martedì 31 maggio 2016

Libero chi legge #14: Via col vento, Mitchell

“Penserò a tutto questo domani, a Tara. Sarò più forte, allora. (...)
Dopotutto, domani è un altro giorno.”

Leggere Via col vento è un'esperienza totalizzante, che infatti ha richiesto ben tre mesi della mia vita da lettrice: che io ricordi, nessun altro libro prima si è lasciato sfogliare così a lungo. E' vero che come raccontavo nel post precedente è stato un periodo ricco di eventi e un po' particolare, ma è anche vero che mentre leggevo sentivo che questo romanzo richiedeva il suo tempo. Credo che ogni esperienza di lettura sia a sé stante e naturalmente che tale esperienza sia estremamente diversa da persona a persona; per me, Via col vento non può esser letto tutto d'un fiato: va digerito lentamente, assaporato come un ozioso pranzo estivo consumato in veranda. Va vissuto e va affrontato con molta pazienza. Bisogna essere pronti a farsi spettatori di una clamorosa rivoluzione storica e della crescita passionale e mai arrendevole di una delle donne più famose del cinema e della letteratura, Rossella O'Hara.

Margaret Mitchell
L'autrice di quello che merita a tutti gli effetti di essere considerato un gran capolavoro è Margaret Mitchell (Atlanta, Georgia 1900 - 1949), figlia di uno dei più importanti avvocati della città e di una suffragetta. L'ispirazione per il suo romanzo sicuramente trova le sue radici nei racconti della Guerra Civile ascoltati in famiglia durante la propria infanzia, infanzia durante la quale la piccola Margaret dimostra già doti da scrittrice; tuttavia non segue subito questa vocazione, iniziando invece a studiare medicina. La carriera studentesca si interrompe bruscamente a diciannove anni quando – oltre agli scarsi risultati raggiunti – la morte della madre per l'influenza spagnola la riporta a casa a prendersi cura degli affari domestici. Nel 1922 intraprende la carriera di giornalista, dimostrando un grande talento soprattutto nelle interviste, che la portano a tu per tu con personalità di spicco dell'epoca (tra gli altri, Rodolfo Valentino). Nel 1929 inizia segretamente la stesura del suo unico romanzo e stando alle biografie la Mitchell non aveva la minima intenzione di pubblicarlo: se ancora oggi è un'opera tanto amata, lo dobbiamo ad una serie di fortunate circostanze. Comunque sia, il romanzo viene pubblicato nel '36 col titolo Gone with the wind e ad una sola settimana dalla pubblicazione iniziano le trattative per l'adattamento cinematografico, al quale la scrittrice si rifiuta categoricamente di collaborare. Margaret Mitchell era stata travolta da un successo che non si sarebbe mai aspettata, un successo che dall'oggi al domani la rese una celebrità. Lei fece di tutto per sottrarsi alla vita pubblica e continuò sempre a minimizzare il suo lavoro come scrittrice. Tuttavia, una volta che le acque iniziavano a calmarsi, stava pensando di riprendere in mano la penna, ma la sua vita fu stroncata da un taxista ubriaco che la investì una fredda sera del 1949.

Dunque da questa personalità eccentrica ma determinata abbiamo avuto un'unica opera, ma – è proprio il caso di dirlo – che opera! 1104 pagine, che dipingono magistralmente la storia della Guerra Civile americana tra gli Stati Confederati del Sud e gli yankee. Il primo motivo per cui sono grata a Via col vento è proprio questo: mi ha spiegato una fase storica riguardo cui ero vergognosamente ignorante. Margaret Mitchell non solo ci racconta come sono andate le cose, ma mi ha fatto davvero sentire cos'ha provato il popolo del Sud quando, una volta sconfitto, si è ritrovato in un mondo sconosciuto dove i vecchi valori cui tutti loro erano tanto legati non contavano più nulla; uomini e donne di buona famiglia, prima proprietari terrieri, coltivatori di cotone, benestanti, circondati da schiavi neri in loro possesso, si ritrovano di punto in bianco senza il becco d'un quattrino, soli con le loro forze in delle città sconvolte, rigurgitanti yankee in uniformi blu e neri liberati pronti a riconoscere i propri diritti. Una vera e propria giungla, dove vige la legge del più forte. Solo coloro che sapranno rimboccarsi le maniche e lavorare sodo potranno riconquistare un decimo di quanto avevano prima.

Ciò che mi ha colpita della scrittura della Mitchell è l'immediatezza: le descrizioni delle piantagioni, del susseguirsi delle stagioni lette dai colori delle foglie, la spensieratezza della gente che vive pensando solo all'oggi; le lunghe cavalcate, le feste coi vicini che son tutti una grande famiglia... Odori, sapori, soprattutto colori in grado di evocare un dolce sentimento di nostalgia, come quello che Rossella proverà ogni volta che si trova lontano dalla sua amata Tara, la piantagione in cui è nata, la terra rossa che scorre nelle sue vene. Ma altrettanto forti sono le descrizioni della città, di Atlanta così fresca e giovane e poi così caotica e piegata al nemico una volta che gli yankee riescono ad entrarvi e poi ancora un'Atlanta che grazie alla sua gente così orgogliosa e caparbia riesce pian piano ad alzarsi.

Già, la gente della Georgia. Protagonista di questo romanzo quanto i due attori principali. I georgiani della Mitchell, la “vecchia guardia” come vengono chiamati dopo la sconfitta, sono un popolo estremamente orgoglioso, che preferirebbe vivere nella miseria piuttosto che arricchirsi grazie al nemico. Gli uomini che hanno combattuto vengono rispettati ed onorati come grandi eroi e le donne dal canto loro hanno dato anima e corpo per la Causa, ovvero la guerra contro il nemico.

Altrettanto mi ha affascinata la narrazione degli schiavi neri. Qui non si parla di soprusi e maltrattamenti, tutt'altro: si parla di famiglie bianche più che affezionate ai propri schiavi, schiavi che vengono trattati comunque come persone e che per primi tengono molto alle divisioni gerarchiche: un nero di casa guarda un po' dall'alto in basso un nero contadino e nessuno si sognerebbe di cambiare il proprio ruolo. Infatti, per tutti coloro che vivevano e lavoravano per queste famiglie, la liberazione degli schiavi ad opera degli yankee arriva più come uno shock che come un sogno che si avvera. Molti di loro decidono di non lasciare le proprie posizioni e sono tra i primi a rimpiangere i bei tempi andati.

Ma immagino di dover spendere qualche parola anche su di loro, Rhett e Rossella.
Innanzi tutto bisogna dire che Rossella O'Hara domina completamente la scena. E' una protagonista assoluta, come poche ne ho incontrate prima d'ora – anzi, direi che è davvero unica nel suo genere.
La conosciamo che è solo una ragazzina cocciuta e viziata, la più bella del reame che adora essere il centro dell'attenzione, e deve per forza sentirsi desiderata da tutti i possibili corteggiatori. Nata e cresciuta al riparo da tutto nella bellissima piantagione di Tara, figlia di un irlandese che pur essendo un signor nessuno era riuscito ad ottenere la simpatia ed il rispetto dei rigidi georgiani e che col suo duro lavoro aveva messo su la più ricca piantagione della contea ed aveva sposato la bella e nobile Elena Robillard. La madre è l'unico essere vivente che riesce a tenere a bada la vivace Rossella, per il semplice fatto che la ragazza venera sua madre: solo per lei cerca di reprimere i propri istinti, di correggere il proprio temperamento burrascoso – frutto, dicono tutti, del sangue irlandese. Rossella sogna di diventare un giorno una gran signora come Elena, così buona da essere amata da tutti eppure così fiera da ottenere il massimo rispetto senza mai un gesto o una parola brusca.
Nonostante questo, Rossella è l'esatto opposto di sua madre: fin da giovane sente un'ipocrisia strisciante nel comportamento richiesto tra le giovani donne della sua età, che lei vede solo come rivali in amore e che tende indiscriminatamente ad odiare. Rossella cerca di incanalarsi entro gli schemi richiesti dalla società in cui è nata e cresciuta, ma la verità è che ci è sempre stata stretta e non sono mai mancate le occasioni in cui i suoi atteggiamenti hanno fatto inorridire dame e damine. Ed è qui che entra in ballo Rhett Butler. Rhett Butler è uguale a Rossella, solo che è un uomo ed è più grande, perciò se n'è già infischiato di tutto e ha fatto ciò che voleva quando voleva. Per questo è un rinnegato, scacciato anche dalla sua famiglia di buon nome; ospitato mal volentieri alle feste della gente per bene, ma è proprio in occasione di una festa a Tara che Rhett e Rossella s'incontrano per la prima volta e lui, benché lei non ne abbia la minima idea, la capisce subito.

Quella tra Rhett e Rossella non è affatto la grande storia d'amore che mi aspettavo: è una storia di amore-odio, la storia di un lungo inseguimento, di un continuo e lento avvicinarsi ed allontanarsi. Forse troppo uguali per amarsi, mai allo stesso passo; come conclude Rhett, hanno fatto di tutto per non capirsi. Rhett va e viene dalle pagine ed ogni volta che torna trova una Rossella diversa. Cresciuta, maturata, resa più dura dalle esperienze... Ma mai abbastanza sensibile da comprendere. Rhett è un personaggio che mi è piaciuto tanto perché è il disonesto più onesto che abbia mai visto. Compie un'infinita serie di azioni contrarie al buoncostume ma lo ammette spudoratamente senza vergogna ed è questo che insegna anche a Rossella: essere se stessa, smettendo di cercare di essere qualcuno che non è mai stata e non sarebbe mai potuta diventare.

La totale incapacità di Rossella di capire altri esseri umani, di analizzare situazioni e sentimenti, di comprendere concetti astratti viene compensata da un profondo senso pratico, che la trasforma in una donna forte di spirito e di braccia non appena se ne presenta la necessità. Quando Atlanta crolla e lei si ritrova sola la ragazzina viziata che era lascia il posto ad una ragazza capace di rimboccarsi le maniche e arare la terra, dirigere il lavoro altrui, coltivare, prendersi cura degli animali e far sopravvivere non solo se stessa ma anche altre persone che le circostanze hanno affidato alle sue cure.

Rossella O'Hara, partita da Tara col solo pensiero di corpetti e merletti, passa a testa alta attraverso una guerra, la povertà, un unico grande amore che altro non era se non una sciocca illusione fanciullesca (e no, non parlo di Rhett), tre matrimoni, tre figli, troppi dolori. Se non posso dire di averla amata, posso senz'altro dire di averla stimata per il suo coraggio e la sua fierezza.

Gli ultimi capitoli mi hanno lasciato davvero a bocca aperta, facendomi sentire appagata di questa mastodontica lettura al 100%.

Se siete armati della giusta dose di pazienza, buttatevi a capofitto in questo romanzo incredibile.

sabato 28 maggio 2016

Long time, no see


Se non sbaglio sono all'incirca due mesi che non aggiorno il blog. La vita – spero lo sappiate tutti – si svolge al di fuori da uno schermo e la mia mi ha risucchiato a tal punto da non lasciarmi né la voglia né il bisogno di sedermi a ticchettare sui tasti di un computer. Raramente mi ha dato abbastanza pace da potermi concentrare sulle pagine di un libro, e la carenza di materiale è stata infatti ulteriore motivo del mio prolungato silenzio. Un silenzio dovuto in quantità eguali a motivi belli ed altri… non dico brutti, ma disorientanti sicuramente sì. Quelli belli si riassumono in un evento, o per meglio dire in una piccola creatura vivente, fatta di un bel manto folto color crema e due occhietti neri spaccacuore: mi riferisco alla seconda cucciola che io ed il mio ragazzo abbiamo adottato, la piccola Daisy, una stupenda Golden Retriever che ha da poco compiuto tre mesi. La nostra primogenita, Daphne, Labrador di un anno e mezzo, dopo i primi giorni di più che comprensibile gelosia è stata più che felice di questa vivace novità in casa – finalmente ora c'è qualcuno che regge i suoi inesauribili livelli di energia!

Per quanto riguarda l'altro genere di motivi, beh, diciamo che il mio percorso ha subito l'ennesimo scossone, l'ennesima deviazione rispetto a quelle che credevo strade prestabilite; al momento io e l'università ci siamo presi una pausa di riflessione, anche se ad essere onesti credo sia stavolta un sincero – anche se rammaricato – addio. Il mio background e il mio modo di ragionare mi hanno sempre fatto credere che il mio futuro non potesse passare altrove che dallo studio, e che il raggiungimento di quel benedetto pezzo di carta fosse imprescindibile per la mia realizzazione. Dopo un lasso di tempo durante il quale gli studi avrei dovuto concluderli, invece ho forse capito che mi sbagliavo e che si sbagliavano le persone attorno a me. Che la mia vocazione potrebbe essere un'altra. Più entusiasmante e a me molto più vicina. Ma non ho intenzione di affrontare l'argomento adesso, anche perché le coordinate sono ancora tutte da stabilire. E dovrei essere felice, io che ho sempre amato i nuovi inizi, ma mi sono lasciata dietro troppe cose a metà per riuscire adesso ad avere piena fiducia in me. Ma devo, altrimenti l'impasse sarà eterno.

Ho messo il mio impegno in altre cose, cose pratiche come la cura della casa, cucinare, tanto esercizio fisico che ancor più che al corpo fa incredibilmente bene alla mente (sembra una frase scontata, ma è vero).

Ho visto la prima stagione di Better Call Saul e la terza di Orange Is The New Black, piaciute entrambe ma non ho avuto l'ispirazione necessaria a scriverne. Sul versante lettura invece sono ahimè ancora ferma su Via col vento, iniziato a Marzo. Non sono stata costante nella lettura, pur essendo stata catturata da ogni pagina. Ora mi mancano un centinaio di pagine e spero vivamente di riuscire a concluderlo e a parlarvene per la fine di questo mese.

Spero tanto che la mia assenza non sia causa della perdita dei miei lettori, coi quali sentivo di aver iniziato a costruire un bel dialogo. Sappiate che vi seguo sempre anche nei miei momenti di latitanza, e che nessuna assenza sarà definitiva perché questa mia piccola finestra sul mondo torna sempre ad essermi più che necessaria.

Un abbraccio,
a presto