venerdì 30 dicembre 2016

La top ten del 2016

E' passato un po' di tempo dall'ultimo mio post, cari lettori e care lettrici, ed in effetti non mi sono neanche fatta sentire nei commenti ai vostri articoli; quest'ultimo periodo è stato piuttosto complicato e difficile a livello personale, e non ho avuto la tranquillità necessaria per mettermi davanti al computer a scrivere o anche soltanto per pensare ad eventuali contenuti. A dirla tutta dopo Brooklyn non ho neanche finito di leggere altro, e soltanto in questi giorni ho preso in mano Carol di Patricia Highsmith, che con ogni probabilità sarà materia della prima recensione del nuovo anno - anno per il quale, nonostante la negatività con cui ho concluso il duemilasedici, ho stilato molti obiettivi e buoni propositi, che comprendono anche una maggior costanza ed un maggior impegno per questo mio piccolo spazio, a cui mi accorgo di non poter rinunciare ogni volta che, volente o nolente, me ne allontano. E allora, lo state facendo più o meno tutti, perciò ecco anche una mia rapida top ten dei più bei libri letti quest'anno.

10. La paga del sabato di Beppe Fenoglio, di cui vi ho parlato nel dettaglio qui. Un lucido spaccato del dopoguerra italiano, protagonista un giovane ex partigiano in lotta con se stesso e la realtà che lo circonda per la difficilissima fase di reinserimento in una vita normale. Un racconto lungo, o romanzo breve, dalla travagliata storia editoriale che aver oggi l'opportunità di leggere integralmente è davvero un dono che ogni lettore dovrebbe farsi.

 9. Un grande, intramontabile classico: Via col vento di Margaret Mitchell, che ha preso circa tre mesi del mio anno di lettrice e di cui vi ho parlato a maggio, qui. Il racconto della guerra civile americana raccontata dai perdenti, con protagonisti due dei personaggi più vitali della scena letteraria, Rossella O'Hara e Rhett Butler. Un libro davvero imperdibile, affascinante, travolgente, perfetto in ogni sua sfumatura che sono sin troppo soddisfatta di aver finalmente affrontato e concluso.

8. In questa classifica dovevo per forza far rientrare anche l'ultimo libro recensito per quest'anno: Brooklyn, dell'autore irlandese Colm Toibin. A riguardo non devo aggiungere molto, immagino, posso limitarmi ad invitarvi a scorrere la pagina sino al post precedente per scoprire perché si merita l'ottavo posto. Spero davvero di avere occasione di leggere altro di Toibin nel corso dell'anno nuovo.

7. Settimo posto per il primo libro letto nel 2016: A pesca nelle pozze più profonde di Paolo Cognetti, che ho recensito qui. Una stupenda raccolta di considerazioni sulla forma del racconto, scritto da uno che di racconti ne sa a pacchi. Un libro bellissimo che prima di tutto è un inno d'amore alla passione che da queste parti ci lega tutti: l'arte di leggere. Ve lo consiglio in particolar modo se finora avete snobbato le raccolte di racconti. Forse, guardandone uno scorcio vi verrà voglia di dare una chance a qualcuno dei tanti autori citati da Cognetti.

6. Un romanzo bello bello bellissimo è lui: La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Diaz, ampiamente ed entusiasticamente recensito qui. Consigliatissimo agli appassionati della tradizione letteraria sudamericana, da Marquez alla Allende. Un romanzo caldo, pieno, denso, popolato da personaggi indimenticabili a cui ci si affeziona, una prosa coinvolgente, una matrioska di storie capaci di suscitare risate, tenerezza e commozione. Senz'altro una delle più belle letture dell'anno.

5. Doppio sogno di Arthur Schniztler, recensito qui, che segna anche la scoperta di un autore al quale mi sono appassionata più di quanto avrei creduto, tant'è che ve ne ho parlato anche una seconda volta (qui) dopo aver letto il suo Geronimo il cieco e suo fratello. Il mondo di Schnitzler è torbido ed affascinante, e atrocemente realistico. La sua scrittura è una sottilissima lama appuntita che affonda nei lati più bui e complessi della psicologia umana, materia prima della sua brillante letteratura. Vivamente consigliato - in particolare - a chiunque sia incuriosito dalla psicologia, ma anche agli amanti della cultura degli anni '20.

4. Al quarto posto l'ormai famosissima ed amatissima Saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, di cui nel corso dell'anno ho letto i primi due volumi, Gli anni della leggerezza e Il tempo dell'attesa, entrambi meravigliosi. Ve ne davo la mia opinione a novembre qui. Senza dubbio è la storia cui mi sono affezionata di più, tanto per i protagonisti quanto per le atmosfere ed a cui non vedo davvero l'ora di tornare. Una saga familiare imperdibile per gli amanti del gusto british e per chiunque sappia apprezzare uno stile di scrittura fine ed elegante e al contempo sapiente come quello della grandissima Jane Howard.

3. Al terzo posto l'unico libro di non fiction letto quest'anno: L'anello di re Salomone di Konrad Lorenz, recensito qui. Un libro che ho amato con tutto il cuore e che non posso non consigliare a tutti gli amanti del mondo animale e che qualunque umano che divide la sua vita con una creatura diversa dall'uomo si divertirebbe un sacco a leggere. Con questo libro si imparano tantissime cose con estrema naturalezza e leggerezza: la scrittura di Lorenz non è per niente scientifica, ma ha al contrario quel tocco caldo e familiare che si trasmette solo parlando di ciò che ci è più caro. E niente era più caro a Lorenz della specie animale in tutte le sue varietà, alle quali ha dedicato la sua intera vita, sia professionale che personale. Per Natale il mio ragazzo mi ha regalato un altro suo libro che desideravo tantissimo e che sono impaziente di leggere.

2. Una delle più grandi soddisfazioni del mio anno di lettura è senz'altro aver finalmente affrontato Il buio oltre la siepe di Harper Lee, non solo un classico moderno ma davvero un libro imprescindibile per ogni singolo lettore che si rispetti. Un romanzo di rara intensità, stupendo in ogni suo aspetto, per il quale avevo grandi aspettative e che son state addirittura superate dall'effettiva lettura del romanzo. Recensito con tanta passione qui.




Al primo posto un libro che mi ha segnata tantissimo, non soltanto come lettrice ma anche a livello personale: Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi (recensito qui) mi ha scossa, mi ha portato a riflettere, a pormi delle domande, ad aprire gli occhi; un libro che non è un romanzo, non è una raccolta di racconti e non è neanche un saggio. Qualcosa di unico, che più che mai mescola letteratura e vita e che resterà per me fonte di grande ispirazione, monito, linea guida per non perdermi e per ritrovarmi. Consigliato semplicemente a chiunque, chiunque ami profondamente la letteratura e tutto ciò che essa contiene e significa, a chiunque ancora oggi sente il bisogno di proteggere la libertà di scelta e di pensiero, a chiunque si spinge a guardare oltre il velo delle apparenze.


E dunque, questi erano i migliori dieci libri letti durante questo duemilasedici ormai giunto a conclusione - per fortuna, per quanto mi riguarda! Ripercorrendolo su aNobii (qui il mio profilo) mi sono resa conto di potermi ritenere soddisfatta: innanzi tutto ho letto 36 libri, non tantissimi forse, ma più degli ultimi due anni in cui arrivavo sì e no a 30 (non che dia così tanta importanza a quanti libri si leggono, però è pur sempre una piccola soddisfazione) e poi ho letto moltissimi classici e diversi libri che mi ripromettevo di affrontare da tempo.

Desideri e buoni propositi per il 2017, sia personali che per il blog che per quanto riguarda le letture, ho preferito per il momento scriverli su carta; magari più avanti li condividerò con voi, oppure li vedrete semplicemente realizzarsi. Sicuro è che mi riprometto molto più impegno, a dispetto di ogni impedimento che potrei incontrare.

Con questo, cari lettori e care lettrici, vi auguro con tutto il cuore di iniziare il nuovo anno nel migliore dei modi possibili. Ringrazio ognuno di voi per ogni volta che vi siete fermati a leggere le mie parole e per ogni singolo commento che mi avete lasciato: sapere di aver raggiunto qualcuno, anche nel più piccolo dei modi, è per me fonte di gioia e soddisfazione. Spero di continuare a dialogare con voi, e di costruire anzi un rapporto più saldo. Intanto, vi saluto e ci si legge nel prossimo anno!

Un grande abbraccio a tutti



venerdì 9 dicembre 2016

Brooklyn, Colm Tóibín

Eilis ha diciannove anni, è nata e cresciuta ad Enniscorthy, piccola cittadina dell'Irlanda - che è poi anche il luogo d'origine dell'autore - dove vive con la madre e la sorella maggiore Rose. Il padre è venuto a mancare quattro anni prima, mentre i tre fratelli maschi si son spostati in Inghilterra per lavorare. La madre percepisce solo una modesta pensione che basterebbe a stento a mantenere lei, perciò è Rose che, col suo lavoro da impiegata in ufficio, provvede alla loro sussistenza. Eilis è molto brava coi numeri, perciò sua sorella le ha pagato un corso di ragioneria nella speranza che anche lei, al più presto, possa trovare impiego in un ufficio. Purtroppo però la situazione ad Enniscorthy è tutt'altro che promettente: in paese non c'è nulla che possa offrire ad Eilis un futuro appagante, in realtà non c'è neanche uno straccio di lavoro qualunque ed il meglio che le viene offerto è dare una mano la domenica nella bottega della spocchiosa Miss Kelly. Tuttavia Eilis non pensa mai a tutto questo, prende la sua vita per quel che è, senza farsi problemi. Esce con le sue amiche di sempre, Nancy ed Annette, studia con impegno, aiuta sua madre e più di tutto ammira sua sorella: ormai trentenne e ancora nubile, bellissima nella sua aura sicura ed indipendente. La guarda entrare ed uscire di casa, impegnata tra il lavoro e le partite a golf coi suoi tanti amici. Se non ci fosse lei a riempire gli spazi ed i silenzi tutto sembrerebbe più vuoto e la mancanza di Jack - l'ultimo dei fratelli ad esser andato via - si sentirebbe ancora di più. Ed è sempre lei, Rose, che una sera rientra raccontando di aver incontrato un prete, padre Flood, tornato per un po' nella sua terra d'origine da Brooklyn, dove ormai si è stabilito da tanto tempo. Chiacchierando, il prete le aveva detto di aver conosciuto i suoi genitori molti anni prima e così Rose si era sentita libera di aprirsi, e gli aveva confidato la sua preoccupazione per la sorella minore, tanto piena di talento quanto privata di prospettive dalle circostanze. Padre Flood si era subito mostrato dispiaciuto per la situazione, e le aveva raccontato di come invece a Brooklyn una ragazza con le sue capacità avrebbe avuto l'imbarazzo della scelta e tutte le porte aperte. Le spiega che lui poteva aiutarle, poteva occuparsi di fornire tutti i documenti necessari, trovarle già prima del suo arrivo una sistemazione ed un'occupazione e ovviamente essere per lei un punto di sostegno per qualunque problema o difficoltà. Rose invita padre Flood per un tè a casa loro, di modo da poterne parlare assieme alla madre e ad Eilis.
Le cose vanno molto in fretta ed Eilis non ha neanche il tempo di dire la sua: lei che non aveva mai pensato a nulla del genere, lei che in realtà non vorrebbe affatto partire; lei che si sente impacciata in ogni contesto poco familiare, e che non capisce perché non sia invece Rose - la brillante ed affascinante Rose, così in gamba a gestire le cose della vita ed a trattare con gli estranei - a cogliere quell'opportunità improvvisa. Ma di fronte al comportamento della madre e della sorella, che danno per scontato che Eilis non possa rifiutare una proposta che non si sarebbe mai più ripetuta, non riesce a dire nulla di tutto questo e per non deluderle e per non rendere ancor più difficile quella separazione che la spaventava a morte, mette su un bel sorriso e partecipa ai preparativi come se non vedesse l'ora di sbarcare in America. E così, poco tempo dopo, inizia la sua nuova vita, tra la stanza in affitto in casa di Mrs Kehoe divisa con molte altre pensionanti, il lavoro da commessa in un emporio di immigrati italiani, Bartocci's, i corsi serali per prendere il diploma da contabile al Brooklyn College e poi le feste danzanti, il venerdì sera, nella canonica di padre Flood. Eilis, dopo un'iniziale e comprensibile forte nostalgia, imparerà ad adattarsi alla sua nuova quotidianità, fin quasi a dimenticarsi delle strade di Enniscorthy, concedendosi di pensare a casa soltanto quando legge le lettere della madre e della sorella. Un'imprevedibile plot twist, però, la costringerà a fare una visita in Irlanda, un lungo mese capace di mettere in dubbio la sua nuova ed ormai concreta realtà americana. Eilis si troverà divisa non soltanto tra due Paesi lontani e diversissimi, ma anche tra due persone e tra due possibilità di vita completamente diverse tra loro.

Ora, chi magari ha già letto diverse mie recensioni e si è abituato al mio modo di parlare dei libri che leggo, forse avrà notato che non esprimo mai un giudizio diretto ma che trasmetto il mio parere argomentando, analizzando i personaggio, commentando lo stile di scrittura, dando qualche dettaglio sulla storia o l'ambientazione, o l'epoca. Ecco, stavolta no, stavolta ve lo dico chiaro e tondo: questo romanzo è bellissimo, e lo scriverei anche grande come una casa se poi il post non apparisse strano esteticamente. Ripensando alle tante cose che potrei dirvi sulle pagine lette esplodo di entusiasmo e non so neanche da dove cominciare.
La storia in fondo è piuttosto semplice, scorre lineare e noi non facciamo altro che seguire passo passo la quotidianità di Eilis, ma proprio in questo si nasconde poi la forza delle emozioni che - se riesce ad empatizzare con la protagonista - il lettore si ritrova a provare. L'assoluta placida tranquillità di Enniscorthy, dapprima, un posto che sembra da sempre uguale e affatto intenzionato a cambiare; poi lo shock per l'imminente notizia di dover affrontare sette giorni di nave diretti verso l'ignoto. L'arrivo a Brooklyn, l'impatto con l'America, il doversi adattare a posti e persone nuove. Ho sentito assieme ad Eilis la profonda tristezza per la nostalgia di casa ed assieme a lei l'ho combattuta buttandomi sugli studi in vista del raggiungimento di un obiettivo tanto agognato; ho girato assieme a lei per le strade di questa Brooklyn multiforme, piena di irlandesi ebrei ed italiani e poi assieme a lei ho iniziato anche a lasciar andare qualche sorriso, a scoprire qualcosa di bello. E poi ho sofferto assieme a lei per il brusco ritorno a casa, assieme a lei mi sono sentita logorare dall'indecisione - tornare o restare? - e poi, assieme a lei, ho sentito il cuore alleggerirsi quando la scelta è stata chiara.
Di Brooklyn ho amato le ambientazioni, il forte contrasto tra un'Irlanda piuttosto povera e un'America che, anche quando periferica, appare moderna e piena di promesse, ma soprattutto mi ha conquistato l'atmosfera degli anni Cinquanta, con l'attenzione ai dettagli, l'eleganza nel vestire ed acconciarsi, una certa innocenza nelle persone che non impediva di aprirsi alle novità; le feste danzanti, come vengono chiamate nel romanzo, dove ragazzi e ragazze si scrutavano a distanza, sorridendo e abbassando gli occhi, con la segreta speranza che lui t'invitasse a ballare, che lei accettasse; le donne che iniziavano a non vedersi più solamente nei panni domestici, e che iniziavano a lavorare ed a studiare non sempre soltanto per necessità. La storia di Eilis mi ha coinvolta sotto tutti gli aspetti, nondimeno quelli sentimentali, di cui però non voglio rivelarvi nulla per non rovinarvi la lettura.
Per essere onesta, devo ammettere che parte del mio coinvolgimento è dovuto al fatto che mi sono rispecchiata tantissimo in Eilis. Non posso dire di aver fatto esperienze simili alle sue, proprio per niente, ma ho sentito il mio carattere molto simile al suo ed ho percepito che, trovandomi in quelle situazioni, avrei probabilmente agito come lei. Sentivo vicinissimo a me il suo modo di pensare ed i sentimenti che le scorrevano dentro. Eilis non è il tipo di persona che prende vere e proprie decisioni, si limita a prendere ciò che viene e trarne il meglio che può - un'atteggiamento che può sembrare codardia o mancanza di carattere ai più, ma che a volte invece io ammiro e trovo la miglior soluzione possibile alle difficoltà cui la vita ci sottopone.
L'altro fattore però che mi ha fatto amare tanto Brooklyn è tutto racchiuso nella bravura di Colm Tóibín: un autore che non conoscevo affatto e che mi ha fatto subito innamorare della sua prosa, delicata, discreta, elegante e comunque capace di affondare nella profondità delle cose, dei personaggi, dei luoghi. La penna di Tóibín ha un qualcosa di piacevolmente familiare, un calore che palpita tra le righe e fa venir voglia di continuare a leggere fino all'ultima pagina. Ciò che ha ricostruito in questo romanzo è talmente vivo che sembra avere dentro filmati di quegli anni, girati tra la moltitudine eterogenea della Brooklyn degli immigrati. Non mi stupisce che qualcuno abbia deciso di fare di questo libro un film, che io non ho ancora visto e dal quale adesso mi aspetto meraviglie (sperando con tutta me stessa di non incappare in una cocente delusione). Il mio vero problema adesso è che, essendomi innamorata a tal punto di questo scrittore, sono andata a cercarmi online altri suoi libri ed ho scoperto che non solo ce ne sono parecchi, ma hanno tutti trame interessantissime, quindi potete immaginare cosa sia accaduto alla mia già infinita wishlist.

E niente, cari lettori, spero che questa recensione vi sia piaciuta. Come al solito, fatemi sapere nei commenti se avete letto questo romanzo - altrimenti sbrigatevi a farlo! - oppure se avete visto il film, che io recupererò il prima possibile.



A presto!

martedì 6 dicembre 2016

La scatola colorata. I miei programmi televisivi preferiti (del momento)

In casa dei miei di televisione ce n'è sempre stata più di una, e son sempre state accese più di quanto fosse realmente necessario. Un'abitudine di mia madre, che dedicandosi alle faccende domestiche ha sempre detto che i programmi in sottofondo le facevano compagnia e a volte rendevano le mansioni quotidiane meno noiose. Abitudine che ha poi trasmesso ai miei fratelli minori, che spesso tengono accesa la tv anche mentre fanno altro.
Credo sia uno dei mezzi di comunicazione più criticati, perché la stragrande maggioranza dei contenuti che propone sono a dir poco di dubbio gusto, e non soltanto nel nostro Paese. Le proposte televisive son senz'altro andate a peggiorare nel corso del tempo, perché personalmente ho molti bei ricordi dall'infanzia e dall'adolescenza dei momenti passati nella mia cameretta con una televisione vecchiotta ed ingombrante. A partire da Bim bum bam grazie al quale mi son goduta tutti i miei cartoni animati preferiti, poi ricordo tanti bei film per ragazzi trasmessi sempre su Italia1 e poi i numerosi telefilm che hanno contribuito a far di me la persona che sono, primo tra tutti Gilmore Girls, che ancora oggi posso guardare e riguardare senza stancarmene mai. Mi sembra che in passato, pur essendoci ovviamente tanti programmi trash come oggi, la qualità fosse in generale superiore a quella che il mondo televisivo ci propina oggi. Di bei film in prima serata ne venivano trasmessi di più e più variegati, mentre oggi mi sembra che ripassino sempre gli stessi a distanza di breve tempo e raramente si dà la possibilità al telespettatore di godersi una pellicola recente; i programmi comici di un tempo vantavano veri artisti della risata, che passare quel paio d'ore sul divano poteva davvero alleviare la pesantezza della giornata, mentre se penso ai vari Colorado e simili di adesso mi sale la nausea; stessa cosa per le lunghe trasmissioni rette da un presentatore o presentatrice con relative spalle che sapevano fornire vero intrattenimento. Insomma, sarò anche già diventata una vecchia nostalgica dei bei vecchi tempi andati, ma mi sembra davvero lampante che facendo anche solo dei paragoni approssimativi la televisione di oggi non può reggere il confronto con quella di ieri.

Nonostante questo, non è un elettrodomestico che - come invece sento dire a molti - ho abbandonato: quasi sempre m'informo su cosa andrà in onda la sera, perché nel caso ci sia qualcosa di valido non mi dispiace mai spaparanzarmi in poltrona dopo cena e distrarmi un po' senza troppo sforzo mentale. Per questo mi è venuto in mente di raccontarvi un po' quali sono, in questo periodo, i programmi televisivi che seguo con più partecipazione e che sono in realtà soltanto due.

Il primo è Edicola Fiore, trasmesso ogni sera intorno alle 20.30 su Tv8, l'innovativo format del mitico Fiorello affiancato da Stefano Meloccaro che fonde informazione (a modo loro), tecnologia e musica. Io son di parte perché adoro Fiorello da quando aveva i capelli lunghi e faceva il karaoke ma non si può non considerarlo un fuoriclasse. In Edicola Fiore si è circondato - come di consueto - di personaggi unici e bizzarri che un po' rappresentano la realtà in cui viviamo: dal depresso, di nero vestito e sempre con gli occhiali da sole che dispensa rare perle di saggezza sul peso dell'esistenza, al dottore che s'infervora ogni qualvolta si dà una notizia - a suo dire erronea - sugli anziani, per non parlare di Benjo & Fede, due idoli incontrastati; musicisti eccezionali accompagnano la serata e le performance degli ospiti, provenienti da tutto il panorama artistico: attori, registi, cantanti, giornalisti e tutti sembrano divertirsi come bambini, tanto che all'Edicola Fiore persino Gigi D'Alessio riesce a sembrarmi simpatico. L'aspetto più esilarante del delirio che c'è al Bar Ambassador - sede dell'Edicola - è probabilmente l'uso che Fiore si è inventato di far della tecnologia: oltre alle normali telecamere che inquadrano il banco dietro al quale stan tutti stipati, Fiorello ogni tanto ci offre la prospettiva della videocamera di uno smarthphone e poi c'è immancabile l'ipad, dal quale c'è sempre collegato un ospite da casa sua, possibilmente in pigiama. Una volta nell'ipad c'era il Fiorello degli anni '90, ancora col codino e che cantava i successi del Festivalbar.


L'altro programma che seguo costantemente, il martedì e la domenica su Italia1, è Le Iene, presentato il martedì da Ilary Blasi, Frank Matano e Giampaolo Morelli e la domenica da Nadia Toffa e altre iene che si alternano al suo fianco. E' un programma che a dir la verità ho sempre guardato, ma ora che sono un po' più grande e do un maggior peso al valore dell'informazione, lo trovo quasi un programma imprescindibile. Non sono di certo l'unica a trovare abbastanza particolare - diciamo così - che in Italia certe storie e certe notizie vengono portate all'attenzione pubblica - e a volte addirittura risolte! - da programmi d'inchiesta come Striscia e ancor di più - secondo me - da Le Iene. I servizi di quest'anno mi stanno colpendo particolarmente, ho sentito moltissime storie davanti alle quali è impossibile non provare indignazione, non sentirsi davanti ad un teatro dell'assurdo.
Nina Palmieri
In particolare, mi piacciono sempre i servizi della iena Nina Palmieri, la quale ci racconta storie di semplici persone che vivono o hanno vissuto vicende che hanno segnato irrimediabilmente le loro esistenze, persone che vogliono soltanto raccontare oppure che hanno ancora un grande bisogno di aiuto, aiuto che spesso e volentieri la coraggiosa Nina assieme alla troupe non si risparmiano di offrire, almeno fin dove è in loro potere. Le storie raccolte da Nina hanno la maggior parte delle volte un lato sentimentale, che riesce spesso quasi a commuovermi; altre volte, invece, ci regala servizi più leggeri ma sempre ammantati da un'aura speciale, come quello - meraviglioso - su cosa significhi essere una coppia di gemelli andato in onda qualche puntata fa.
Mi son sempre piaciuti molto anche i servizi di Nadia Toffa, che trovo a dir poco in gamba e che sto trovando credibilissima anche come conduttrice; non da meno sono i servizi di Giulio Golia, che spesso - come in questo periodo, che sta indagando su strane vicende legate allo scarico di rifiuti radioattivi nelle spiagge calabresi - va a navigare in acque poco sicure.
Gaetano Pecoraro
Ma una menzione d'onore la merita anche Gaetano Pecoraro, iena soltanto da poco ma giornalista per vocazione, il quale a poco a poco ha iniziato a contraddistinguersi per i servizi importanti ed intensi che sta offrendo al pubblico, tant'è che nel corso di quest'anno gli è stato anche assegnato il prestigioso Premio Giustolisi per il giornalismo d'inchiesta, assegnatogli per il servizio La strage di Militari che lo Stato non vuole vedere, in cui intervistando i familiari o i diretti interessati ha raccontato le morti o le malattie di un numero spropositato di militari italiani, tutti affetti da forme cancerogene dopo esser entrati a contatto con l'uranio impoverito: una strage che si poteva evitare se fosse stato dato loro l'adeguato equipaggiamento. Un servizio che vi consiglio davvero di recuperare, così come quello andato in onda domenica scorsa in cui Pecoraro racconta la vicenda triste, assurda, surreale, crudele - non ho abbastanza aggettivi per definirla - della morte di Mastrogiovanni, un maestro elementare che senza alcun motivo e del tutto superficialmente è stato praticamente rapito e costretto ad un TSO - trattamento sanitario obbligatorio - di cui non c'era alcun bisogno, e che poi - come dimostrano le telecamere della sorveglianza del reparto psichiatrico in cui è stato abbandonato - è stato trattato in maniera disumana fino al tragico epilogo.
Vi ho accennato solamente ai servizi che mi colpiscono di più, ma le storie di cui Le Iene si fanno portavoce son davvero tante, una più forte dell'altra. Per questo lo ritengo il programma d'informazione più valido in circolazione, anche perché tutto ciò che raccontano viene trasmesso allo spettatore in maniera sempre coinvolgente, incapace di annoiare anche quando l'argomento ci interessa meno. Che dire, vale sempre la pena mettersi sul divano quando in tv ci sono loro.

E questo è quanto, cari lettori e care lettrici. Un post, oggi, che esula completamente dai libri e dal formato cartaceo, ma neanche noi viviamo sempre incollati col naso tra le pagine, giusto?
Sono curiosa di sapere che rapporto avete voi con la televisione, se ogni tanto la guardate, se è diventata una specie di soprammobile o se neanche l'avete in casa.
Se anche voi ogni tanto l'accendete, cosa ne pensate dei programmi di cui ho parlato in questo post?
Aspetto le vostre risposte nei commenti!

A presto

venerdì 2 dicembre 2016

La mite, Fedor Dostoevskij

Ricordo bene quando comprai questo libro. Era un periodo in cui mi trovavo spesso in giro per Roma, ed ogni volta che mi capitava di avere dei tempi morti tra un impegno e l'altro, o tra un mezzo di trasporto e l'altro, non trovavo miglior rifugio in cui attendere della grande libreria che - fortunatamente - è situata all'interno della Stazione Termini. Talmente fornita da causare patemi d'animo ad ogni lettore con chilometriche liste di libri da leggere, persino nella sezione dei classici - quella in cui trascorrevo ovviamente più tempo - scoprivo in continuazione titoli che non mi era capitato di vedere prima. Proprio tra questi, un giorno scorsi due libri di Dostoevskij che non conoscevo: Note invernali su impressioni estive, una raccolta di appunti dei viaggi dell'autore russo, e La mite, di cui appunto tenterò di parlarvi oggi.

La mite è un testo breve, solo 72 pagine divise in due capitoli, a loro volta scomposti in diversi paragrafi; nonostante questo è un testo che non si divora in una sessione di lettura - almeno per quanto mi riguarda - ma che va letto lentamente, dando il tempo ad ogni frase di venir compresa, giudicata, digerita. Questo perché il narratore è un uomo la cui moglie giace morta, suicida, sul tavolo e lui tenta ben poco lucidamente di spiegare e spiegarsi la vicenda, tutta, da capo, dalla prima volta che aveva visto la mite. Lei era apparsa un giorno davanti al suo banco dei pegni, e dopo di allora molte altre volte ancora, cercando di ricavare qualcosa dai suoi poveri e pochi beni per potersi permettere di pubblicare degli annunci sui quotidiani nella disperata ricerca di un'occupazione che la togliesse dalle grinfie di due vecchie zie per le quali era un peso e quasi una schiava. Lei ha soltanto sedici anni, lui più del doppio, eppure non si fa scrupoli a farsi avanti e decidere ad un certo punto che l'avrebbe presa come moglie.

Il monologo dell'uomo ormai vedovo è tutt'altro che chiaro e lineare: egli parla in maniera confusa, ritrattando spesso le sue versioni dei fatti, ponendo in continuazione domande e senza mai dare (e darsi) una risposta. Si rivolge ora a se stesso, ora al lettore, ora persino ad un immaginario giudice che lo incolpa della morte della giovane sposa. Intanto, mentre lui tratta e ritratta la sua e la loro storia, quel che emerge chiaramente è l'immagine di questa giovane donna etichettata erroneamente come mite - o, come suggerisce la traduttrice Patrizia Parnisani, remissiva - forse tanto mite non era. Il suo carattere viene fuori già dagli sguardi che lancia quando si sente in qualche modo offesa, poi da piccole abitudini come il battere di un piede sul pavimento, sino ad episodi ben più forti, ultimo dei quali l'estremo gesto di togliersi la vita gettandosi da una finestra - un gesto cruento, mitigato soltanto da un'immaginetta sacra stretta al petto prima del salto nel vuoto.

Ad essere onesta, è stata una lettura che non mi ha coinvolta del tutto, perché ogni tanto ho corso il rischio di annoiarmi. Il racconto sussultorio di quest'uomo ambiguo non è facile da seguire e lui è senz'altro un soggetto piuttosto spiacevole; ma tra le righe s'intravede l'immagine di lei, della mite, che purtroppo non parlerà in prima persona eppure risulta lo stesso la colonna portante del testo. Per lei è impossibile non provare compassione, giovane vittima della povertà e dell'assenza di prospettive, che arriva a preferire la morte ad una vita infelice. Nonostante Dostoevskij non faccia mai di lei vere e proprie descrizioni, mi restano frammenti chiari e molto forti dei suoi occhi, dei suoi sorrisi tutti da interpretare, di quei suoi piccoli gesti che sembrano casuali e che invece contengono interi sentimenti, come il canticchiare distrattamente una canzone.

Ciò che più trovo interessante, però, sono le premesse da cui Dostoevskij trae le mosse per scrivere La mite. Il racconto appare per la prima volta nel novembre del 1876 nel Diario di uno scrittore, divenuto un vero e proprio mensile; nel corso di quello stesso autunno si era verificato un numero considerevole di suicidi, tutti al femminile, che avevano fortemente colpito lo scrittore russo. Tra questi, uno in particolare, quello di Màr'ja Borìsova, sarta di professione, giunta a Pietroburgo da Mosca contando soltanto sulle proprie forze; Màr'ja un giorno, disperata, si butta dall'abbaino di una casa a sei piani, stringendo al petto un'immagine della Madonna.
Scrive Dostoevskij:

"Questa creatura mite, che si sopprime,
tormenta involontariamente
il mio spirito."


Il monologo è poi interessante per la scelta stilistica: Dostoevskij lo scrive utilizzando il tono stenografico, uno stile a cui per primo diede una definizione e di cui resta maestro indiscusso. Scrive il monologo ipotizzando che nella stessa stanza con l'uomo che parla ci sia uno stenografo che batte ogni singola parola da lui pronunciata. Il risultato sarebbe proprio confuso e inframmezzato come quello che La mite ci riporta. Dostoevskij cita come esempio recente di un simile modo di narrare Victor Hugo col suo Ultimo giorno di un condannato a morte, nel quale l'autore francese forse non immagina la presenza di uno stenografo, ma ipotizza che vi sia la possibilità, per un condannato a morte, di scrivere ogni suo singolo pensiero sino all'ultimo secondo della sua vita.

Per tutti questi motivi, al di là del coinvolgimento personale, trovo La mite un libro estremamente forte ed interessante, denso di significati nel suo esiguo numero di pagine. Un libro che consiglio ai tanti appassionati lettori di Dostoevskij ma anche a chi invece ancora non si è avvicinato a questo colosso della letteratura: proprio per la sua brevità, La mite è un punto di partenza più semplice, che permette tuttavia di approcciarsi alla penna di quest'autore iniziando a conoscere il suo modo d'intendere e di fare la letteratura.

Come sempre, attendo le vostre opinioni nei commenti: avete letto questo testo o, come me, ne ignoravate l'esistenza? Cos'altro avete letto del Dosto? E' un autore che vi piace oppure no?

Alla prossima!