domenica 31 gennaio 2016

Williamland #1: Tito Andronico

Quando ho aperto questo blog, e quando poco tempo dopo ho deciso di dedicare un'intera sezione a William Shakespeare, non avevo idea che proprio quest'anno sarebbero ricorsi i 400 anni dalla sua morte, e che tra quanti s'interessano di cultura e letteratura in molti avrebbero trovato il modo di onorare tale occasione. Quando l'ho scoperto, sulle prime mi sono un po' scoraggiata: aveva ancora senso portare avanti il mio progetto, presentando una volta al mese un'opera shakespeariana? Oppure avrei fatto meglio ad unirmi all'iniziativa di qualche altro booktuber o blogger e diventare parte di un'esperienza collettiva?
Ci ho pensato un po' e, devo ammettere, non me la sono sentita di abbandonare la mia idea iniziale. Ho ripensato all'entusiasmo con cui mi sono dedicata ad introdurre la figura di Shakespeare qui in questo blog, e all'entusiasmo che mi ha dato la prospettiva di leggere o ri-leggere tutte le sue opere per poi provare a parlarne con voi. Quindi alla fine ho deciso di considerare questa ricorrenza dei 400 anni come una bizzarra e felice coincidenza, che rende il tutto solo più interessante. Ed oggi, esattamente alla fine del mese, vi parlo del Tito Andronico di William Shakespeare.
 
TAMORA Sappi dunque, o infelice, che non sono Tamora: ella ti è nemica ed io, invece, ti sono amica. Sono la Vendetta, inviata su dai regni infernali ad alleviare, con il massacro spietato dei nemici tuoi, il morso d'avvoltoio che rode la tua mente. Scendi, e saluta il mio arrivo in questo mondo del tuo benvenuto, conversa meco e di assassinio e di morte. Non vi è cava spelonca o luogo nascosto, né vasta tenebra o valle nebbiosa, in cui il sanguinoso assassinio e l'infame violenza possano acquattarsi compresi di paura, senza che io non li discopra e pronunzi al loro orecchio il nome mio spaventoso: Vendetta, che fa tremare il turpe offensore.
Del Tito Andronico si dice che sia la prima tragedia in assoluto scritta da Shakespeare. C'è chi dice che l'abbia scritta solo per racimolare qualche soldo, chi ancora dubita che sia veramente da attribuire a lui la paternità dell'opera. Le perplessità derivano tutte da un unico motivo: la violenza che domina queste pagine. Una violenza che neanche nelle peggiori tragedie venute dopo si ritrova, una violenza che domina su qualunque altro aspetto: indagine psicologica dei personaggi, la trama, persino sulla poeticità della parola. Perciò si dice che Shakespeare avesse cercato, con questo dramma in cinque atti, di compiacere la corte elisabettiana con un facile ed eccessivo intrattenimento. Tuttavia, nonostante sia un'opera grezza rispetto a quelle che il poeta ci ha regalato successivamente, in essa si intravedono già i grandi caratteri del teatro shakespeariano.

Come lascia intendere lo stesso titolo, il Tito Andronico è ambientato nell'antica Roma. Il protagonista, Tito, è un nobile signore, valoroso combattente, che per molti anni ha difeso ed onorato la sua città combattendo contro i barbari Goti, seppellendo molti dei suoi figli morti in battaglia. Nel primo atto egli rientra a Roma vittorioso, portando con sé come prigionieri la regina dei Goti, Tamora, ed i suoi tre figli, uno dei quali viene quasi subito giustiziato. Il ritorno di Tito coincide col momento in cui i romani si trovavano a dover incoronare il nuovo Imperatore; il figlio del reggente defunto, Saturnino, reclama il suo posto al potere, ma è lo stesso popolo di Roma ad acclamare Tito, per tutti gli anni spesi a difendere la sua terra ed i suoi concittadini. E' lo stesso Tito, però, a favorire l'ascesa di Saturnino: datemi un bastone per la vecchiaia piuttosto che uno scettro per governare il mondo, dice infatti. In segno di rispetto e di ringraziamento, Saturnino si offre di sposare la figlia di Tito, la bella Lavinia, facendo di lei la sua Imperatrice. Tito acconsente, lieto e soddisfatto - e dimentico che Lavinia era già stata promessa a qualcun altro: Bassiano, il fratello di Saturnino. Dal momento che in Roma dare la propria parola significava obbligarsi a rispettarla, il mancato rispetto di un patto era una grave colpa di cui macchiarsi; per proteggere il nome degli Andonici allora, i figli di Tito e suo fratello Marco nascondono subito Lavinia per permetterle di sposare Bassiano com'era stabilito. Ovviamente a questo punto è nei confronti dell'Imperatore che Tito si è reso colpevole, e si arrabbia immensamente coi suoi familiari che l'hanno - secondo lui - disonorato davanti a tutta Roma. Nella baraonda un figlio di Tito viene ucciso da lui stesso, e l'Imperatore Saturnino decide di sposare Tamora, la regina dei Goti, la quale dal primo momento inizia ad esercitare la propria influenza sul marito, convincendolo ad avere pietà di Tito affinché lei possa tramare una vendetta più lenta e spietata per punirlo d'averla fatta prigioniera e soprattutto di non aver avuto pietà quando l'ha implorato di lasciar vivere suo figlio.

E se lei è spietata il suo amante, il Moro Aronne, lo è cento volte di più: si sazia di cattiveria, vive per veder scorrere sangue ed infliggere sofferenze. Ride del pianto altrui, non conosce il sentimento della pietà e non si pente delle proprie azioni neanche quando giunge la fine. Egli ordisce un piano da attuare durante una battuta di caccia: progetta la morte di Bassiano, fratello dell'Imperatore e ora marito di Lavinia. Dell'omicidio farà in modo che siano incolpati i figli di Tito, che per questo saranno sicuramente condannati a morte. Come se questo non bastasse, incoraggia i due figli rimasti a Tamora, Chirone e Demetrio, a soddisfare la loro lussuria sulla castità della povera Lavinia. Tamora non li ferma, anzi, li incita a perpetrare lo stupro, e son queste le pagine più dure della tragedia: quando Lavinia comprende cosa le sta per accadere supplica Tamora di ucciderla e gettare il suo cadavere in un fiume ma di risparmiarla dalla violenza dei figli in nome della solidarietà femminile. E porti tu volto di donna?, le dice quando questa si rifiuta sprezzante di risparmiarle la vergogna. Dopo lo stupro, Chirone e Demtrio tagliano a Lavinia la lingua e le mani, cosicché non potrà spiegare a nessuno cosa le sia successo, e se ne vanno deridendo le sue nuove infermità.

Così il vecchio Tito si ritrova con la sua bella figlia mutilata e rovinata per sempre, due figli messi a morte e l'unico che gli resta, Lucio, esiliato da Roma per aver minacciato di vendicare i suoi fratelli. Ed a questo punto ci ritroviamo solo a metà dell'opera, perché dopo tante lacrime versate sulle pietre - mille volte più compassionevoli dell'Imperatore e dei suoi seguaci - seguirà la vendetta degli Andronici sulla regina Tamora, su Saturnino, sul Moro Aronne.

In questo tripudio di mani mozzate, donne violate, gente pugnalata e scene di cannibalismo (sì, c'è anche questo) si trovano già moltissimi elementi interessanti. La regina Tamora anticipa le grandi donne del teatro shakespeariano, come Lady Macbeth; allo stesso modo nel Moro Aronne e nelle sue trame sono abbozzati i tratti del più maturo e riuscito Iago.
Il Tito Andronico è un'opera che, come avrete capito, ruota attorno alla vendetta. Ma è una vendetta che sembra non arrivare mai al punto, perché quando attuata questa chiama altra vendetta ed altro sangue che chiama altro sangue ed altra vendetta. Sembra quasi che debbano morire tutti, anche coloro che son stati solo vittime, per mettere fine a questo sciagurato circolo vizioso. Un nuovo giorno è possibile solo quando i morti son stati finalmente seppelliti, ed ha le sembianze di uno dei pochi Andronici rimasti: Lucio.


Tanti sono i riferimenti al mondo classico: i personaggi coinvolti o le vicende che si trovano ad affrontare son spesso paragonati ai protagonisti delle storie narrate da Omero. Esplicitamente menzionate, invece, sono le Metamorfosi di Ovidio. Lavinia addirittura si affanna nel tentativo di voltare le pagine coi suoi moncherini, per trovare la storia di Filomela e spiegare, tramite essa, cosa le fosse successo.

Certo non è una lettura per chi ha uno stomaco debole. Non è divertente, non è particolarmente leggera. Ma come sempre mi è accaduto con i testi di Shakespeare una pagina tira l'altra, e al massimo in un paio di giorni il sipario cala sulla scena. Capisco che venga vista come un'opera grezza rispetto alle altre, e vedo da me che è un'opera che punta più sulla spettacolarità che sul contenuto; tuttavia avendo studiato Diritto Romano so bene che gli antichi latini non erano esattamente un popolo mite dolce e pacifico e sarà per questo che non ho trovato niente di surreale nelle barbarie che i personaggi s'infliggono a vicenda.

Il Tito Andronico mi è piaciuto, c'è poco altro da dire. L'ambientazione così nitida, i personaggi feroci e crudeli fino al midollo; la sventurata Lavinia, difficile se non impossibile da dimenticare. E poi Tamora ed Aronne, burattinai meschini ingannati alla fine dalla propria stessa arroganza.

Il primo Shakespeare dell'anno è stato spietato, brutale, uno splatter classico, e innegabilmente intenso.
 

giovedì 28 gennaio 2016

Due dopoguerra a confronto, parte seconda

Ieri era il Giorno della Memoria, e com'è giusto che sia in moltissimi avete dedicato tempo e spazio all'argomento. Io, invece, mi sono ritrovata in questo periodo a leggere due bellissimi libri che parlano del dopo, il dopo di chi la guerra è stato costretto a farla e subirla. Del primo dei due libri in questione ho parlato pochi giorni fa, ed era E non disse nemmeno una parola del tedesco Heinrich Böll; oggi invece resto entro i confini nazionali e vi presento un romanzo che mi è piaciuto immensamente: La paga del sabato del grandissimo Beppe Fenoglio.

Durante il mio primo anno di Università ebbi la fortuna d'incappare in un corso di Letteratura italiana moderna e contemporanea che mi ha dato veramente tantissimo. In quell'anno sotto molti aspetti difficile e complicato per me, fu l'unico corso che seguì per tutto il semestre con pieno e anzi crescente entusiasmo, in cui mi gettai a capofitto studiando con vivo interesse e fremente passione. Merito degli argomenti del programma e di una docente a mio avviso straordinaria. Frequentare le sue lezioni mi aprì davvero un mondo, mi permise di scoprire una letteratura italiana che non conoscevo e neanche immaginavo. La prima parte di questo corso s'incentrava sulla prima metà del Novecento ed in particolare sugli anni del dopoguerra: questo momento storico ebbe in Italia il merito, se non altro, di spingere alla scrittura uomini che forse, altrimenti, avrebbero fatto tutt'altro. Molti di quelli che poi si sono rivelati tra i migliori scrittori del nostro Paese, infatti, son stati spinti alla scrittura proprio dalla necessità di raccontare quanto vissuto, di portare la propria testimonianza e non lasciare che quel loro vissuto andasse perso nell'inesorabile corso del tempo.

Certo, il torinese Beppe Fenoglio (1922-1963) non è esattamente tra questi, lui un interesse ed una vocazione letteraria probabilmente li aveva già dentro, infatti prima di esser chiamato alle armi frequentò per tre anni la Facoltà di Lettere. Tuttavia, anche nel suo caso l'esperienza della guerra - affrontata nel suo caso assieme ai partigiani - divenne preponderante nella sua scrittura, lasciando davvero poco spazio ad altri argomenti. La sua opera più conosciuta, letta, studiata e celebrata è senz'altro Il partigiano Johnny, che venne pubblicato postumo, nel 1968, dalla casa editrice Einaudi. Così come potremmo definire postumo anche La paga del sabato, rimasto inedito fino al 1969: si tratta di un romanzo reduce da una storia editoriale un po' travagliata, le cui vicende si leggono nello scambio epistolare tra Fenoglio e i suoi colleghi scrittori, soprattutto Calvino. Calvino e la Ginzburg erano assolutamente convinti del valore e del potenziale del breve romanzo di Fenoglio, il quale invece non era altrettanto sicuro e cede quindi ai consigli di un altro intellettuale dell'epoca, Elio Vittorini, direttore de I gettoni. Fenoglio trae dal suo romanzo dei racconti con quelle che giudica le scene migliori del libro e in tale forma vengono pubblicati nell'editoriale di Vittorini. Ma sarebbe stato un vero peccato non poter leggere La paga del sabato nella sua interezza, perché per quanto breve è un libro bellissimo, forte e sincero.

Innanzi tutto, ha una delle prime pagine più belle che io abbia mai letto. Si apre nella cucina della casa dove il protagonista, Ettore, un giovane appena sopra i vent'anni, vive coi suoi genitori. Ettore è seduto a tavola, fuma, e guarda la madre che gli dà le spalle, impegnata ai fornelli.
Stava a cucinare al gas, lui le guardò i fianchi sformati, i piedi piatti, quando si chinava la sottana le si sollevava dietro mostrando i grossi elastici subito sopra il ginocchio.
Ettore l'amava.
E quel l'amava è come il suono di un gong, l'avvertimento di un pericolo imminente, perché subito dopo per un'inezia Ettore comincia a gridare contro sua madre, più lei non dice niente e più lui si arrabbia e le urla contro. Il problema è che Ettore non lavora, la guerra è finita da tanto, lui è stato tanto fortunato da tornare tutto intero eppure ancora non si comporta da uomo e non va a lavorare. Ettore prova tanta rabbia, si sente in diritto di esser lasciato in pace e anzi di ricevere riconoscenza e rispetto, perché lui ha fatto la guerra. Il rapporto tra Ettore e i suoi genitori è tanto semplice quanto complicato: lui li ama davvero immensamente, desidera che sua madre sia tranquilla, che suo padre si goda in pace la vecchiaia; il padre vuole che il figlio diventi un uomo per bene e si rimbocchi le maniche, sua madre altrettanto. Tutti nella stessa direzione, quindi, eppure se uno solo accenna all'argomento la casa trema per le urla e la rabbia.
La difficoltà di Ettore non è tanto lavorare o meno, la voglia di rimboccarsi le maniche se c'è o no: il suo demone è il reinserimento nella società, nella vita "normale", con cui lui ormai sente di non c'entrare più niente. E quando il padre gli trova un posto alla fabbrica di cioccolata lui ci prova, fa un tentativo e la mattina si presenta davanti alla fabbrica per l'orario di apertura. Resta a distanza, nascosto, a guardare gli uomini e le donne che aspettano di entrare. E pensa:
- No, no, non mi tireranno giù nel pozzo con loro. Io non sarò mai dei vostri, qualunque altra cosa debba fare, mai dei vostri. Siamo troppo diversi, le donne che amano me non possono amare voi e viceversa. Io avrò un destino diverso dal vostro, non dico più bello o più brutto, ma diverso. Voi fate con naturalezza dei sacrifici che per me sono enormi, insopportabili, e io so fare a sangue freddo delle cose che a solo pensarle a voi farebbero drizzare i capelli in testa. Impossibile che io sia dei vostri.
 Infatti in quella fabbrica non metterà mai piede. Se ne va da lì e va a cercare Bianco, un ex partigiano come lui che fa girare tanti soldi, ed Ettore sa bene in che modo riesca a procurarseli. Tempo prima Bianco gli aveva detto che in qualunque momento gli andasse di entrare in affari con lui, poteva andare a cercarlo. Allora Ettore va a cercarlo, lo trova, e in un attimo è in affari con Bianco e Palmo, che entrambi reputano stupido. Con loro Ettore partecipa a diverse "missioni" ed è solo con loro che Ettore sembra riuscire ad integrarsi, loro che hanno visto e fatto le stesse cose che ha visto e fatto lui. Ma l'episodio più significativo che li vede tutti e tre assieme a mio avviso è il momento in cui in una domenica di festa tornano in un campo dove c'era stata una battaglia:
Si voltò dalla parte di Bianco e Palmo, a quei due sì che aveva fatto effetto ritrovarsi sulle colline, perché si muovevano con scatti infantili, puntavano il dito dappertutto e avevano gli occhi piccoli e lustri e Ettore poteva leggerci il barbaro sentimento che quelli erano stati tempi felici e che il destino sarebbe stato ingiusto se non gliene riservava un altro pezzo prima di morire. Ettore era impressionato per sé e per loro, si domandava come facevano quei due a non essere cambiati da allora mentre lui era cambiato tanto da non riconoscersi più, cominciò a dirsi che forse era perché loro non l'avevano fatto bene il partigiano, non ci avevano messo tutto, non ci si erano esauriti, ma questa conclusione andava a rompersi contro Bianco, e allora lui la cambiò, si disse che era perché loro non avevano avuto, dopo la guerra, la persona o il fatto o il ragionamento che ci mettesse una pietra sopra. Lui aveva avuto Vanda.
 Vanda ovviamente è la donna di Ettore, che ai giorni nostri definiremmo appena una bambina. Vanda ha diciotto anni, ed è un personaggio bellissimo. O per meglio dire, ho trovato bellissime le frasi con cui Fenoglio appena appena la descrive, oppure gli scambi di battute tra lei ed Ettore, tutti. Come questo ad esempio:
- Perché? - gli disse poi Vanda.
- Perché tu mi piaci, mi piaci troppo. Io metterei la mia vita tra le tue gambe. Devo stare ben attento a non perderti.
Lei si protese sulla ringhiera: - Non mi perdi, non mi perderai mai, se dipende da me. Sei solo tu che puoi far sì che tu mi perda.
- Lo so, lo so. Proprio per questo.


La paga del sabato quindi racconta la guerra di Ettore che comincia quando la guerra è finita. Ettore deve lottare per accettare il fatto di esser tornato, che quel frangente di storia e di vita deve lasciarselo alle spalle; e lo capisce solo dopo aver cercato di trattenerlo buttandosi nell'adrenalina del pericolo con Bianco e Palmo. Ma in quel campo, dove c'erano croci a ricordo dei ragazzi morti in battaglia, Ettore si ricorda all'improvviso la lezione che aveva imparato, e cioè non finire sottoterra. Si rende conto di esser molto stupido a mettersi di nuovo nelle condizioni di correre rischi dopo essersi già salvata la pelle. Ettore riesce così, finalmente, a mettersi nella prospettiva di far qualcosa di "normale", di testa sua magari ma normale, di rientrare in una vita come quella che hanno gli altri.
E proprio allora, come spesso accade, il destino agisce in tutta la sua crudeltà, noncurante dei buoni propositi di Ettore.



L'ho già detto ma lo ripeto: è un libro bellissimo, che tutti dovete assolutamente leggere. Fenoglio, per quanto citato nelle cerchie accademiche, è troppo poco conosciuto presso il grande pubblico. Perciò leggetelo, leggetelo, leggetelo e fatelo leggere anche ad amici e parenti perché è un autore straordinario, che scrive in un italiano semplice ma bello, che pur venendo da un'epoca vicina ha già un sapore molto diverso da quello a cui siamo abituati oggi. Non vedevo l'ora di approcciarmi direttamente a questo autore, ed è stata un'esperienza estremamente appagante, che mi lascia col desiderio di averne ancora.

mercoledì 27 gennaio 2016

I Pilastri, Iliade #6: Libro Sesto

Colloquio di Ettore e Andromaca
Atena veneranda, liberatrice, dea luminosa,
spezza la lancia a Diomede e fa' che s'abbatta
prono colui, sotto le porte Scee,
sì che subito ora dodici vacche nel tempio,
d'un anno, non dome, immoliamo, se avrai compassione
della città, delle spose dei Teucri, dei figli balbettanti. 

Per la prima volta da quando ho cominciato sono in ritardo col post settimanale dedicato all'Iliade e questo perché negli ultimi giorni non sono stata molto bene. Anche oggi non sono quel che si dice il perfetto ritratto della salute, ma se mi seguite dovreste aver capito che ci tengo a questa lettura ed a questa rubrica e finché posso cerco di starci dietro. E dopo essermi rinfrescata un po' ed essermi bevuta un bel caffè mi sento abbastanza in forze da condividere con voi le emozioni del Libro Sesto.

Gli dèi, dopo averne combinate di tutti i colori in mezzo ai soldati, alla fine del Libro Quinto se ne erano tornati sull'Olimpo; sulla terra però la battaglia prosegue senza di loro ed il Libro di cui vi parlo oggi si apre su quella che viene definita una catena di duelli. Ormai ho sottolineato spesso quanto siano belle le righe di Omero dedicate alle battaglie ed è una cosa che davvero si conferma ad ogni episodio. Ci ritroviamo ad un punto in cui sono di nuovo i Troiani ad indietreggiare davanti agli Achei, perciò un indovino troiano, Eleno, si rivolge ai due più forti combattenti troiani, Ettore ed Enea: raccogliete i soldati, dice loro, e poi continueremo a resistere e a lottare contro gli Achei. Inoltre consiglia ad Ettore di correre dalla madre e dirle di convocare tutte le Anziane, e di prendere il più bel peplo che ha in casa - il peplo sarebbe l'abito tipico indossato dalle donne - e di poggiarlo sulle ginocchia di Atena presso il suo tempio, promettendole il sacrificio di dodici vacche se avrà compassione della città di Troia.



Esempio di "peplo"

Ettore agisce subito come gli viene richiesto, incita i suoi soldati a riprendere coraggio e quelli riescono a far fronte agli Achei, al punto che questi iniziarono a chiedersi se tra di essi non fosse di nuovo sceso qualche nume; a questo punto Ettore parte alla volta della città, ma noi restiamo ancora un po' sul campo per assistere al dialogo tra l'acheo Diomede ed il troiano Glauco: quest'ultimo si fa avanti per sfidare il tanto temuto Diomede, il quale gli domanda chi egli sia, che ha tanto coraggio da farsi avanti così. Quando Glauco inizia a raccontare della sua stirpe, esce fuori che tra la dinastia dell'uno e dell'altro vi erano stati episodi di reciproca ospitalità, e l'ospitalità era un rapporto che stabiliva un legame ereditario, impegnativo e sacro al punto da richiedere di esser rispettato anche quando, come in questa situazione, due "ospiti" si trovano in alleanze militari opposte. Diomede perciò propone che loro due si evitino in battaglia, tanto per ognuno ci sono tanti altri soldati da uccidere! Glauco e Diomede si stringono la mano e si scambiano dei doni (nei quali Glauco dimostra d'aver perso il senno, scambiando armi d'oro con armi di bronzo e cento buoi con nove buoi, mah) e ognuno per la sua strada.

Intanto Ettore ha raggiunto le porte della città, dove subito incontro gli vengono tutte le donne che vorrebbero aver notizia dei loro fratelli, padri, mariti; ma Ettore non dice loro nulla, se non di pregare. Quando arriva alla bella dimora di Priamo subito gli viene incontro Ecuba, la madre, che gli fa domande e gli offre del vino per ristorarsi, che però Ettore non accetta temendo di lasciarsi andare e perdere il vigore che gli serve per tornare poi in battaglia. Piuttosto riferisce alla madre il consiglio di Eleno, di recarsi al tempio di Atena col più bel peplo che possiede a pregare assieme a tutte le Anziane; lei allora raduna le ancelle e le manda in giro per la città a radunare le donne che dovranno accompagnarla e tutte insieme si recano al tempio, depongono il peplo sulle ginocchia della dea e le promettono le dodici vacche se lei spezzerà la lancia di Diomede ed avrà pietà dei figli di Priamo. Sappiamo però che Atena fe' cenno di no.

Ettore nel mentre si è già spostato per andare a cazziare il fratello Alessandro (che poi sarebbe Paride) perché dopo il duello con Menelao non è più tornato sul campo ed i Troiani ormai iniziano a dir male di lui. Alessandro non se la prende anzi, riconosce che Ettore ha ragione a parlargli in quel modo, ma aveva bisogno di sfogare il dolore (leggi: trastullarsi con Elena) ed ora che la sua donna l'ha incitato a tornare in battaglia va meglio (appunto). Ettore non dice nulla, ma Elena s'intromette dicendo al cognato quanto vorrebbe, con tutte le sue sciagure, almeno essere la sposa di un uomo più forte, ma costui (cioè Alessandro) non ha ora cuor saldo e neanche lo avrà certo mai; e temo che ne mieterà il frutto. Ettore non perde molto altro tempo nella loro casa, preso appuntamento con Alessandro si affretta alla propria dimora per vedere la sua di sposa, ma non la trova in casa e le ancelle gli riferiscono che s'era recata, affranta e affannata, alle mura, portandosi dietro la balia col bimbo. Quando si avvicina alle mura lei, Andromaca, gli viene incontro correndo ed ha inizio la scena madre di questo Libro.

Andromaca appare come una donna fragile che da troppo tempo si costringe a farsi forza, che tra le lacrime ricorda ad Ettore come lui, il suo sposo, rappresenti tutto ciò che ha, perché Achille ha ucciso tutta la sua famiglia. Lo implora di restare, di non rendere lei vedova e orfano il bambino. Ettore le risponde che anche lui pensa ogni giorno a queste stesse cose, ma che non può comportarsi da codardo e abbandonare i compagni e che non lo fa tanto per la gloria, per rendere onore al signore Priamo e tantomeno ai fratelli: ma soprattutto per lei, che se gli Achei avessero la meglio se la prenderebbero e porterebbero via come schiava, e ad Argo sarebbe costretta a tessere la tela per qualcun altra e a portare l'acqua, mentre qualcuno indicandola avrebbe detto quella era la moglie di Ettore, il più forte tra i combattenti Troiani, e lei avrebbe provato ogni volta uno strazio nuovo. No, le dice Ettore, lui deve combattere e che muoia prima di sentire le grida o vedere il rapimento della sua Andomaca braccio bianco. Poi la tenerezza di Ettore si sposta sul bambino, che tutti chiamavano Astianatte, il quale però si spaventa per l'aspetto del padre. Ettore e Andromaca sorridono dolcemente, Ettore si toglie l'elmo e alza il bimbo al cielo chiedendo ai numi di proteggerlo, di farlo crescere sano e più forte di suo padre. Rimesso il piccolo tra le braccia della madre, Ettore deve salutarli. Accarezza Andromaca e s'intenerisce a vederla sorridere tra il pianto. Lei si avvia verso casa, voltandosi molte volte, senza smettere di piangere.

Ettore viene raggiunto da Alessandro, ed insieme si incamminano di nuovo verso il campo di battaglia.

Congedo di Ettore da Andromaca alle porte Scee
David Allan



lunedì 25 gennaio 2016

Due dopoguerra a confronto, parte prima

Innanzi tutto, lasciatemi spendere due parole sul fatto che questo è primo post che scrivo dal computer nuovo: *applausi*. Non che abbia da lamentarmi del computer dal quale ho scritto finora, ma era parecchio tempo che bramavo un comodo portatile e dedicarmi alla scrittura per il mio blog comodamente seduta sul divano, sotto la coperta e con un Labrador buttato sui piedi (è la mia cucciola eh, non un Labrador a caso), con questo piccolo portatile azzurro cielo dell'hp mi rende estremamente felice. Ora che l'inaugurazione è declamata, posso procedere.

***
Il caso - io dico caso, ma poi intendo destino - mi ha portata ad avere in mano, uno dopo l'altro, due libri ambientati nel dopoguerra. Entrambi sono ambientati in città che cercano di rimettersi in piedi, nelle quali le macerie sono ancora accatastate agli angoli delle strade e dove ogni suono troppo forte sembra un'eco dei bombardamenti. In entrambi la povertà soffoca col suo fiato ogni pagina. In entrambi si trovano personaggi che, in un modo o nell'altro, devono fare i conti col tornare ad una vita normale, se mai la vita potrà davvero tornare "normale" e se mai la vita potrà ancora essere vita.
Il primo di questi due libri è del tedesco Heinrich Böll (Colonia, 1917-1985), autore del quale desideravo leggere qualcosa ormai dai tempi del liceo. Chissà perché poi, probabilmente avevo sentito nominare da qualche altra parte il suo Opinioni di un clown, ed era infatti da questo che volevo cominciare; invece l'anno scorso, durante i saldi della Mondadori, la mia attenzione cadde su E non disse nemmeno una parola, che mi attirò prima per questo titolo poetico e poi per la trama affascinante. Rimasto quasi un anno in attesa, la settimana scorsa è giunto il suo momento.
I protagonisti di E non disse nemmeno una parola sono Fred e Kate, le cui voci si alternano tra un capitolo e l'altro. Fred e Kate sono marito e moglie, sposati da quindici anni, durante i quali hanno messo al mondo cinque figli di cui solo tre aprono ancora gli occhi al mattino. Fred è stato in guerra, naturalmente, e dopo la guerra niente era più lo stesso. Nel presente della narrazione Fred e Kate non vivono più insieme. Fred ha deciso di andarsene, di lasciare la triste stanzetta nella quale abitano in affitto da ormai otto lunghi anni, una stanza troppo stretta in cui tutto cade tristemente a pezzi. Ha deciso di andarsene, Fred, proprio perché non sopportava più quell'atmosfera cupa, quella decadenza che continuava a gridargli in faccia la povertà e la miseria in cui tutti loro si erano ridotti a vivere. La tristezza lo aveva condotto a bere ed il bere alla rabbia e così Fred, che non aveva mai sopportato alcuna forma di violenza, aveva iniziato a picchiare i bambini perché lo disturbavano col loro chiasso al rientro da lavoro. Spaventato dalla persona che diventava in quei momenti, Fred se n'era andato per andarsene da quella persona, perché lui ama i suoi bambini e soprattutto ama la sua Kate, la ama da morire.
Infatti non può rinunciare a questa donna che è la sua amica, la sua complice, la sua amante e continuano a vedersi dandosi appuntamento nei più disparati angoli della città. Lui le dà i soldi che riesce a racimolare, si raccontano, fanno l'amore; Kate continua a sua volta ad amare Fred come e più di quindici anni prima.
Il dopoguerra in questo romanzo, che viene presentato come il più maturo ed il più riuscito dell'autore tedesco, appare come il fantasma di un uomo morto che si ostina a restare là dove c'è ancora vita. La guerra è finita e tutti cercano di andare avanti, di non farsi bloccare il cammino dalle macerie che rovinano le strade. La città, mai nominata ma che deve essere Colonia, è protagonista delle pagine quanto Fred e Kate. E' un animale ferito, maestoso, che respira a fatica ma tiene duro. Vediamo la città soprattutto attraverso Fred, che la percorre in lungo e in largo a caccia di soldi, da guadagnare o da chiedere in prestito, e che si spinge fino agli angoli più desolati in cerca di qualcosa, qualsiasi cosa, che trova dentro una chiesa o nel viso di una giovane che gli prepara la colazione.
Kate però è ciò che in questo romanzo ha destato di più la mia attenzione: le righe più belle a mio avviso si trovano nelle pagine in cui scorrono i suoi di pensieri, pensieri di donna e di madre, di essere umano saldo e concreto, stanco ma consapevole. I momenti in cui parla dei suoi figli sono da sottolineatura compulsiva; io non sono madre eppure mi sembrava di scorgere nelle sue considerazioni delle verità forti e delle tenerezze taglienti, e la cosa mi stupiva quando mi ricordavo che ad aver scritto questo libro è stato un uomo.
Al centro di questo romanzo c'è il rapporto tra Fred e Kate, il loro complesso volersi ma meglio restar separati; ed è per questo che il fulcro è il momento storico, ovvero il dopoguerra: perché prima della guerra Fred aveva un buon lavoro, loro avevano una casa vera ed i bambini erano cinque anziché tre. Poi le distanze, gli aerei, i rumori, la polvere, i lutti, quella maledetta povertà e l'inevitabile inasprimento degli animi, soprattutto quello di Fred.
Certo è che la donna non ha mai scelta, lei deve restare per forza, anche in una stanza dove i muri cadono a pioggia e pulire non serve a niente perché l'acqua nel secchio si trasforma subito in una torbida fanghiglia grigiastra.
Prima di leggere questo libro avevo sentito dire da molti che fosse bellissimo; non lo nego, ma devo ammettere che è una lettura che mi lascia, per qualche strano motivo, un po' tiepida. E' scritto divinamente, così come è resa benissimo l'atmosfera che affliggeva l'Europa in quegli anni difficili. Kate mi ha conquistata totalmente, ho provato sin dall'inizio empatia e solidarietà femminile nei suoi confronti. Dev'essere la figura di Fred ad avermi presa di meno, ed essendo metà libro dedicato a lui sarà per questo che resto così, ammirata per metà.
Senza ombra di dubbio però è un libro da leggere, soprattutto per chi si interessa a quel periodo storico, del quale non si finisce mai secondo me di comprendere aspetti e conseguenze. Queste ultime, in particolare, dovrebbero rubarci tempo per rifletterci su. Quel che è stato dopo, subito dopo. Fred e Kate sono una di quelle storie, solo una di quelle tantissime storie.


giovedì 21 gennaio 2016

Libero chi legge #10: La breve favolosa vita di Oscar Wao, Dìaz

Vi sono mai capitati periodi in cui un determinato titolo sembra quotidianamente assillarvi? Periodi in cui lo stesso libro vi salta agli occhi ovunque li posiate – nei video su youtube, nelle recensioni, in un articolo di giornale, in libreria, magari persino in mano a qualche pendolare che inganna il tempo del viaggio di rientro serale. Sono sicura di sì, perché noi Lettori siamo spesso vittime di simili persecuzioni, solitamente proprio nel momento in cui abbiamo solennemente promesso a noi stessi che basta, per questo mese ho finito con gli acquisti! (Sì. Certo. Come no.)

Ecco, La breve favolosa vita di Oscar Wao con me ha fatto questo: mi ha perseguitata finché non mi ha raggiunta. Devo ammettere che con questo titolo mi ha incuriosita fin da subito, e che nonostante questo forse sarei riuscita a non cedere così presto se non l'avessi trovato a otto euro anziché diciassette sul sito del Libraccio (se dovesse interessarvi, mi sembra di aver visto che nei vari siti sia ancora al 55% di sconto, dunque potete approfittarne!). Il fascino della copertina, poi, ha completato l'opera di convincimento.

L'autore è Junot Dìaz, dominicano trapiantato nel New Jersey (ultimamente ho letto tutti libri di autori originari del New Jersey, inizio a chiedermi se sotto ci sia qualche strano segno da interpretare, tipo: va' nel New Jersey e troverai la tua strada… e simili). Oltre a scrivere, insegna scrittura creativa al MIT. Prima di approdare al romanzo, molti suoi racconti sono stati pubblicati nelle maggiori testate americane, attirando l'attenzione dei critici di tutta la nazione, che lo hanno presto giudicato uno degli scrittori più promettenti della sua generazione. Il suo primo vero romanzo, dunque, è stato uno dei più attesi e la sua pubblicazione, avvenuta nel 2007, non è certo passata inosservata.

La breve favolosa vita di Oscar Wao, tanto per cominciare, non ha deluso le mie aspettative. Mi ha coinvolta sin dalla prima pagina, mi ha costretta a fare le ore piccole la notte perché volevo leggere ancora e ancora, mi ha divertita, commossa, conquistata totalmente. Per prima cosa mi ha stupita, perché pensavo fosse tutto incentrato sulla figura di Oscar, chiunque egli fosse, e invece sin dal secondo capitolo mi ha rivelato la sua natura di romanzo corale, spalancato su un mondo molto più vasto: quello dominicano e delle comunità sudamericane spiantate nei sobborghi americani.
Il narratore resta non identificato fino agli ultimi capitoli del libro, ma sin da subito si intuisce che deve trattarsi di un amico di Oscar o comunque di una persona a lui vicina che lo ha conosciuto bene.

Ma chi è questo fantomatico Oscar? Be', Oscar è un altro nerd come tanti e lo è all'ennesima potenza. La sua passione per il fantasy e la fantascienza superano qualunque altra cosa, tranne la necessità di trovare quella cosa tanto ambita che comunemente chiamiamo amore. Il problema è che Oscar vive di queste passioni all'interno di un contesto che non riesce a capirlo e comprenderlo, figuriamoci incoraggiarlo; inoltre Oscar non è esattamente il classico stallone latino: fortemente in sovrappeso, con i lineamenti del viso che una volta raggiunta l'adolescenza si sono completamente scombinati. Inutile dire come tutti questi elementi siano diventati per il povero Oscar una matrioska d'insicurezze, alimentata da ogni rifiuto che l'ennesima ragazza con cui aveva deciso di farsi coraggio gli sbatte in faccia senza tanti complimenti. Per ogni dura delusione ricevuta nella realtà, Oscar trova salvezza nel suo mondo, quello fatto di libri (Tolkien prima di tutti), fumetti e anime giapponesi; e poi scrive, Oscar scrive senza posa: un giorno sarebbe diventato il Tolkien dominicano, diceva.

La storia di Oscar non si limita a questo: Junot Dìaz non si è accontentato di creare l'ennesimo adolescente/giovane adulto escluso e disadattato, il suo personaggio è molto più profondo e complesso di così. E' facile sorridere delle quotidiane battaglie vissute durante il liceo, o empatizzare con un ragazzino goffo che resta a guardare mentre tutti gli altri sperimentano i primi baci e le prime palpatine; più o meno ci siamo passati tutti, e noi Lettori di sicuro rivediamo qualcosa di ciò che eravamo in un adolescente che cerca nelle opere di fantasia tutto quel che gli manca nella realtà. Ma poi cresciamo, e nella maggior parte dei casi ci lasciamo dietro questo disagio esistenziale. Cosa succede, invece, se col passare degli anni non cambia niente? Se resti lo stesso ragazzino goffo e ciccione, che una donna non l'ha sfiorata mai neanche per sbaglio. Se la fantasia continua ad essere l'unica cosa bella su cui puoi contare, al punto che appena torni alla realtà ti chiedi che ci stai a fare.
Ecco, per Oscar è così, la sua vita continua a fare schifo. Continua ad innamorarsi, senza avere mai la speranza di venire anche solo preso in considerazione. Continua ad essere il bersaglio degli scherzi dei coetanei maschi, coi quali mai potrà integrarsi. Continua a scrivere, sempre.
A questo punto la sua goffaggine, il suo modo di esprimersi, i suoi tentativi di approccio col gentil sesso... Tutto questo non fa più ridere come all'inizio, ma lascia spazio ad una profonda malinconia, al senso di stanchezza e di vuoto che Oscar si trascina dietro assieme a tutto il suo peso.

E pensate che sia tutto qui?
Nossignori.

Oscar è il centro della storia, ma questo romanzo abbraccia intere decadi e la storia di un popolo e di uno dei periodi più difficili che si è trovato a subire: la dittatura di Rafael Leónidas Trujillo Molina, comunemente chiamato El Jefe, che determinò ogni singolo aspetto della vita dei dominicani dal 1930 al 1960, quando alla fine i rivoluzionari riuscirono ad assassinarlo. Non ho idea se il ritratto di questo personaggio e dei suoi soci sia o meno fedele alla realtà, ma un triste sentore mi dice di sì. Per darvi un'idea, si rischiava di essere uccisi solo a pronunciar male il suo nome, figuriamoci avere un'idea propria o magari addirittura seguirla. El Jefe non aveva scrupoli, per nessuno.

Questa porzione di storia incontra quella di Oscar andando a ritroso nel tempo: Oscar infatti conosce Santo Domingo solo per qualche oziosa vacanza estiva e del Jefe nessuno gli ha detto quasi niente.
Quelle che invece ne sanno parecchio sono le donne della sua famiglia.

E veniamo a quella che secondo me è la vera meraviglia del romanzo: le donne che lo popolano.
C'è Lola, la sorella di Oscar, l'unica in grado di capirlo e di mostrargli affetto e solidarietà. L'unica che incoraggia le sue passioni, essendo anche lei un'amante della lettura; Lola è una ragazza estremamente determinata e decisa, che fin da adolescente si distingue dalle sue coetanee dominicane. Comprende che l'unica sua via di fuga è l'istruzione, e per questo si batte e lavora come un mulo.
Poi c'è quel donnone che è Hypatía Belicia Cabral, Beli per gli amici, la madre di Oscar e Lola, che prima conosciamo attraverso i loro occhi come un tornado: una madre assente, costantemente al lavoro, che quando è in casa non fa che urlare ordini e che non ci mette tanto ad alzare, assieme alla voce, anche le mani. Solo che poi appunto il tempo si srotola al passato, e la vediamo sopravvivere all'inferno durante l'infanzia, sospirare annoiata all'indomani dell'adolescenza e poi boom, un corpo che da un'estate all'altra sboccia o – nel suo caso – esplode in uno splendore davanti al quale nessun uomo sarebbe potuto rimanere indifferente. E con questo? Eh, e con questo ovviamente capita un ragazzo, e con questo ragazzo un casino dopo l'altro che vede Beli sempre in piedi ad attraversare la tempesta e la sua forza, la sua passione travolgente in qualche modo ti conquista, anche quando pensi che si stia comportando in modo estremamente stupido. Ed in quella ragazza bellissima, focosa tanto fuori quanto dentro, riconosci già la donna terribile che rincorre i poveri Oscar e Lola.
Nel passato di Beli la figura più importante è la madre che non è la vera madre, che comunque Lola ed Oscar hanno sempre chiamato abuela, nonna, e che tutti chiamano La Inca. E lei non ci provo neanche a descriverla, perché è un personaggio così bello sotto ogni aspetto, bello come solo le nonne possono essere. La Inca, attraversata da tanti dolori e tanti anni e ancora salda come una roccia.

E' finita qui? No, perché Beli una volta aveva una famiglia intera, una famiglia vera, tutta sua.
Padre, madre e persino due sorelle.

La breve favolosa vita di Oscar Wao mi lascia il ricordo di un coinvolgimento pressoché totale, di una smania di divorare le pagine che non tutti i libri – neanche quelli belli, a volte – sanno infondere. Da ragazzina m'innamorai dei sudamericani con Marquez e la Allende, trovavo che i racconti di quelle terre calde fossero diversi da tutti gli altri, simili solo tra loro; Junot è distante da loro, viene da una generazione diversa e forse ha respirato più ossigeno statunitense che del sud. D'altronde, Santo Domingo è esattamente a metà strada. Eppure l'eco di quella tradizione nella sua penna si sente, soprattutto nel respiro così ampio che il suo romanzo riesce a prendere: come le storie degli innumerevoli membri della famiglia protagonista de La casa degli spiriti o il piccolo universo racchiuso in  Cent'anni di solitudine. Perché quella che ci ha raccontato Dìaz non è solo la storia di Oscar o della sua famiglia: è soprattutto la loro, e poi quella di un intero popolo.

Allora, vi ho convinto?



martedì 19 gennaio 2016

I Pilastri, Iliade #5: Libro Quinto

Le gesta di Diomede
«Forza, Diomede, adesso a batterti contro i Troiani,
ché t'ho ispirato nel petto quella furia paterna
intrepida, ch'ebbe Tideo cavaliere agitatore di scudo,
e ti ho tolto dagli occhi la nube, che v'era sopra,
perché tu ben conosca i numi e i mortali.
Ora dunque, se un nume venisse qui a tentarti,
in faccia agli immortali tu non osar di combattere,
agli altri. Se però la figlia di Zeus Afrodite
venisse nella battaglia, dàlle col bronzo acuto!» 

Il Libro Quinto, incentrato sulle gesta di questo soldato, Diomede, è un libro che mentre lo si legge pare più lungo degli altri, essendo così ricco di intrecci e denso di nomi e di storie; ma è anche un libro molto affascinante per tutto quello che è l'intreccio tra uomini ed immortali, i cui mondi continuano ad intrecciarsi e a volte quasi sovrapporsi. Diomede è esemplare sotto questo punto di vista: un uomo come gli altri che, ispirato dalla dea Atena, diventa una tale furia da incutere terrore persino ai numi.

Ma andiamo con ordine. La settimana scorsa eravamo rimasti in mezzo alla battaglia tra Teucri ed Achei, ed è esattamente lì che ci ritroviamo all'inizio del quinto Canto, che si apre proprio con Atena che infonde furore ed audacia a Diomede affinché fosse glorioso fra tutti gli Argivi e conquistasse nobile fama. In questi versi si riscopre ancora una volta la maestria di Omero nel raccontare i movimenti della battaglia, infatti ci vengono descritti, poco per volta, tutti i colpi che Diomede riesce a mettere a segno. In alcune scene si limita a dire in che modo le sue vittime cadevano, in che punto le sue armi laceravano la carne del nemico – la cui fine, spesso, viene segnata da una frase che rintocca come una campana a morto: l'armi sopra tuonarono, parole che chiudendo le sequenze con regolarità calcolata rendono l'atmosfera davvero tetra e lugubre.

La violenza di Diomede raggiunge un'intensità tale che non si poteva capire con chi avesse parte il Tidide (Diomede è figlio di Tideo) / se fosse coi Troiani oppure con gli Achei. La sua potenza viene paragonata a quella dei fiumi in piena, che travolgono tutto senza lasciar speranza di poterli arrestare. Le metafore utilizzate dal poeta, tutte prese dal mondo della natura e degli animali, non deludono mai e riescono sempre a costruire immagini nitide della narrazione. Nemmeno un dardo che lo colpisce alla spalla riesce a fermarlo, anzi: dopo che Atena lo ebbe prontamente rimesso in forze, egli viene paragonato ad un leone che, ferito, non è sconfitto ma solo più infuriato di prima.

Enea e Pàndaro – il più abile in assoluto con le frecce – partono assieme su un carro per tentare di fermare Diomede: uno scontro dal quale Enea non sarebbe uscito vivo, se non fosse intervenuta a salvarlo la madre Afrodite. Diomede non si ferma neanche davanti all'intervento divino: memore delle parole di Atena, che gli aveva detto di non fermarsi davanti ad Afrodite, e sapendo che ella è una dea debole e non una di quelle che dominano fra le battaglie degli uomini la inseguì tra la folla, ferendola con la sua asta acuta al polso.

Quante sorprese mi sta riservando, l'Iliade. Se finora a stupirmi sono stati gli interventi del poeta, che si è espresso usando i pronomi personali o che ha inserito una seconda invocazione delle muse nel Libro Secondo, adesso mi stupiscono i contenuti: mai avrei pensato che un umano avrebbe potuto ferire una divinità, eppure spiccò il sangue immortale della dea. Afrodite urla spaventata e lascia cadere il figlio, preso subito da Apollo che provvede a proteggerlo dal rischio di esser colpito.

Afrodite fugge disperata, trova Ares seduto a sinistra della battaglia, si accascia ai suoi piedi e lo implora di darle i suoi cavalli per raggiungere l'Olimpo. Egli glieli lascia e Afrodite, sempre più angosciata, sale sul carro accompagnata da Iri, che prende in mano le briglie. Arrivate subito all'Olimpo, Afrodite si getta alle ginocchia della madre Dione: le note mi spiegano che questo è l'unico episodio in cui Dione compare quale madre di Afrodite e che, dunque, questa genealogia potrebbe essere un'invenzione di Omero. Dione chiede alla figlia chi le abbia fatto del male e Afrodite, ancora affranta, fa il nome di Diomede, aggiungendo: «Ormai la mischia orrenda non è fra Teucri e Achei. I Danai fanno guerra anche con gl'immortali». La madre, mantenendo saggiamente la calma, le consiglia di sopportare questo dolore per quanto atroce, poiché non è certo la prima tra gli dèi a sopportare delle sofferenze causate dai mortali. A prova di tale affermazione le racconta di Ares in catene, di Era ferita ad una spalla ed altri episodi che vedevano gli immortali in difficoltà. Finito di parlare, Dione provvede a curare la figlia: le deterge il polso e guarisce i suoi dolori.
Nel mentre, Atena ed Era sembrano quelle compagne di scuola che stanno sempre appiccicate e che appena ne hanno occasione iniziano a confabulare tra loro; anche in quest'occasione non mancano di farlo e alludono sarcasticamente alla storia di Elena e Paride e allo zampino che ci mise Afrodite. Zeus se la ride e dice ad Afrodite di tornare ad occuparsi dei matrimoni e di lasciare le cose della guerra ad Ares e Atena.

Intanto sulla terra la battaglia è lungi dall'esser conclusa: Diomede, nonostante la protezione di Apollo, è tanto deciso ad uccidere Enea che per tre volte si scaglia contro lo scudo divino. Al quarto tentativo il dio gli intima di smetterla, di non credersi un pari degli dèi; solo a questo punto Diomede indietreggia, lasciando finalmente ad Apollo la possibilità di deporre Enea fuori della mischia, creando allo stesso tempo un fantasma con le fattezze di Enea, attorno al quale i soldati continuano ad azzuffarsi. A questo punto Apollo chiede ad Ares se non ha intenzione di fermare quell'uomo (Diomede) che al momento probabilmente avrebbe osato sfidare persino Zeus. Ares allora va a spingere le file troiane, esortando i figli di Priamo a non lasciarsi sconfiggere così dagli Achei. Con questa mossa, Ares si guadagna la nomina di banderuola. La battaglia prosegue, tra sfide verbali e di lancia, tra scorci di storia di personaggi e di popoli, tra gli dèi che aiutano e soccorrono i loro favoriti, corpi che cadono privi di vita e i cavalli dei troiani sconfitti che vengono condotti alle navi achee.

Gli achei, una volta che riconoscono Ares tra i troiani, non riescono a far altro che indietreggiare; ovviamente Era se ne accorge e preparando subito un carro parte assieme ad Atena alla volta della battaglia. La loro partenza viene resa incredibilmente suggestiva dalla descrizione delle porte del cielo, sorvegliate dalle Ore, ancelle dell'Olimpo e divinità delle stagioni. In procinto di varcare le porte, scorgono Zeus sulla vetta più alta dell'Olimpo ed Era gli chiede come può non adirarsi con Ares per quel che sta combinando; per tutta risposta, il re degli dèi acconsente a lanciargli contro Atena. Era «frustò i cavalli che si slanciarono ardenti / a volo tra la terra e il cielo stellato». Dopo aver spronato gli achei dando loro dei vigliacchi, Atena corre in cerca di Diomede per assicurargli di non temere più nessuno, neanche gli immortali, ché lei lo avrebbe protetto contro tutti. Appena quello riprende coraggio, salgono assieme su un carro spronando i cavalli proprio in direzione di Ares. Unendo le loro forze, Atena e Diomede feriscono Ares al ventre. Ares urla talmente forte da lasciar atterriti tutti i troiani e tutti gli achei, lasciando subito il campo in una nube nera per correre a rifugiarsi sull'Olimpo; qui anche lui si rivolge a Zeus, chiedendogli se non lo adirano le continue sofferenze che i numi s'infliggono l'un l'altro a causa dei mortali, ma Zeus non mostra alcuna compassione nei suoi confronti: «Non starmi a sedere qui e a piangere, banderuola! / Tu sei il più odioso per me, dei numi che hanno l'Olimpo (…)». Nonostante queste dure parole, Ares viene curato ed il libro quinto si chiude sul ritorno di Era ed Atena che sono riuscite a mettere fine alle stragi d'Ares funesto ai mortali.

E quindi, cosa aggiungere a tutto ciò? Nonostante il poco tempo che ho avuto quest'ultima settima da dedicare alla lettura dell'Iliade, il necessario sforzo che ho dovuto fare per fare in tempo a concludere il Libro Quinto è stato più che ricompensato: l'intensità che ha raggiunto la narrazione è notevole e credo sia impossibile, per un lettore, non trovarsi a questo punto totalmente conquistato e assorto. Gli scenari polverosi, il coraggio o la paura dei combattenti, le descrizioni della potenza di Diomede… tutto a dir poco indimenticabile. Soprattutto, ancora una volta, le vicende degli dèi, che potrebbero starsene tranquilli nella bambagia dell'Olimpo ma non sanno fare a meno di immischiarsi tra il sangue e le lance degli uomini. Ares ed Atena sono senz'altro le figure più potenti di questo libro, non solo per le capacità che di fatto possiedono, ma anche per come vengono rappresentati, con un margine di spessore in più rispetto ai loro “colleghi”.
E la curiosità non fa che aumentare.

giovedì 14 gennaio 2016

Spectator #5: Jessica Jones

Cosa succede quando convivi con un fidanzato nerd? Uno che «conosce l'universo Marvel meglio di Stan Lee», uno in grado di spiegarti tutte le discussioni fumettistiche mentre guardate The Big Bang Theory, uno che ha trasformato la sua parte d'armadio in una fumetteria indipendente?

Semplice.
Diventi a tua volta una simil-Penny, che si chiede perché sa perfettamente chi siano Galactus o Thanos.

E allora, potrebbe mai essere possibile non guardare delle serie tv prodotte da Netflix e incentrate su personaggi targati Marvel? Be', direi proprio di no.

Già mi ero lasciata prendere abbastanza da Daredevil, l'affascinante avvocato non-vedente di giorno che di notte va a caccia di cattivi per difendere la propria città. Un telefilm dalle tinte cupe, dove dominano il nero spruzzato qualche volta di rosso, col Grande Cattivo e Potente di turno, l'Amico Simpatico (Foggy è il mio preferito), il Giornalista Coraggioso e la Biondina Intraprendente che mi ha rotto le cosiddette quasi da subito.

Perciò appena è uscito Jessica Jones, comodamente piazzati sul divano, abbiamo intrapreso un altro viaggio in quel di Hell's Kitchen, questo quartieraccio di New York dove apparentemente succede sempre tutto. Jessica è una giovane investigatrice privata, che da adolescente ha perso la famiglia in un incidente e ha scoperto di avere sia una forza incredibile che la capacità di fare dei lunghissimi salti (quasi come volare). Jessica, come molte persone che hanno un passato difficile, è dura, scontrosa, diffidente, difficile da avvicinare e soprattutto da trattenere. Inoltre quello che la tormenta non sono solo i traumi subiti, ma anche una sorta di conto in sospeso col suo principale antagonista: Kilgrave, un uomo all'apparenza normale ed innocuo e in realtà pericolosissimo, poiché dotato del potere di controllare la mente di chiunque incrocia per strada.


Comincio col dire che consiglio questa serie a tutti, e forse soprattutto al pubblico femminile. Io sono la prima ad essere lontana da questo genere, la cosa potrebbe stupirvi ma fantasy e fantascienza sono tra i pochissimi generi con cui, nonostante molteplici tentativi, non riesco proprio a cimentarmi. Pur ammirando chi è in grado di inventare mondi completamente diversi dai nostri ed invidiando chi riesce ad immergersi in realtà che con quella in cui viviamo c'entrano poco, io molto difficilmente riesco a farmi trasportare da questo tipo di narrazioni. La serie dedicata a Jessica Jones finora è l'unica ad esserci riuscita completamente, e questo già vi darà un'idea di quanto mi sia piaciuta. E mi è piaciuta innanzi tutto perché ho adorato la protagonista, perfettamente interpretata da Krysten Ritter, per la quale probabilmente ho una girl crush dalla prima volta che l'ho vista. La trovo un'attrice estremamente carismatica, una bellezza tutt'altro che tradizionale ma piena di carattere. M'è piaciuta nei ruoli leggeri – come nel film I love shopping, dove interpreta la migliore amica della protagonista, o nella sit-com Non fidatevi della str***a del ventitreesimo piano in cui è co-protagonista – così come nel ruolo meno simpatico di Jane in Breaking Bad. Sinceramente aspettavo di vederla in una parte più impegnativa e nel ruolo di Jessica, secondo me, è stata perfetta. Dicevo che mi è piaciuto questo personaggio perché è una donna con le ovaie, ha una personalità fortissima, ha coraggio e anche se si comporta come un gatto selvatico è pronta a sacrificarsi per gli altri. 

Altrettanto bravo nel ruolo di Kilgrave è il grande David Tennant, inconfondibile in mezzo a tanti americani col suo accento inglesissimo. Tennant si è davvero cucito addosso la parte di questo cattivo di prima classe, che non si sporca mai le mani e che commette i delitti più atroci semplicemente articolando una frase.

Ho trovato che gli episodi di Jessica Jones fossero ritmati davvero bene, in grado di accrescere la curiosità, di mantenere alta la suspence e – nonostante ci fossero in gioco dei superpoteri – mantenersi su un piano molto realistico. La storia dà spazio all'indistruttibile Lucke Cage, alla migliore amica/sorella adottiva di Jessica, Trish, al vicino di casa Malcolm, alle vittime di Kilgrave; ma principalmente s'incentra sulla tensione tra Jessica e Kilgrave ed è senz'altro il loro rapporto e il loro duello all'ultimo colpo la parte più interessante. 

Jessica Jones ha superato tutte le mie aspettative, e lo troverei perfetto anche se si fermasse qui. Ma se una seconda stagione dovesse arrivare, non esiterei affatto a vederla.

E voi? Avete visto Jessica Jones? Se sì fatemi sapere se vi è piaciuta o meno, o se il mio post vi ha incuriosito abbastanza da pensare di darle un'occhiata!

mercoledì 13 gennaio 2016

Libero chi legge #9: Doppio sogno

Doppio sogno mi attendeva sulla libreria da ormai svariato tempo. L'avevo anche tirato giù una volta, forse la scorsa primavera, abbandonandolo prima della metà perché proprio non riuscivo ad entrare tra le pieghe della storia. Quant'è vero che per ogni libro esiste il momento giusto, e quant'è ancor più necessario per quest'opera che in prima pagina vien definita una novella. Ero sicura che quell'abbandono non sarebbe stato definitivo, prima di tutto perché è un racconto ambientato a Vienna ed è stato scritto negli anni '20, un'epoca ed una città che messe insieme son per me una garanzia. In quel periodo infatti la capitale austriaca fu uno dei più importanti centri culturali europei ed esercita su di me un fascino pari – ma completamente diverso per contenuti ed atmosfere – alla bohéme parigina. Kafka, Klimt, Schiele, Freud sono solo alcuni dei nomi strettamente legati a questa città, che dopo aver visitato di persona (ve ne ho parlato qui) non posso che amare di più.

Il suo autore, Arthur Schnitzler (1862-1931) fu medico, drammaturgo e scrittore. La sua produzione venne largamente influenzata dalle teorie di Freud al punto che quest'ultimo, dato il successo e la notorietà di Schnitzler, si interessò molto alle sue opere. Doppio sogno lascia intendere fin dal titolo che, in questo senso, non fa eccezione.

Di cosa parla Doppio sogno. I protagonisti sono una coppia sposata, Fridolin e Albertine. Lui medico in un suo studio privato, lei madre e donna di casa. Sono giovani, belli, genitori felici. La vicenda occupa 114 pagine, srotolandosi nell'arco di un paio di giorni. Tutto ha inizio il giorno successivo ad un ballo in maschera, il primo a cui avessero mai partecipato. Non hanno modo di parlare dell'esperienza fino al giorno successivo, dopo che la bambina è stata messa a letto. Appena entrati nella sala dove si teneva il ballo, entrambi erano stati “accalappiati” da strani personaggi, che tuttavia li avevano presto lasciati liberi; allora marito e moglie si erano ritrovati al buffet e avevano intrapreso una commedia della seduzione, come se si fossero appena conosciuti, per poi amarsi appassionatamente una volta tornati a casa, con foga tale come non accadeva da tempo. Tornando sui ricordi del ballo però, le figure dalle quali erano stati sfiorati assumono «l'ingannevole parvenza di occasioni perdute». Questa parte, questo dialogo tra marito e moglie, è la parte che davvero ho amato di questo libro, quello che a mio parere riempie di valore l'opera: la conoscenza della psicologia umana di Schnitzler emerge clamorosamente, dato che riesce a dipingere con maestria le complesse dinamiche che possono scatenarsi in una stabile vita di coppia.
«Si scambiarono domande ingenue eppure insidiose e risposte maliziose e ambigue; a nessuno dei due sfuggì che l'altro non era in fondo sincero e si sentirono, così, inclini a una moderata vendetta. (...) Tuttavia dalla leggera conversazione sulle futili avventure della notte scorsa finirono col passare a un discorso più serio su quei desideri nascosti, appena presentiti, che possono originare torbidi e pericolosi vortici anche nell'anima più limpida e pura, e parlarono di quelle regioni segrete che ora li attraevano appena, ma verso cui avrebbe potuto una volta o l'altra spingerli, anche se solo in sogno, l'inafferrabile vento del destino.»
Marito e moglie si confessano le rispettive attrazioni provate per altre due persone durante una vacanza in Danimarca. Nessuno dei due sembra risentirsi troppo – si promettono persino di farsi subito simili confidenze, in futuro –, salvo che poi i pensieri di lei cadono sulle precedenti avventure amorose di Fridolin, e quando lui le dice: «In ogni donna – credimi, anche se può sembrare una facile affermazione – in ogni donna che credevo di amare ho sempre cercato te; ne sono convinto più di quanto tu possa capire, Albertine», succede questo:
Ella sorrise triste. «E se anch'io avessi avuto voglia di cercarti prima in altri uomini?»
Una sola frase capace di esprimere la battaglia silenziosa che, consapevolmente o meno, si combatte in molte coppie. Perché spesso uno dei due è, per così dire, più esperto in amore e l'altro si sente per questo svantaggiato, vivendo la circostanza quasi come una minaccia, un pericolo. Non dimenticherò mai Albertine per queste parole e quel sorriso triste.

Ma, in effetti, è alla fine di questa conversazione che il “doppio sogno” ha inizio. Nonostante sia già notte inoltrata Fridolin viene chiamato a soccorrere un paziente in fin di vita e Albertine resta sola nel letto matrimoniale. L'uscita di Fridolin segnerà l'inizio di una notte assurda, in cui capiterà ma soprattutto cercherà un'avventura dopo l'altra che, a causa di innumerevoli circostanze, riuscirà solo a sfiorare. La figlia del paziente, una prostituta diciassettenne, uno strano ballo in maschera segreto dove le donne si spogliano completamente. Fridolin scopre di essere arrabbiato con Albertine per il desiderio folle che aveva provato per il giovane danese ed è quasi determinato a tradirla, eppure non ci riesce. Nel mentre lei sogna davvero, e fa un sogno lungo e orribile in cui tradisce ripetutamente il marito, lo condanna a pene umilianti e dolorose e deride le sue difficoltà. Alla fine Albertine e Fridolin si raccontano tutto e, tra un pianto ed una carezza, ritrovano il loro posto l'uno accanto all'altra.

Eyes Wide Shut, 1999

Non posso spiegarvi nel dettaglio perché ho amato così tanto quest'opera. Ritengo che per apprezzarla davvero sia fondamentale comprenderla e che per comprenderla è necessario aver vissuto abbastanza a lungo in una coppia da poter riconoscere e capire i comportamenti di Albertine e Fridolin. Anche nella coppia più felice e più tranquilla possono venire a galla desideri di evasione, trasgressione o semplicemente gelosie immotivate dettate da stupide insicurezze o momenti di crisi – crisi che, se affrontate con maturità e attraverso il dialogo portano ad una crescita della coppia, come infatti credo avvenga anche a Fridolin e Albertine. Insomma, lo trovo un libro intenso, quasi geniale, complesso, arguto, sottile, capace di turbare e al contempo affascinare il lettore. Incapace di trattenermi l'ho letto in una sola sera e – devo ammettere – ne sono uscita leggermente provata.

Da quest'opera, a cui chiaramente do il massimo dei voti, Stanley Kubrick ha tratto il film Eyes Wide Shut, con una bellissima Nicole Kidman e Tom Cruise.

martedì 12 gennaio 2016

I Pilastri, Iliade #4: Libro Quarto

I patti violati e la rassegna di Agamennone
«Ebbene, fa' come vuoi, ché in seguito questa contesa
fra te e me non divenga discordia grave fra noi.
Altro però devo dirti; e tienilo bene in mente:
quando bramando anch'io d'annientare una rocca,
quella voglia ove vivano uomini a te graditi,
non dovrai trattener la mia collera, ma lasciarmi,
perché io pure cedo volente, ma contro il mio cuore,
perché quante sotto il sole e il cielo stellato
sono città abitate da uomini terreni,
fra queste Ilio sacra m'onorava di cuore,
e Priamo e la gente di Priamo buona lancia;
ché mai mio altare mancava della sua offerta,
di libagioni, di grasso: questo è il nostro onore».



 Le parole riportate in apertura stavolta son niente meno che del signore degli dèi, Zeus. Avevamo chiuso il libro terzo con Menelao che vagava per il campo come una belva, irato per la fuga di Alessandro proprio sul più bello della loro sfida a duello. Il libro quarto si apre su uno scenario diverso, ultraterreno: siamo infatti sull'Olimpo, dove gli dèi stan tutti tranquillamente seduti attorno a Zeus, quando quest'ultimo fa saltare i nervi ad Era e Atena, dicendo che loro due son le protettrici di Menelao eppure non muovono un dito per aiutarlo, mentre Afrodite accorre sempre a difendere il suo protetto, Alessandro. Atena non osa dar voce alla propria ira, al contrario di Era che non riesce a contenersi: ne nasce una discussione tra moglie e marito, lui – ormai è chiaro – predilige i Troiani e lei invece gli Achei; il risultato dell'alterco è che Zeus si rassegna, a patto che quando sarà lui a voler distruggere una città Era glielo lascerà fare anche se si trattasse di una abitata da uomini a lei cari. Ebbene, vi sono tre città a me carissime: Argo e Sparta e la spaziosa Micene; distruggile, il giorno che tu le odiassi in cuore!, dice lei. Zeus ordina allora ad Atena di scendere in terra e di fare in modo che i Troiani colpiscano gli Achei, infrangendo i patti. Lei va, balzando in terra simile ad una stella – che immagini meravigliose! – e col solito trucchetto di assumere sembianze altrui – quelle di un eroe troiano, in questa occasione –, convince un soldato troiano un po' allocco della gloria di cui si vestirebbe se riuscisse a colpire Menelao. Il povero Pàndaro non perde tempo, subito si prepara: e quando ebbe teso in tondo cerchio il grande arco, l'arco sonò, ronzò cupa la corda, scoccò il dardo dalla punta acuta, bramando volar tra la folla.

E qui Omero mi stupisce ancora, facendo un'altra cosa che non mi sarei mai aspettata: usa la seconda persona singolare parlando direttamente a Menelao, per dirgli che i numi non si sarebbero dimenticati di lui e che Atena deviò il dardo che l'avrebbe altrimenti colpito. Ella lo allontanò dal tuo corpo, tanto quanto una madre allontana una mosca dal figlio, che in dolce sonno riposa.
Grazie ad Atena, la freccia lo scalfisce solo sul fianco, procurandogli una ferita superficiale; la vista del sangue che sgorga dal fianco del fratello è comunque sufficiente a far rabbrividire Agamennone, il quale parla subito dei patti infranti e delle conseguenze cui si sono buttati i troiani con le loro stesse mani. Ma prima di tutto Menelao deve essere curato, e ci pensa l'eccellente guaritore Macàone.

Intanto Agamennone si fa un bel giretto per tutto il campo, tra i vari gruppi achei e i loro capi. Si assicura che tutti si stiano preparando, a seconda dei casi incita, incoraggia o rimprovera; è una parte in cui ci viene ricordato da quanti posti diversi vengano i soldati greci, di quanto sia eterogenea la loro compagine. Ci viene ricordato il valore di alcuni eroi, la prontezza di altri. E, in tutto ciò, Achille ancora non si rivede.

Infine assistiamo alla battaglia, raccontata con la consueta nitidezza e con quelle similitudini di cui credo solo Omero sia capace, in grado di costruire con poche parole dettagliate immagini nella testa del lettore. Gli eserciti vengono paragonati ai moti del vento, al flusso di due torrenti che precipitando dai monti urtano al confluente l'acqua rabbiosa / delle fonti abbondanti dentro cavo dirupo. Dalla massa di voci e corpi, di colpi presi e dati, ogni tanto l'attenzione si focalizza su due precisi combattenti, e veniamo a sapere chi riesce ad avere la meglio. D'impatto il passaggio in cui si parla delle urla dei troiani, accomunate al belare delle pecore nella corte d'un uomo ricchissimo: perché non era uguale la voce di tutti, né uno il linguaggio, / ma mischiata la lingua; erano genti diverse. Che si ritrovano però a combattere la stessa guerra. Quanto mai suggestive queste tre righe:
E questi spronava Ares, quelli Atena occhio azzurro,
e Terrore e Disfatta e Lotta senza misura furente,
sorella e compagna d'Ares massacratore;
Immaginare queste entità che corrono tra gli uomini, incitandoli a non mollare, a combattere finché le gambe li tengono in piedi. E quando gli achei sono in vantaggio ed i troiani sembrano quasi indietreggiare scoraggiati, si scomoda anche Apollo che sdegnato grida loro che gli achei non hanno mica la pelle di pietra o d'acciaio e che l'unico davvero temibile, cioè il semidio Achille, non sta neanche combattendo! Il combattimento va avanti, tra soldati già caduti, altri allo stremo: (...) molti, quel giorno, dei Teucri e degli Achei proni nella polvere rimasero stesi accanto.



Ebbene, che dire. Ormai sono completamente coinvolta da questa lettura, mi sono abituata allo stile, al ritmo, alle dinamiche e mi ci lascio trasportare che è un piacere. Di volta in volta sono solo sempre più curiosa di vedere come proseguirà. Ammetto che al momento sono in attesa del ritorno di Achille, di cui in realtà mi ero quasi dimenticata. Ho trovato questo quarto libro particolarmente fluido e scorrevole e mi sono piaciute molto tutte le parti dedicate agli dèi, che continuano ad esser quelli che rimescolano le carte in tavola. E comunque, ancora non ho deciso da che parte sto, se da quella degli achei schinieri robusti o dei troiani domatori di cavalli.

domenica 10 gennaio 2016

Libero chi legge #8: Paura della matematica


Peter Cameron (Pompton Plains, New Jersey, 1959) dal momento in cui lessi per la prima volta un suo libro divenne per me un'àncora di salvezza. Ho fatto in modo di avere sempre un suo libro da parte, pronto ad accorrere in mio soccorso quando niente andava per il verso giusto. Cameron è cresciuto tra la sua città natale in America e Londra, ma – almeno per come scrive – io lo ritengo inglese di natura. I suoi romanzi sono, a mio avviso, pura bellezza: ricorrono le stesse atmosfere, le sue storie sono ambientate sempre tra persone raffinate, colte, educate e con un riserbo di un'eleganza unica riesce comunque a sondare i lati più intimi e più profondi dei suoi personaggi. Oserei dire che è l'autore col quale entro in assoluto più in sintonia, col quale sento un'intesa assoluta e totale, se non altro per l'evidenza che ciò è accaduto con tutti i suoi libri, primo tra tutti Un giorno questo dolore ti sarà utile (nel cui protagonista mi sono riconosciuta al 100%). Da quel primo incontro sono passati ormai circa sei anni e a me resta, ahimè, un solo suo libro da leggere, Coral Glynn, che pare sia il suo capolavoro. Lo ordinerò subito e lo lascerò lì, sulla libreria, ultimo salvagente per i momenti di bisogno.

In realtà in questi giorni non dovevo salvarmi da nulla, semplicemente mi mancava la prosa di Cameron, e non ho resistito, e ho tirato giù dallo scaffale il suo Paura della matematica. Si tratta di una raccolta di racconti scritti negli anni '80, divisa in due parti. La prima contiene un solo racconto intitolato Il mondo del ricordo, che parla di un ragazzo cresciuto coi nonni paterni poiché la madre era morta poco dopo la sua nascita ed il padre, pazzo di dolore, aveva deciso di allontanarsi da tutto; questo povero ragazzo non ha mai sentito da parte dei nonni un calore materno o paterno, ma percepiva anzi un sottile rancore per la perdita del figlio tanto amato. Eppure lui, invece, non ce l'ha con nessuno e quando il padre, a 77 anni e in punto di morte, lo cerca perché vuole vederlo è contento di avere quest'occasione.
«Immagino che ci si possa sentire abbandonati da qualcuno che non si è mai conosciuto veramente, immagino che si possa soffrire per la perdita di qualcosa che non si è mai avuto, ma la strana consapevolezza che avevo di me stesso mi impediva di provare l'una e l'altra cosa. (...) Eppure lui piangeva e si stringeva a me, e io non capivo se quel suo bisogno disperato fosse semplicemente il bisogno di una presenza qualsiasi o del sangue del suo sangue. Ero felice di essere l'una o l'altro. Oppure entrambi.»
La seconda parte è più “ricca” e di racconti ne contiene ben sei.

Memorial Day parte dal gesto di scavare la polpa di un pompelmo con un cucchiaio speciale, che porta con sé oltre al sapore del frutto i ricordi dell'estate precedente, e diventa il pretesto per rappresentare le disfunzioni di una famiglia. Il protagonista è un ragazzo di sedici anni che ha smesso di parlare perché non accetta il divorzio dei genitori, e non accetta il nuovo compagno di sua madre, un ventinovenne che lui giudica un ragazzino. Dal momento che ha smesso di parlare, ha preso a scrivere un sacco di lettere. Risponde ad ogni tipo di annunci, ma soprattutto parla coi carcerati.

Poi c'è quello che dà il titolo all'intera raccolta, Paura della matematica, incentrato su una giovane donna, Julie, che – per così dire – ha perso la bussola con cui orientare la propria vita. Fuggita da un'esistenza che già la stava facendo sentire in trappola, chiusa in un paese tranquillo con un fidanzamento stabile che presto sarebbe sfociato in un matrimonio, molla tutto e si trasferisce a New York con l'intento di frequentare dei corsi al College e dare una svolta importante al proprio futuro. Per accedere a questi corsi però deve frequentare un corso preliminare di matematica, materia in cui è assolutamente negata, e superare l'esame conclusivo. A dare le lezioni c'è un professore alle prime armi, che non ha mai insegnato prima e che, col pretesto di chiederle come se la fosse cavata le strappa un invito a cena. Lei accetta ed in un attimo si ritrova a frequentare questo tizio, che la incoraggia e con pazienza le spiega e le ri-spiega gli argomenti previsti dal corso fin quando non è sicura di avere le idee chiare. Tuttavia Julie sembra aver agito tanto d'impulso da non essere pienamente consapevole delle scelte che sta facendo, ed una volta terminate le lezioni lei e l'insegnante si rendono conto che oltre i numeri c'era ben poco a tenerli insieme. Ruolo importante anche in questo racconto lo rivestono i genitori, qui due pensionati che girano il Paese, comprano abitazioni o edifici semi-distrutti, ci lavorano e li rimettono a nuovo, ci abitano per un po' e poi ripartono – finché la madre non si stanca di questa vita movimentata e decide di separarsi dal marito, si vedrà col tempo se momentaneamente o per sempre. Julie sembra incapace di accettare che i genitori soffrano, non vuole che i ruoli si scambino, lei è la figlia ed è lei che va coccolata e protetta. Quando ha l'impressione che la madre stia per piangere, finge di non accorgersene e si concentra su qualcos'altro.

In Qualche scena del «Lago dei Cigni», al secondo posto nella mia personale classifica di gradimento di questi racconti, tornano due dei temi cari a Cameron: compaiono una coppia omosessuale e la nonna del protagonista. Il racconto si svolge per lo più nell'appartamento della nonna, dove Paul si trova per farle compagnia mentre i genitori sono in crociera. Ha invitato a stare da loro il suo fidanzato, Neal, dicendo ovviamente alla nonna che si tratta di un semplice amico. Il racconto si apre in cucina, dove i ragazzi stanno preparando dei funghi al curry per cena e la nonna continua a chiedere com'è che si chiama quella strana pentola. Wok, le dicono. Pur non contando più di una decina di pagine, questo racconto riesce a comprendere la dolcezza di questa nonna che inizia a dimenticare troppe cose, l'amore taciuto tra Paul e Neal, che in quella cucina s'incrina e in un teatro si spezza. Di questo racconto mi restano il profumo dei fiori di lillà fuori e l'odore di curry dentro, Neal che cucina sempre a petto nudo perché cucina con passione e suda, le mani di Neal che dopo aver lavato i piatti hanno lo stesso odore di quelle della nonna, un contatto sommesso sul balconcino della cucina, con una vista che se non ci pensavi era anche bella, e le parole che galleggiano nella semi-oscurità intorno al piccolo tavolo. Nei racconti di Cameron, i protagonisti hanno con le nonne un rapporto molto più intimo e sincero che coi genitori.

Segue Compiti a casa, che più ci penso e più sono sicura che sia il racconto di questa raccolta che preferisco, e credo dipenda dal fatto che il diciottenne che ne è protagonista mi abbia ricordato tanto il mio amato James Sveck di Un giorno questo dolore ti sarà utile. Michael non va a scuola da qualche giorno, ma nonostante questo si assegna da solo complesse equazioni matematiche. Tutti pensano che sia depresso per la recente morte di Keds, il loro cane, e lui trova assurdo che nessuno riesca a capire che si sentisse così anche prima.
Sto elaborando un nuovo problema: trova il valore di n tale che n più qualsiasi altra cosa nella vita ti faccia sentire felice. A che cosa equivarrebbe n? Trova n.
Anche Lavori strani mi è piaciuto moltissimo: la protagonista è una donna che fa fatica a riconoscere una propria individualità, al punto che parla in prima persona e nessuno ne dice mai il nome. Vive col compagno e la figlia di lui, Violet, ed ogni settimana l'ex moglie, Judith – un'antropologa senza il minimo gusto nel vestire – passa da loro per prendersi la figlia. La protagonista li osserva e non riesce a combattere il senso di distacco che prova. Sembra incerta sui sentimenti del compagno nei suoi confronti, o comunque avrebbe bisogno di qualche prova in più da parte di lui per sentirsi importante; non sa parlare il linguaggio dei bambini e Violet resta per lei una piccola creatura aliena. Pensa a se stessa e non sa se c'è qualcosa che la possa definire come persona:
Il problema era che tutti avevano questi riti: Keith che si faceva la barba di sera, che la mattina faceva i piegamenti, che beveva succo di pomodoro prima di cena e trovava sempre lavori strani; e Judith, che aveva lezione il lunedì, il mercoledì e il venerdì e che programmava minuziosamente i finesettimana da trascorrere con Violet; e perfino Violet, che danzava come una selvaggia quando fiutava i primi fiocchi di neve, perfino lei, con l'avocado che andava e veniva e con quei suoi giochi stagionali con Keith: tutti avevano determinate cose che li definivano, che li tenevano insieme. Cercai di pensare a quel che facevo io: se per caso festeggiavo qualcosa o mi lavavo i capelli in qualche modo particolare che avesse una bellezza o un significato tutto suo. Ma non ricordavo con esattezza come mi lavassi i capelli.
A concludere la raccolta c'è Scorrimento veloce in cui Patrick si ritrova a dover recitare la parte del fidanzato di una sua cara amica, Alison, davanti alla madre morente di lei. Alison gli rivela il suo intento solo dopo aver viaggiato a lungo in macchina verso il Maine e lui, nonostante la sua ritrosia a mentire, non riesce a rifiutarsi, soprattutto non davanti a quella donnina esile e fragile che con gli occhi lucidi gli rivela tutta la sua felicità per questa prospettiva. Alison e Patrick poi non si frequentano per un paio di mesi, rincontrandosi nel bagno di una casa piena di gente e di musica la notte di Capodanno. La vasca è piena di acqua e di ghiaccio e dentro ci galleggiano un sacco di bottiglie di champagne. Alison gli racconta che la madre è morta, che lei va in psicoterapia e che la psicologa le ha spiegato che sta lottando con un senso di colpa per aver mentito a sua madre. Beh, sposiamoci davvero allora, suggerisce Patrick ed entrambi sorridono divertiti. Le bottiglie di champagne erano state comprate in mille posti diversi per poi finire insieme in quella vasca. Era una cosa carina da pensare.



Non che ce ne fosse bisogno, ma questa raccolta è stata l'ennesima conferma del mio amore per questo autore. Mi stupisce e colpisce ogni volta la sua capacità di rendere perfettamente l'idea delle emozioni che scorrono sotto la pelle dei suoi personaggi, e questo senza mai spiegarle ad alta voce ma solo dipingendo in tenue tinte pastello delle atmosfere che si trasmettono direttamente dal testo all'animo del lettore. A me, almeno, succede così. Ho veramente adorato questa raccolta, le cui storie sono a mio avviso una più bella dell'altra, connotate dalla consueta cifra stilistica di Cameron, inconfondibile e di classe come poche. Dato l'entusiasmo che ho manifestato, credo sia superfluo sottolineare che vi consiglio questo libro così come, in generale, tutta l'opera di Cameron. I racconti sono comunque un ottimo modo per approcciarsi ad un autore che non si conosce, tanto per sondare se può o meno rispecchiare i propri gusti.

Fatemi sapere se condividete o meno il mio amore per Peter Cameron, e se anche voi avete avuto Paura della matematica.

sabato 9 gennaio 2016

Sabato al museo #2: L'Assenzio, Degas

«Bisogna rifare dieci volte, cento volte lo stesso soggetto.
Niente, in arte, deve sembrare dovuto al caso.»
Autoritratto, 1855



Edgar Degas nasce in Francia, a Parigi, primo di cinque figli. 
La sua educazione durante gli anni del Liceo verte principalmente sul campo letterario, ma comincia molto presto anche a dipingere: a diciotto anni aveva già trasformato una stanza della casa nello studio di un artista e passava molto tempo a copiare i dipinti che trovava esposti al Louvre. Il padre però, come quasi tutti i padri degli artisti, si aspettava che il figlio frequentasse la Facoltà di Legge, e così nel Novembre del 1853 Degas s'iscrive controvoglia all'Università di Parigi. Il suo impegno negli studi è sin dall'inizio più che scarso, e preferisce di gran lunga seguire il consiglio di uno degli artisti che più ammirava, Jean Auguste Dominique Ingres, incontrato nel 1855, il quale gli dice di disegnare il più possibile. Nell'Aprile dello stesso anno viene infatti ammesso alla Scuola di Belle Arti, dove il suo talento sboccia sotto la guida del maestro Louis Lamothe. Nel Luglio del 1856 viene in Italia e vi resta per tre anni: qui studia i lavori di Michelangelo, Raffaello, Tiziano e degli altri artisti rinascimentali, affinando la propria conoscenza delle tecniche classiche ed accademiche.

Nel 1859 torna al suo posto nel Museo del Louvre, continuando ad allenarsi come copista. All'inizio degli anni '60 va a trovare un amico in Normandia ed in questa occasione elabora il suo primo studio sui cavalli, uno dei soggetti – assieme alle celebri ballerine sui quali tornerà più spesso e con più passione. 
Nel 1865 una sua opera verrà esposta per la prima volta al Salon, e così per i cinque anni successivi, periodo nel quale l'arte di Degas conosce un graduale e profondo cambiamento dovuto soprattutto all'influenza di Édouard Manet, incontrato proprio al Louvre: l'occhio di Degas si sposta su soggetti contemporanei.

Nel 1870 la guerra Franco-Prussiana lo costringe ad allontanarsi dalle tele e dai colori, vedendolo invece impegnato a difendere il proprio Paese nelle Guardia Nazionale. Durante le esercitazioni militari scopre quel difetto alla vista che sarà per il pittore la maggior fonte di preoccupazione per il resto della sua vita. Alla fine della guerra, nel '72, Degas raggiunge il fratello René ed altri parenti trasferitisi a New Orleans, Louisiana, restando nella casa di Esplanade Avenue per più di dieci anni. I lavori di questi anni ritraggono per lo più i membri della sua famiglia.

Nel 1873 torna a Parigi e si trova ad affrontare un periodo pieno di difficoltà: di lì a poco infatti perde il padre e vengono a galla gli incredibili debiti contratti dal fratello. Per preservare il nome della famiglia Degas è costretto a vendere la casa e la preziosa collezione d'arte che aveva ereditato, trovandosi – per la prima volta – a dipendere solo dal successo delle sue opere per il proprio sostentamento.

Stanco della monotonia del Salon, Degas decide di unire le proprie forze a quelle di un gruppo di giovani artisti che avevano l'ambizione di organizzare un'esposizione indipendente, la prima delle quali ebbe luogo nel 1874: nasceva la corrente degli Impressionisti, i quali organizzarono diverse esposizioni in cui Degas ebbe un ruolo decisivo, preponderante, tanto come organizzatore che come artista esposto (i suoi quadri comparvero in tutte le mostre tranne una). Nonostante questo, Degas non si sentiva affatto parte del gruppo, anzi, tra lui ed i suoi colleghi vi fu un persistente conflitto: Degas sentiva di non avere niente in comune con Monet e gli altri paesaggisti, di cui non apprezzava affatto la scelta di ritrarre l'esterno; era un conservatore e rabbrividiva per gli scandali suscitati dalle esposizioni impressioniste, così come disprezzava le campagne pubblicitarie portate avanti dai suoi colleghi. Si ribellò fin dal primo momento all'etichetta di «impressionista», affibbiata loro e resa popolare dalla stampa. La sua insistenza nell'includere nelle mostre impressioniste artisti della tradizione fu uno dei motivi di rottura tra lui ed il gruppo degli impressionisti, che si sciolse nel 1886.

Sul finire degli anni '80 Degas si appassionò anche alla fotografia: per lo più ritrasse amici e familiari ma alcune fotografie – come quelle scattate alle ballerine o a soggetti di nudo – costituirono il punto di partenza per alcune delle sue opere. 

Col passare degli anni Degas divenne un uomo sempre più isolato, anche a causa della sua convinzione che un artista non potesse avere una cosiddetta «vita personale». Non si sposò mai, e gli ultimi anni della sua vita furono tristi e solitari, anche perché era sopravvissuto a gran parte dei suoi amici; passò il crepuscolo della sua vita, ormai quasi cieco, a camminare senza meta per le strade di Parigi, fin quando la morte non mise fine ai suoi vagabondaggi nel 1917.

Dans un café, dit aussi l'Absinthe – L'Assenzio

1873, Musée d'Orsay, Parigi
Come vi dicevo, Degas non apprezzava i paesaggi e le nature predilette dagli Impressionisti ed il suo lavoro si concentra su scene di vita urbana
, raffigurando prevalentemente ambienti al chiuso, soprattutto quelli destinati al tempo libero, ai divertimenti, ai piaceri e L'Assenzio è una delle opere che testimonia queste predilezioni dell'artista.

In un caffé, un luogo deputato agli incontri alla moda, un uomo ed una donna stanno seduti l'uno accanto all'altra ma entrambi chiusi in un isolamento assoluto, lo sguardo vuoto e assente, l'aspetto non curato e non curante, l'aria depressa. Sono due esseri umani, vicini, che non sembrano neanche consapevoli della presenza dell'altro: la vicinanza dell'altro, anzi, sembra accentuare la solitudine di entrambi. Lo sguardo della donna è uno dei più persi e più tristi congelati in un quadro, le spalle curve, lo spirito che sembra abbandonarsi e cadere verso il bicchiere che ha davanti.

L'opera può esser letta ed è stata vista come una denuncia alla piaga dell'assenzio, una bevanda alcolica tanto pericolosa e che stava rovinando a tal punto la società che fu messa al bando. Lo sa bene chi ha letto L'Ammazzatoio di Emile Zola, che fu inevitabilmente accostato a L'Assenzio di Degas. D'altra parte fu l'autore stesso a confidare al pittore che i suoi quadri gli erano stati d'ispirazione.

L'Assenzio è un quadro realista e lo è in maniera evidente: il bar è stato identificato con La Nouvelle Athènes in place Pigalle, un luogo d'incontro degli artisti dell'epoca, vero e proprio focolaio della vita intellettuale della bohème parigina. Ma già l'inquadratura sembra quella di una macchina fotografica, un'istantanea scattata da uno spettatore col punto di vista del pittore. Tuttavia, nonostante rifiutasse l'etichetta, Degas era un impressionista e la sensazione d'immediatezza è solo un'illusione, poiché L'Assenzio è frutto di una minuziosa e dettagliata elaborazione avvenuta in bottega.
I personaggi raffigurati sono conoscenti dell'artista, Ellen André, attrice e modella d'arte, e Marcellin Desboutin, pittore ed incisore. Dal momento che l'essere ritratti in un quadro simile danneggiava la loro reputazione, Degas dovette precisare pubblicamente che i due non erano alcolisti.
L'inquadratura decentrata s'ispira alle stampe giapponesi, ma punta prima di tutto a sottolineare il disagio ed il malessere causati dall'abuso d'alcol.


Le opere artistiche che mi colpiscono di più, devo ammetterlo, son quelle che portano in qualche modo l'attenzione su un inquietudine, un disagio, un malessere, un turbamento. L'espressione di simili condizione richiede – credo – un certo grado di sensibilità ed una grande sottigliezza tanto nel coglierli per poi ritrarli e ancor di più per renderli in un immagine. La Parigi degli anni in cui lavorò Degas era estremamente affascinante, era un centro culturale in massimo fermento; al contempo le strade erano anche piene di poveri ed ubriachi, di uomini e donne abbruttiti dal lavoro incessante e dalla fame che stordiva, quelli da cui sono partiti Zola e Balzac nei loro mastodontici cicli ritraenti il genere umano.

L'Assenzio di Degas, a mio avviso, è emblematico di quel momento e al tempo stesso è un'opera senza tempo: un bar, il bar degli incontri culturali, due persone normali, eppure annegate in un bicchiere d'assenzio.



E voi, cosa ne pensate?