'altra per gli Achei: quelle dei Troiani salgono subito al cielo vasto, quelle degli Achei piombano a terra, e la loro sorte è così segnata. I soldati fanno appena in tempo a sentire il tuono esplodere sui monti che subito un lampo fiammeggiante arriva a colpire l'esercito acheo, il quale resta dapprima allibito e poi terrorizzato. Da questo momento le cose si mettono male: Ettore capisce di avere Zeus dalla sua e allora si scatena e scatena i suoi uomini; dall'altra parte, gli Achei possono fare ben poco e persino il valoroso Diomede è costretto a fuggire - pur non volendo - davanti alla furia di Ettore.

La situazione ovviamente non va affatto giù ad Era, tanto agitata da far tremare l'Olimpo, la quale prova a coinvolgere Poseidone in una rivolta contro Zeus. Lui però non le dà retta, mai farebbe la pazzia di sfidare la potenza del loro re. L'unica cosa che le resta da fare allora è mettere in cuore ad Agamennone la forza d'incitare i suoi uomini, nonostante siano ormai allo stremo delle forze: e Agamennone lo fa, e supplica Zeus di lasciarli fuggire, di non lasciarli morire sotto le mani dei Troiani. Zeus s'impietosisce per le sue lacrime e decide di accordargli la salvezza per sé ed il suo esercito. Fa arrivare subito un'aquila che tra gli artigli stringe un cerbiatto, che deposita sull'altare dove gli Achei erano soliti sacrificare al dio: comprendendo che quell'aquila arriva proprio da Zeus, l'esercito acheo ritrova coraggio e torna a bramar la lotta, nella quale per un po' riesce di nuovo a farsi valere. Ma lo spietato padre degli dèi, ben presto ispira nuovo ardore ai Troiani, che spingono gli Achei verso un fossato; Ettore soprattutto li insegue tremendo, e loro fuggono e tutti, innalzando le mani, pregano disperati i numi.

Era non ce la fa più a guardare senza muovere un dito, e come sempre si rivolge all'amica Atena, chiedendole se non pensa anche lei che sarebbe il caso d'intervenire un'ultima volta. Atena è altrettanto arrabbiata col padre Zeus, e della sua invettiva fanno parte anche i versi che ho riportato in apertura: finalmente torniamo al punto di partenza, finalmente viene richiamata la promessa che Zeus aveva fatto a Teti (se vi siete persi questi passaggi, andate a leggere i primi post dedicati all'Iliade, che trovate cliccando sulla sezione I Pilastri). Era raduna i cavalli ed Atena si circonda di armi, pronta alla battaglia ma appena Zeus le vede - dalle vette dell'Ida - oltrepassare il cancello sorvegliato dalle Ore invia la sua fedele messaggera Iri a riportar loro un'altra grave minaccia che le ricacci indietro: e infatti, Era non se la sente di portar la guerra tra gli abitanti dell'Olimpo a causa delle faccende degli uomini, e scoraggiate voltano i cavalli dai solidi zoccoli. Si siedono sui sedili d'oro tra gli altri numi, però angosciate nel cuore. Poco dopo anche Zeus torna sull'Olimpo, che trema sotto i suoi piedi mentre prende posto sul seggio d'oro, e non ci mette molto a notare il profondo silenzio nel quale Era ed Atena si son chiuse: perché siete tanto afflitte? domanda loro retoricamente. Le due dee si limitano a mormorare tra loro, maledicendo i Troiani, fin quando - come sempre - Era non riesce a trattenere la propria rabbia, e vuota il sacco dei propri sentimenti: non ce la fa a guardare gli Achei che vanno incontro alla fine per la collera di Zeus. Ma a lui, della preoccupazione di Era, non importa proprio nulla e glielo fa capire senza mezzi termini.
All'alba ancora di più l'onnipotente Cronide
tu vedrai, se vorrai, Era augusta grandi occhi,
distruggere molta gente dei bellicosi Argivi;
non prima Ettore forte finirà di combattere,
non prima che s'alzi presso le navi il Pelide veloce,
nel giorno ch'essi lotteranno presso le poppe,
in tremendo pericolo, intorno a Patroclo morto.
Sentenzia tra le altre cose.
E l'ottavo libro si chiude sulla battaglia che s'interrompe perché sopraggiunge la notte, con Ettore che raduna tutti gli uomini presso la città, che impartisce ordini per metter su un banchetto e accendere quanti più fuochi possibili, che nessuno dorma: devono stare ben attenti che gli Achei non approfittino dell'oscurità per correre alle navi e fuggire.

Zeus e Teti, A. Losenko

L'ottavo libro è fondamentale nella struttura del poema, perché è il punto di unione tra la prima lunghissima giornata di battaglia (incredibile che si trattasse ancora di un unico giorno, vero?) ed il motivo iniziale dell'ira di Achille, che a questo punto - se non fosse per qualche soldato che ogni tanto lo nomina - avremmo quasi dimenticato.
Oltre a quanto vi ho già detto, posso aggiungere che nonostante mi stia tenendo piuttosto neutrale durante la lettura, a questo punto è difficile stare dalla parte dei Troiani, perché la prepotenza con cui Zeus si affianca loro a totale scapito degli Achei li rende antipatici; schierarsi dall'una e dall'altra parte è comunque difficile, perché anche tra i Troiani l'unico vero colpevole è uno solo, Paride, gli altri stan solo pagando per i suoi errori.
Tra le divinità invece, il mio gradimento è ancora tutto per Atena.

E voi, per quale esercito fate il tifo?


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