lunedì 29 febbraio 2016

Williamland #2: I due gentiluomini di Verona

Nelle mie letture e riletture di Shakespeare sto cercando di seguire un ordine cronologico, per quanto di cronologia si possa parlare riguardo i testi del grande drammaturgo. Questo perché - oltre al solito motivo dell'ammirare la crescita artistica di un autore - il Bardo non necessariamente metteva mano ad un'opera per volta. Tra gli spettacoli aperti al pubblico e quelli riservati alla corte il lavoro era tanto, ed era bene avere sempre un dramma bello che pronto per esser messo in scena. Risultato di tale frenesia, è che oggi leggendo i drammi shakespeariani nell'ordine approssimativo che gli studiosi son riusciti a stabilire è permesso cogliere richiami tra opere scritte più o meno contemporaneamente, vedere anticipati temi e personaggi, riconoscere i toni di scene già incontrate. Non so voi, ma io trovo tutto questo estremamente interessante, e se il mese scorso vi ho parlato del Tito Andronico, indicato come primo tentativo di Shakespeare con la tragedia, oggi vi propongo I due gentiluomini di Verona, un testo che per molti versi costituisce un esperimento, una prova degli espedienti che ripresi in seguito dall'autore lasceranno fluire la narrazione in maniera più naturale e meno macchinosa. Il testo appartiene in pieno agli anni di apprendistato di Shakespeare, se nel suo caso davvero si può parlare di apprendistato; testo coevo, pertanto, sia del Tito Andronico che de La bisbetica domata e dei primi drammi storici, come la narrazione in tre puntate dell'Enrico VI.

Prima di addentrarci nel testo, voglio spendere due parole sulla traduzione: io non oso immaginare quanto sia difficile tradurre Shakespeare, quanta responsabilità possa sentire un traduttore chiamato a trasporre in un'altra lingua i suoi versi, cercando di conservarne la vivacità e l'intensità, l'arduo compito di trovare un modo per tradurre i numerosi giochi di parole che, soprattutto nelle commedie, Shakespeare non si risparmia mai di usare; insomma, lungi da me il pensiero di criticare una traduzione tutto sommato ben fatta. Il problema è che sono abituata alle traduzioni di Agostino Lombardo, o tutt'al più di colei che ha proseguito il suo lavoro, ovvero Nadia Fusini. Lombardo aveva progettato un immenso lavoro volto a tradurre l'intera opera shakespeariana per il catalogo della Feltrinelli, spegnendosi purtroppo prima di portare a termine il progetto. Fortunatamente, i drammi da lui tradotti sono comunque parecchi, e fidatevi: se dovete scegliere quale edizione leggere di un dramma di Shakespeare, optate sempre per quelle curate da Lombardo. Nessuno come lui ha saputo rendere a tal punto il sapore dell'originale, riuscendo persino a tradurre modi di dire tipici del linguaggio elisabettiano, ad oggi ovviamente desueti o svuotati di significato. Nemmeno i complessi giochi di parole, nella traduzione di Lombardo, perdono linfa vitale. Insomma, leggere le sue traduzioni è quasi come gustarsi l'originale.
Lo stesso non posso dire, purtroppo, della traduzione di Andrea Crozza de I due gentiluomini di Verona, edita da Garzanti e al momento unica versione disponibile del testo. Crozza ha senz'altro fatto del suo meglio, e se l'è cavata molto bene con i versi più lirici; coi giochi di parole ha, per sua stessa ammissione, "alzato le mani", cercando di compensare con un ricco apparato di note nel quale spiega e motiva le varie scelte linguistiche. Ma la cosa che mi è mancata di più è stata la musicalità, il ritmo. Il testo originale a fronte, comunque, permette sempre di farsi un'idea più approfondita delle sfumature. Detto ciò, passiamo al testo vero e proprio.

E perché non la morte, in luogo d'una vita di tormento?
Morire è esser banditi da se stessi,
e Silvia sono io stesso: bandito da lei
l'io è bandito da me. Un esilio di morte!
Qual luce è luce, se Silvia non appare?
Qual gioia è gioia, se Silvia non è lì?
A men d'immaginarla a me vicina
e far mia una parvenza di perfezione.
Se nella notte mi trovo accanto a Silvia
non sento più nemmeno l'usignolo.
A men di contemplar Silvia di giorno
non c'è più giorno ch'io voglia contemplare.
Non vivo più se lei - di me l'essenza - 
mi toglie la benigna sua influenza
che mi dà vita, luce, cibo e affetto.
Non evito la morte, se sfuggo a tal verdetto:
se qui m'attardo, corteggio certa morte,
ma dalla vita fuggo, se fuggo dalla corte.


Che I due gentiluomini di Verona sia opera di uno Shakespeare ancora acerbo si sente, ovviamente non perché sia un'opera brutta o scritta male, questo proprio no; ma come ho accennato in apertura c'è qualcosa di poco fluido nello scorrere delle scene: il numero del mago è riuscito, ma non ha nascosto troppo bene l'evidenza che un trucco c'era. E' come se prima della scenografia vedessimo gli addetti che la allestiscono.

Cuore dell'opera è l'argomento amoroso. La schermaglia si combatte su ben quattro diversi poli, in un campo dove i confini tra amici e nemici, fiducia e tradimento sono piuttosto labili e facili da confondere. Due donne e due uomini: ne basta uno poco serio ed affidabile per metter confusione nelle vite di tutti.

Il primo atto si apre in una piazza della città, quella Verona che in tutto il testo verrà nominata un'unica volta. L'amore è certo l'argomento principale, ma non l'unico: per mezzo soprattutto di Valentino, uno dei due gentiluomini del titolo, viene proposto anche il tema dei viaggi di formazione. Era già abitudine all'epoca che le famiglie lasciassero viaggiare i giovani rampolli, considerando il viaggio un elemento indispensabile della loro formazione umana, mentale, culturale. Valentino è giusto in procinto di partire per Milano e rimbrotta Proteo, l'altro gentiluomo di cui sopra e suo intimo amico, che a viaggiare proprio non ci pensa, tutto preso com'è solo dalla bella che ha rapito il suo cuore, la dolce Giulia. Valentino non prende seriamente le pene dell'amico, che sospira e dispera perché l'amata non dà segni di ricambiarlo; Valentino infatti incarna anche la figura dello scettico, che pagherà le conseguenze di tal scetticismo quando per primo cadrà vittima delle pene di Amore.

All'incirca quindici mesi dopo la partenza di Valentino, il padre di Proteo decide che è proprio il caso di smuovere suo figlio e mandare anche lui presso la corte milanese. Proteo, afflitto dall'imminente separazione da Giulia - la quale nel mentre ha messo da parte il proprio orgoglio virginale e si è spinta ad ammettere di nutrire anche lei sentimenti di affetto e tenerezza - scambia con lei anelli e promesse, che costituiranno un dolce conforto finché non potranno riunirsi. Proteo giunge così alla corte milanese, dove grazie alle lodi di Valentino - il quale ormai è un servente del Duca - viene accolto benevolmente. Proteo trova qui una gran sorpresa: Valentino, che tanto si faceva beffe dei suoi sospiri e digiuni di innamorato, versa ora nelle medesime condizioni a causa di Silvia, la bella figlia del Duca. Nonostante lei abbia mostrato di ricambiarlo, l'unione è ostacolata dal fatto che è stata promessa all'ottuso ma ricco Turione, che lei non vuole per nulla al mondo sposare. Valentino, pertanto, se vuole coronare il suo sogno d'amore, è costretto ad architettare un piano alle spalle del Duca.

L'ostacolo con cui mai si sarebbe sognato di dover fare i conti è invece proprio il suo caro amico Proteo, il quale non appena vede Silvia dimentica i tanti sospiri dedicati alla sua Giulia. Consapevole della propria irragionevolezza non riesce comunque a frenare i propri pensieri e sentimenti, e giustificandosi come può per mettere a tacere la coscienza architetta a sua volta un piano ai danni di Valentino, un piano che lo metterà in buona luce col Duca e con Turione lasciandogli - con ogni buona speranza - tempo e spazio per tentar di conquistare la bella Silvia.

Le figure femminili si prestano inevitabilmente a dei paragoni: Giulia è bionda, con la pelle di bambola, e anche se non esplicitamente suggerita di lei si ha un'immagine fragile, nonostante non resti a casa a piangere ma indossando panni da uomo vada in cerca del suo Proteo. Regge la recita del paggio fedele anche una volta scoperto il suo tradimento, l'evanescenza delle belle promesse che le aveva fatto. Nonostante tale contegno dignitoso, quella che conservo di lei è un'immagine di donna ferita. Al contrario, Silvia è bruna e dal suo temperamento la si immagina subito come alta, fiera, con una personalità imponente. Silvia non solo si ribella al volere del padre, incurante delle possibili conseguenze, ma nemmeno si scioglie alle adulazioni di Proteo: era al corrente delle sue passate dichiarazioni amorose per questa Giulia, e neanche per un secondo si sogna di credere ad uno capace di cambiare tanto rapidamente i propri sentimenti. Non solo, Silvia resta commossa quando Giulia, sempre nelle finte vesti del paggio, le racconta in quale stato di tristezza sia caduta quella povera fanciulla, fornendo un bellissimo esempio di solidarietà femminile che, volendo, si potrebbe contrapporre a quella totalmente ignorata da Tamora nei confronti di Lavinia nel Tito Andronico.

Valentino, per colpa di Proteo, viene bandito da Milano dal Duca. Lungo il sentiero viene bloccato da un gruppo di fuorilegge, composto in realtà da ex gentiluomini tutti banditi dalle varie città per aver commesso qualche delitto di cui poi si erano pentiti. Ascoltando Valentino decidono di volerlo come capo e lui, non avendo grandi alternative, accetta.

Nel mentre Proteo finge di corteggiare Silvia per conto di Turione e lei progetta una fuga per andare in cerca del suo Valentino. L'intreccio si scioglierà nel fitto di un bosco, dove tutti i personaggi si troveranno, chi per un motivo chi per l'altro, riuniti. Valentino scoprirà il tradimento di Proteo, che intanto avrà mostrato la meschinità della propria natura minacciando Silvia di prenderla con la forza se non col suo consenso; essendo una commedia, chi ha sbagliato si pente e chi è stato ingannato perdona. Il lieto fine arriva più rapidamente e semplicemente di quanto ci si sarebbe potuti aspettare.
Ed è per questo che la trovo un'opera quanto mai particolare: è una commedia che con appena qualche piccolo aggiustamento avrebbe altrettanto potuto essere una tragedia. La comicità è affidata praticamente tutta a Svelto e Lanciotto, i servi dei due gentiluomini che di loro si fanno beffe e che parlano per doppi sensi. Per il resto le dinamiche d'amore suggeriscono più sofferenze e malinconie che altro, e sopra tutte quelle inferte da Proteo a Valentino, che infatti dichiara di come sia più doloroso il tradimento di un amico che non della donna amata. Proteo, poi, è un personaggio talmente ambiguo che andrebbe analizzato a parte. Non solo si comporta da banderuola, sia in amore che in amicizia, ma c'è qualcosa di davvero inquietante nella facilità con cui complotta contro chi in lui ripone piena fiducia e ancor più inquietante è il momento in cui minaccia Silvia di violentarla: in quel momento è come se si togliesse una maschera, come se una natura malvagia che a fatica tiene di solito a freno prendesse in quel momento il sopravvento. Ecco, Valentino decide poi di perdonarlo solo perché gli chiede scusa, ma io di uno così non mi fiderei mica più.

I due gentiluomini di Verona mi ha lasciato sensazioni particolari. Le commedie di Shakespeare, solitamente, anche quando annoverano tra i protagonisti qualche personaggio machiavellico o si snodano in una serie di piani malvagi, portano con sé una buona dose di leggerezza, quasi un profumo di primavera. In questa, quel profumo manca completamente, è una commedia che sa di tragedia. I personaggi sono interessantissimi: Valentino ha quasi l'aria di un cavaliere medievale, Proteo una complessità tutta sua, Turione la beata cecità richiesta dal suo ruolo, il Duca la ragionevolezza di un uomo che ha già conosciuto una buona fetta di vita; le due donne poi, Silvia e Giulia, per quanto compaiano meno sulle scene riescono comunque ad imporsi e a regalare al lettore/spettatore - specie se questi è una donna - un esempio di come non è vero che nell'universo femminile la rivalità sia un elemento immancabile e caratteristico della specie.
Voltata l'ultima pagina, è proprio per l'ambiguità dell'opera in sé che ci si rende conto di averla apprezzata.

domenica 28 febbraio 2016

Libero chi legge #13: Giulia 1300 e altri miracoli, Bartolomei

Chi avesse letto i miei ultimi post si sarà forse accorto che - oltre ad attraversare un periodo un po' impegnativo - ho fatto, una dietro l'altra, due letture piuttosto importanti, Il buio oltre la siepe di Harper Lee e Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi. Non avevo assolutamente idea di cosa aspettarmi da questi due libri, li ho aperti quasi ingenuamente, trovandomi poi invece coinvolta in luoghi, eventi e personaggi che hanno a dir poco lasciato il segno. Sono state entrambe letture che mi hanno provata molto emotivamente, e pur felicissima di questo mi sono resa conto che dovevo staccare un attimo, dedicarmi ad una lettura più leggera e semplice. Quindi mi sono messa davanti alla libreria in cerca del volume giusto, e l'occhio mi è caduto sulla nota verde di Giulia 1300 e altri miracoli di Fabio Bartolomei, edito da e/o.

La Giulia 1300
Di questo autore romano tempo fa c'era un gran parlare in rete tra i lettori appassionati. I suoi romanzi, tutti pubblicati dalla e/o, venivano proposti con entusiasmo dai vari blogger e youtuber che si occupano di letturatura: da La banda degli invisibili a We are family, passando appunto per Giulia 1300. Tutti sembravano romanzi ben riusciti, divertenti ma sensibili, ironici ma profondi. Finii per incuriosirmi, e quando trovai Giulia 1300 a metà prezzo non esitai ad approfittarne.

Ecco, Giulia 1300 e altri miracoli è una storia improbabile ma plausibile. Protagonisti sono Diego, Fausto e Claudio, tre uomini che in comune hanno solo due cose: l'età (quarant'anni circa) e una vita vuota che sa di fallimento. Diego per vivere vende automobili ed è anche molto bravo perché è un bugiardo professionista, con un talento innato nell'inquadrare le persone ed i loro bisogni; ma lavoro a parte - che comunque non gli regala soddisfazioni personali - Diego non ha nulla: si accompagna a ragazze molto più giovani di cui inevitabilmente si stufa, non ha coltivato vere amicizie, non ha seguito alcuna passione. Fausto invece è un vero tamarro, il suo mestiere è vendere orologi falsi e scadenti in tv, in quelle televendite notturne che solo i depressi guardano quando non riuscendo a dormire si inebetiscono facendo zapping, e siccome sta in televisione Fausto interpreta il suo personaggio anche nella vita: lui è famoso, lui conosce un sacco di modelle, lui e Tom Cruise sono culo e camicia da quella volta che gli ha fatto scoprire i carciofi alla giudìa. E infine c'è Claudio, quello forse messo peggio: Claudio è un uomo piccolo, cresciuto da una madre paranoica dalla quale ha ereditato la paura di tutto; le sue paure sono il motivo principale per cui la moglie lo ha lasciato, e come se non bastasse Claudio è riuscito anche a far chiudere il supermercato di famiglia, aperto con successo da tre generazioni.

Come fanno, questi tre, a stare dentro la stessa storia?, vi chiederete voi. Beh, è semplice: Diego spiega come la sua sia la generazione del piano B e come il piano B sia quasi sempre un agriturismo (tutti abbiamo sentito un padre o zio o amico di famiglia dire che la vera svolta sarebbe aprire un agriturismo). Quindi Diego, Fausto e Claudio si incontrano per la prima volta davanti ad un casale in vendita, appena fuori da un paesino sperduto nella Campania, tutti e tre in attesa dell'agente immobiliare; quando finalmente arriva, e dopo la perlustrazione in lungo e in largo del casale, salta fuori che il prezzo sull'annuncio era sbagliato, ed il casale costa tre volte tanto. Quasi per scherzo salta fuori la proposta di comprarlo assieme, tanto l'idea di tutti e tre era quella, l'agriturismo. Lo scherzo finisce per farsi serio, perché nessuno di loro aveva niente da perdere.

Giulia 1300 e altri miracoli racconta questa loro avventura, dai mille lavori necessari per rimettere a nuovo il casale, alle nuove conoscenze - gradite o meno -, ai primi clienti, alla finale consapevolezza di aver trovato qualcosa di insperato e ben più importante.
A Claudio, Fausto e Diego dopo poco tempo si aggiunge Sergio, un "amico" di Fausto e l'unico a saper davvero fare dei lavori di manutenzione; Sergio è un omone grande e grosso, comunista come pochi, cresciuto tra i centri sociali e le manifestazioni in piazza. Poi arriva Elisa, che finalmente col suo senso estetico femminile arreda e sistema a dovere il casale - oltre a diventare per l'agriturismo cuoca, massaggiatrice, coltivatrice ortofrutticola e inventare l'attività giusta per ogni ospite.
Ma, ecco, i neo-imprenditori dovranno vedersela niente meno che con la camorra, prima nei panni di Vito, l'anziano proprietario della famosa Giulia verde, appassionato ed esperto di musica classica; poi di due ragazzini senza arte né parte ed infine di Franco, l'unico vero pezzo grosso. I risvolti di questa sfida coi camorristi è sorprendente, divertente e volta a suggerire l'idea che molti di questi soggetti, se conoscessero un'alternativa, non sceglierebbero di fare la vita che fanno. E credo che in molti casi sia vero.

Il libro di Fabio Bartolomei è scorrevole, ben scritto, un intrattenimento piacevole ed intelligente. La narrazione è affidata a Diego, e attraverso i suoi occhi ed i suoi pensieri l'autore ci fa riflettere, seppur con ironia, sui mille difetti e luoghi comuni dell'Italia e degli italiani. Nonostante sia senz'altro un libro leggero, una perfetta commedia all'italiana, in queste pagine vengono toccati molti temi che nella società nostrana sono piuttosto scottanti: oltre alla camorra, i pregiudizi sugli extracomunitari, le idee limitanti che fin da giovani ci vengono inculcate riguardo le prospettive di vita e di lavoro, le mille ipocrisie che ignoriamo perché troppo svogliati per combatterle e contraddirle.

L'esperienza che i personaggi si trovano a vivere cambierà profondamente tutti quanti: ognuno di loro aprirà gli occhi, sarà scosso dal torpore in cui si era lasciato andare; qualcuno allargherà i propri orizzonti, qualcun altro lascerà finalmente andare il vestito che si era cucito addosso.

Quando, com'è capitato a me, sarete in cerca di un libro piacevole ma leggero, Giulia 1300 e altri miracoli è senz'altro una possibile risposta alle vostre esigenze.

E voi avete letto questo romanzo, o altri libri di Fabio Bartolomei?
Fatemelo sapere nei commenti!

venerdì 26 febbraio 2016

Dei casini della vita


Non è stata la prima volta e non sarà neanche l'ultima: capita di dover sparire, di trascurare il proprio povero blog; è una circostanza che quando si presenta mi crea dispiacere e persino frustrazione, perché ora che ho preso un ritmo e che pubblico con una certa costanza, non poterlo fare mi manca. Dovermi allontanare dalla tastiera mi fa subito rendere conto di come anche per scrivere serve allenamento, e di che differenza faccia anche un periodo breve senza pensare a come mettere in fila le parole. Mi sento arrugginita, adesso che mi sto ritagliando una piccola frazione di tempo tanto per dire che non sono fuggita chissà dove. Poter scrivere liberamente e delle cose che mi piacciono, poi, è diventata un efficientissima valvola di sfogo.

Non a caso nell'ultima settimana ho accumulato livelli di stress che possono senza dubbio rientrare negli annali e che, dal momento che non sono quel tipo di persona che sclera, sbatte gli oggetti o urla contro fidanzati e parenti ma che, al contrario, cerca il più possibile di mantenersi tranquilla e serena – ecco, lo stress si manifesta più che altro fisicamente. Quindi brufoli, fastidiose bollicine in bocca e infiammazioni muscolari. Evvai!

Tutto questo è dovuto ad una banalità qualunque, ovvero un esame, che però è l'esame. Ogni studente di giurisprudenza lo sa: diritto privato è la prima grande bestia nera, perché costituisce letteralmente la base di tutto il resto, infatti finché non si supera positivamente questo gran parte degli esami successivi restano preclusi. I manuali di tal materia non contano mai meno di mille pagine, da accompagnarsi ad una frenetica consultazione del codice civile, c.c. per gli amici.

Ho avuto una relazione complicata con questa materia: l'ho iniziata a prendere in mano l'estate scorsa, ho iniziato ad entrare in confidenza coi testi, sperando pure di riuscire a sbrigarmela prima di Natale – cosa che, ovviamente, non è accaduta. Nel frattempo di esami ne ho dati altri due, e da gennaio ho deciso di riprenderlo da capo perché sì, era meglio così. Ora, la data in cui avrei dovuto sostenerlo era il 29 Febbraio, ed avevo tanta intenzione di provarci – nonostante molta insicurezza su svariati argomenti e la consapevolezza di non aver curato a sufficienza l'esposizione (la quale conta quasi quanto la conoscenza della materia) – che mi ero prenotata. Ieri, nel pomeriggio, entro nel server universitario per controllare il numero dei prenotati all'esame, sperando che qualcuno si fosse cancellato così da guadagnare qualche posizione nella fila, e… sorpresa! Non risultavano prenotazioni attive.

Che sia stato un errore del server, un errore mio, o un problema della linea… Non lo so. Fatto sta che non mi era mai successo prima e come interpretarlo se non come un segno? La conseguenza di tale errore infatti è solo che ho una ventina di giorni in più per prepararmi, mi sono già prenotata per la prossima data (e stavolta ho controllato di essermi prenotata davvero!) e quindi ho qualche speranza in più di superarlo e magari di farlo anche bene.
Ieri mi sono quindi concessa una giornata di calma, non ho fatto nulla, ho liberato il cervello, mi sono liberata dello stress accumulato ed oggi sono pronta a rimettermi sui libri con rinnovata energia ed uno spirito più positivo. Come si suol dire, non tutto il male vien per nuocere.

In tutto ciò, non sono neanche riuscita a leggere più di tanto. La stanchezza nei momenti liberi era tanta che, ahimè, preferivo poltrire un po' davanti alla tv. Questo però solo nell'ultima settimana, perché nel mentre avevo cominciato Giulia 1300 e altri miracoli di Fabio Bartolomei, di cui mi mancano un centinaio di pagine che spero di leggere presto. E per questo martedì cercherò anche di parlare della lettura settimanale dell'Iliade, che tristemente è saltata.

Altrettanto mi è dispiaciuto non riuscire ad essere presente commentando i vostri post, anche perché ne ho letti di molto belli ed interessanti. Sappiate che vi leggo anche quando non arrivo a dire la mia, e sono sicura che capirete benissimo le temporanee latitanze.

Ieri notte c'è stato un temporale pazzesco – la mia cucciola abbaiava arrabbiata ai tuoni assordanti – ed oggi c'è un sole piacevolmente tiepido, che mi permette di andare in giro a maniche corte. Noi tre – io, il mio ragazzo, e Daphne (di cui potete ammirare una foto di un annetto fa) – ne abbiamo approfittato allungando la passeggiata quotidiana, passando per prati e colline. Gli alberi di pesco qui da me sono già in fiore, ed è difficile non sentire almeno un briciolo di allegria per questo. E poi guardate bene la foto di Daphne. Adesso è solo un po' più alta, ma per il resto è uguale. Non c'è niente che non possa essere risolto, quando in casa hai un batuffolo così di cui occuparti.

La mia Daphne a tre mesi

giovedì 18 febbraio 2016

Libero chi legge #12: Leggere Lolita a Teheran, Nafisi

Leggere Lolita a Teheran. Quando l'ho comprato era plastificato, come la maggior parte dei libri editi da Adelphi che si trovano in libreria, perciò solo scartandolo una volta pronta ad iniziarlo ho scoperto che aveva la copertina morbida, molto piacevole da tenere in mano. La mia esperienza con questo libro comincia attraverso il senso del tatto, e non è una cosa di poco conto, perché è una lettura che ha toccato ogni tasto possibile. In copertina c'è la foto di una donna coperta da un abito e dal velo nero, quello che tutti associamo automaticamente alle donne arabe; tutto quel nero non riesce comunque a smorzare la bellezza della donna che avvolge, l'attrice iraniana Leila Hatami. L'oscurità dei suoi abiti nella foto è contrastata dalla mela rossa che tiene in mano, dallo smalto celeste chiaro che si intravede sul pollice, e poi dal cielo azzurrissimo che domina lo sfondo.

Arrivato immacolato nelle mie mani, adesso questo volume è profondamente segnato – così come io sono stata profondamente segnata dai giorni trascorsi assieme. E' farcito di post-it e linguette segnalibro: quando lo leggevo di notte, a letto, la lampada proiettava l'ombra del suo profilo sulla parete alla mia sinistra che sembrava il profilo lontano di una città. Case, edifici, palazzi – magari quelli di Teheran.

La prima cosa che mi viene da dire a proposito di questo libro è che mi ha fatto sentire grata, grata di avere come passione quella per i libri perché ti capita, nella vita, di leggere cose come le pagine di Azar Nafisi, capaci veramente di aprirti la mente, ma che dico aprire: spalancare la mente. Tra le altre – tante – cose, Leggere Lolita a Teheran è un libro che fa a pezzi pregiudizi e luoghi comuni.
Che immagine abbiamo noi dell'Iran, e soprattutto delle donne dell'Iran?
Una delle cose che ho capito grazie a questo libro è che da questa parte del mondo rischiamo di avere un'immagine falsata di loro almeno quanto alcuni esponenti del loro popolo sbandierano un'immagine sbagliata dell'Occidente, nel bene e nel male – sì perché l'idea dell'Occidente da loro è o bianca o nera: o è la concretizzazione del Male da combattere, o una sorta di mondo ideale per cui vale la pena di rischiare il tutto per tutto pur di raggiungerlo. Ma noi, dell'Iran – e dei paesi arabi in generale – rischiamo di conservare un'idea altrettanto limitata e limitante.

Parlando di me ad esempio, ho avuto un periodo – durante le medie soprattutto – in cui ho letto moltissime testimonianze e biografie, perché non capivo determinati eventi – come l'Olocausto e, per l'appunto, le condizioni di vita delle donne nei paesi islamici. Per caso gli ebrei erano persone orribili che avevano fatto male a qualcuno? Le donne di quei paesi erano diverse da noi, bisognava farle rigare dritto se no chissà che combinavano? Mi chiedevo ad undici, dodici anni. Beh, il frutto delle tante letture di quegli anni mi diedero una risposta: no, tutti quegli eventi non avevano alcun senso né tanto meno valide motivazioni. Devo ammettere però che poi non sono andata oltre quel tipo di approfondimenti, e non so assolutamente nulla della cultura araba, ma non solo: mi sono resa conto, grazie ad Azar Nafisi, che non avevo mai immaginato una ragazza iraniana della mia età andare all'Università ed innamorarsi di Jane Austen, o di Gatsby o di qualunque altro protagonista della letteratura Occidentale. Mi veniva difficile persino immaginare che ad una ragazza fosse permesso andare all'Università e che se anche le fosse stato possibile, difficilmente avrebbe trovato docenti di larghe vedute che si sarebbe spinto ad insegnare agli studenti qualcosa che fuoriuscisse dall'ideologia dominante. Quest'ultima idea non è del tutto sbagliata, perché effettivamente non è scontato che una ragazza iraniana vada all'Università, che possa studiarvi serenamente e che non sia espulsa per una sciocchezza; ancor meno scontato è trovare docenti degni di questo nome, perché Azar Nafisi è l'eccezione e non la regola.

Azar Nafisi
Iniziamo parlando proprio di lei. Azar Nafisi è nata nel 1955 a Teheran, figlia dell'ex sindaco della capitale e della prima donna ad entrare nel parlamento iraniano. A tredici anni i genitori la mandano a studiare in Inghilterra, ed è da questo momento in poi che ha inizio il lungo percorso della Nafisi nell'approfondimento della letteratura Occidentale, che – scolasticamente – terminerà in America con una laurea in letteratura inglese presso la University of Oklahoma ma che personalmente porterà avanti per sempre. Nel '79 torna a Teheran dove per diciotto anni – escluso il periodo dall'81 all'87 durante il quale fu espulsa per aver violato le norme sull'abbigliamento – insegna letteratura inglese presso l'Università Allameh Tabatabai. Nel 1995, non accettando di sottostare al volere delle autorità che non le avrebbero certo permesso di mantenere i suoi corsi per come lei li aveva sempre condotti, decide di licenziarsi. A questo punto, sceglie tra le tante studentesse che ha incontrato nella sua carriera quelle più brillanti e più sinceramente appassionate alla letteratura e per loro e con loro si incontra ogni giovedì mattina a casa sua, per un seminario privato e segreto dove avrebbero letto e discusso una serie di autori e romanzi ormai vietati. E' da questo che nasce Leggere Lolita a Teheran.

Il libro è diviso in quattro parti: Lolita, Gatsby, James, Austen. In ognuna di queste, le brillanti analisi dei vari romanzi si mescolano e si intrecciano a quanto accadeva nel mentre in Iran, ai ricordi personali di Azar Nafisi, alle storie delle «sue ragazze», come affettuosamente chiama le studentesse del seminario. Quella su Lolita è la parte che personalmente ho amato di più, perché la lettura che la Nafisi ci offre del romanzo di Nabokov è di una portata potentissima, chiara ed illuminante. Quella della piccola Lolita diventa la storia di ogni popolo soggiogato da un'ideologia, dove quel popolo non è più composto da persone, da individui, ma soggetti che devono incarnare il sogno di qualcun altro. Dal punto dell'analisi letteraria, quella su Gatsby è la parte che mi è piaciuta meno, ma semplicemente perché per Gatsby non ho mai nutrito una grande passione; ma della sezione dedicata a Fitzgerald ho amato ben altri aspetti, come la lotta – anche con una parte degli stessi studenti stessi – per poterlo leggere in classe. Della parte su Henry James mi resta soprattutto l'immagine di Azar Nafisi che, di notte, quando cominciavano i bombardamenti, andava a sedersi in corridoio per poter stare più vicina ai figli, e restava a leggere Daisy Miller con la sensazione che finché fosse rimasta sveglia tutto sarebbe andato bene. La quarta parte dedicata a Jane Austen dovrebbero leggerla tutti coloro che sottovalutano la madre di capolavori quali Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Emma. 

Leggere Lolita a Teheran è un grido d'amore per la letteratura, il ritratto e l'evoluzione della società iraniana – che può chiarirci molto le idee, da questo punto di vista – e una profonda riflessione sui diritti umani fondamentali e sui diritti ed il ruolo della donna. Nondimeno, è anche un libro scritto benissimo, che chiede e che sa poi creare un profondo coinvolgimento emotivo da parte del lettore. Nelle prime pagine Azar Nafisi ci chiede espressamente di fare lo sforzo di immaginare lei e le sue ragazze, nel suo soggiorno, che leggono Lolita a Teheran. Se non saremo in grado di visualizzare questo, non sapremo neanche incamerare tutto ciò che viene dopo. D'altronde uno dei punti su cui la Nafisi torna più spesso e nel quale sembra credere fermamente, è che la letteratura sia essenzialmente un atto di empatia: se non siamo capaci di metterci davvero nei panni di un altro, difficilmente potremo mai appassionarci ad un romanzo o affezionarci al suo protagonista. E credo sia difficile non concordare con questo suo pensiero.
Ma non sono certo "solo" le parti dedicate ai romanzi quelle che mi resteranno impresse... Le immagini che forse mi porterò dietro più a lungo sono le descrizioni delle ragazze che quando entrano a casa sua sono tutte uguali, tutte coperte, tutte nere; e poi si tolgono il velo ed ognuna esplode dei suoi colori. I punti che andrei avanti a sottolineare sono tantissimi, perché questo libro è un concentrato di intelligenza, capacità critica, lungimiranza, uno spaccato di mondo e di realtà che oggi più che mai è importante conoscere. Grazie a questo libro non ho trovato solo una lettura illuminante, ma anche una donna da prendere ad esempio. Vi lascio qui il video della sua partecipazione lo scorso anno al festival Pordenonelegge, dove discute con Loredana Lipperini di un altro suo libro, La Repubblica dell'immaginazione, dove con gli stessi espedienti e meccanismi affronta la strumentalizzazione della letteratura stavolta da quest'altra parte di mondo: nel 1997, infatti, Azar Nafisi ha deciso – a malincuore – di lasciare Teheran. E' tornata in America, dov'è diventata docente presso la Johns Hopkins University. E ha scoperto che, se in Iran c'è chi è pronto a rischiare la vita per leggere Lolita, il più grande nemico della cultura e della bellezza in Occidente è invece l'indifferenza.

«Un romanzo non è un'allegoria. (...) E' l'esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. E' così che si legge un romanzo: come se fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare. Ricordate solo questo. E' tutto: potete andare.»


martedì 16 febbraio 2016

I Pilastri, Iliade #9: Libro Nono

L'ambasciata ad Achille
La madre Teti, la dea dai piedi d'argento, mi disse
che due sorti mi portano al termine di morte;
se, rimanendo, combatto intorno a Troia,
perirà il mio ritorno, la gloria però sarà eterna;
se invece torno a casa, alla mia patria terra,
perirà la nobile gloria, ma a lungo la vita
godrò, non verrà subito a me destino di morte.

Il libro ottavo, come ricorderete, era incentrato prevalentemente sui Troiani, i quali grazie all'aiuto diretto di Zeus riescono a sottomettere gli Achei; e si concludeva con i soldati di Ettore che, calata la notte, accendevano quanti più fuochi possibili per assicurarsi che i nemici non si dessero alla fuga.
Bene, ma in tutto questo come reagiscono davvero gli Achei? Il libro nono ci riporta nel loro insediamento dove la preoccupazione è tanta e diffusa, anche tra i saggi ed i re. Come resistere, come fermare la furia di Ettore, cosa fare? Beh, l'ultima spiaggia è ovviamente cercare di convincere Achille a tornare a combattere tra loro. Questo canto perciò è tutto incentrato sul tentativo di comunicare col semidio adirato, il quale da quando l'abbiamo lasciato assieme a Patroclo presso le proprie navi da lì non si era più mosso. Direi che era ora che, in un modo o nell'altro, si facesse rivedere.

E dunque, come di consueto quando c'è un problema, Agamennone convoca l'assemblea ed è tanto disperato che dice all'esercito che forse dovrebbero fuggire a gambe levate. Tutti restano in silenzio, fin quando si alza Diomede potente nel grido il quale dichiara che gli Achei mai si comporterebbero tanto vigliaccamente ma se lui - Agamennone - vuole andare, vada pure: là è la strada, le navi già sul mare; i compagni lo acclamano. A questo punto si alza Nestore, che ben conosciamo come il più saggio e più anziano tra gli Achei, che pur sottolineando la verità contenuta nelle parole del valoroso Diomede, gli dice: Sei giovane, certo potresti esser mio figlio, / l'ultimo nato: eppure discorri da savio / ai re degli Achei. Il discorso di Nestore poi è rivolto soprattutto ad Agamennone, al quale consiglia di ascoltare chi saprà presentargli il piano migliore. Nel frattempo, le sentinelle si accampano nella trincea fuori dal muro, mentre gli altri si apprestano a mangiare. Una volta sazi, Nestore riprende, sempre rivolto ad Agamennone:
Occorre che tu sopra tutti parli ed ascolti,
e dia retta anche ad altri, se il cuore spinge qualcuno
a parlar per il meglio; tuo sarà ciò che egli inizia.
E io parlerò appunto come mi par che sia meglio;
non si potrà pensare pensiero migliore di questo
ch'io penso da tempo; sì, come adesso
così fin da quando tu, stirpe di Zeus, la fanciulla Briseide
andasti a rapir dalla tenda di Achille irato,
contro il nostro parere; eppure io tanto
ti sconsigliavo. Ma tu al cuore superbo
cedendo, un altissimo eroe, cui dato gloria han gli dèi,
offendesti; gli hai preso e ti tieni il suo dono. Pure,
pensiamo come ancora possiamo placarlo, convincerlo
con amabili doni e con parole di miele.
Il lettore si aspetta qui di vedere la tipica reazione di Agamennone, irragionevole ed orgoglioso che mai ammetterebbe di aver sbagliato: invece no, signore e signori, il re degli Achei abbassa la cresta e riconosce i propri errori. Non solo, è anche pronto a far di tutto per convincere Achille ad aiutarli, ed inizia ad elencare tutto ciò che è pronto a dargli, un sacco di doni subito e altri ancora quando avranno preso Troia. Lo lascerà anche libero di scegliersi le troiane che - dopo Elena - son più belle (tanto per sottolineare la grande indipendenza e libertà delle donne...). Agamennone dice anche che sarà lieto di fare di Achille il suo genero, dandogli in sposa una delle sue tre figlie: Crisòtemi, Laodice (Elettra, nella tragedia) oppure Ifiànassa (ovvero Ifigenia). Nestore non perde tempo, e stabilisce che subito tre di loro vadano alla tenda di Achille a riferire il messaggio. I tre non sono ovviamente scelti a caso: si tratta di Fenice, Aiace ed Odisseo, i tre compagni ad Achille più cari.

La prima immagine che ci viene restituita di Achille mi ha fatta un po' sorridere, perché sostanzialmente stava facendo l'emo in riva al mare: e lo trovarono che con la cetra sonora si dilettava, / bella, ornata; (...) / Patroclo solo, in silenzio, gli sedeva di faccia, / spiando l'Eacide, quando smettesse il canto. Della serie: Achì, ripigliate. Entrambi balzano in piedi non appena si accorgono dei tre messaggeri che si avvicinano, che sono ben lieti di accogliere presso la loro tenda. Ovviamente offrono loro un bel banchetto, se la spassano un po', finché: quando ebber cacciato il bisogno di cibo e bevanda, / Aiace fe' un segno a Fenice, lo intese Odisseo glorioso, / riempì la coppa di vino, la sollevò verso Achille (...). Odisseo non è uno che la prende alla larga, se deve dire qualcosa la dice e basta. Pertanto spiega ad Achille come sono andate ultimamente le cose, gli racconta della furia di Ettore e del favore che Zeus sta prestando ai Troiani; gli dice che fine faranno se lui non interviene ad aiutarli. Fa appello al suo magnanimo cuore e ricorre al padre di Achille, Peleo, il quale prima di mandarlo in battaglia gli aveva raccomandato di usare sempre la mitezza. Per concludere, gli assicura che Agamennone è deciso a rendergli più di quanto gli abbia tolto, ed elenca nuovamente tutte le promesse del re.

Il discorso di Odisseo è totalmente inutile: Achille è ben lungi dal perdono o dal mettere da parte la propria ira; parla dell'ipocrisia che Agamennone ha dimostrato ed ancora torna sui motivi del suo rancore:
Parte uguale al poltrone e a chi combatte con forza,
è nella stessa stima il codardo e il gagliardo,
muore chi non fa nulla come chi molto s'adopra.
Niente me n'è venuto, poi che ho patito travagli
gettando nella lotta la vita mia senza tregua. (...)
Molti tesori e belli da tutte queste ho rapito,
e li portavo tutti e li davo a Agamennone
Atride; egli restando indietro, presso le rapide navi,
prendeva, poco spartiva, e molto teneva. 
Poi parla addirittura di sentimenti, facendo riflettere i compagni sul fatto che questa guerra si combatte perché qualcuno ha rapito la sposa di Menelao; e che, dice Achille, solo gli Atridi tengono tanto alle loro spose? Anche Achille teneva teneramente alla sua Briseide, eppure... Insomma, Achille non ha la minima intenzione di tornare sui propri passi, anzi, è pronto già il giorno dopo a spingere in mare la sua nave ed andarsene poiché, come gli ha predetto la madre Teti, per lui c'erano due morti possibili: la fine della sua vita - se restasse a combattere - o la fine della sua gloria - se tornasse in patria. Achille è stanco di quella guerra inutile, e preferisce di gran lunga tornarsene a Ftia.

E' il turno di Fenice di provare a persuaderlo. Ma chi è Fenice? Beh, nel suo discorso racchiude molto della propria storia personale, tutto per far leva sul legame di affetto e di tenerezza che lo unisce ad Achille. Fenice infatti fu colpito da una maledizione che gli avrebbe impedito di aver figli ed un giorno fuggì dalla propria casa giungendo a Ftia, dove proprio Peleo l'aveva accolto come un figlio suo. Fenice allora aveva visto Achille crescere, racconta persino di come l'aveva tenuto sulle ginocchia imboccandogli la carne; consapevole che non sarebbe mai stato davvero un padre, aveva riversato su Achille tutto l'amore che avrebbe potuto dare ad una creatura sangue del suo sangue. Cerca quindi di farlo ragionare proprio come farebbe un padre, ed usa anche un antico mito, quello di Melèagro, che nonostante fosse irato al pari di Achille, aveva messo da parte i propri sentimenti per salvare la sua gente.

Niente da fare, nemmeno Fenice riesce a persuaderlo. Tutto ciò che ottiene è un invito a restare a dormire da loro, cosicché il giorno dopo deciderà se restare o tornarsene a casa con loro, perché Achille non vorrebbe abbandonarlo lì ma certo non lo costringerà a seguirlo.
Sarebbe la volta di Aiace, ma in realtà neanche ha voglia di provarci: parla piuttosto ad Odisseo, dicendogli amareggiato come sia inutile cercare di parlare con Achille, il quale sembra aver dimenticato l'amicizia che li legava. In effetti Aiace ha ragione, in questo caso parlare con Achille è come parlare con un muro, infatti risponde ancora con le lamentele su quel che gli ha fatto Agamennone, e dice che non penserà affatto alla guerra fin quando Ettore non starà bruciando le navi dei suoi e che lo fermerà solo quando lo troverà ad infuriare fuori della sua tenda.

Fenice resta a dormire da Achille e Patroclo, mentre Odisseo ed Aiace fanno ritorno dove i compagni li aspettano ansiosi, ed appena li vede Agamennone chiede qual è il responso. Beh, Odisseo riassume l'esito della loro ambasceria, a cui segue un grave silenzio. Come prima, è Diomede a spezzare quest'atmosfera: secondo lui Agamennone ha sbagliato a pregare Achille ed offrirgli tutti quei doni; è già fin troppo superbo di suo ed in tal modo non hanno fatto che stimolarlo ulteriormente a crogiolarsi nel proprio orgoglio. Lasciamolo stare, sentenzia, che faccia come vuole e che torni a combattere quando glielo dice il proprio cuore o un dio lo costringa; intanto, che tutti all'alba siano pronti per primi a combattere. Stavolta nessuno ha da ridire sulle parole di Diomede, ed anzi tutti i re lodano il suo discorso. A questo punto tutti si distesero ed ebbero il dono del sonno.

La furia di Achille, Charles-Antoine Coypel
La prosa di questo Canto è stata estremamente scorrevole e per alcuni versi più leggera delle precedenti: non c'erano scene impegnative da seguire, né troppi cambi di scena o ambientazione. Ci siamo presi una pausa dall'azione e dai casini combinati dalle divinità. Ciò che mi è piaciuto molto è stata la caratterizzazione, molto forte, dei tre personaggi che tentano di parlare con Achille, che emerge semplicemente dal diverso modo di affrontare l'argomento. Tutti e tre gli sono affezionati, nessuno vorrebbe offenderlo o litigare con lui. Odisseo è il più razionale, espone la situazione attraverso la lente dell'obiettività; Fenice invece discorre con un grande trasporto, sembra commosso dai ricordi che tira fuori, si lascia quasi andare al sentimentalismo. Aiace, infine, è il più fumantino dei tre, che si innervosisce davanti alla testardaggine dell'amico. Mi è sembrato poi di assistere ad un ribaltamento di prospettiva: se all'inizio della loro contesa il lettore sente istintivamente che Achille ha ragione e che Agamennone si comporta con prepotenza, adesso si ha la sensazione che Achille la stia tirando davvero troppo per le lunghe, e che il suo atteggiamento non sia troppo lontano da quella cecità di cui accusava il re acheo. Per ora non ci resta che vedere cosa accadrà quando l'Aurora stenderà le sue dita rosee.

sabato 13 febbraio 2016

Sabato al museo #3: James Tissot

Tenere il passo con le varie rubriche che curo per il blog mi permette anche di fare più caso al passare del tempo, che altrimenti – da studentessa che per lo più vive incollata alla scrivania – in molti periodi rischia di scivolarmi via senza che io me ne accorga. Infatti mi sembra impossibile che siamo già al secondo sabato di Febbraio, ma così è ed è tempo di andare ad osservare più da vicino delle nuove opere.

Se avete la possibilità di fare un salto a Roma in questo periodo, vi consiglio vivamente di farlo perché fino al 21 Febbraio il Chiostro del Bramante – che di per sé merita una visita – ospita una bellissima mostra dedicata al pittore franco-inglese James Tissot. Si tratta di un evento che ci permette di ammirare opere prestate da prestigiosi musei europei, quali la Tate Gallery di Londra, il Petit Palais e il Museé d'Orsay di Parigi. Inoltre, dal momento che domani è San Valentino, il Chiostro ha deciso di incentivare il pubblico a passare una domenica d'arte col 2x1, cioè un solo biglietto per due persone. Avendo fortunatamente scoperto questa cosa, ho proposto alla mia dolce metà di andare, che ha cortesemente acconsentito. Quindi mi pareva scontato dedicare questa puntata del mio Sabato al Museo a Jacques Joseph Tissot (1836-1902).


Tissot nacque in Francia, a Nantes, figlio di un commerciante di stoffe e di una modista disegnatrice di cappelli, e questo spiega la particolare attenzione che il pittore ha sempre dimostrato ai particolari degli abiti dei soggetti da lui ritratti. L'arte di Tissot si colloca all'interno della corrente del Realismo, sviluppatasi in Francia a partire dal 1840; inizia la sua carriera con quadri di carattere prettamente storico, ma ben presto decide di cambiare soggetto, concentrandosi sugli ambienti mondani di Parigi ed in particolare sulle figure femminili, di cui forse nessuno meglio di lui ha saputo raffigurare il fascino e l'eleganza. Tissot inizia a distaccarsi dalla tradizione ed anticipa la modernità. Grazie alla sua capacità di dipingere in maniera tanto realistica da rendere le sue opere quasi delle fotografie, si afferma come uno dei migliori ritrattisti della sua generazione. Nel 1873 Tissot decide di lasciare la Francia a causa degli orrori che l'avevano colpita durante la guerra franco-prussiana e si rifugia in Inghilterra, dove degli amici son già pronti ad affidargli dei lavori pensati ad hoc per il mercato inglese. A Londra impara nuove tecniche, che affina accostandole alla propria cifra stilistica, con la quale ritrarrà magistralmente i salotti, le feste, gli eventi e le dame dell'Inghilterra vittoriana.

I dipinti di Tissot sono uno più bello dell'altro, e fanno subito colpo su un lettore appassionato di romanzi classici, poiché sono proprio gli ambienti che abbiamo immaginato sognanti in ogni romanzo ottocentesco che questo artista ha ritratto per gran parte della sua carriera. I colori che usa, i soggetti che sceglie, quell'attenzione al vestiario soprattutto femminile: le componenti dell'arte di Tissot sono un concentrato di eleganza e raffinatezza. I suoi dipinti evocano serate di balli in maestosi palazzi, le lady di Londra e dintorni che s'incontrano per il tè, uomini alla Darcy (anche se lui è venuto prima, ma va beh). Woman in an elegant interior è uno dei miei preferiti per la delicatezza della ragazza ritratta, per i toni prevalentemente chiari, per la postura e l'espressione di lei quasi come l'avessero colta di sorpresa.

Woman in an elegant interior
Ci fu un periodo della vita di Tissot in cui l'arte si legò strettamente alle sue vicende personali, è il momento in cui a Londra incontra Kathleen Newton, una giovane irlandese esclusa dalla società perché colpevole di aver tradito il marito, Ufficiale dell'Esercito Inglese, dal quale non può far altro che divorziare. Tissot, diremmo noi, perde la testa per lei, che diventerà la sua amante e la sua musa. Tissot per lei trascura salotti, eventi ed ogni altra compagnia, ma quella in cui si era invischiata non era affatto una storia semplice: oltre al passato difficile, Kathleen è anche malata di tisi. Non sarà però la malattia a portarla via: Kathleen muore suicida nel 1886. Tissot non si riprenderà mai dallo shock, la crisi che segue a questo lutto determineranno un cambiamento decisivo anche nella sua arte. In cerca di conforto Tissot si converte al cattolicesimo e da quel momento in poi rappresenterà per lo più motivi religiosi. 



Kathleen Newton, questa Emma Bovary vittoriana, mi affascina ed incuriosisce per la sua storia. Per il suo trascorso prima d'incontrare Tissot, per il parziale riscatto che le consente l'esser divenuta la musa di uno degli artisti più popolari dell'epoca. Appare sempre vestita di nero, stemperato a volte da oggetti di colori sgargianti, come l'ombrello giallo. I lineamenti eleganti fanno da cornice ad un'espressione tranquilla e dignitosa, sempre seria e concentrata su un punto a noi sconosciuto. Altre ladies dipinte da Tissot sono sicuramente più graziose, ma la personalità di Kathleen è schiacciante rispetto alle altre, che paragonate a lei sembrano in fondo tutte uguali.

La figlia del capitano

Le opere di Tissot furono quasi fin da subito utilizzate per le copertine di libri e riviste, cosa che accade – per fortuna – ancora oggi. E dunque, se non avete tempo o possibilità di andare ad ammirare queste bellissime opere di persona e se non le conoscete già, vi consiglio vivamente di farlo almeno virtualmente. Fatemi sapere, poi, quale vi è piaciuta di più e perché!

venerdì 12 febbraio 2016

Libero chi legge #11: Il buio oltre la siepe, Lee

Ho finito di leggere questo romanzo, Il buio oltre la siepe, da diversi giorni ormai. Di solito scrivo il mio commento su un libro il giorno stesso che lo concludo, o almeno annoto da qualche parte le sensazioni che mi lascia, perché mi piace parlarne a caldo. Lasciar trascorrere del tempo, fosse anche poco, tra la lettura e la condivisione di quanto questa mi ha suscitato nella maggior parte dei casi fa sì che il mio parere sia meno partecipe di quanto avrebbe potuto esserlo nell'immediato. Col romanzo di Harper Lee, invece, ho sentito il bisogno di prendermi un attimo per rifletterci su, per lasciar sedimentare a pieno il suo contenuto, per digerirlo ed immagazzinarlo abbastanza bene da non dimenticarne mai più neanche una virgola. Del resto sono stata anche troppo ingorda nel leggerlo: incapace di metterlo giù, ad ogni sessione di lettura mi son divorata un centinaio di pagine, e quando poi mi costringevo a posarlo perché magari ormai era notte tarda restavo ogni volta col libro chiuso in mano a fissare il vuoto, totalmente incapace di abbandonare la realtà del libro per tornare alla mia.

Il buio oltre la siepe è un romanzo che molti lettori danno per scontato: “E' sicuro che prima o poi lo leggerò”, si dicono, e per questo continuano a rimandare l'appuntamento; io stessa ho fatto così, lasciandolo sugli scaffali delle librerie perché non era necessario anteporlo a letture che al momento m'interessavano di più: tanto, prima o poi, l'avrei letto. Solo che quel poi mica arriva da sé e meno male che mi sono finalmente decisa a regalarmi il piacere di quella che si è rivelata una delle letture più belle della mia vita.

«Ha influenzato il nostro paese in meglio. E' stato un dono per il mondo intero. Come modello di buona scrittura e sensibilità umana questo libro verrà letto e studiato per sempre.»


Sapete, per anni ed anni mi sono tenuta lontana da qualunque recensione, articolo di giornale o citazione che riguardasse To Kill A Mockingbird – titolo originale del romanzo – perché volevo tenermi a distanza dalla fama che lo precede e godermi questa lettura totalmente ignara dei suoi contenuti. Quel che sapevo era solo che di mezzo c'era il tema del razzismo e che la protagonista era una bambina di nome Scout.
Quella tra virgolette è la motivazione con cui ad Harper Lee è stata assegnata nel 2007 la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza americana. Che cosa potrebbe aggiungere, chiunque di noi, davanti ad una simile constatazione? Capirete – e soprattutto capiranno quanti hanno letto questo libro – il mio indugio, la mia difficoltà a cominciare davvero a dire qualcosa a proposito della storia che vi è contenuta, il senso di piccolezza che provo dinnanzi ad un'opera così intensa.
Perciò voglio partire da qualcosa di semplice, e cioè l'atmosfera che ho sentito fin dalle prime pagine.

Chi ha amato The Help di Kathryn Stockett o ancor di più Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop di Fannie Flagg si sentirà subito a casa: l'ambientazione ha qualcosa in comune infatti con questi altri due romanzi più recenti, con cui condivide soprattutto l'esser calato in un piccolo paese dove tutti conoscono tutti. Se in The Help siamo a Jackson, in Mississippi, con Pomodori verdi fritti alle porte di Birmingham, in Alabama, con Il buio oltre la siepe torniamo proprio nel clima caldo e torrido di questa regione, l'Alabama del sud, in particolare nella cittadina di Maycomb; col libro di Fannie Flagg, poi, il romanzo di Harper Lee condivide anche lo spazio temporale, ovvero gli anni Trenta.

La voce narrante che ci accompagna attraverso le strade dei quartieri di Maycomb è quella di Scout Finch, una bambina estremamente sveglia, intelligente e vivace che non ne vuol sapere di sostituire i suoi pantaloni con un più adeguato abito femminile e che sa già leggere prima di andare a scuola; sa leggere, anzi, da  quando ne ha memoria e non riesce neanche ad immaginare di non poterlo o saperlo fare.
Accanto a lei, a tenere sempre sull'attenti le vecchiette del vicinato, c'è il fratello maggiore Jem: i due sono pressoché inseparabili e riempiono le proprie giornate intraprendendo le più svariate avventure, ma soprattutto mettendo su delle recite basate sui testi dei loro racconti preferiti o inventati di sana pianta. Jem e Scout, come tutti i ragazzi, aspettano ansiosamente l'estate – non solo, però, per le vacanze estive dalla scuola (dove tra l'altro loro raramente imparano qualcosa di nuovo) ma soprattutto perché per loro l'estate significa l'arrivo di Dill, un ragazzo della loro età che passa le vacanze dalla zia, miss Rachel, una delle tante vicine di casa di Jem e Scout. Dill è un prezioso alleato per le loro scorribande, un importante arricchimento nelle loro recite e un ben accetto diversivo nella routine di Maycomb.

Jem e Scout hanno perso la mamma quando erano molto piccoli. Scout ne ha un ricordo vaghissimo, mentre Jem – quando qualcuno accenna a lei – si chiude in un silenzio che non ti farebbe mai venire in mente di fargli domande. Tuttavia una figura femminile nella loro vita c'è sempre stata, ed è Calpurnia, la cuoca nera che si prende cura di loro come fossero figli suoi. La persona più importante per loro, comunque, la loro figura di riferimento è senz'altro il padre: l'avvocato Atticus Finch. Il solo pensare a lui già mi commuove, perché è un personaggio incredibile, soprattutto nel modo che ha di rapportarsi ai suoi figli, i quali lo rispettano senza che mai lui – per ottenere da loro tale rispetto – abbia alzato le mani o la voce. Atticus, nonostante debba lavorare molte ore al giorno e nonostante si sia trovato ad affrontare una situazione tanto difficile come tirar su da solo due ragazzi, trova sempre il tempo da dedicare a Scout e Jem. S'interessa delle loro giornate, è sempre pronto a dissipare pazientemente i dubbi che qualche evento ha fatto sorgere nelle loro testoline; non li tratta come bambini ma neanche compie l'errore, per questo, di pretendere da loro che si comportino da adulti. Atticus Finch è prima di tutto un vero maestro di vita, e lo è senza la minima retorica, senza banalità e senza l'ombra di presunzione. Atticus spiega a Scout l'importanza di sapersi mettere nei panni degli altri per comprendere e non giudicare, spiega delle scelte che loro potrebbero non capire con la motivazione che – se decidesse di fare altrimenti – non potrebbe più pretendere di dire a loro due cosa fare o non fare. Tutto quel che faccio in vita mia, dice ad un certo punto, lo faccio per poter guardare negli occhi i miei figli. Questo, è il padre di Jem e Scout Finch.

L'evento che sconvolge la tranquillità di Maycomb – e che sotto diversi aspetti cambia per sempre le vite dei Finch – attiene alla professione di Atticus, il quale viene incaricato d'ufficio di difendere Tom Robinson, un nero, accusato di aver violentato una ragazza bianca. La ragazza in questione è la figlia di Bob Ewell, un nome con cui nessuno in tutta Maycomb ha niente a che fare: gli Ewell abitano nell'ultima casa prima della discarica e del quartiere dei neri, lui è notoriamente un alcolizzato che si beve anche il sussidio che dovrebbe invece permettergli di mantenere i suoi svariati figli, i quali invece conducono l'esistenza quasi allo stato brado: nessuno di loro va a scuola, non hanno rapporti sociali e non curano nemmeno l'igiene personale. Nonostante questa pessima reputazione, Tom Robinson – un bravo marito e padre di famiglia, onesto e rispettato lavoratore – ha scarsissime possibilità di scamparla, tutte riposte nelle mani di Atticus. Il fatto che Atticus accetti e anzi s'impegni per questa causa desta lo scalpore di tutta Maycomb. Sono in pochi a sostenerlo ed apprezzare il suo operato, la maggior parte dei cittadini – malgrado la stima che nutrono per Mr Finch – si indigna per il suo comportamento. Quella che segue è un'estate di fuoco, durante la quale Scout e Jem devono vedersela coi coetanei che come pappagalli aprono la bocca per ripetere i pregiudizi e le maldicenze sentite a casa dai genitori; combatti col cervello, cerca d'insegnare Atticus alla sua piccola scalmanata Scout, non con le mani.


Immagine tratta dal film omonimo del 1962
Come credo di avervi fatto capire, Il buio oltre la siepe non è solo un libro sul razzismo: la vicenda di Tom Robinson e del coraggio e dell'intelligenza di Atticus Finch ne costituisce, semmai, il cuore. Le pagine più toccanti sono infatti quelle incentrate sul processo, che occupa diversi capitoli e che il lettore può seguire, passo dopo passo, attraverso gli occhi e le orecchie di Scout, Jem e Dill, i quali vi assistono dall'alto, stretti nel balconcino riservato ai neri. Il discorso che Atticus fa rivolto alla giuria riassume i motivi che hanno portato l'America a conferire ad Harper Lee la Medaglia presidenziale della libertà ed è senz'altro tra le pagine più belle mai scritte in letteratura.
La difesa di Atticus Finch non riguarda solo il popolo nero, ma è una difesa della stessa dignità umana, l'unica cosa che ogni uomo o donna – qualunque sia la sua posizione sociale, il luogo di provenienza, il colore della pelle, a prescindere da qualunque cosa – possiede dal momento della sua nascita a quello della sua morte e che nessuno, nessuno, dovrebbe mai avere il potere di togliergli. Non a caso lo scopo di ogni genocidio è stato proprio questo: privare un popolo, una razza o un'etnia della propria dignità, equiparando queste persone ad un oggetto per il quale non si può certo provare empatia e del quale, dunque, si può disporre a proprio piacimento. Privare qualcuno della dignità umana rappresenta la più alta forma di violenza, il delitto più atroce di cui un'umanità non degna di questo nome si è macchiata nel corso della storia. Harper Lee ha saputo racchiudere meglio di chiunque altro tutto questo, facendolo vedere con gli occhi di tre bambini ancora innocenti, non farciti di preconcetti e schemi mentali rigidi, i quali con la loro incapacità di capire cosa ci sia di difficile nell'assolvere un uomo evidentemente innocente sottolineano indirettamente l'assurdità delle idee e delle posizioni degli adulti.

Harper Lee
Ho sentito più volte dire che le emozioni più intense in letteratura arrivano quando uno scrittore scrive di qualcosa che sa, che conosce in prima persona. Come del resto succede a tutti noi, che ci accaloriamo ed esaltiamo quando abbiamo occasione di parlare liberamente di qualcosa che ci appassiona. Ebbene, credo che parte della meraviglia de Il buio oltre la siepe sia custodita proprio in questo: Harper Lee ha parlato di casa sua. Lei è nata a Monroeville, proprio in Alabama, nel 1926. Il cognome Finch è un omaggio alla madre perduta prematuramente, la quale da nubile si chiamava proprio così. Il padre, Amasa Coleman Lee, era un importante avvocato. Lei stessa, prima di seguire la vocazione letteraria, studiò legge. Fin da quando aveva tre anni fu amica di Truman Capote, il quale la spinse in prima persona a provare a mettere per iscritto i ricordi che aveva della sua infanzia.

Mettendo insieme tutto questo, non è difficile pensare che Maycomb sia in realtà Monroeville, che Scout sia solo un altro nome per Harper Lee, che Atticus si chiamasse in realtà Amasa. E ci si chiede chissà se a Monroeville c'era davvero una Maudie Atkinson, una miss Rachel, una miss Stephanie Crawford; chissà se c'erano i Cunningham e gli Ewell, chissà se due bambini correvano ogni giorno, al tramonto, incontro ad un uomo che con passo saldo e tranquillo tornava dalla città. Chissà se c'era un Dill che arrivava ogni estate, chissà se esisteva uno zio Jack dottore che arrivava per il Natale. E soprattutto, chissà se c'era il misterioso Boo Radley.

E voi, avete letto questo romanzo o lo farete, “prima o poi”?

mercoledì 10 febbraio 2016

I Pilastri, Iliade #8: Libro ottavo

Per la seconda volta, molto a malincuore, sono in ritardo di un giorno per l'appuntamento settimanale con Omero. Spero che né il nostro caro poeta né gli affezionati di questa rubrica se la prendano troppo; purtroppo per me questo è un periodo abbastanza stressante, con un esame importante in vista ed un marasma di argomenti ancora da affrontare. Per di più, ci si mette anche la connessione a fare brutti scherzi, funzionando fastidiosamente ad intermittenza (ora sono a casa dei miei, e tutto fila liscio). Ma bando alle ciance: il libro ottavo dell'Iliade è diverso e appassionante, vediamo subito perché.

La battaglia interrotta
Egli mi odia adesso e compie il piano di Teti,
che gli abbracciò i ginocchi e il mento carezzò con la mano,
chiedendo onore per Achille eversore di rocche.

La star di questo Canto è senz'altro il troiano Ettore, e lo è grazie all'intervento diretto di Zeus, l'unico finora di cui si sia reso artefice il padre degli dèi. Il pathos che troviamo in questi versi è incredibile, cresce adagio e dipende soprattutto dalle dinamiche tra le divinità, mentre gli uomini - nonostante siano ancora protagonisti di lotte vinte e perse - li percepiamo (o io li ho percepiti) quasi alla stregua di un rumore di fondo. Il volere di Zeus e dei suoi figli è tanto preponderante che le azioni degli umani sembrano superflue: perché stancarsi tanto, perché versare tutto quel sangue se tanto poi tali fatiche verranno rese vane da un qualsiasi desiderio divino? Se finora gli interventi dei numi mi sono sembrati solo una sorta di arma speciale messa in mano ai loro favoriti dell'uno e dell'altro schieramento, stavolta sono stata travolta da un senso di ineluttabilità: l'uomo non è in grado di chissà cosa, alla fine, tanto meno quando in ballo c'è il proprio stesso destino. E questa sensazione, che ha accompagnato ogni singolo verso, ha reso la lettura dell'ottavo libro un'esperienza colma di malinconia.

Nonostante questo, o forse proprio per questo, è stata una lettura sentita. Il coinvolgimento è stato ancora una volta molto forte, e non solo per il contenuto: in questo libro Omero gioca magistralmente con le figure retoriche dando ai versi un ritmo da cui ci si lascia trasportare. 

Il Canto si apre con una prepotente minaccia di Zeus, che vieta categoricamente a tutti - dèi e dee - di intervenire nella battaglia, intimando loro di non prestare aiuto né ai Troiani né agli Achei. Stavolta, infatti, ha intenzione d'intervenire lui: scende sulla terra e si siede sui monti dell'Ida, osservando la città di Troia e le navi achee. Al sorgere del sole, Zeus vi aggancia una bilancia d'oro, sulla quale pone delle Chere di morte, ovvero degli spiriti maligni o demoni di morte, una per i Troiani e l'altra per gli Achei: quelle dei Troiani salgono subito al cielo vasto, quelle degli Achei piombano a terra, e la loro sorte è così segnata. I soldati fanno appena in tempo a sentire il tuono esplodere sui monti che subito un lampo fiammeggiante arriva a colpire l'esercito acheo, il quale resta dapprima allibito e poi terrorizzato. Da questo momento le cose si mettono male: Ettore capisce di avere Zeus dalla sua e allora si scatena e scatena i suoi uomini; dall'altra parte, gli Achei possono fare ben poco e persino il valoroso Diomede è costretto a fuggire - pur non volendo - davanti alla furia di Ettore.

La situazione ovviamente non va affatto giù ad Era, tanto agitata da far tremare l'Olimpo, la quale prova a coinvolgere Poseidone in una rivolta contro Zeus. Lui però non le dà retta, mai farebbe la pazzia di sfidare la potenza del loro re. L'unica cosa che le resta da fare allora è mettere in cuore ad Agamennone la forza d'incitare i suoi uomini, nonostante siano ormai allo stremo delle forze: e Agamennone lo fa, e supplica Zeus di lasciarli fuggire, di non lasciarli morire sotto le mani dei Troiani. Zeus s'impietosisce per le sue lacrime e decide di accordargli la salvezza per sé ed il suo esercito. Fa arrivare subito un'aquila che tra gli artigli stringe un cerbiatto, che deposita sull'altare dove gli Achei erano soliti sacrificare al dio: comprendendo che quell'aquila arriva proprio da Zeus, l'esercito acheo ritrova coraggio e torna a bramar la lotta, nella quale per un po' riesce di nuovo a farsi valere. Ma lo spietato padre degli dèi, ben presto ispira nuovo ardore ai Troiani, che spingono gli Achei verso un fossato; Ettore soprattutto li insegue tremendo, e loro fuggono e tutti, innalzando le mani, pregano disperati i numi.

Era non ce la fa più a guardare senza muovere un dito, e come sempre si rivolge all'amica Atena, chiedendole se non pensa anche lei che sarebbe il caso d'intervenire un'ultima volta. Atena è altrettanto arrabbiata col padre Zeus, e della sua invettiva fanno parte anche i versi che ho riportato in apertura: finalmente torniamo al punto di partenza, finalmente viene richiamata la promessa che Zeus aveva fatto a Teti (se vi siete persi questi passaggi, andate a leggere i primi post dedicati all'Iliade, che trovate cliccando sulla sezione I Pilastri). Era raduna i cavalli ed Atena si circonda di armi, pronta alla battaglia ma appena Zeus le vede - dalle vette dell'Ida - oltrepassare il cancello sorvegliato dalle Ore invia la sua fedele messaggera Iri a riportar loro un'altra grave minaccia che le ricacci indietro: e infatti, Era non se la sente di portar la guerra tra gli abitanti dell'Olimpo a causa delle faccende degli uomini, e scoraggiate voltano i cavalli dai solidi zoccoli. Si siedono sui sedili d'oro tra gli altri numi, però angosciate nel cuore. Poco dopo anche Zeus torna sull'Olimpo, che trema sotto i suoi piedi mentre prende posto sul seggio d'oro, e non ci mette molto a notare il profondo silenzio nel quale Era ed Atena si son chiuse: perché siete tanto afflitte? domanda loro retoricamente. Le due dee si limitano a mormorare tra loro, maledicendo i Troiani, fin quando - come sempre - Era non riesce a trattenere la propria rabbia, e vuota il sacco dei propri sentimenti: non ce la fa a guardare gli Achei che vanno incontro alla fine per la collera di Zeus. Ma a lui, della preoccupazione di Era, non importa proprio nulla e glielo fa capire senza mezzi termini.
All'alba ancora di più l'onnipotente Cronide
tu vedrai, se vorrai, Era augusta grandi occhi,
distruggere molta gente dei bellicosi Argivi;
non prima Ettore forte finirà di combattere,
non prima che s'alzi presso le navi il Pelide veloce,
nel giorno ch'essi lotteranno presso le poppe,
in tremendo pericolo, intorno a Patroclo morto.
Sentenzia tra le altre cose.
E l'ottavo libro si chiude sulla battaglia che s'interrompe perché sopraggiunge la notte, con Ettore che raduna tutti gli uomini presso la città, che impartisce ordini per metter su un banchetto e accendere quanti più fuochi possibili, che nessuno dorma: devono stare ben attenti che gli Achei non approfittino dell'oscurità per correre alle navi e fuggire.

Zeus e Teti, A. Losenko

L'ottavo libro è fondamentale nella struttura del poema, perché è il punto di unione tra la prima lunghissima giornata di battaglia (incredibile che si trattasse ancora di un unico giorno, vero?) ed il motivo iniziale dell'ira di Achille, che a questo punto - se non fosse per qualche soldato che ogni tanto lo nomina - avremmo quasi dimenticato.
Oltre a quanto vi ho già detto, posso aggiungere che nonostante mi stia tenendo piuttosto neutrale durante la lettura, a questo punto è difficile stare dalla parte dei Troiani, perché la prepotenza con cui Zeus si affianca loro a totale scapito degli Achei li rende antipatici; schierarsi dall'una e dall'altra parte è comunque difficile, perché anche tra i Troiani l'unico vero colpevole è uno solo, Paride, gli altri stan solo pagando per i suoi errori.
Tra le divinità invece, il mio gradimento è ancora tutto per Atena.

E voi, per quale esercito fate il tifo?


giovedì 4 febbraio 2016

Storie di labirinti


Parte del fascino delle culture classiche, almeno secondo me, risiede nel fatto che in esse mito e realtà storica sono strettamente intrecciate: come se il mito fosse parte integrante della storia, e senza di esso neanche questa potrebbe ritenersi completa e soddisfacente.

Prendiamo ad esempio Minosse.
Secondo il mito, egli era nato da uno dei tanti amori extraconiugali di Zeus, il quale era rimasto a tal punto affascinato dalla principessa Europa da spingersi ad assumere le sembianze di un toro per confondersi tra quelli che lei accudiva, cercando di attrarla dal mezzo del branco; il piano funziona, perché lei si intenerisce per la dolcezza di questo animale, al punto da salirgli in groppa senza minimamente aspettarsi di venir rapita: il toro Zeus galoppa velocemente attraverso il mare, conducendola sull'isola di Creta, dove tempo dopo avrebbe partorito Minosse.
Ma non è solo la leggenda a parlare di Minosse: anche la storia lo indica come re dell'isola nel periodo del suo massimo splendore. Il suo stesso nome, Minos, era probabilmente un nome comune per indicare il potere del sovrano, qualcosa di simile a ciò che significava faraone per gli Egiziani.
Minosse era per Creta re, legislatore e sacerdote; in ragione del suo grande potere, la leggenda narra che avesse ricevuto dallo stesso Poseidone anche il controllo sul mar Egeo. E di nuovo il mito sconfina nella storia, ovvero nel totale dominio dei Cretesi sulle acque di questo mare, la loro cosiddetta talassocrazia.

Il dono di Poseidone, tuttavia, non fu gratuito, perché si era fatto promettere da Minosse il sacrificio di uno splendido toro che lui stesso aveva fatto sorgere dal mare: Minosse non aveva mantenuto la promessa, sacrificando al dio del mare un toro molto meno imponente, di cui Poseidone ovviamente non si accontenta. Per vendicarsi di tale affronto induce Pasifae, la moglie di Minosse, ad un amore folle per il toro venuto dal mare. L'architetto Dedalo, che s'incontra più volte nelle storie legate all'isola di Creta, costruisce un marchingegno di legno a forma di vacca, grazie al quale Pasifae può unirsi al toro. Da questa unione colpevole ed adultera nascerà il Minotauro, mostruosa creatura metà uomo e metà animale.

Il Minotauro terrorizzò i cretesi fin quando Minosse non riuscì a catturarlo e rinchiuderlo in un immenso palazzo-prigione, il famoso labirinto. Il mito racconta anche che la città di Atene, soggiogata dal potere di Minosse, fu costretta a pagare ogni nove anni un tributo costituito da sette ragazzi e sette ragazze, individuati a sorte, da sacrificare per soddisfare la fame del Minotauro. Ci fu solo un giovane che una volta si offrì volontario: Teseo, che a Creta conquistò la bella Arianna, figlia di Minosse. Com'è noto, Teseo riuscì ad orientarsi nel labirinto grazie al filo che lei gli aveva donato permettendogli di metter fine alla vita del Minotauro ed al contempo di essere l'unico ad esser mai uscito dal labirinto.

C'è un aspetto della storia e della figura di Arianna a cui credo non si pensi molto: questa ragazza, figlia di Minosse e Pasifae, era a tutti gli effetti la sorellastra del Minotauro. Per quanto potesse essere mostruoso e terrificante, era pur sempre un membro della sua famiglia, eppure lei non ci pensa due volte ad aiutare uno sconosciuto ad uccidere il fratellastro. Questo "dettaglio" fa sì che, se da una parte Arianna è ricordata per il suo coraggio, dall'altra è divenuta anche l'emblema del tradimento e per la propria falsità sarà presto punita: ella segue infatti il suo Teseo alla volta di Atene, ma durante una sosta sull'isola di Dia lui la abbandona addormentata senza tanti complimenti.
Di Arianna e della sua storia c'è stato raccontato da Ovidio (Metamorfosi) e Catullo (Carmi).

A pagare lo scotto delle vicende non è solo Arianna, perché anche Dedalo, questo geniale architetto divenuto simbolo dell'abilità manuale e della complessità creativa, non se l'è passata poi tanto bene. Minosse infatti riesce a scoprire che era stato proprio lui a consentire il tradimento della moglie Pasifae, mettendole a disposizione le proprie capacità tecniche; come se ciò non bastasse, il suo ruolo era stato determinante anche nello stratagemma del filo consegnato ad Arianna. Per queste azioni imperdonabili e per impedire che rivelasse i segreti di come fosse costruito il palazzo-prigione, Minosse lo rinchiude - assieme al figlio Icaro - all'interno del labirinto. Di qui, la fuga "alata" che di certo conoscete tutti, quella che segna anche la fine di Dedalo e che rappresenta nel gesto stesso una sfida ai limiti delle possibilità umane, e per questo destinata al fallimento. Ma la figura di Dedalo è affascinante soprattutto perché il suo più grande potere, cioè le capacità che possiede, rappresentano anche il suo fardello, il motivo delle sue sciagure: sciagure che rendono la vita di Dedalo continuamente legata alla fuga, ultima e più clamorosa delle quali quella in volo.

Da questi echi lontani, il labirinto ha continuato ad esercitare il suo fascino sull'immaginario collettivo. Il labirinto è un luogo dove il caos apparente è invece dominato da una logica rigorosa, un problema che puoi risolvere ma senza avere alcun dato alla mano: sai solo che così come sei entrato, ci sarà anche un modo per uscire. Proprio per questo in ambito religioso e soprattutto in epoca medievale il labirinto è divenuto la perfetta immagine per descrivere le difficoltà che l'uomo si trova ad affrontare durante la vita terrena. Non è un caso, nemmeno, che i più bei giardini rinascimentali siano costituiti anche da un labirinto naturale, i cui ideatori non mancavano mai di sottolineare il collegamento col suo primo creatore: Dedalo. Il labirinto-giardino viene allora restituito alla sua più antica simbologia, la quale lo ritiene segno di intelligente e spregiudicata capacità creativa. Il labirinto è un'ambientazione che ha ispirato la fantasia di artisti e scrittori, diventando un luogo in cui calare le proprie narrazioni dando al percorso del personaggio tanto un carattere avventuroso quanto un senso metaforico e simbolico.

E se mai vi è capitato, in un parco giochi o in uno di quei maestosi giardini reali, di spingervi all'interno di un labirinto, comprenderete senz'altro anche voi il senso di fascino e mistero, di divertimento e al contempo d'inquietudine che l'idea di Dedalo è in grado di suscitare.

martedì 2 febbraio 2016

I Pilastri, Iliade #7: Libro Settimo

Duello di Ettore e Aiace, e sepoltura dei morti
Tutta la notte il saggio Zeus meditò mali per loro,
tuonando paurosamente; verde terrore li prese,
il vino dalle tazze versarono in terra, nessuno
volle bere prima d'aver libato al potente Cronide.
E poi si stesero ed ebbero il dono del sonno.

E dunque, Ettore e Paride tornano sul campo di battaglia e con rinnovato vigore riescono a far cadere diversi valorosi soldati Achei. Vedendoli compiere un simile massacro la dea Atena non esita a balzar giù dall'Olimpo, ma Apollo - che sta dalla parte dei Troiani - le corre incontro e si trovano l'uno di fronte all'altra presso "la quercia". Apollo chiede ad Atena se non fosse meglio, per quel giorno, metter fine alla battaglia; Atena si mostra d'accordo, il suo intento era pressoché lo stesso, ma gli chiede cosa faranno per indurre i soldati a metter giù le armi. Apollo suggerisce di indurre Ettore a sfidarsi in duello, da solo a solo, con uno degli Achei, e Atena si lascia persuadere.

Perciò Eleno, caro figlio di Priamo, sentendo in cuore il piano divino si fa subito vicino ad Ettore per comunicarglielo e egli gioisce al solo ascoltarlo. Si fa strada tra i propri compagni brandendo l'asta, per placarli e farli sedere; lo stesso fa Agamennone e intanto Atena e Apollo arco d'argento / si posarono, simili a uccelli rapaci/in cima all'alta quercia del padre Zeus egìoco: non è la prima volta che Omero assimila le divinità alle figure animali e questo, ho letto nelle note, è un rimasuglio dell'antica credenza che gli dèi appariscano proprio in forma animale. Comunque sia, questa loro descrizione mi ha colpita più di quanto abbiano fatto le precedenti, lasciandomi subito immaginare la dea Atena ed il dio Apollo che si acquattano in silenzio, in attento ascolto, per osservare che piega prenderà il loro progetto.

Ettore inizia a parlare in mezzo a tutti gli uomini seduti, invitando uno qualunque di loro a sfidarsi faccia a faccia con lui. Le condizioni son simili a quelle poste per il duello tra Paride e Menelao, chi vince riavrà Elena ed i beni, ma aggiunge il dettaglio di aver comunque il rispetto di restituire il cadavere di chi perderà, affinché i compagni possano seppellirlo tra la sua gente. Gli Achei restano immobili, in silenzio: di rifiutare arrossivano e d'accettare temevano. Si alza allora Menelao, dando a tutti dei codardi ed offrendosi per il duello. Omero torna ad usare la seconda persona per parlare a Menelao (che abbia una predilezione per questo personaggio?) spiegandogli che la sua vita sarebbe finita sotto le mani di Ettore se i capi degli Achei non l'avessero fermato; è soprattutto il fratello Agamennone a farlo ragionare, ricordandogli che lo stesso Achille - che pure è molto più forte di Menalo - teme di battersi con Ettore. Menelao a quel punto si placa e rinuncia, ma non è l'unico a provare amarezza per la debolezza che tutti loro stan dimostrando: si alza infatti a prendere la parola l'anziano Nestore, il quale per sottolineare il proprio pensiero ricorda le gesta di Achei tanto più forti e coraggiosi che aveva visto coi suoi occhi molti anni prima, e porta ad esempio anche se stesso in gioventù, rimpiangendo di non aver ora le stesse forze di allora, che mai l'avrebbero trattenuto dal battersi con Ettore.

Dopo il suo discorso tra gli Achei si alzano in nove, tra i quali Agamennone, gli Aiaci, Diomede ed Odisseo, tutti pronti a farsi avanti. Allora tirano a sorte, e la sorte sceglie Aiace, come un po' tutti avevano in realtà sperato. Ecco, Aiace oggi verrebbe sicuramente rappresentato degnamente da un disegnatore della Marvel, perché viene proprio descritto come un super eroe - o almeno, questa è l'immagine che è arrivata a me, quando si fa avanti accettando il proprio destino: così mosse, Aiace gigante, la rocca degli Achei / ghignando con viso tremendo, tanto spaventoso che lo stesso Ettore sente il cuore balzargli nel petto mentre lo vede avvicinarsi portando lo scudo come una torre. Poi, come succede la maggior parte delle volte, il duello è preceduto da uno scambio di battute in cui Aiace tira in ballo Achille, definendolo cuor di leone ma ozioso, che se ne sta ancora tra le navi irato con Agamennone; ebbene, dice Aiace, Achille non è certo l'unico in grado di confrontarsi con Ettore, e se ne accorgerà presto.

Tra tutti i combattimenti di cui ho letto sinora, questo è stato uno di quelli che mi ha coinvolta di più: Ettore ed Aiace sembrano veramente due montagne, due titani, uno scontro del quale la fine non è prevedibile. In realtà si tratta di uno scontro che non porterà a nulla: dopo che Aiace riesce a mettere due colpi a segno, gli araldi - uno troiano e l'altro acheo - accorrono quando ormai si stavano sfidando da vicino per fermarli, perché ormai sta scendendo la notte ed è buono obbedire alla notte. Aiace non ha intenzione di passare per uno che si tira indietro, perciò dice di far decidere ad Ettore e se lui ritira la spada, altrettanto farà anche lui. Ettore trova saggio metter fine al combattimento, almeno per quel giorno, e poi riprenderanno finché un dio non deciderà di dividerli dando la vittoria all'uno o all'altro; propone addirittura di separarsi da amici, scambiandosi un dono: gli cede la sua spada con tutto il fodero, ed Aiace lo ricambia con la fascia splendente di porpora.

Ognuno torna allora dai suoi. Agamennone, per festeggiare la salvezza di Aiace, sacrifica un toro di cinque anni e tutti banchettano abbondantemente. Finito di mangiare Nestore ha una proposta da fare, ovvero chiede se non pensano che sarebbe giusto, visto quanti loro soldati han perso la vita, fermarsi un attimo per raccogliere i corpi, portarli presso le loro navi  e qui arderli in disparte. Ovviamente tutti son d'accordo.

Nello stesso momento anche a Troia tutti i soldati sono raccolti in assemblea e tra loro è il saggio Antenore a parlare: egli non riesce a reprimere ciò che veramente pensa, e dice chiaramente che dovrebbero restituire agli Achei Elena e tutti i beni, anche perché ormai stanno combattendo per aver violato i patti stabiliti prima del duello tra Paride e Menelao, e di sicuro non ne trarranno mai nulla di buono; al che Paride subito si alza a controbattere, dicendo che non ha problemi a restituire i beni ma certo non ha intenzione di rinunciare ad Elena. Al che prende la parola Priamo, proponendo di mandare uno di loro, Ideo, all'alba dagli Achei, per proporre loro la restituzione dei beni ed anche se concordano a cessare la battaglia per avere il tempo di raccogliere ciascuno i propri morti.

All'alba Ideo si reca alle navi achee e riferisce il messaggio (maledicendo, tra l'altro, apertamente Paride). E' Diomede a rispondere per tutti, dicendo che i beni di Paride nessuno li accetterà; Agamennone conferma, ma è ben lieto d'accettare la sospensione della lotta, come anche loro avevano pensato di fare. Quindi dall'una e dall'altra parte tutti si occupano di raccogliere chi i corpi e chi la legna.

In questo passaggio Omero si ferma a descrivere il paesaggio, facendomi rendere conto che forse non l'aveva mai fatto prima. Ed è una descrizione bellissima:
E il sole di nuovo colpiva le campagne,
su dal profondo Oceano che scorre quietamente,
salendo verso il cielo, ed essi s'incontrarono.
Quando gli Achei si raccolgono attorno alla pira, non è ancora l'aurora, ma notte appena schiarita. Mentre loro sono impegnati a costruire un muro che protegga loro e le loro navi e ad occuparsi dei compagni morti, abbiamo l'occasione di gettare un occhio anche sull'Olimpo, vedendo ora più che mai quanto gli dèi si comportino davvero da bambini capricciosi: Poseidone se la prende perché gli uomini, impegnati nelle loro faccende, sembrano essersi dimenticati di loro; Zeus gli dice che uno con la sua potenza non dovrebbe preoccuparsene ma gli dice anche di non esitare a spazzar via quel muro che si sono impegnati a costruire non appena se ne andranno con le loro navi. E quando, alla fine della giornata e ad opera finita gli Achei si riuniscono per godersi del buon vino, Zeus li fa tremare tuonando paurosamente.

Suicidio di Aiace Telamonio