lunedì 29 febbraio 2016

Williamland #2: I due gentiluomini di Verona

Nelle mie letture e riletture di Shakespeare sto cercando di seguire un ordine cronologico, per quanto di cronologia si possa parlare riguardo i testi del grande drammaturgo. Questo perché - oltre al solito motivo dell'ammirare la crescita artistica di un autore - il Bardo non necessariamente metteva mano ad un'opera per volta. Tra gli spettacoli aperti al pubblico e quelli riservati alla corte il lavoro era tanto, ed era bene avere sempre un dramma bello che pronto per esser messo in scena. Risultato di tale frenesia, è che oggi leggendo i drammi shakespeariani nell'ordine approssimativo che gli studiosi son riusciti a stabilire è permesso cogliere richiami tra opere scritte più o meno contemporaneamente, vedere anticipati temi e personaggi, riconoscere i toni di scene già incontrate. Non so voi, ma io trovo tutto questo estremamente interessante, e se il mese scorso vi ho parlato del Tito Andronico, indicato come primo tentativo di Shakespeare con la tragedia, oggi vi propongo I due gentiluomini di Verona, un testo che per molti versi costituisce un esperimento, una prova degli espedienti che ripresi in seguito dall'autore lasceranno fluire la narrazione in maniera più naturale e meno macchinosa. Il testo appartiene in pieno agli anni di apprendistato di Shakespeare, se nel suo caso davvero si può parlare di apprendistato; testo coevo, pertanto, sia del Tito Andronico che de La bisbetica domata e dei primi drammi storici, come la narrazione in tre puntate dell'Enrico VI.

Prima di addentrarci nel testo, voglio spendere due parole sulla traduzione: io non oso immaginare quanto sia difficile tradurre Shakespeare, quanta responsabilità possa sentire un traduttore chiamato a trasporre in un'altra lingua i suoi versi, cercando di conservarne la vivacità e l'intensità, l'arduo compito di trovare un modo per tradurre i numerosi giochi di parole che, soprattutto nelle commedie, Shakespeare non si risparmia mai di usare; insomma, lungi da me il pensiero di criticare una traduzione tutto sommato ben fatta. Il problema è che sono abituata alle traduzioni di Agostino Lombardo, o tutt'al più di colei che ha proseguito il suo lavoro, ovvero Nadia Fusini. Lombardo aveva progettato un immenso lavoro volto a tradurre l'intera opera shakespeariana per il catalogo della Feltrinelli, spegnendosi purtroppo prima di portare a termine il progetto. Fortunatamente, i drammi da lui tradotti sono comunque parecchi, e fidatevi: se dovete scegliere quale edizione leggere di un dramma di Shakespeare, optate sempre per quelle curate da Lombardo. Nessuno come lui ha saputo rendere a tal punto il sapore dell'originale, riuscendo persino a tradurre modi di dire tipici del linguaggio elisabettiano, ad oggi ovviamente desueti o svuotati di significato. Nemmeno i complessi giochi di parole, nella traduzione di Lombardo, perdono linfa vitale. Insomma, leggere le sue traduzioni è quasi come gustarsi l'originale.
Lo stesso non posso dire, purtroppo, della traduzione di Andrea Crozza de I due gentiluomini di Verona, edita da Garzanti e al momento unica versione disponibile del testo. Crozza ha senz'altro fatto del suo meglio, e se l'è cavata molto bene con i versi più lirici; coi giochi di parole ha, per sua stessa ammissione, "alzato le mani", cercando di compensare con un ricco apparato di note nel quale spiega e motiva le varie scelte linguistiche. Ma la cosa che mi è mancata di più è stata la musicalità, il ritmo. Il testo originale a fronte, comunque, permette sempre di farsi un'idea più approfondita delle sfumature. Detto ciò, passiamo al testo vero e proprio.

E perché non la morte, in luogo d'una vita di tormento?
Morire è esser banditi da se stessi,
e Silvia sono io stesso: bandito da lei
l'io è bandito da me. Un esilio di morte!
Qual luce è luce, se Silvia non appare?
Qual gioia è gioia, se Silvia non è lì?
A men d'immaginarla a me vicina
e far mia una parvenza di perfezione.
Se nella notte mi trovo accanto a Silvia
non sento più nemmeno l'usignolo.
A men di contemplar Silvia di giorno
non c'è più giorno ch'io voglia contemplare.
Non vivo più se lei - di me l'essenza - 
mi toglie la benigna sua influenza
che mi dà vita, luce, cibo e affetto.
Non evito la morte, se sfuggo a tal verdetto:
se qui m'attardo, corteggio certa morte,
ma dalla vita fuggo, se fuggo dalla corte.


Che I due gentiluomini di Verona sia opera di uno Shakespeare ancora acerbo si sente, ovviamente non perché sia un'opera brutta o scritta male, questo proprio no; ma come ho accennato in apertura c'è qualcosa di poco fluido nello scorrere delle scene: il numero del mago è riuscito, ma non ha nascosto troppo bene l'evidenza che un trucco c'era. E' come se prima della scenografia vedessimo gli addetti che la allestiscono.

Cuore dell'opera è l'argomento amoroso. La schermaglia si combatte su ben quattro diversi poli, in un campo dove i confini tra amici e nemici, fiducia e tradimento sono piuttosto labili e facili da confondere. Due donne e due uomini: ne basta uno poco serio ed affidabile per metter confusione nelle vite di tutti.

Il primo atto si apre in una piazza della città, quella Verona che in tutto il testo verrà nominata un'unica volta. L'amore è certo l'argomento principale, ma non l'unico: per mezzo soprattutto di Valentino, uno dei due gentiluomini del titolo, viene proposto anche il tema dei viaggi di formazione. Era già abitudine all'epoca che le famiglie lasciassero viaggiare i giovani rampolli, considerando il viaggio un elemento indispensabile della loro formazione umana, mentale, culturale. Valentino è giusto in procinto di partire per Milano e rimbrotta Proteo, l'altro gentiluomo di cui sopra e suo intimo amico, che a viaggiare proprio non ci pensa, tutto preso com'è solo dalla bella che ha rapito il suo cuore, la dolce Giulia. Valentino non prende seriamente le pene dell'amico, che sospira e dispera perché l'amata non dà segni di ricambiarlo; Valentino infatti incarna anche la figura dello scettico, che pagherà le conseguenze di tal scetticismo quando per primo cadrà vittima delle pene di Amore.

All'incirca quindici mesi dopo la partenza di Valentino, il padre di Proteo decide che è proprio il caso di smuovere suo figlio e mandare anche lui presso la corte milanese. Proteo, afflitto dall'imminente separazione da Giulia - la quale nel mentre ha messo da parte il proprio orgoglio virginale e si è spinta ad ammettere di nutrire anche lei sentimenti di affetto e tenerezza - scambia con lei anelli e promesse, che costituiranno un dolce conforto finché non potranno riunirsi. Proteo giunge così alla corte milanese, dove grazie alle lodi di Valentino - il quale ormai è un servente del Duca - viene accolto benevolmente. Proteo trova qui una gran sorpresa: Valentino, che tanto si faceva beffe dei suoi sospiri e digiuni di innamorato, versa ora nelle medesime condizioni a causa di Silvia, la bella figlia del Duca. Nonostante lei abbia mostrato di ricambiarlo, l'unione è ostacolata dal fatto che è stata promessa all'ottuso ma ricco Turione, che lei non vuole per nulla al mondo sposare. Valentino, pertanto, se vuole coronare il suo sogno d'amore, è costretto ad architettare un piano alle spalle del Duca.

L'ostacolo con cui mai si sarebbe sognato di dover fare i conti è invece proprio il suo caro amico Proteo, il quale non appena vede Silvia dimentica i tanti sospiri dedicati alla sua Giulia. Consapevole della propria irragionevolezza non riesce comunque a frenare i propri pensieri e sentimenti, e giustificandosi come può per mettere a tacere la coscienza architetta a sua volta un piano ai danni di Valentino, un piano che lo metterà in buona luce col Duca e con Turione lasciandogli - con ogni buona speranza - tempo e spazio per tentar di conquistare la bella Silvia.

Le figure femminili si prestano inevitabilmente a dei paragoni: Giulia è bionda, con la pelle di bambola, e anche se non esplicitamente suggerita di lei si ha un'immagine fragile, nonostante non resti a casa a piangere ma indossando panni da uomo vada in cerca del suo Proteo. Regge la recita del paggio fedele anche una volta scoperto il suo tradimento, l'evanescenza delle belle promesse che le aveva fatto. Nonostante tale contegno dignitoso, quella che conservo di lei è un'immagine di donna ferita. Al contrario, Silvia è bruna e dal suo temperamento la si immagina subito come alta, fiera, con una personalità imponente. Silvia non solo si ribella al volere del padre, incurante delle possibili conseguenze, ma nemmeno si scioglie alle adulazioni di Proteo: era al corrente delle sue passate dichiarazioni amorose per questa Giulia, e neanche per un secondo si sogna di credere ad uno capace di cambiare tanto rapidamente i propri sentimenti. Non solo, Silvia resta commossa quando Giulia, sempre nelle finte vesti del paggio, le racconta in quale stato di tristezza sia caduta quella povera fanciulla, fornendo un bellissimo esempio di solidarietà femminile che, volendo, si potrebbe contrapporre a quella totalmente ignorata da Tamora nei confronti di Lavinia nel Tito Andronico.

Valentino, per colpa di Proteo, viene bandito da Milano dal Duca. Lungo il sentiero viene bloccato da un gruppo di fuorilegge, composto in realtà da ex gentiluomini tutti banditi dalle varie città per aver commesso qualche delitto di cui poi si erano pentiti. Ascoltando Valentino decidono di volerlo come capo e lui, non avendo grandi alternative, accetta.

Nel mentre Proteo finge di corteggiare Silvia per conto di Turione e lei progetta una fuga per andare in cerca del suo Valentino. L'intreccio si scioglierà nel fitto di un bosco, dove tutti i personaggi si troveranno, chi per un motivo chi per l'altro, riuniti. Valentino scoprirà il tradimento di Proteo, che intanto avrà mostrato la meschinità della propria natura minacciando Silvia di prenderla con la forza se non col suo consenso; essendo una commedia, chi ha sbagliato si pente e chi è stato ingannato perdona. Il lieto fine arriva più rapidamente e semplicemente di quanto ci si sarebbe potuti aspettare.
Ed è per questo che la trovo un'opera quanto mai particolare: è una commedia che con appena qualche piccolo aggiustamento avrebbe altrettanto potuto essere una tragedia. La comicità è affidata praticamente tutta a Svelto e Lanciotto, i servi dei due gentiluomini che di loro si fanno beffe e che parlano per doppi sensi. Per il resto le dinamiche d'amore suggeriscono più sofferenze e malinconie che altro, e sopra tutte quelle inferte da Proteo a Valentino, che infatti dichiara di come sia più doloroso il tradimento di un amico che non della donna amata. Proteo, poi, è un personaggio talmente ambiguo che andrebbe analizzato a parte. Non solo si comporta da banderuola, sia in amore che in amicizia, ma c'è qualcosa di davvero inquietante nella facilità con cui complotta contro chi in lui ripone piena fiducia e ancor più inquietante è il momento in cui minaccia Silvia di violentarla: in quel momento è come se si togliesse una maschera, come se una natura malvagia che a fatica tiene di solito a freno prendesse in quel momento il sopravvento. Ecco, Valentino decide poi di perdonarlo solo perché gli chiede scusa, ma io di uno così non mi fiderei mica più.

I due gentiluomini di Verona mi ha lasciato sensazioni particolari. Le commedie di Shakespeare, solitamente, anche quando annoverano tra i protagonisti qualche personaggio machiavellico o si snodano in una serie di piani malvagi, portano con sé una buona dose di leggerezza, quasi un profumo di primavera. In questa, quel profumo manca completamente, è una commedia che sa di tragedia. I personaggi sono interessantissimi: Valentino ha quasi l'aria di un cavaliere medievale, Proteo una complessità tutta sua, Turione la beata cecità richiesta dal suo ruolo, il Duca la ragionevolezza di un uomo che ha già conosciuto una buona fetta di vita; le due donne poi, Silvia e Giulia, per quanto compaiano meno sulle scene riescono comunque ad imporsi e a regalare al lettore/spettatore - specie se questi è una donna - un esempio di come non è vero che nell'universo femminile la rivalità sia un elemento immancabile e caratteristico della specie.
Voltata l'ultima pagina, è proprio per l'ambiguità dell'opera in sé che ci si rende conto di averla apprezzata.

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