sabato 18 giugno 2016

Manga: Un marzo da leoni vol. 1 | Chica Umino

Honey & Clover
Chica Umino è lo pseudonimo con cui quest'artista giapponese, nata a Tokyo, si è firmata sin dagli esordi, senza mai rivelare il suo vero nome. Questo nome d'arte è ispirato al luogo preferito della mangaka, Umi no Chikaku no Yūenchi, un parco divertimenti situato sul mare. Chica Umino si è fatta conoscere dal grande pubblico con un'opera che ha appassionato anche moltissimi lettori italiani, ovvero Honey & Clover, che nel 2003 vinse il Kodansha Manga Award - e che, manco a dirlo, io voglio recuperare.

Il manga con cui la sto conoscendo io, però, è il suo secondo lavoro, edito da noi dalla Planet Manga e che conta attualmente 11 volumi - ma è ancora in corso anche in patria - e che nel 2011 è valso alla Umino una seconda vittoria del Kodansha Manga Award. Sto parlando di Un marzo da leoni.

E' la storia di Rei Kiriyama, un ragazzo riservato e sensibile che sin dalle medie è diventato un giocatore professionista di shogi, un gioco da tavola giapponese molto simile agli scacchi. Rei aveva cominciato a giocare per via del padre, che per lo shogi nutriva una grandissima passione, e quel tempo seduti davanti alla scacchiera era una delle poche occasioni che il piccolo Rei aveva per entrare davvero in contatto col padre, ed è per questo che inizia sin da piccolo ad impegnarsi e a studiare sodo le tecniche del gioco. La vita di Rei viene sconvolta quando, di ritorno da una gita scolastica, scopre che i suoi genitori e la sorellina sono morti in un tragico incidente; Rei si trova così abbandonato a se stesso, col rischio di finire in un istituto. A dargli una possibilità diversa è il migliore amico del padre, anche lui appassionatissimo giocatore di shogi, che decide di accoglierlo in casa e di sostenere il talento che ha già notato nel ragazzo. Questa nuova sistemazione, per quanto gradevole, provocherà comunque a Rei un forte disagio nei confronti dei due veri figli del patrigno, che dal padre vengono quasi messi da parte una volta scoperto che Rei, nello shogi, è molto più bravo di loro. Per questo, una volta diventato professionista e guadagnato abbastanza soldi da permetterselo, Rei cerca una casa in affitto dove andare a vivere da solo. Sceglie il Rione Giugno per via dei fiumi che lo percorrono, e che a guardarli calmano i suoi pensieri. La profonda solitudine in cui trascorre le sue giornate e la scarsa capacità che ha sempre avuto nei rapporti sociali, spingono Rei ad iscriversi alle superiori, nonostante avendo già una professione non fosse strettamente necessario. L'unico amico che riesce a farsi, però, è un professore... Per fortuna il caso gli fa fare la conoscenza di Akari Kawamoto, una ragazza più grande molto dolce e premurosa che, incontrandolo in un momento di difficoltà, lo porta a casa sua, nel Rione Marzo, dove vive col nonno e le due sorelle minori, Hina, che frequenta le scuole medie, e la piccola Momo, ancora all'asilo.

Da quel primo incontro, le sorelle Kawamoto iniziano ad invitare abitualmente Rei, soprattutto per i pasti che cucinano le sorelle maggiori con tanto amore e tanto impegno. Rei, che per istinto cerca sempre di defilarsi, alla fine non riesce mai a rifiutare i loro inviti così gentili, ed ogni volta che va da loro torna a casa con una piacevole sensazione di calore nella pancia. Nonostante l'allegria che movimenta la casetta delle Kawamoto, le ragazze hanno in comune con Rei il profondo dolore della perdita: anche loro, infatti, hanno perso la nonna e la mamma (del padre per il momento non si è detto nulla).

Il primo numero si sposta tra i flashback che ci raccontano la storia di Rei, ed il presente, che si divide tra i suoi impegni di lavoro, i momenti di studio, il tempo passato assieme alle tre sorelle e la vita quotidiana di queste ultime.
Altri personaggi di cui si fa già la conoscenza sono i colleghi ed i maestri di Rei, ed in particolar modo di un ragazzo contro cui Rei ha giocato sin da bambino, Harunobu Nikaidō, che si auto-dichiara eterno rivale e migliore amico di Rei (un personaggio davvero spassoso, lasciatevelo dire).

Il volume, così come anche i successivi, sono integrati da interessanti articoli di un vero giocatore professionista di shogi, che si è occupato di supervisionare e creare tutte le scene inerenti al gioco. Negli articoli, spesso a cavallo tra un capitolo e l'altro, non solo ci vengono spiegate le immagini appena viste nel capitolo precedente, ma tutto ciò che accade realmente in Giappone per quanto riguarda questo gioco tanto amato. 


Io sto adorando questo manga. Innanzi tutto mi piacciono moltissimo i disegni (l'unica pecca che potrei trovare è che forse c'è troppo nero, anche negli sfondi ad esempio, ma la cosa non mi disturba), il ritmo al quale si alternano il passato ed il presente e quindi la storia ci viene raccontata e soprattutto i personaggi. I personaggi sinora sono tutti molto interessanti, complessi e belli da scoprire. Di Rei mi piace la sua timidezza, la sua difficoltà e al tempo stesso la sua voglia di interagire con gli altri; il suo riserbo, il suo estremo bisogno di affetto che si accompagna alla sua abitudine a "fare da solo". Mi hanno toccato molto le immagini di lui bambino che si sente di troppo in quella casa di altri e che per non creare problemi decide di andarsene, nonostante questo significhi dover badare a se stesso in un'età in cui non si è pronti a farlo. Di questo primo volume mi è piaciuto tantissimo l'impatto iniziale con le tre sorelle: le prime pagine, dedicate interamente alla routine di Rei, sono vuote e silenziose come il suo appartamento spoglio; poi, appena arriva sulla soglia di casa Kawamoto, le vignette esplodono di parole e movimento, trasmettendo subito una bella sensazione di allegria. La piccola Momo è, come potrete immaginare, la mascotte della famiglia. Piccola, tonda e buffa, con gli occhioni e le guanciotte colorite. Akari, la maggiore, sembra subito una persona splendida: non solo si districa tra ben due lavori, ma si occupa della casa, cucina sempre prelibatezze per far felici le persone che ama e, manco a dirlo, si prende teneramente cura delle sorelle minori - tutto questo senza mai lamentarsi o chiedere qualcosa in cambio. Sin da subito, però, la mia preferita è stata senz'altro Hina: pur essendo anche lei ancora piccola (come ho detto, frequenta le scuole medie), dimostra già di essere una personcina molto forte e matura. Anche lei aiuta Akari in tutto quel che c'è da fare, e per la maggior parte del tempo sta dietro alla piccola Momo; non appena Rei entra nella loro cerchia familiare, Hina intuisce dal primo momento la profonda tristezza che il ragazzo si porta dentro e questo la spinge a cercare di far sempre piccoli gesti per farlo sentire meglio. Questo, nonostante anche lei per prima si porta dentro ferite insanabili.

A condire il tutto abbiamo i micioni delle sorelle, sempre attaccati alle gambe di qualcuno a chiedere disperatamente un po' di cibo.

Insomma, è una storia che mi sta coinvolgendo davvero molto e che non vedo l'ora di continuare.

E voi lo state leggendo o avete intenzione di iniziarlo? Fatemi sapere nei commenti!

venerdì 17 giugno 2016

Breve storia di un lento cambiamento


In questi ultimi giorni commentando gli articoli dei vari blog che seguo ho avuto modo di ripensare al mio rapporto con l'universo delle storie - nelle varie forme in cui è possibile narrarne - e ciò, in concomitanza al farsi largo di una voglia che già da un po' si stava facendo sentire, mi ha spinta a raccontarvi quanto sto per scrivere. E per scrivere questo post devo partire da molto lontano, addirittura dagli anni prima delle elementari.

Non lo ricordo personalmente, ma i miei ricordi sono stati aiutati dai filmini registrati dai miei genitori: da piccola andavo letteralmente pazza per Sailor Moon. In quei vecchi video, in cui ovviamente è difficile riconoscermi davvero, ballo e canto la sigla italiana con una passione travolgente. Ricordo abbastanza bene invece qualche bambolina che riproduceva le guerriere Sailor. Insomma, Sailor Moon è stato di sicuro il mio primo cartone animato preferito. Poi, senza abbandonare le Sailor, fu la volta di Lady Oscar. Era forse possibile non amarla, del resto? L'amore per Lady Oscar lasciò spazio anche agli indimenticabili Mila & Shiro, a causa dei quali giocai a pallavolo fino alle scuole medie.

Tutti i ragazzi e le ragazze cresciuti come me negli anni '90 ricorderanno di sicuro con nostalgia il programma per bambini che andava in onda su Italia1 verso le 16.30, il meraviglioso Bim, Bum, Bam. E' grazie a questo programma se la me bambina ha potuto conoscere Sailor Moon e tutti gli altri. Ora che è passato tanto tempo ricordo con nostalgia quelle lunghe giornate in cui uscivo da scuola alle 16.30, arrivavo a casa stanca e non vedevo l'ora di sedermi a far merenda davanti alla tv, ritrovando così le forze necessarie per affrontare poi l'ardua impresa di finire i compiti per il giorno dopo. Ah, l'infanzia...

Poi, ricordo chiaramente come quando ero ancora in quinta elementare qualcosa cambiò piano piano. Sarà per i discorsi degli adulti che avevo intorno, sia in casa che a scuola, sarà perché tra tutti i fratelli e cugini ero la maggiore; fatto sta che tra i 9 ed i 10 anni iniziai a sentirmi annoiata da tutto ciò che spensieratamente avevo fatto fino ad allora per passare il tempo libero, compresi quindi i cartoni animati. Modificai la mia routine pomeridiana: facevo i compiti prima, abbandonando per sempre il caro vecchio Bim Bum Bam e mi rilassavo dopo con i film per ragazzi che Italia1 trasmetteva nella fascia oraria successiva.

Ecco, da quel momento in poi non solo non seppi più nulla del mondo degli anime, ma addirittura mi stupivo che un mio coetaneo potesse ancora esserne tanto appassionato. Non ricordo con esattezza chi o cosa, ma sono certa che qualcuno mi avesse convinta che si trattasse di cose infantili, ed io ci ho ingenuamente creduto. Tant'è che quando arrivai al liceo ed entrai in contatto con molte persone che in quel mondo ci erano ancora dentro fino al collo, restai veramente a bocca aperta. Ma fu anche il momento in cui finalmente scoprii qualcosa di nuovo.

Infatti, fino ai 13-14 anni, ignoravo completamente l'esistenza dei manga. Anzi, forse nemmeno sapevo che quei cartoni che tanto amavo da piccola venissero dal Giappone (o forse sì, boh). Ok, vi lascio il tempo di ridere della mia ignoranza... Finito? Sì, bene, continuiamo. Come dicevo, fu grazie alle amicizie del liceo che scoprii l'universo degli anime e dei manga. Nonostante questo, non provai particolari spinte ad avvicinarmici, fino ai 16 anni. Non ne ricordo il motivo, ma un giorno decisi di entrare nell'unica fumetteria esistente da queste parti (che ancora c'è ed è ancora l'unica) ed acquistare il primo volume di Nana della bravissima Ai Yazawa. Fui la prima a sorprendermene, ma nonostante facessi un po' fatica a leggerlo - tra la lettura da destra verso sinistra e il non essere affatto abituata a dover "leggere" anche i disegni... - la storia mi piacque un sacco sin dal primo momento. Tanto che tornai in fumetteria a prendere i seguiti, fino al numero 8. Non so dove fosse arrivata la pubblicazione all'epoca, ma io non andai mai avanti né acquistai altri manga. Credo che il motivo fosse che, nonostante il piacere provato durante quella prima lettura di Nana, mi sentivo troppo lontana da quel mondo, da quel modo di narrare. Mi sentivo molto più al sicuro ed a mio agio nel mio habitat di sempre, ovvero i romanzi ed i racconti. E decisi di rimanere lì.

Beck Mongolian Chop Squad

Il mio progressivo avvicinamento alla narrativa disegnata lo devo senza dubbio al mio compagno. Grazie a lui ho visto per la prima volta un anime dall'inizio alla fine: si trattava di Beck Mongolian Chop Squad, la storia delicata e piena di emozioni di un semplicissimo ragazzo che prendendo un giorno una chitarra in mano scopre la passione per la musica, e con tanta dedizione ed impegno riesce a tirar fuori un talento che non immaginava di avere. Da contorno fanno le storie di amicizia e dei primi amori. Il motivo per cui accettai di vederlo era che sapevo quanto questo anime fosse stato fondamentale nella vita del mio compagno, dal momento che fu proprio guardandolo che anche lui, un giorno, prese in mano una chitarra.


Poi, da quando siamo andati a vivere insieme, abbiamo pian piano iniziato a guardare i film dello Studio Ghibli, e con questi ho scoperto davvero qualcosa di diverso, che poco alla volta ha saputo conquistarmi. Se non sono rimasta particolarmente colpita da Ponyo, mi sono piaciuti tantissimo La collina dei papaveri, Kiki consegne a domicilio, Il mio vicino Totoro; ma è stato un film in particolare a colpirmi veramente a fondo...

E' stato Pioggia di ricordi di Isao Takahata. Si tratta di un film con una trama piuttosto semplice, in cui la protagonista Taeko che ha ventisette anni e lavora in ufficio a Tokyo, decide di prendersi una vacanza per andare ad aiutare nel raccolto dei parenti che vivono in campagna. Questa evasione dalla metropoli diventa anche un'occasione per ripercorrere alcuni momenti della sua vita, in particolare le esperienze vissute durante la quinta elementare; Taeko infatti, nonostante sia passato parecchio tempo, sembra molto legata alla sé bambina di allora. Nel film quindi si alternano le sequenze del soggiorno di Taeko in mezzo alla natura e l'immenso piacere che lei riesce a trarne, e le piccole grandi emozioni della Taeko di dieci anni.

Questo film, all'apparenza tanto semplice, mi ha emozionata più di quanto io stessa lì per lì mi sia resa conto. Era colmo di nostalgia, di tranquillità ma al tempo stesso veicolava qualcosa di profondo che non saprei ben formulare a parole. Quel che so è che, dopo, non riuscivo a togliermi il desiderio di imbattermi in altre storie che sapessero trasmettermi qualcosa di simile. Tanto leggere nel modo di arrivare, e tanto intense poi nel contenuto.

Quello di cui mi sono subito resa conto, è che difficilmente avrei trovato una cosa del genere - libro o film che fosse - in un'opera occidentale. E poi è successo che, dopo i tre intensi mesi passati a leggere Via col vento non mi sentivo granché pronta ad affrontare altri romanzi o racconti, così ho letto vari fumetti o graphic novel che avevo in casa e - per farla semplice - ho pensato cacchio che bello.

Mettendo tutto questo insieme, sono giunta alla conclusione che è proprio il momento giusto per riavvicinarmi - e stavolta con ben più consapevolezza - ai manga. Tant'è che ho ripreso Nana con estremo piacere e soddisfazione e acquistato un paio di primi titoli di serie che ero pressoché certa potessero piacermi (e, avendoli già letti, posso dire di non essermi sbagliata). Solo fino a qualche anno fa, non avrei mai creduto possibile che gli anime o i manga avrebbero potuto appassionarmi quanto accadeva agli altri, e invece... E' proprio vero che per ogni cosa esiste il momento giusto, e quanto è bello darsi la possibilità di ricredersi.

In conclusione di tutto questo, posso dirvi che ovviamente vi ritroverete nei prossimi post anche recensioni dei manga che sto iniziando in questo periodo, e spero che la cosa non vi dispiaccia - anzi, spero di far ricredere qualche altro lettore che come me si era limitato alla letteratura "tradizionale"!

Detto ciò, scappo in fumetteria che oggi mi arrivava qualcosina.

A presto!

mercoledì 15 giugno 2016

Libero chi legge #16: Masha e Orso e altre fiabe russe, A. Puskin e A. Afanasjev

Chissà quand'è successo, che la definizione fiaba ha cominciato a farci pensare a piccole realtà edulcorate. A paesaggi di zucchero coi panorami fatati, nei quali ambientiamo modi di dire che lasciano ad intendere che in una fiaba non esiste il male, non esiste il pericolo, non esistono i problemi.

Che idea sbagliata! La fiaba nacque proprio per poter mettere in guardia i bambini dalle insidie della vita, per impartir loro severe lezioni attraverso racconti carichi di pathos ed immaginazione che ben si sarebbero impressi nelle loro menti infantili. Il lettore adulto che oggi si confronta con la versione originale de La sirenetta di Andersen, tanto per fare un esempio, non dovrebbe quindi stupirsi per le atmosfere tragiche che potrebbe ravvisarvi.

E non differiscono, in questo, le fiabe popolari russe raccolte e curate da due grandi nomi della letteratura: Aleksandr Puskin e Aleksandr N. Afanasjev, portate al pubblico italiano in un meraviglioso volume della collana che fa gola ad ogni lettore-collezionista, ovvero la collana Classici Bur Deluxe. Un formato più grande del consueto, con copertine lucide una più bella dell'altra; impaginazioni originali e illustrazioni bellissime a corredare il tutto. Cosa chiedere di più ad un libro?

Classici Bur Deluxe
prezzo di copertina: 14,50 euro
Leggere questo volume è stato piacere puro. Le storie parlano di coraggio, di astuzia, di avidità, di amore, di magia, di malvagità, di fiducia, di attesa, di sacrificio, di forza di volontà, di lungimiranza, di umiltà, di saggezza, di amicizia, di pavidità, di onore - per dire ciò che di primo acchitto mi vien da pensare ripercorrendo mentalmente tutte le fiabe che ho letto.

Ci sono zar e zarine, principesse che fluttuano nella vita come cigni sull'acqua; ci sono lupi che corrono più veloce del vento capaci di trasformarsi e che servono lealmente un giovane principe per ripagare un debito; è pieno di donne bellissime e fin troppo buone, e di donne meno belle crudeli fino al midollo. Ci sono isole remote che diventano città splendenti dal giorno alla notte, così come ci sono uomini immortali che ostacolano grandi amori. C'è spesso una vecchia strega che abita casine inquietanti nel folto del bosco - si chiama Baba Jaga ed è una figura della tradizione popolare russa. A volte aiuta i protagonisti, altre è una muta minaccia nelle tenebre.

Se mi chiedeste quali fiabe mi sono piaciute di più, non saprei proprio che rispondervi. Tutte sono dotate di un fascino unico, quello di tempi remoti che non esistono più. Ho immaginato il rigido inverno della Russia: fuori dalle finestre neve a non finire, tutto bianco a terra e bianco che cade dal cielo. Boschi, intorno - alberi infreddoliti con la barba bianca. Una casina modesta, arredata all'insegna della praticità: un tavolo, delle sedie e poi un grande tappeto, unico oggetto di valore. E' steso davanti ad un grande camino in pietra, acceso. Sul tappeto c'è una vecchia sedia a dondolo, di paglia, su cui siede una donna ancor più vecchia che lavora a maglia. Ai suoi piedi, sdraiati a pancia in giù, tre bambini hanno occhi e orecchi spalancati, tutti presi dalle storie fantastiche modellate dalla voce calda e rassicurante della nonna. Di là, in cucina, una zuppa bolle a fuoco lento.


La Baba Jaga
Le illustrazioni di Ivan Biblin, poi, sono stupende. Tra una pagina e l'altra mi sono persa ad ammirarne i colori, la poeticità, l'accuratezza dei dettagli che sapevano rievocare il preciso passaggio della storia. Vale la pena avere questo volume in libreria già solo per questi disegni storici.

E poi, lasciatevelo dire: i Masha e Orso che il pubblico conosce oggi per via del cartone animato non c'entrano nulla con quelli originali; non che io l'abbia mai visto, ma mi pare di aver capito che siano due grandi amici... Nella fiaba invece Orso aveva rapito la piccola Masha che si era persa nel bosco, e lei riesce a tornare a casa grazie ad uno stratagemma.

Vi consiglio caldamente di regalarvi questo libro, che si porta a termine in un paio di sessioni di lettura. Tanto più che ci sono ancora gli sconti, e spendete solo dieci euro per tanta meraviglia (giuro, la Bur non mi paga - magari!).


E questo è quanto, per il momento. Come sempre, fatemi sapere se avete letto Masha e Orso e altre fiabe russe e se vi ha entusiasmato quanto a me, o se avete intenzione di inserirlo tra le prossime letture!

A presto

domenica 12 giugno 2016

Fumetti: Coraline | N. Gaiman, C. Russell


Nel lontano 2009 mi capitò di vedere questo film, Coraline, un film d'animazione che per i toni dark e lo stile dei personaggi mi ricordò tanto il mio amato Tim Burton. Con Coraline fu amore a prima vista: provai un tale senso di empatia verso questa ragazzina dai capelli blu, troppo sveglia e curiosa per non annoiarsi a morte nella normale quotidianità, dove i genitori sono troppo impegnati e nei dintorni non c'è nulla di diverso da fare. Rividi il film anche più di una volta, lo feci vedere agli amici e col passare del tempo non smisi mai di pensare che fosse una storia fantastica.

Tant'è che ogni volta che accompagnavo il mio ragazzo in fumetteria, l'occhio mi cadeva sulla graphic novel illustrata da Craig Russell. Il mio ragazzo ovviamente lo sapeva, così come sapeva anche che avrei continuato a rimandarne l'acquisto in eterno, e così ha messo fine lui alla lunga attesa regalandomela per il compleanno.

La storia, come nel caso del film, è tratta dall'omonimo romanzo di Neil Gaiman, autore che credo non abbia bisogno di presentazioni. Ma chi è Coraline, e qual è la sua storia? Be', Coraline è una ragazzina che durante l'estate si trasferisce in una nuova casa assieme ai suoi genitori. Questa casa, essendo molto grande, è stata suddivisa in più appartamenti, perciò accanto alla famiglia di Coraline vivono due simpatiche vecchiette che in gioventù erano state attrici famose, mentre sopra abita uno strano vecchio che sostiene di ammaestrare topi. I genitori di Coraline sono sempre impegnati al computer e lei, che è in vacanza da scuola e nei dintorni non ha amici, comprensibilmente si annoia a morte. L'unico passatempo che la soddisfa è esplorare i dintorni. Quando però inizia una lunga serie di giornate di pioggia, anche quest'occupazione le viene sottratta. La madre, alla quale Coraline continua a chiedere cosa potrebbe fare per occupare il tempo, le consiglia di esplorare la casa, ed è a questo punto che Coraline scopre la porta.

Una delle tante porte di questa grande casa, infatti, non conduce da nessuna parte: la madre di Coraline prende le chiavi e la apre, facendole vedere un muro di mattoni costruito per dividere gli appartamenti. Il divertimento sembra finito lì, ma quella stessa notte Coraline, svegliata da un rumore, si alza e trova quella stessa porta aperta e affacciata su un corridoio. La sua curiosità ed il suo spirito da esploratrice spingeranno Coraline a percorrere quel corridoio buio, che la catapulteranno in una realtà apparentemente uguale a quella da cui proviene. Dall'altra parte c'è una casa uguale alla sua, con gli altri genitori che tanto somigliano a quelli veri ma che al posto degli occhi hanno cuciti dei bottoni neri.

Nella realtà parallela la vita potrebbe sembrare più bella: gli altri genitori non sono mai troppo impegnati per stare con lei e la riempiono di attenzioni, i pasti sono cucinati a puntino, non come le ricette strambe che propone sempre il suo vero padre; ma sarà davvero tutto così perfetto?


Assieme ad un astuto e sarcastico gatto nero, Coraline scoprirà tutti i segreti di questa strana realtà parallela, andrà incontro a grandi pericoli e troverà nuovi amici da ricordare per sempre. Si troverà nella posizione di dover salvare se stessa e le persone che ama. Vivrà, insomma, un'avventura tale da bastarle per tutti i giorni di noia a venire.

I disegni di Craig Russell, benché lontanissimi dallo stile della Coraline del film che tanto mi era piaciuto, sono allo stesso modo apprezzabili e soprattutto perfettamente in grado di rendere le atmosfere al tempo stesso normali ed inquietanti della storia.

Un dettaglio che ha catturato la mia attenzione è stato il disegno del VHS del film Il mio vicino Totoro del maestro Hayao Miyazaki. Il caso ha voluto che proprio la sera prima di leggere Coraline, vedessi questo film meraviglioso assieme al mio compagno. La videocassetta di Totoro compare nelle prime pagine della graphic novel, quando la madre consiglia a Coraline, per passare il tempo, di leggere i suoi libri o vedere le sue cassette, e Coraline lo fa, benché esaurisce presto il materiale a sua disposizione.

Il mio vicino Totoro
Forse sono miei film mentali, ma mi viene da dubitare che sia una citazione puramente casuale… La vicenda di Coraline inizia proprio come quella delle sorelle del film di Miyazaki, Satsuki e Mei, e cioè col trasferimento in una nuova grande casa. Con queste due sorelline Coraline condivide anche la più grande passione, quella per l'esplorazione, che diventa la chiave per vivere le avventure fulcro di queste due storie, in tutto il resto completamente diverse.

Che dire, non posso che consigliarvi questa storia, tanto la graphic novel (edita in Italia da Nicola Pesce Editore) quanto il film che per primo mi ha fatto incontrare questo personaggio per me indimenticabile. E ho ben pochi dubbi che il romanzo, da cui tutto è partito, sia da meno.

Personalmente adoro le fiabe a tinte dark, e Coraline è un capolavoro di questo genere. Non eccessivamente surreale, ha proprio l'essenza di quegli incubi da cui ti svegli pieno di inquietudine perché sembrava così vero. La storia di Coraline si conclude sì per il meglio, ma si lascia comunque dietro un velo di malinconia perché non si può aggiustare proprio tutto.

Non saprei con certezza quale morale trarre – ammesso che debba per forza essercene una – ma la prima a cui posso pensare è una lezione sul sentimento dell'insoddisfazione. Sul rischio che si corre quando, non sapendo apprezzare quanto già abbiamo, rincorriamo qualche cosa che ci appare più bello.

E voi, avete letto Coraline? O avete visto il film? Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate!


martedì 7 giugno 2016

Libero chi legge #15: L'anello di re Salomone, Lorenz

Sono cresciuta in una grande casa in cima ad una collina. La casa è divisa in due, sopra c'è la mia famiglia e sotto i nonni paterni; un grande giardino circonda la costruzione e da ogni finestra si vede la campagna che si estende in lungo ed in largo. Fin da piccola per me le stagioni, prima che dal cambio di temperatura o di abiti negli armadi, erano scandite dai colori degli alberi, dai tipi di frutta, dagli odori che potevo sentire non appena varcavo la porta. Era autunno quando dalle porte della cantina arrivava inconfondibile l'odore del mosto, era primavera quando uscendo sul balcone della mia camera potevo vedere il romantico rosa dei fiori sugli alberi di pesco. Era indubbiamente estate quando i nonni salivano dalla campagna portando pesanti secchi ricolmi di ciliegie grandi e rosse.
In tutto questo spazio, ovviamente non sono mai mancati gli animali. Intorno ho sempre avuto cani, gatti, uccellini... senza contare tutti gli animaletti selvatici che da piccola andavo a cercare e osservavo incuriosita.

Crescere in questo modo, quasi sempre all'aria aperta ed in mezzo alla natura, ha lasciato in me un'impronta profonda, un amore per il mondo naturale e soprattutto animale di cui nemmeno io fino a qualche anno fa mi ero veramente accorta, essendo per me qualcosa di imprescindibile quasi, una condizione - per l'appunto - naturale.

Non poteva capitare momento della vita più adatto per imbattermi nella figura di Konrad Lorenz (1903-1989).
Konrad Lorenz
Lorenz fu uno zoologo ed etologo austriaco, considerato il fondatore della moderna etologia scientifica. Nel 1973 fu insignito del premio Nobel per la medicina e la fisiologia, insieme ai colleghi Nikolaas Tinbergen e Karl von Frisch. Ma soprattutto Lorenz fu - ed è tutt'ora - una figura fondamentale per la sua opera di divulgazione scientifica. Lorenz è infatti autore di numerosi volumi dedicati al suo amato mondo animale, nei quali racconta in modo semplice e assai coinvolgente tutto ciò che ha studiato e prima di tutto osservato.

La bellezza del mondo di questo autore, infatti, è che pur essendo un grande scienziato egli non perse mai quello spirinto infantile che per primo lo aveva condotto verso quella che sarebbe diventata anche la sua professione: Lorenz racconta di come fin da piccolo si portasse a casa ogni tipo di animali e animaletti, e di come i genitori lo lasciassero fare per assecondare quella curiosità tipica di una grande intelligenza. Il piacere di stare in mezzo agli animali è ciò che ha sostenuto tutta la vita personale e studiosa di quest'uomo brillante e particolare, che con buona pace dei suoi conviventi umani lasciava scorrazzare per casa e nel giardino cani, gatti, scimmie, tassi, criceti e roditori vari, oche e ogni tipo di volatili. Tanto per citarne alcuni.

L'anello di re Salomone è una delle preziose pubblicazioni di cui Lorenz ci ha fatto dono, edito da noi dalla casa editrice Adelphi (alla quale sono ancora una volta infinitamente grata). Il volume conta circa 300 pagine, suddivise in varie parti a seconda della specie animale o dell'argomento trattato. Ciò che mi è piaciuto da matti è che ho imparato tantissime cose divertendomi un sacco, ed è esattamente questo che dovrebbe avvenire nel processo di insegnamento-apprendimento. La scrittura di Lorenz è chiara, coinvolgente e capace di divertire il lettore. Le informazioni di carattere prettamente scientifico arrivano senza neanche rendersene conto, perché sono strettamente legate agli infiniti aneddoti della vita di Lorenz assieme ai suoi tanti amici animali.

Mi sono emozionata leggendo la storia di un pesce, sono rimasta incantata dinnanzi alle intricate vicende del mondo di volatili quali le taccole, i corvi e i pappagalli, ho riso divertita per il modo di fare delle oche e soprattutto ho amato la sezione riservata ai cani, l'animale con cui posso davvero dire di aver fino ad ora condiviso la vita: nella parte dedicata a loro ho potuto riconoscere tantissime cose già osservate personalmente ed approfondirne la storia e la conoscenza di linguaggi e comportamenti.

E' un libro che andrebbe fatto leggere nelle scuole, non solo perché - nonostante l'uomo tenda a dimenticarsene - siamo anche noi parte del mondo animale, ma anche perché il rispetto per la natura e gli animali è qualcosa che andrebbe insegnato e trasmesso in maniera ben più profonda di quanto non venga fatto oggi.

E' una lettura che spassionatamente consiglio a chiunque nutra un minimo di amore o curiosità per gli animali, a chiunque condivide la propria casa con un qualunque essere vivente diverso dall'uomo, ma anche a chiunque abbia voglia di imparare qualcosa divertendosi o di leggere un libro diverso dal romanzo o dal racconto.

Io, dal canto mio, cercherò di procurarmi gli altri libri di questo autore che tanto mi ha appassionata.

E voi, avete degli animali? Raccontatemi di loro nei commenti, o fatemi sapere se il mondo delle tante specie con cui condividiamo il pianeta vi affascina abbastanza da attrarvi verso questa lettura!

Un abbraccio

venerdì 3 giugno 2016

Spectator #7: Penny Dreadful

Nel XIX secolo in Inghilterra prese sempre più piede un particolare tipo di pubblicazione chiamata penny dreadful, traducibile approssimativamente come “spaventi da un penny”. Tale nome derivava semplicemente dal costo di questi fascicoletti – un penny, per l'appunto – e dal contenuto di stampo horror che voleva contribuire a promuovere e diffondere il successo di cui all'epoca godevano le narrazioni gotiche. I penny dreadful, che uscivano a cadenza settimanale, erano rivolti per lo più alla classe proletaria ed alla bassa borghesia, di qui il basso costo e la brevità delle opere, che ne permetteva la lettura anche da parte di un lavoratore con pochissimo tempo libero a disposizione. Il contenuto avrebbe lasciato a desiderare qualsiasi lettore appena un minimo più ferrato: le storie erano banali, grossolane, spesso addirittura scritte in maniera sgrammaticata; queste carenze venivano bilanciate dai toni forti, carichi di enfasi, così come i disegni che sempre corredavano i racconti, anch'essi esagerati e più carichi possibile. Nonostante questo, alcuni autori del calibro di R.L. Stevenson o J.M. Barrie sostennero di esser stati influenzati, nella loro produzione, dai penny dreadful mentre alcuni personaggi nati da queste pubblicazioni furono ripresi con maggior cura da penne più attente. Il più noto tra questi è senz'altro il diabolico barbiere di Fleet Street, ovvero Sweeney Todd.


La serie tv di cui vi parlo oggi trae il suo titolo da quelle pubblicazioni, con la differenza che questo Penny Dreadful, produzione inglese-americana di John Logan e Sam Mendes, vincitrice di vari premi da parte della critica internazionale, non ha proprio nulla di banale o di basso livello; a giustificare il titolo, c'è il contenuto: horror, ma con un fascino che può vantare pochi paragoni.

Questa prima stagione è ambientata nell'Inghilterra vittoriana, per la precisione in una Londra per la quale si aggirano creature inquietanti e pericolose, soggiogate da una creatura ancora più inquietante e misteriosa che i suoi discepoli chiamano semplicemente Master. Se la città sembra ignorare che tra i vicoli si aggirano forze sovrannaturali, c'è un uomo che invece sa: si tratta di sir Malcolm Murray, esploratore di mezza età la cui figlia, Mina, è stata da tempo rapita da queste creature malvagie.

Avendo già perso il suo unico figlio maschio durante un viaggio in Africa, Murray non ha la minima intenzione di arrendersi e perdere così anche sua figlia, e al fine di ritrovarla si circonda di un'equipe straordinaria: in primis miss Vanessa Ives, una giovane donna legata a Murray e Mina da una complessa vicenda personale e famigliare; Vanessa è stata già da tempo scelta dal Male, viene posseduta e diventa in quei momenti una preziosissima fonte di indizi per l'ardua ricerca. Murray e Vanessa assoldano poi Ethan Chandler, un pistolero americano che con la sua mira precisissima divertiva le folle in uno spettacolo ambulante; per Chandler quell'occupazione da quattro soldi era solo un ripiego, e non gli serve rifletterci molto prima di mollare baracca e burattini. Anche se di poche parole, il gruppo è costantemente vigilato anche da Sembene, il maggiordomo tuttofare di Murray, anch'egli capace di usare le armi, di difendere e difendersi; alla combriccola mancava a questo punto solo un dottore, il Dr. Victor Frankestein.

Penny Dreadful, infatti, ha la particolarità di coinvolgere – mantenendone per lo più le caratteristiche originali – personaggi celebri della letteratura. In questa prima stagione abbiamo anzitutto Mina, richiamo a Mina Harker di Dracula, Dorian Gray, tale e quale lo fece la penna di Oscar Wilde ed infine il Victor Frankestein di Mary Shelley.


Alla storia principale si accompagnano infatti le storie collaterali dei singoli. Dorian Gray non è direttamente coinvolto nella vicenda, ma è una figura onnipresente nella scena londinese e si insinua nelle vite di Vanessa e di Ethan. Ethan è ben altro oltre l'americano bravo con la pistola, ha i suoi segreti da proteggere e con cui combattere ed un passato di cui a fine stagione ancora si sa ben poco; inoltre intesse una storia d'amore con Brona Croft, nonostante entrambi sappiano benissimo che lei sta morendo di consunzione. Le storie di Vanessa e di Murray, profondamente intrecciate, sono tra i fili narrativi più interessanti (almeno per me) e vengono dispiegati nei giusti tempi. Infine Frankestein, beh, non si limita ad aiutare i suoi nuovi amici. Nel suo laboratorio è anche impegnato coi suoi esperimenti, e non credo di dovervi dire altro.

Le premesse di questa serie dovevano essere quanto di più lontano dal mio gusto personale: horror ed elementi troppo fantastici. Ma quando ho letto che erano coinvolti nomi a me tanto familiari e che era ambientato nella Londra vittoriana, cavolo, non potevo non dargli una chance! E posso assicurarvi che non sono affatto pentita: l'ambientazione è eccezionale, scenografie, abiti, da restare incollati allo schermo. E se non mi ha coinvolta troppo il main plot della ricerca di Mina, sono stata del tutto presa dalle vicende dei singoli personaggi, in particolare dagli affari del giovane Frankestein ed ancora di più da quella che ritengo la vera protagonista, Vanessa Ives, interpretata dall'incredibile Eva Green.


Sono rimasta sconvolta dalla bravura di questa attrice e le mie parole non potranno mai farvi capire quale intensità ha saputo infondere nel personaggio, dovete per forza vederla. L'interpretazione di Eva Green non è solo del tutto credibile in ogni momento – e sfido a rendere a quel modo tutte le scene in cui viene posseduta, o i momenti in cui lotta contro il Male che ha dentro – ma è veramente da brivido. La storia che Vanessa ha alle spalle è complessa ed intensa quanto il personaggio meritava, ed è degna del miglior romanzo vittoriano a tinte dark.

Nella prima stagione si conclude la ricerca di Mina, ma molte altre questioni sono lasciate in sospeso. In queste lunghe e sonnolente giornate piovose, sta proprio bene accoccolarsi sul divano e vedersi una cosa spettacolare come questa.

E voi, avete visto questa serie? Se sì ditemi nei commenti cosa ne pensate, oppure fatemi sapere se da quanto ho scritto potrebbe interessare anche a voi!