martedì 29 marzo 2016

Un breve commento ad un libro ancora più breve

Di Elizabeth Bishop (Massachussets, 1911-1979) conoscevo per sentito dire soltanto il nome, perché principalmente questa donna, importante figura della letteratura americana novecentesca, si è dedicata alla poesia. Purtroppo - e me ne rammarico davvero molto - salvo delle eccezioni che si contano sulle dita di una mano, non sono mai stata un'appassionata lettrice di poesia. Si tratta di un mondo cui sono riuscita ad appassionarmi solo da studentessa, quando c'era un professore a guidarmi tra i versi e le figure retoriche. Quello poetico è un universo che mi piace indagare con lo spirito tipico dei bambini che smontano i giocattoli per vedere cosa c'è dentro. Ed è esattamente per questo che non sono capace di godere appieno della semplice lettura di un componimento poetico.

E allora perché ho esordito nominando Elizabeth Bishop?
Be', perché parecchio tempo fa ormai mentre facevo un ordine su Libraccio mi è capitato sotto gli occhi un libro piccolo piccolo, di cui si diceva soltanto: la Callas della poesia novecentesca in due felici arie in prosa. Sono rimasta talmente affascinata ed incuriosita da inserire istintivamente il volumetto nel carrello assieme agli altri libri.

Il volumetto in questione era appunto della Bishop, si intitola Il mare e la sua sponda, edito da Adelphi e conta appena 42 pagine. Contiene due brevi racconti, che mi hanno fatto proprio lo stesso effetto che mi fa la poesia, ovvero hanno scatenato quel desiderio di smontare il giocattolo per provare a capirlo. Li avevo già letti una volta, casualmente proprio nel marzo dello scorso anno; ma mi è venuta voglia di leggerli di nuovo, perché non li ricordavo poi tanto bene.

Le due brevissime storie che ci ha regalato la Bishop sono quanto mai particolari e misteriose. La prima, intitolata proprio Il mare e la sua sponda, ci parla di un uomo che nella vita si occupa di tener pulita una spiaggia. La percorre in lungo e in largo di notte, ed il suo compito nello specifico è raccogliere tutta la carta che trova. A tal fine è munito di una specie di forcone con cui infilzare tutta la cellulosa che trova, e di tutto il necessario per bruciarla. Il fatto è che quest'uomo non la brucia subito, non tutta almeno: opera una selezione immediata, tenendo da parte tutto ciò che potrebbe interessarlo. Poi, nella sua casa che più che altro è un'idea di casa, ricostruisce fantasiosamente pezzi di storie ed articoli di giornale.
La seconda si intitola In prigione e la voce narrante è quella di un uomo sicuro di andare incontro ad un arresto ma che - e questa è la particolarità - sembra felice ed impaziente di tale prospettiva. Non solo: il futuro carcerato ragiona e riflette sulle condizioni della propria detenzione, augurandosi che questa sia il più rigorosa possibile. Non sapremo mai cos'ha fatto né perché sembri tanto desideroso di venir chiuso in una cella fredda e sterile.


Elizabeth Bishop riesce ad inserire in così poche pagine moltissimi riferimenti letterari, espliciti e non, e soprattutto desta una curiosità lancinante nel lettore. Questo non sapere assolutamente nulla di due personaggi tanto fuori dal comune lascia ampio spazio all'immaginazione, fa sorgere domande a cui non avremo mai una risposta. Chi non ama i racconti non potrà mai apprezzare due narrazioni tanto corte e incomplete, chi invece al contrario ne va ghiotto troverà qui un concentrato di ciò che il racconto breve dovrebbe essere: un'occhiata veloce dentro la vita di qualcun altro, come un bagliore dentro una stanza buia che per un attimo ci permette di vederne l'interno. Poi basta, senza conoscere il prima né tanto meno il dopo.

2 commenti:

  1. Sai una cosa?! Mi hai incuriosita molto...terrò presente questa autrice per il futuro!

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    1. Mi fa piacere, poi fammi sapere se leggerai qualcosa di suo! Io sto facendo un pensierino anche sulle sue raccolte poetiche, perché la trovo davvero affascinante.

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