lunedì 14 agosto 2017

Canale Mussolini, Antonio Pennacchi

Prendete qualcosa da mangiare, una bella bibita fresca e - come si suol dire in questi casi - mettetevi comodi. Non so ancora che cosa scriverò, raramente strutturo un post in anticipo, mi lascio sempre trasportare dall'ispirazione del momento stesso in cui comincio; quel che stavolta so per certo è che quella che andrete leggendo adesso sarà una recensione particolarmente lunga. Ne sono certa perché il romanzo di cui vi parlerò merita un commento approfondito, perché racconta una storia e al contempo la Storia, perché arrivata all'ultima pagina ho potuto esclamare che mi era piaciuto da matti. Sento anche che sarà piuttosto difficile scriverne, la paura di sminuirne i contenuti un po' mi frena, ma ci metterò tutto l'impegno possibile sperando di rendere giustizia al grandissimo lavoro fatto da Antonio Pennacchi (Latina, classe 1950).

Io spero che voi abbiate avuto il tempo, il modo, l'occasione di stare con i vostri nonni e spero tantissimo per voi che loro vi abbiano raccontato spesso e tanto della loro infanzia, della vita che hanno fatto i loro genitori - i vostri bisnonni - e dell'epoca che hanno retto sulle proprie spalle. Ben due conflitti mondiali con relative premesse e conseguenze, tra l'una e l'altra una parvenza di ripresa, di ritorno all'ordine e poi di nuovo la rovina. La maggior parte dei nostri nonni dice cose come: "Eh, Mussolini avrà fatto un sacco di sbagli, però quello che ha fatto lui per l'Italia non l'ha più fatto nessuno!", ma come fai a parlarne bene, non era un dittatore?, rispondiamo noi increduli, perplessi, incapaci di comprendere; se avete avuto il tempo di ascoltare i vostri nonni, però, forse qualcosina di più potreste anche capirla.
I miei nonni paterni abitano sotto di me. Mio nonno non racconta molto, canta spesso. Vecchie canzoni che cantavano tra compagni, canzoni dalla melodia allegra ma con testi piuttosto tristi, che parlano della separazione dalla famiglia, dalla propria innamorata lasciata a casa - aspettami, aspettami dicevano spesso quelle vecchie canzoni -, di luoghi di nessuno e delle vite di soldati semplici, dimenticati da tutti, celebrati soltanto da un canto inventato da chissà chi, rimasto in testa a chi l'ha ascoltato. Mia nonna invece, è stata lei che mi ha raccontato tantissimo. Lei che viene dagli stessi luoghi in cui è nato Pennacchi e che è nata proprio da una storia come quella che lui ha raccontato in Canale Mussolini.
Senza scendere troppo nel sentimentale, per me non c'era nulla di freddo o di estraneo dentro questo romanzo. Era quasi come se conoscessi già quei luoghi, quelle persone, quei giri di vite.

Latina - che prima si chiamava Littoria e prima ancora non esisteva proprio - è una città del Lazio affacciata sul mare. Intorno ci sono una serie di paesi più piccoli, alcuni anch'essi affacciati sul mare, altri che iniziano ad arrampicarsi sulle montagne; dove adesso si trova Latina negli anni Venti non c'era niente o per meglio dire c'era un disastro: zona paludosa, che si mangiava ettari di terreno, una zona inavvicinabile, pericolosa, zona malarica con la zanzara anofele che mieteva ogni anno un sacco di vittime. La vedevi la gente che gli si iniziava a gonfiare la pancia ed ingiallire la pelle, oppure da un giorno all'altro gli veniva una febbre lancinante, cominciava a tremare e ventiquattr'ore dopo era finita, già arrivato nell'aldilà. L'unica arma era il chinino, un farmaco che tutti da quelle parti dovevano prendere obbligatoriamente ogni mattina; era preventivo e qualche volta riusciva a curare persino i primi sintomi. Rovinava i denti, però, ed oggi i nostri nonni dicono chissà che cosa c'era dentro.
Erano un problema serio, queste paludi, che qualcuno aveva pure cercato di risolvere sin dall'epoca romana. Quello che c'era andato più vicino era stato Papa Pio VI nel Settecento, che però la prima volta che è andato a controllare i lavori s'è beccato una puntura di zanzara e arrivederci e grazie, morto stecchito con la febbre pure lui. Persino Napoleone c'ha provato, almeno a chiacchiere. Bisognava aspettare lui, per vedere i fatti, l'Uomo mandato dalla provvidenza, Benito, il Duce, Mussolini.



Nel romanzo di Pennacchi lo conosciamo che è soltanto un ragazzino che un po' alla volta s'interessa di politica ed inizia ad esprimere certe idee in piazza che fanno entusiasmare la gente, lassù in Altitalia (come si diceva una volta), e che i coetanei non vedono l'ora d'invitarlo a pranzo, quando passa dalle loro parti. Dalle parti dei Peruzzi c'è passato più di una volta, finché non è diventato più importante, ma anche allora - anche quand'era il capo incontrastato - dei Peruzzi non s'è dimenticato. E sono loro - non tanto Mussolini - i protagonisti del romanzo di Antonio Pennacchi.

I Peruzzi sono una famiglia veneta come all'epoca ce n'erano tante, una famiglia di stampo matriarcale che finché c'è ancora un metro di spazio vivono tutti sotto lo stesso tetto, pure i figli cresciuti con le mogli e tutti i figli man mano che arrivavano. Famiglie numerosissime, quindi, e di Peruzzi ce n'erano a non finire. Con nomi forti, altisonanti, esplicativi, che oggi nessuno si sogna più. Pericle, Temistocle, Bissolata, Santapace, Iseo, Paride, Adrasto. Nomi così.
Gente con le unghie sempre sporche di terra, i Peruzzi, che capisce le piante e sa parlare con le bestie. Sempre a spaccarsi la schiena tutti quanti da mattina a sera, nessuno escluso, pure i bambini non appena imparavano a fare qualche cosa. Ma questa era la vita di un tempo ed anzi loro, che erano mezzadri, se la passavano pure meglio di tanti altri più disgraziati. Finché non è arrivata la legge quota 90. La legge quota 90 era un progetto di rivalutazione della moneta nazionale, la lira, svalutata dalle conseguenze del primo conflitto mondiale; nelle intenzioni l'obiettivo era rendere vantaggioso lo scambio con la sterlina - all'epoca molto più forte della lira - e favorire quindi i commerci internazionali, nei fatti però - almeno quelli che riguardavano la gente vera come i Peruzzi e non le trattative fatte intorno alle tavole rotonde - fu una rovina. I Peruzzi, come tanti altri, si trovarono i conti per i quali lavoravano la terra che bussavano alla porta ed essendo stati rovinati pure loro dalla quota 90 adesso pretendevano il pagamento di tutti i debiti lasciati in sospeso e che si era sempre detto pian piano si saldano, non c'è problema. Adesso il problema c'era eccome, caccia i soldi, paga tutto e subito. Visto che di soldi non ne aveva nessuno, i conti si son presi tutte le bestie - creature di famiglia - e buttati fuori a pedate nel sedere, lavoro non ce n'è più, arrivederci e grazie.
Allora Pericle e Temistocle si son messi in sella a due biciclette e hanno pedalato fino a Roma, fino a Palazzo Venezia, dove erano certi di trovare il Rossoni, braccio destro di Mussolini, che aveva passato una notte incarcerato assieme al padre loro.

Appena arrivati a Palazzo Venezia la guardia li ha fatti rinchiudere, ma una volta sceso il Rossoni quello gli ha detto ma casso fai, sti qua son Peruzzi! e appena liberati via di abbracci e pacche sulle spalle. Più tardi è passato persino Mussolini in persona e dopo un attimo di titubanza anche lui s'è aperto in un sorriso esclamando ah, ma varda là i Peruzzi! Ecco che gente erano, i Peruzzi, accolti a braccia aperte pure a Palazzo Venezia. E di motivi ce n'erano, a partire dal nonno che era stato in cella col Rossoni, passando per certi fatti che hanno a che fare con un paio di preti e nondimeno più d'un Peruzzi aveva combattuto valorosamente con e per la patria ogni volta che ce n'era stato bisogno, s'erano fatti il '15-18 e quant'altro, medaglie al valore e tutto il resto.
Fatto sta che adesso stavano con le pezze al culo e dal Rossoni c'erano andati per dirgli di dire ai conti di ridargli tutte le bestie. Invece il Rossoni gli ha detto eh no, a quello lì non posso dirgli niente perché sulla carta ha ragione, ma che problema c'è Peruzzi, fate armi e bagagli e venitevene qui, c'è in corso un progetto Peruzzi che non hai idea.

Il progetto in questione era la bonifica delle paludi pontine, quelle paludi malariche che nessuno prima era riuscito a sistemare. Serviva tanta, tanta manodopera che si sporcasse la mani e Mussolini, non avendone abbastanza nel Lazio, aveva deciso di portarsela dal nord, dove tanto stavano tutti a puzzarsi dalla fame. Per convincerla, aveva fatto costruire dei poderi lungo tutto l'argine del futuro canale - per adesso ancora palude - e aveva detto: voi partecipate alla bonifica, vi lavorate la terra del podere vostro e tra dieci anni sarà tutto vostro, mai più mezzadri o sotto padrone, i padroni diventate voi. Dopo aver fatto un sopralluogo i Peruzzi si son decisi - tanto quanta altra scelta avevano? - Pericle e Temistocle hanno ri-pedalato fino a su, hanno impacchettato il poco che avevano, presi tutti i componenti della famiglia, salutati quelli che rimanevano lassù e via dentro a un treno destinazione Littoria - che, tra parentesi, l'ha costruita poi la gente di Mussolini.
Le condizioni per avere il podere erano queste: bisognava essere iscritti al partito fascista, bisognava essere una famiglia molto numerosa (servivano braccia), bisognava che almeno un componente fosse eroe di guerra (l'organizzazione dei lavori Opera combattenti si chiamava, non a caso) e bisognava essere mezzadri professionisti, esperti sia della terra che degli animali. I Peruzzi tutti ce li avevano questi requisiti, ma voi non immaginate le carte false che ha fatto la gente per scappare dalla miseria. Carte false che aggiungevano un sacco di componenti a famiglie troppo smilze, ciabattini che appena si trovavano la prima mucca maremmana davanti - che ha certe corna che a primo impatto hanno inquietato pure i Peruzzi che pure le bestie le conoscevano bene - le mani giusto in testa potevano mettersele.

E se pensate che i Peruzzi furono gli unici ad intraprendere il viaggio vi sbagliate di grosso, perché fu un esodo da tutto il nord Italia qui nel sud del Lazio, con la gente di qua che li chiamava cispadani e quelli di su che chiamavano marochìn la gente di qua. Si picchiavano nelle osterie all'inizio, poi pian piano per forza di cose capitava che si sposavano tra cispadani e marochìn e allora cominciò a venir su una nuova generazione "mista" e quando poi scoppiò la seconda guerra mondiale si unirono tutti quanti ad aiutarsi l'un l'altro, senza che esistesse più alcuna differenza.

Quella di Antonio Pennacchi, quindi, è la Storia della bonifica delle paludi dell'agro-pontino, di come quest'opera grandiosa abbia segnato la vita di milioni di italiani, mischiando popoli completamente diversi per linguaggio, abitudini e cultura che pure hanno imparato a convivere ed andare d'accordo. Più in generale, Pennacchi ha raccontato la parabola di Mussolini, da quand'era un ragazzino carismatico, a quando è diventato il Duce adorato da tutti per la parvenza d'ordine e di benessere che stava portando col suo governo, a quando ha fatto amicizia con Adolf Hitler e di buono non ha più fatto niente.
Pennacchi però ha saputo raccontare la parte storica in maniera insolitamente leggera, facendo parlare anche i grand'uomini della politica nello stesso linguaggio dei Peruzzi, quello popolare e del dialetto veneto, col risultato che nei momenti in cui la lettura poteva farsi pesante o noiosa per chi non s'appassiona alla politica, alle questioni burocratiche e tecniche, ci si fa invece inevitabilmente una risata, ad immaginare che persino Hitler - 'Dolfo - parlasse in veneto con gli amici suoi.

Come vi ho già spiegato, poi, la Storia è raccontata con la storia dei Peruzzi ed i Peruzzi sono dei personaggi stupendi - tutti, dal primo all'ultimo - folcloristici e veri come solo la gente di paese di un tempo può essere. Ignoranti delle cose dei libri, ma pratici delle cose materiali come noi - che pure abitiamo dentro questo mondo -, con tutte le nostre letterature e filosofie sapremo mai essere. Quelli mettevano un dito fuori e sapevano che tempo avrebbe fatto, guardavano una vacca e capivano se avrebbe partorito quel giorno o meno. Gente straordinaria, i Peruzzi, come tutti quelli del loro stampo.
L'Italia non è un Paese che, specie di questi tempi, faccia nascere un gran sentimento patriottico. A leggere questa storia però, che è la vita che hanno fatto i nostri nonni e bisnonni, nasce un sentimento di appartenenza, un riconoscere le proprie radici, il bisogno e la voglia di dire a queste persone grazie per avercela messa tutta, che poco ma sicuro un grazie non gliel'ha mai detto nessuno - anzi, già quello che facevi era sbagliato: se eri partigiano, se eri fascista, se avevi combattuto in guerra, se non ci avevi combattuto; ma il problema principale, per la gente normale, non erano gli ideali, era la fame e qualsiasi cosa era fatta soltanto per non soffrire quella e per non farla soffrire ai figli. Tutto qua. Tanta fatica e quasi nessuna soddisfazione, i Peruzzi maschi in giro per il mondo ad ogni guerra - qualcuno neanche è più tornato - e le donne a casa a spezzarsi la schiena peggio di prima.

Le pagine di questo libro sono 455 ed io potrei scrivere approfonditamente di ogni singolo episodio. E' un romanzo denso, denso come solo un racconto sincero, di famiglia può essere. Il narratore è un Peruzzi egli stesso, che racconta ad un ascoltatore silente la storia di questa immensa e pittoresca famiglia. Grazie al romanzo di Antonio Pennacchi, vincitore sia del Premio Strega che del Premio Campiello, ho approfondito senza mai annoiarmi la storia del nostro Paese e con le vicende dei Peruzzi mi sono appassionata, affezionata, ho riso e mi sono commossa. I Peruzzi non è gente che parla d'amore e si abbraccia spesso, proprio per questo basta davvero poco per far salire qualche lacrima agli occhi del lettore, quando un figlio parte per l'ennesima volta e la madre non può sapere se lo vedrà tornare, quando di fronte a circostanze che a noi scatenerebbero il puro terrore loro raddrizzano le spalle e ci vanno incontro a testa alta, quando un vecchio amico torna e sulla porta urla Scàmpame Peruzzi, scàmpame! in memoria di certi vecchi tempi neanche troppo belli.

Quando mia nonna me l'ha prestato non ero affatto sicura che questo libro potesse piacermi, quando l'ho iniziato neanche. L'ho letto con calma, senza fretta, mettendoci una certa dose d'impegno; appena ho iniziato a conoscere meglio i Peruzzi però non avrei più potuto abbandonarli, soprattutto al Pericle, leone dei Peruzzi, che tra tanti riesce a spiccare sin da subito.
Ad oggi vi dico che dovreste proprio leggerlo, semplicemente perché siete nati o vivete in questo nostro stranissimo Paese. Conoscere certi pezzi della nostra storia, conservarne la memoria, è il minimo che si può fare per chi, senza nulla in cambio, ha dato tutto pur di farlo reggere ancora in piedi. Come scrive Antonio Pennacchi in prima pagina, anche se non esiste nessuna famiglia Peruzzi, non esiste nessuna famiglia vissuta a quei tempi alla quale non siano capitate almeno alcune delle cose che capitano ai Peruzzi. E che voi lo sappiate o meno, abbiamo tutti almeno un parente cispadano o un parente marochìn; un parente che è rimasto dalle parti di Latina o che dalle parti di Latina è arrivato nella Val Padana. Tutto, a causa del Canale Mussolini.



Grazie ad Antonio Pennacchi per aver scritto questo romanzo. Grazie a tutti i Peruzzi per averci almeno provato.





giovedì 10 agosto 2017

Quella volta che ho lottato per un libro come Carrie Bradshaw per un paio di Jimmy Choo's

Avete presente quelle scene patetiche che vediamo spesso nei film e telefilm americani - o anche proprio da servizi pseudo-giornalistici - che immortalano la pazzia durante i saldi nei grandi magazzini? Non parlo tanto delle orde di gente che si spinge per entrare nel negozio e neanche tanto delle corse a chi arriva primo calpestando impietosamente qualche disgraziato inciampato nei lacci delle sue stesse scarpe; penso più che altro a quelle immagini in cui due persone, più probabilmente due donne, si contendono un paio di scarpe o un qualche capo di abbigliamento. Lo abbiamo visto più di una volta con Carrie Bradshaw in Sex and The City, e sono sicura che cercando su youtube si troveranno veri e propri incontri di wrestling consumati davanti allo stand più succulento. Ecco, ad una persona - uomo o donna che sia - che non nutre un particolare interesse verso le scarpe o che non sa un'acca di moda questo fenomeno non potrà che sembrare inspiegabile. Perché fare ore di fila, sgomitare, litigare, rischiare la vita per un banale oggetto da indossare? Vaglielo a spiegare che si tratta di una giacca di Vivienne Westwood edizione limitata che ora costa l'iradiddio ma prima costava il doppio. Non avrà comunque alcun senso, per l'umano comune, che per quanto ne sa di moda la nonna con le croks fosforescenti spacca.

Ecco, non che io sia invece una patita delle firme, che ci capisca qualcosa delle settimane della moda o che vada in tilt durante i black friday e, più in generale, la moda non c'entra niente con questo post; l'ho utilizzata come argomento introduttivo perché quando penso alle follie che si fanno per qualcosa che ci piace da matti, nella testa mi appare l'immagine di Carrie Bradshaw che picchia qualcuno pur di accaparrarsi le sue adorate Jimmy Choo


Noi lettori, appassionati di libri, abbiamo quanto meno la fortuna di avere una passione relativamente semplice da seguire. Il nostro problema è che il mondo dell'editoria e delle storie pubblicate passate presenti e - non pensiamoci neanche - future è praticamente infinito e dobbiamo vivere con la consapevolezza che la nostra breve vita umana non sarà mai sufficiente per leggere tutto ciò che vorremmo; se riusciamo a venire a patti con questa triste realtà, però, i nostri problemi non sono poi molti: i libri, a meno che non ci mettiamo a cercare prime rarissime edizioni, hanno prezzi accessibili; capita che un titolo da noi desiderato finisca fuori catalogo, però con un po' d'impegno e fortuna quasi sempre si rimedia dal mercato dell'usato; non c'è alcun bisogno di fare a botte nelle librerie, neanche durante i saldi (al massimo, la gente devi picchiarla per portarcela, in libreria). Insomma, la nostra esistenza da bibliofili pare piuttosto tranquilla, vista dall'esterno. Eppure anche noi - più silenziosamente, pacatamente - facciamo le nostre follie a causa di ciò che più amiamo ed è proprio di queste che oggi ho in mente di raccontare. Le piccole o grandi follie che, fino ad oggi, ho fatto per o a causa di un libro. 

Avevo quindici anni ed un'Amica Lettrice (se per caso mi leggi, ciao E.!). Io e l'Amica Lettrice avevamo gusti simili su tantissime cose, opposti su altri. L'Amica Lettrice ad esempio ebbe un'acuta fase vampirismo che a me non sfiorò neanche minimamente; non so se sia stato sull'onda di questa fase o l'attrazione verso la storia d'amore - l'Amica Lettrice era anche molto sentimentale e romantica - fatto sta che iniziò a leggere Twilight di Stephenie Meyer, iniziò a parlarmene tutti i giorni ed io drasticamente dicevo no, ci sono i vampiri e altre cose strane che schifo non lo leggo. Il problema è che io e l'Amica Lettrice, non avendo altri amici lettori, passavamo davvero tantissimo tempo insieme a parlare e fantasticare su ciò che più ci entusiasmava e daje oggi daje domani - come si dice in italiano forbito - ho detto vabbè dai, lo leggo. Sì, perché l'Amica Lettrice era proprio impazzita per questa saga, quanto meno ero curiosa di capire cosa ci fosse dentro, e per Natale mi feci regalare in blocco i tre libri che erano usciti fino ad allora, ovvero Twilight, New Moon ed Eclipse. Ora, i regali li ho scartati il 24 dicembre e la sera stessa iniziai a leggere Twilight; vi posso giurare che il 30 dicembre stavo leggendo l'ultima pagina di Eclipse. La saga della Meyer è stata l'unica che avesse vampiri e licantropi che io abbia mai letto e lo so, lo so, che chiunque apprezzi il genere è schifato dall'idea del vampiro vegetariano, che splende alla luce del sole e altre cose - come dire - particolari che la Meyer si è inventata. Ad una come me, però, che di vampiri e licantropi non m'interessa proprio queste stranezze non diedero alcun fastidio né era la presenza di queste creature che mi seppe tenere incollata alla lettura. In realtà non saprò mai spiegare cos'è che mi appassionò tanto, anche perché probabilmente se riaprissi oggi quei libri troverei insulsa Bella Swan e improbabili i membri della famiglia Cullen (o forse no, chi lo sa). A differenza di molte altre persone però non rinnegherò mai quanto mi siano piaciuti i libri di Stephenie Meyer perché, gente, tenendo presente il target a cui si rivolge ed il genere di letteratura che propone scrive sicuramente meglio di molti altri. La rovina secondo me son stati i film, che sin dalla scelta degli attori mi fecero inorridire, tant'è che non volevo neanche andarli a vedere (fui costretta, ahimè), rendendo il tutto una macchietta, banalizzato dai soliti isterismi che si creano attorno a grandi fenomeni; perché i libri di per sé, almeno letti a quindici anni, avevano una presa enorme sul lettore.
La follia legata alla saga della Meyer, comunque, non è stata leggermi tutti e tre i libri in una settimana, eh no. La follia è stata quando il 2 agosto 2008 è uscito il quarto ed ultimo libro, ovvero Breaking Dawn. Attenzione però, il 2 agosto 2008 usciva in lingua inglese, non si sapeva ancora quando sarebbe arrivata la traduzione italiana. Io e l'Amica Lettrice aspettavamo quel momento da circa due anni. Potevamo, secondo voi, stare ferme con le mani in mano sapendo che esisteva già fisicamente nelle librerie, seppur non nella nostra lingua madre? Dal momento che con l'inglese ce la cavavamo bene - e che, per la curiosità e l'impazienza, l'avremmo tradotto pure dal russo se necessario - abbiamo confabulato e deciso: il 2 agosto andiamo alla Feltrinelli e se lo troviamo lo prendiamo in inglese.
Ora, io ci tengo a sottolineare vari punti. Primo, era il 2 agosto e non sarà stata un'estate torrida come questa ma era pur sempre agosto e faceva caldo, un sacco caldo. Secondo, avevamo quindici anni, nessuna macchina e la Feltrinelli si trovava nella Grande Città, il che significa che dovevamo prendere l'autobus la metro e camminare un sacchissimo ed era agosto e faceva caldo. Terzo, non avevamo neanche l'ombra della certezza di trovare questo benedetto libro, perché è vero che usciva in inglese ma non era detto che il 2 agosto sarebbe già stato esposto anche nelle librerie italiane, perciò poteva anche essere che ci stavamo per fare questo pellegrinaggio totalmente a vuoto (e ripeto: era agosto, faceva caldissimo), infatti durante tutto il tragitto io e l'Amica Lettrice ci guardavamo facendo spallucce dicendoci "tanto non lo troviamo", non per pessimismo, giusto per prevenire la delusione. Invece, dopo ore di viaggio e vari kg evaporati in sudore, arrivammo davanti alle porte della Feltrinelli nella Grande Città. Appena gettammo lo sguardo oltre le vetrate, vedemmo lo stand più bello che avessimo mai visto, tutto pieno di questi mattoncini neri con la scacchiera in copertina. La nostra reazione nell'ordine fu: restare immobili, sgranare gli occhi, prendere fiato, urlare, abbracciarci. La guardia era indecisa se intervenire o meno.


Tornammo a casa sudate e puzzolenti e con le vesciche ai piedi, però con due sorrisi da un orecchio all'altro. Da quella sera stessa iniziammo entrambe a leggerlo, col veto assoluto di non parlarne neanche per sbaglio finché non l'avessimo finito entrambe, perché il rischio spoiler era altissimo ed uno spoiler avrebbe senz'altro posto fine alla nostra amicizia.
Potrete dirmi che non ne valeva proprio la pena, che ci sono tantissime saghe o libri di ben più alto livello rispetto a quella della Meyer; fa niente. Non è che ancora oggi io ci stia sotto chissà quanto. Ne ho semplicemente un bellissimo ricordo adolescenziale, è stata l'unica saga con elementi fantastici che mi abbia coinvolta ed appassionata e l'unica volta in cui sono corsa in libreria il giorno esatto in cui il libro usciva. Consideratelo pure un guilty pleasure, uno scheletro nell'armadio, fatto sta che non me ne pento

Torniamo un po' indietro nel tempo, perché qui frequentavo ancora le scuole medie, la prima per la precisione. Gli anni delle medie sono stati il periodo più oscuro - o quasi - della mia vita, ma guardandomi indietro è stato anche il periodo in cui ho passato in assoluto più tempo fuori casa ed in cui ho frequentato - numericamente parlando - più persone. Avevo tanti amici o presunti tali, ero molto più socievole di adesso e, cercando gli individui con cui davvero divertirmi e trovarmi bene, provavo a stringere amicizia con qualunque tipologia di persona. Ero una ragazzina che metteva tutta se stessa nella costruzione di un'amicizia, il che significa che non appena mi affezionavo un po' scrivevo lettere straripanti i miei sentimenti, che facevo regali, che ero sempre disposta ad aiutare e che prestavo il mio libro preferito. Il mio libro preferito, a quei tempi, era ancora indiscutibilmente Il diario di Anna Frank. Vi ho già accennato diverse volte su come questo libro mi abbia segnata, di come mi rispecchiassi in Anna e nelle sue riflessioni, di come la sua penna mi abbia ispirata a tenere un diario; è stata insomma fondamentale per me sotto diversi aspetti e spesso trovavo conforto nelle sue parole, come fosse un'amica saggia capace di consolarti o tirarti su. Per questo quando conobbi un'"amica" (durò davvero troppo poco per parlare di amicizia) che sembrava avere molto in comune con me, ansie e sogni compresi, decisi di prestarle Il diario di Anna Frank, con tutto che era una vecchia edizione di mia nonna cui ero affezionatissima. Ascoltatemi bene: i libri non si prestano, a meno che non siano familiari o amici talmente stretti che avete le loro chiavi di casa. Quel che accadde con questa specie di amica fu che il libro che le avevo dato con lo stesso pathos con cui mi sarei strappata il cuore dal petto (sì, noi lettori siamo giusto un pizzico melodrammatici) era evidente che lei non lo stesse affatto leggendo, perché al mio chiederle ogni volta che la vedevo: allora? Com'è? Ti sta piacendo?! *-* le sue risposte erano degli imbarazzati sì, dai, è carino... Cosa?! Il diario di Anna Frank è carino?! Le ho dato un po' di tempo, magari le serviva leggerne di più per capirlo... Il problema era che il tempo passava, ma le cose peggioravano: l'amica in questione subì uno di quei cambiamenti drastici incomprensibili ed inspiegabili, che da personcina timida introversa e sfigatella il giorno dopo hai la sigaretta in bocca, limoni con uno che ha la moto ed entri di diritto nel gruppo dei fighissimi. Dell'"amica" a questo punto non poteva fregarmi di meno ma, cavolo, ridammi il mio libro! Glielo chiesi una volta, glielo ricordai la seconda, la terza, di sicuro anche una quarta... ma il mio adoratissimo diario non tornava da me. Secondo voi, potevo accettare una perdita tanto dolorosa? No, ovvio che no. Un bel pomeriggio, dopo la fine della scuola e prima degli allenamenti di pallavolo, mi sono fatta accompagnare da un'Amica Più Fidata. Insieme siamo arrivate davanti alla porta dell'Amica Rapitrice di Libri, suonammo il citofono e poi il campanello; ad aprirci fu sua madre, alla quale chiesi semplicemente: c'è l'Amica Rapitrice di Libri? - Sì, è in camera sua, rispose lei. Io e l'Amica Più Fidata andammo a passo spedito verso la cameretta (per fortuna ero stata in quella casa, un paio di volte) e senza neanche un saluto all'Amica Rapitrice di Libri cominciai a guardarmi intorno in cerca del mio povero Diario di Anna Frank, che giaceva abbandonato su uno scaffale (per fortuna senza segni di maltrattamento). Lo presi, rivolsi un ultimo sguardo all'Amica Rapitrice di Libri - che si era limitata a guardarmi perplessa - ed io e l'Amica Più Fidata ce ne andammo, rivolgendo un cortese saluto alla mamma - che, poverina, non c'entrava nulla.
C'è un motivo, se quando si vuole intimorire qualcuno si dice so dove abiti.

Siccome non mi piaceva il fantasy, un'estate la passai a leggere Le cronache del mondo emerso di Licia Troisi e Le cronache di Narnia di C.S. Lewis, entrambi per intero, due mattoni che non vi dico il peso di tenerli in mano, specie sdraiata sul letto, che se mi avesse ceduto un braccio e mi fossero caduti in faccia mi avrebbero causato un trauma cranico che 'manco Derek Sheperd poteva salvarmi.
La Troisi me l'aveva consigliata la mia compagna di banco di allora che ci stava in fissa, Narnia mi son detta dai, è un classico, proviamoci. Ma direte voi, se non ti piaceva il fantasy che caspita ti metti a leggere due mattonazzi super fantasy? Eh, gente, appunto per quello. L'amore per la letteratura e per i libri era talmente grande che mi sentivo in colpa a non calcolarne proprio una fetta importante, che faceva appassionare come nient'altro molti altri lettori. Era come una terapia d'urto per provare a curare quella parte di me che non accettava elfi, streghe, lotte tra il bene e il male svolte in mondi che non sono questo. Non sono pentita di averci provato, mi dispiace dirvi però che ne sono uscita esattamente come prima: il fantasy non è per me. Ho solo un'ultima speranza, tutta riposta nel maestro Tolkien. Se neanche lui riuscirà nell'impresa, penso che mi limiterò a farmene una ragione.

Altri episodi che possono venirmi in mente son già meno bizzarri e più comuni a qualunque altro appassionato lettore, come quelle volte in cui un libro ti prende talmente tanto che ne leggi metà in un pomeriggio e poi vaghi da una stanza all'altra come un ubriaco, roba che la gente ti parla e tu, nel migliore dei casi, rispondi e agisci col pilota automatico, nel peggiore li guardi con gli occhi sbarrati spaventando a morte il malcapitato, che inizia a chiedersi se sia iniziata l'invasione dei corpi umani da parte di qualche specie aliena.

Ho scritto questo post dopo essermi divertita tanto a rivangare nelle letture d'infanzia col post precedente, soprattutto perché è stato bellissimo leggere i vostri commenti così partecipi e pieni di ricordi. Oggi ero ispirata, volevo proprio scrivere qualcosa, e mi è venuto in mente questo argomento. Non credo ci sia bisogno di sottolinearlo, ma non vedo letteralmente l'ora di scoprire le cose bizzarre, strane, folli che avete fatto voi a causa della vostra passione per i libri (o fumetti!), perciò non esitate a raccontarle nei commenti!


giovedì 3 agosto 2017

Cosa leggevo da Ragazzina?

Diciamoci la verità: noi lettori e lettrici siamo dei curiosoni incorreggibili. Di fatto leggendo ci facciamo un sacco di affari altrui - leggendo entriamo nelle vite degli altri, veri o immaginari che siano i personaggi - e la nostra curiosità si estende volentieri anche alle abitudini libresche dei nostri compagni bibliofili. Siamo persone un po' fuori di testa, che quando a bordo di un mezzo pubblico notano un soggetto con un libro in mano, iniziano a rispolverare qualche vaga nozione di yoga - vista giusto per sbaglio in qualche video su youtube, sai quei pomeriggi che parti da un tutorial per un'acconciatura che volevi farti per la cresima della cuginetta e non si sa mai cosa finisci a vedere, seguendo i suggerimenti - assumendo posizioni improbabili e affatto discrete, tutto solo per riuscire a sbirciare il titolo del libro che lo sconosciuto in questione sta leggendo. No perché metti che sta leggendo proprio il tuo romanzo preferito di sempre. Non succederà assolutamente niente eh, però è pur sempre una gran soddisfazione, roba che ti inorgoglisci manco fossi tu stesso l'autore. E scendi dall'autobus pensando che il mondo tutto sommato è ancora un bel posto, pieno di esseri umani meravigliosi. Perché in fondo noi lettori siamo anche persone semplici (a volte), che gioiscono come bambini delle piccole coincidenze della vita.
E quindi io lo so, che se in un post vi spiattello le passioni della me-lettrice ragazzina - cosa di cui in teoria non potrebbe fregare di meno a nessuno - ve lo leggerete col massimo interesse. Forse.

Allora, la mia situazione era questa. Quando ero alle elementari non è che per casa mia girassero chissà quanti libri; o meglio, c'erano quelli di mia madre, che però non è che a quell'età suscitassero in me alcun interesse. All'epoca non credo ci fossero librerie qui nei dintorni e, per vari motivi con cui non sto a tediarvi, non ci avventuravamo nella Grande Città tutti i giorni. Capitava una volta ogni tanto, tipo per lo shopping pre-natalizio e altre simili Grandi Occasioni. Perciò i libri alla fine me li trovavo davanti soltanto al supermercato. Un supermercato piccolo tra l'altro, che ormai non c'è più, mangiato da supermercati più grandi, che però io non dimenticherò mai perché, per anni, è stato l'unico a fornirmi la principale e più importante fonte di sostentamento: i libri. La cosa andava così (ed è andata così per tutte le elementari ed i primi anni di medie). Io accompagnavo mia madre al suddetto Piccolo Supermercato. Prendevamo il carrello, varcavamo le porte scorrevoli e giravamo a destra, dove iniziava il percorso - e dove per me terminava anche, perché il reparto libri era piazzato lì subito all'ingresso: ciao mà, a dopo! In teoria la accompagnavo per aiutarla, in pratica tempo che io mi ero guardata tutte le copertine e letta tutte le trame sul retro, lei aveva finito e ci ribeccavamo alle casse, dove io domandavo con gli occhioni posso prendere questo? e lei sempre mi rispondeva . Questo gentile consenso sempre accordato dipendeva da almeno quattro fattori: il primo è che ero una brava bambina; secondo, chiedevo di comprare un libro soltanto dopo aver terminato il precedente, perciò mica tutti i giorni; terzo, è risaputo che leggere fa bene, vuoi lasciare la figliola senza lettura? Quarto, i libri che sceglievo - c'erano ancora le lire - costavano poco. E qui veniamo al bello.

I libri che chiedevo a mamma quando facevamo spesa nel Piccolo Supermercato erano tutti della stessa collana: Le Ragazzine della Mondadori. Mi dispiace per Il battello a vapore o I piccoli brividi, che sicuramente avevano un catalogo di tutto rispetto e che io non ho mai degnato di uno sguardo, ma io avevo occhi soltanto per loro, le mie adorate Ragazzine.

Immagine trovata su internet

Vuoi mettere queste copertine così colorate, coi titoli sgargianti, che in cameretta facevano una porca figura? E poi ovviamente non era solo questo, soprattutto dentro le copertine che si vedevano anche al buio, c'erano storie fichissime! E non sto scherzando. La scrittura di tutti questi brevi romanzi era proprio quella che avrebbe emozionato una bambina e pre-adolescente, però erano scritti e tradotti davvero bene. Le trame erano le più disparate: c'erano storie di prime cotte e primi amori, storie che semplicemente raccontavano la vita e le difficoltà della protagonista in cui la piccola lettrice avrebbe potuto facilmente riconoscersi, oppure quelle che preferivo io, le storie d'amicizia. Ne ricordo uno in cui le due protagoniste, migliori amiche dalla nascita, erano costrette a separarsi perché la famiglia di una delle due si trasferiva dall'altra parte del mondo e loro erano costrette a parlarsi solo tramite lettera (e che mica c'era whatsapp). Lo adoravo. Oppure un altro in cui, novità assoluta, c'era il punto di vista di lei e poi ribaltavi il libro e dall'altra parte trovavi la stessa storia secondo lui. Che esaltazione gente, che bello essere piccoli e ingenui.

Però, il mio preferito in assoluto, che ancora oggi ricordo le grasse risate che mi fece fare è lui:
La mia vita è un disastro - nemmeno il mio gatto mi capisce di Louise Rennison. Voi non avete idea delle risate che mi sono fatta seguendo le avventure ed i disagi della strampalata Georgia Nicolson, che minuziosamente scrive il suo diario, aggiornato a più riprese giorno e notte, dove racconta i mille drammi dei suoi tredici anni in una famiglia fuori di testa dove persino il gatto - ciccione - è completamente pazzo (ricordo ancora che si nascondeva dietro le tende e le faceva agguati tremendi, aggredendola alle gambe). La serie su Georgia Nicolson è continuata con molti altri libri, ma il primo secondo me è il più divertente. 
Da quel che ricordo, Georgia raccontava le sue complicate giornate a scuola, le avventure con la migliore amica, il dramma esistenziale causato dalle prime cotte e dal terrore di non trovare mai nell'intera vita un ragazzo. Il tutto era raccontato con ironia, sdrammatizzando le paure che a tredici anni fanno paura davvero ed io, che in Georgia un po' mi ci riconoscevo, leggendo il suo diario un po' mi sentivo meglio. Se mi era successo qualcosa di spiacevole (cosa che alle medie, a scuola, accedeva sin troppo frequentemente) il diario di Georgia mi aiutava a riderci su. Se avete un'amica o parente che si affaccia a quest'età regalateglielo, le darete un'amica spumeggiante su cui contare.

In tutti quegli anni penso di aver collezionato tutti i titoli proposti dal catalogo che erano stati pubblicati fino ad allora. Andavo fierissima della mia collezione, che guardavo assorta con la stessa ammirazione con cui oggi guardo la mia libreria "adulta". Purtroppo non appena imparò a leggere li regalai tutti, in blocco, alla mia sorellina, pensando che le mie amate Ragazzine le avrebbero dato le stesse gioie che avevano dato a me; invece non sono sicura ne abbia mai letto uno, spero soltanto che la mia collezione sia ancora sepolta da qualche parte nella sua cameretta e che un giorno io possa ritrovarla. Il valore affettivo di certe cose non si esaurisce né dimentica facilmente.
Le Ragazzine non mi pare si trovino più nei supermercati, né mi è capitato di vederle in qualche libreria. Facendo ora qualche ricerca però ho visto con grande piacere che su internet si trovano ancora, pare che la gente li compri e da vecchietta sentimentale quale sono mi fa felice pensare che ci siano nuove generazioni di fanciulline cresciute con Georgia Nicolson e le altre.

Adesso però, come minimo, nei commenti dovete raccontarmi cosa leggevate voi, da piccoli.
Scatenatevi.

domenica 30 luglio 2017

Manga | Letture di Luglio

Buona domenica a tutti, lettori e lettrici!
Oggi me ne esco con una tipologia "sperimentale" di post, per la serie vediamo come me la cavo a scriverli, se a voi possono interessare, se insomma hanno un senso; ora che ho iniziato a parlarvi anche di manga non credo che potrò più smettere e, purtroppo per voi, non mi basta commentare un primo numero o aspettare di aver finito una serie per recensirla come si deve... tutti i sentimenti provati nel mezzo dove li lascio, scusate? Dopotutto ho un blog dove riversarli, perché quindi non approfittarne! Mi spiace se le vittime dei miei sproloqui siete sempre e soltanto voi, ma tant'è, questa è la sorte che vi è toccata. E quindi niente, son qui per provare a fare una carrellata delle letture manga affrontate durante il mese (proverò con tutta me stessa a non tirar fuori un papirone che non conosce la parola fine) e potete leggere senza timore perché non farò mai spoiler o, se proprio devo, lo segnalerò prontamente. Cominciamo subito!

Tra giugno e luglio ho recuperato tutti i numeri usciti finora di Bugie d'Aprile, terza opera di Naoshi Arakawa ma la prima che vediamo pubblicata in Italia. I numeri escono mensilmente (ad agosto arriva il sesto), editi da Star Comics al prezzo di 4,90 euro, presentano una sovraccoperta con copertine sempre allegre e colorate che mi piacciono molto. Si tratta di uno shonen (opera indirizzata principalmente ad un pubblico maschile, o con un ragazzo come protagonista) tutto incentrato sulla musica.
Il protagonista è Kousei Arima, un quattordicenne con alle spalle un passato da bambino prodigio del pianoforte. Il suo talento però non era qualcosa di innato e naturale, quanto piuttosto costruito giorno per giorno con costanza, rigidità, severità dalla madre - una ex pianista costretta a rinunciare ai suoi sogni da una malattia, che l'ha condotta alla morte. In seguito alla scomparsa della madre, un giorno Kousei nel bel mezzo di un'esecuzione al pianoforte - per di più durante un importante concorso della sua scuola - smette all'improvviso di suonare, lasciando esterrefatto il pubblico che non sa spiegarsi cosa stia accadendo; né d'altronde può capirlo lo stesso Kousei, il quale da un momento all'altro non riesce più a sentire i suoni del pianoforte, quello strumento sul quale è cresciuto, sul quale ha versato tante lacrime, sul quale fin da bambino era stato basato il senso di tutto. Da quel giorno Kousei aveva smesso di suonare, tornando al pianoforte solo per qualche lavoretto di poco conto; la sua vita era diventata quella di un ragazzo qualunque e lui la prendeva per quel che era, come se andasse bene così. Chi però lo conosce da sempre sa che così non va bene per niente: è il caso di Tsubaki - vicina di casa, compagna di scuola, migliore amica - che assieme a lui ci è cresciuta e sin da quand'erano piccoli ha sempre cercato di spronarlo a buttarsi anche in cose che all'inizio possono fare paura. Certo, i suoi modi possono essere discutibili (come spingerlo giù da un ponte quando erano bambini perché Kousei aveva paura di tuffarsi, lol) ma le sue ragioni ed i suoi intenti sono dei migliori. Tsubaki è vivace, scatenata, un po' maschiaccio, però è anche molto matura, un'osservatrice attenta ed ha capito meglio di chiunque altro i sentimenti di Kousei: Tsubaki infatti non vuole che lui riprenda a suonare a tutti i costi, pretende però che se dice di aver chiuso con la musica che ne sia pienamente convinto. Perché il problema di Kousei è proprio l'esser rimasto bloccato in un limbo, senza la musica ma in qualche modo ancora dentro la musica. E' come un guscio vuoto, che si culla in una serenità apatica. Tsubaki gli rinfaccia di avere gli occhi vuoti: abbiamo quattordici anni, i nostri occhi dovrebbero emanare dei bagliori! gli dice con enfasi.
Per ora ho letto i primi tre numeri e Tsubaki è stata sin dal primo momento il mio personaggio preferito. Non soltanto perché è un po' matta (vi ho già detto che da piccola ha buttato Kousei giù da un ponte?), ma perché è una tosta dalle spalle larghe, che parla poco di sentimenti - piuttosto li sfoga tutti nel baseball, sport in cui eccelle - ma ne prova a bizzeffe; Tsubaki c'è sempre stata con e per Kousei, si prendono cura l'uno dell'altra come un fratello e sorella però chissà che, ora che si affacciano alle porte dell'adolescenza, il loro rapporto possa in qualche modo cambiare.
Un altro che è cresciuto assieme a loro è Watari, un biondino asso della squadra di calcio che riscuote un notevole successo con le ragazze, interesse che lui ricambia abbondantemente. Ha un carattere molto diverso da Kousei, così timido e pacato e che non azzarderebbe mai un gesto avventato, e proprio per questo sa essere per lui un buon amico. All'inizio Watari potrebbe sembrare un personaggio poco interessante, invece gli ho già visto dare ottimi consigli e prodigarsi per aiutare i propri amici. Tra l'altro è grazie al suo fascino se entra in gioco il personaggio chiave della vicenda, ovvero Kaori - la bionda che vedete nelle copertine - una coetanea molto carina e, soprattutto, una talentuosissima violinista. Un talento, il suo, a differenza di quello di Kousei, molto istintivo, spontaneo, quasi selvaggio; Kaori ha studiato e continua a studiare - peraltro nella stessa scuola che ha visto la parabola di Kousei - però è un'artista che non ha paura di uscire dagli schemi imposti da uno spartito né di lasciar uscire tutta la propria energia durante un'esibizione, facendo talvolta inorridire gli accademici ma lasciando sempre senza fiato il pubblico. Per fortuna o disgrazia di Kousei, Kaori decide di volere proprio lui come accompagnatore durante un concorso scolastico e non sente ragioni né accetta un no come risposta; aiutata anche da Tsubaki e Watari, riuscirà a riportare Kousei sullo stesso palco dove tutto era iniziato e finito. Per lui non sarà certo un'esperienza facile o priva di ostacoli e sofferenze, ma segnerà almeno una svolta nel piattume della sua vita.
Kaori è una ragazza travolgente, un'entusiasta, che ama il cibo così come la musica o le cose belle che la circondano. E' un po' irascibile a volte, esplosiva nel bene e nel male e questo carattere focoso lascia Kousei tanto spaventato quanto affascinato. Davanti a lei, al suo modo di fare, di stare per strada così come sul palco, rinunciare e rassegnarsi non pare più una possibilità accettabile. Per quanto almeno al momento preferisco Tsubaki, anche Kaori è un bel personaggio, soprattutto perché nonostante appaia sempre sicura di sé e sembri ammaliare chiunque la incontri, si sono già aperti degli spiragli sulle sue debolezze, e ciò mi fa pensare che ci sia ancora molto altro da scoprire su di lei, e che l'autore ci lascerà entrare nella sua storia in punta di piedi.
I disegni di Naoshi Arakawa mi piacciono molto, li trovo riconoscibili e questo è di per sé un gran pregio. Inoltre mi ha colpita positivamente l'impostazione delle tavole: l'autore si è giocato molto bene questa carta ed usando forme sempre diverse, che si susseguono in modo sempre diverso ha saputo creare in ogni pagina enfasi e movimento, creando per il lettore un'ampia rosa di emozioni. Quando ci sono scene i cui i protagonisti suonano sul palco, ad esempio, i disegni riescono in qualche modo a trasmettere le vibrazioni dell'energia che parte dalle mani dei musicisti e per di più la sensazione trasmessa è diversa a seconda di chi sta suonando. Insomma, c'è tanto pathos così come i dovuti momenti leggeri e divertenti.
Molto belle le tavole con gli alberi di ciliegio a fare da contorno, così come le scene notturne addolcite dai cieli stellati.
Bugie d'Aprile parla sì di musica, ma credo che il concetto possa essere esteso a qualunque grande passione - non a caso hanno spesso spazio anche Watari con le sue vittorie e sconfitte calcistiche e Tsubaki con la sua dedizione al baseball - e le relative contraddizioni che si scatenano nell'animo di chi la prova. Quell'amore-odio verso quel qualcosa che ci fa soffrire come nient'altro al mondo e che, al contempo, ci regala le più grandi soddisfazioni.
Ho già pronti sul comodino i numeri quattro e cinque, che probabilmente divorerò come i precedenti. La lettura è molto scorrevole e spesso alla fine di un capitolo non si resiste dall'andare avanti; sono molto curiosa su come si evolveranno i rapporti tra i personaggi e mi piacerebbe scoprire di più sul passato di Kousei così come, naturalmente, sul suo futuro. Davvero una bella storia, straripante di emozioni, che potrebbe piacere un po' a tutti. Chi ha già visto l'anime dice che si piange un sacco, spero vivamente che saranno lacrime di gioia.

Cambiamo genere con Our Little Sister - Diario di Kamakura di Akimi Yoshida, già affermata e nota nel mondo soprattutto per Banana Fish (che io non ho letto ma ho compreso di dover recuperare, in qualche modo). Si tratta stavolta di un josei (rivolto quindi ad un pubblico di donne/giovani adulte) incentrato su una dolce vicenda familiare. Protagoniste della storia sono le tre sorelle Koda - Sachi, Yoshino e Chika - ed il primo numero si apre con la notizia della morte del padre, che loro non vedevano da ben quindici anni. Nonostante tutto si recano lo stesso nella località termale dove si era da poco trasferito con la terza moglie ed i figli di lei per presenziare al funerale, senza aspettarsi di incontrare qui la loro sorellastra, Suzu Asano, figlia che il padre aveva avuto dalla seconda moglie, ovvero la donna per la quale aveva abbandonato loro ed il tetto coniugale. Suzu ha soltanto tredici anni, ma le sorelle Koda rimangono subito colpite dalla maturità con cui gestisce la situazione, accoglie le persone, consola la vedova che non fa altro che piangere e scaricare responsabilità sugli altri; Suzu è di fatto rimasta orfana, visto che sua madre era già venuta a mancare per una malattia. Le sorelle Koda riescono a passare qualche momento in più sole con Suzu, che le porta in giro per la città, ed al momento di ripartire, prima di salire sul treno, la maggiore - Sachi - la invita ad andare a vivere con loro, se vuole. Proprio un attimo prima che le porte del treno si chiudano, Suzu esclama: vengo! E così ha inizio questa nuova convivenza, che si rivela naturale per tutte. Suzu si inserisce subito nella routine della casa e della città di Kamakura, soprattutto entrando nella squadra mista di calcio - sport cui aveva rinunciato negli ultimi tempi, ma di cui è appassionata ed in cui è molto brava - della sua scuola. Grazie allo sport si fa subito degli amici, in particolar modo Yuya, il capitano, Masa, lo scemotto del gruppo, e Futa, il quale pur essendo il più timido ed impacciato ha dei capitoli interamente dedicati a sé, il che lascia immaginare che rivestirà un ruolo pian piano più importante. Nel secondo numero Suzu si avvicinerà anche a Miporin, l'unica altra ragazza della squadra, una ragazzona grande e grossa che riveste il ruolo di portiere, dalla personalità buona e gentile e molto onesta.
Venendo alle sorelle Koda invece, abbiamo tre personalità diversissime. Sachi fa l'infermiera nell'ospedale della città. Ha i capelli scuri e corti, non è certo una che ha tempo da perdere ad acconciarseli. Ha un carattere serio, severo, a volte brusco; essendo la primogenita, è l'unica che ha molti ricordi dei genitori, ha dovuto sobbarcarsi, pur essendo ancora piccola, i loro problemi e fare da spalla ad una madre debole che, dopo il divorzio, era scappata a rifarsi una vita per i fatti propri lasciando le tre figlie con la nonna. Comprensibilmente Sachi nutre del risentimento verso i genitori, mentre nei confronti delle sorelle si comporta tutt'ora come fosse lei la mamma. La secondogenita, Yoshino, lavora in una banca e gran parte del suo stipendio lo sperpera in bevute e per i bei ragazzi che incontra nei bar, ai quali spesso paga la cena, la sbornia e magari pure il taxi. Ragazzi che per giunta la maggior parte delle volte finiscono con l'imbrogliarla, perché tende a scegliersi tipi poco affidabili. Infine c'è Chika, che lavora in un negozio di articoli sportivi e forse ha una cotta per il suo capo, un tipo bizzarro con una folta capigliatura afro che lei, inspiegabilmente, ha voluto imitare. Chika è la più bonacciona, potremmo dire, delle tre, che si preoccupa per le sorelle maggiori ma non mette mai becco negli affari altrui, a differenza di Sachi e Yoshino che litigano in continuazione.
Ho letto i primi tre numeri e, che dire, adoro questo manga. Si parla di relazioni familiari, di amicizia e di relazioni sentimentali, sia in versione più problematica ed adulta - tramite Sachi - sia in versione più leggera ma non meno complicata tramite Suzu. I disegni di Akimi Yoshida non mi hanno fatta impazzire al primo colpo d'occhio, ma appena mi sono addentrata nella storia e per le strade di Kamakura ho imparato ad adorarlo. Le atmosfere son sempre delicate, i toni variano moltissimo dal serio, al comico, al profondo, alla spensieratezza di una passeggiata in mezzo al verde - già, perché in questo manga la natura ha moltissimo spazio e questa è un'altra caratteristica che mi sta piacendo tanto. Ad agosto uscirà il quinto numero (spero di recuperare il quarto nel frattempo!). Tra l'altro è davvero una perfetta lettura estiva, sedersi fuori nel tardo pomeriggio quando la temperatura scende un po' e le cicale fanno da sottofondo è un vero piacere, perché anche a Kamakura per il momento è estate e la colonna sonora è il frin frin delle cicale.

Veniamo poi ad un primo numero che è piaciuto a chiunque l'abbia acquistato: Come dopo la pioggia di Jun Mayuzuki. Io non ho letto neanche la trama, ho avuto un colpo di fulmine con la copertina ed anche il titolo mi piaceva molto e l'ho preso così, a scatola chiusa. E non me ne sono affatto pentita, perché appena ho sfogliato le pagine sono rimasta a bocca aperta per la bellezza dei disegni, che per mio gusto personale sono praticamente la perfezione. Come dopo la pioggia è la prima opera di Mayuzuki, uscita in Giappone nel 2014 e si tratta di un seinen. La protagonista è Tachibana, una diciassettenne bellissima dal carattere un po' introverso ed all'apparenza fredda e scostante. C'è più di un ragazzo che nutre dell'interesse per lei - in particolar modo un compagno di scuola innamorato perso - ma lei non li calcola proprio, come si suol dire, ed ha invece una gran cotta per il suo capo, il proprietario del family restaurant dove lei lavora part-time. L'uomo in questione è l'ultima persona al mondo che si penserebbe possa destare l'attenzione di una ragazza giovane e bella come Tachibana: è un uomo di mezza età dotato di nessun particolare fascino, agli occhi degli altri è un mezzo fallito, un tipo privo di carisma e di personalità, troppo accondiscendente e servizievole. Tachibana invece vede in lui la gentilezza, la dolcezza, la bontà e probabilmente quell'aria impacciata a lei fa ancora più tenerezza. Come può tra due persone così diverse e lontane nascere un legame sentimentale? Questa è la domanda che sembra porre questa storia e neanche pone troppo tempo in mezzo perché Tachibana, con un coraggio non indifferente, si dichiara e visto che lui non capisce la prima volta lo fa anche una seconda. Il primo numero è letteralmente volato, una lettura sin troppo piacevole sia per i disegni che per la storia in sé e, come tutti gli altri che l'hanno acquistato, non vedo l'ora che esca il secondo numero, e meno male che agosto è vicino!

Fatemi sapere nei commenti se state leggendo o qualcuna di queste serie o se vi attirano :)
A presto!

martedì 25 luglio 2017

Due libri stupendi di cui, senza motivo, non vi ho parlato.

Guardate il mio archivio di quest'anno. Notato qualcosa? Esatto, dopo gennaio viene direttamente giugno, come avessi completamente saltato i mesi di mezzo. Non lo so proprio perché in quel frangente non sono riuscita a pubblicare neanche un post - mille piccoli disagi ed inconvenienti, il tempo che manca, la routine che ti inghiotte... Sicuramente ci sono tante ragioni e nessuna veramente valida, se non che in quei mesi non sono riuscita a prendermi dei momenti per me, da dedicare con serenità a fare una cosa che tanto mi piace come scrivere e scrivere di ciò che leggo. A febbraio ed a marzo ho letto due romanzi che rientrano tra le letture più belle di sempre, e mi dispiace troppo non averne lasciato traccia e non averle segnalate a voi, lettori e lettrici. E' una mancanza a cui debbo per forza porre rimedio, anche perché son libri a cui - a distanza di mesi - non smetto di pensare. Perciò eccovi qui due mini-recensioni, che già so non renderanno minimamente giustizia ai titoli in questione.

Charles Dickens non ha bisogno di nessuna presentazione. E' un mostro sacro della letteratura, che ancora oggi spacca a metà il pubblico, tra chi non può soffrire i suoi mattonazzi vittoriani e chi invece lo venera come un profeta; io, superfluo sottolinearlo, sono nella categoria dei veneratori, al punto che mi sono posta la folle impresa di leggere tutta la sua produzione, per di più in ordine cronologico. Ecco perché mi sono trovata con Il Circolo Pickwick in mano, primo romanzo dell'autore inglese, pubblicato in fascicoli dal marzo 1836 all'ottobre del 1837. Il Circolo Pickwick fu il primo vero caso editoriale della storia, con un successo di vendite mai verificatosi in precedenza, che portò il suo autore a fare tourneé di letture pubbliche che registravano sempre il tutto esaurito.
E non me ne stupisco affatto, perché Il Circolo Pickwick, con le sue 1016 pagine, è il libro più divertente che io abbia mai letto. Il romanzo non racconta altro che le avventure dell'illustre fondatore del Circolo, Samuel Pickwick, che decide di partire nell'anno 1827 assieme ai suoi più intimi e fedeli amici, Nathaniel Winkle, Augustus Snodgrass e Tracy Tupman - ovvero lo sportivo, il poeta e il dongiovanni. Il quartetto, almeno negli intenti, vuole girare in lungo e in largo l'Inghilterra, per descriverne gli abitanti, gli usi e costumi di inizio Ottocento. Nella pratica, sono un gruppo di sprovveduti allo sbando. Un capitolo dopo l'altro i nostri incapperanno in una miriade di personaggi più o meno sopra le righe, talvolta fidati amici e talvolta furfanti, che devieranno il loro percorso dando svolte sempre più inaspettate al viaggio del rinomato Circolo Pickwick. L'ironia che Dickens ha qui usato nella sua scrittura è senza pari e senza eguali, ho riso fino ad avere le lacrime agli occhi, soprattutto per come Samuel Pickwick viene in continuazione osannato come fosse il più brillante e migliore tra gli uomini, quando poi ci viene spesso fatto notare che fosse tutt'altro che una cima. I suoi compagni, tutti eleganti e sommi gentiluomini, non sono meno esilaranti di lui: da Winkle - tanto mitizzato come sportivo - che tanto nell'arte della caccia quanto in quella del pattinaggio sul ghiaccio vi farà piegare in due dal ridere a Tupman che, a causa del suo debole per il gentil sesso, metterà tutta la compagnia in situazioni sempre più folli. I personaggi di questo romanzo sono indimenticabili: dal malefico Job Trotter, brigante dalla parlantina inarrestabile, abile trasformista, che farà dannare il nostro beniamino ad ogni loro incontro fino alla redenzione finale; a Samuel Weller, fido servitore, assistente, tuttofare di Mr Pickwick, che non a caso porta il suo stesso nome: Weller è in tutto e per tutto la controparte di Pickwick. Tanto Mr Pickwick è sbadato, sprovveduto, poco pratico delle cose del mondo, tanto Mr Weller è sveglio, abile, furbo, esperto. E poi, vi dico che vale la pena leggere questo romanzo anche soltanto per le conversazioni tra Samuel Weller e suo padre. La loro saggezza ed i loro modi di dire sono qualcosa che semplicemente non potete perdervi.
Dentro questo romanzo c'è qualsiasi cosa: l'avventura, le scoperte, la suspense, storie romantiche, d'amicizia, di politica, di tradimento... qualsiasi cosa vi venga in mente, buttatecela dentro, ripassatela in salsa vittoriana, condite con abbondante talento narrativo e ricoprite tutto con litri d'ironia. Ecco a voi la ricetta de Il Circolo Pickwick.

L'altro libro non so se e quando l'avrei letto se non fosse stato per mia nonna, che un giorno mi ha allungato la sua vecchia edizione di Uccelli di rovo - molto più bella di questa moderna che in copertina mette gli attori del film, che fanno subito pensare ad una storia qualunque tra lui&lei invece NO! - dicendomi: "Questo è il libro più bello che io abbia mai letto, vedi un po' se ti piace".
Me lo sono portato a casa, la sera stessa l'ho aperto e nella prima pagina l'autrice descriveva una bimba che in mano teneva una bambola, un bene prezioso perché era la prima che avesse mai ricevuto. Niente di sconvolgente, vero? Eppure sin da quelle prime righe la magia era compiuta, ero dentro, assorbita, trasportata nella vasta e sconfinata Australia dove tutto il romanzo è ambientato. Uccelli di rovo è stato uno di quei libri, uno di quelli che ci entri dentro e non ne esci più neanche dopo che l'hai terminato. Racconta di una famiglia, e la racconta dall'inizio alla fine, in un perfetto cerchio che compie il suo corso e poi si chiude.
Non voglio dirvi proprio nulla della trama, perché per me è stato incredibile scoprirla pagina dopo pagina. Vi dico piuttosto di quanto sia straordinaria Colleen McCullough, capace di descrivere i paesaggi dell'Australia come ne stesse facendo una fotografia, dipingendo per il lettore l'immensità degli spazi, l'odore delle bestie, l'aria appiccicosa nei periodi di siccità, e poi quelli che a me sono piaciuti di più: i cieli stellati, infiniti sopra la testa di te, piccolo umano, fermo in mezzo ad una strada, dove per chilometri e chilometri non c'è niente né da un lato né dall'altro della strada se non la terra che corre e corre, e sopra quel tappeto di stelle di cui, nel silenzio assoluto, quasi senti il suono.
Colleen McCullough è talmente brava che ti fa entrare non soltanto nel cuore dei suoi personaggi, ma persino nella loro testa e nella loro carne. Conseguenza di un così grande talento, è che il lettore si vive in prima persona tutto ciò che capita ai protagonisti. Uccelli di rovo mi ha fatto provare ogni emozione possibile. Mi ha fatto sorridere, mi ha dato dolcezza, compassione, mi ha fatto provare rabbia, sdegno, dispiacere, speranza, delusione, ho provato il senso di rivalsa così come quello di sconfitta; c'è tanta bellezza, tanto rimorso, certi conflitti come tra forze primordiali. Per quanto famoso il titolo, non avevo mai letto né sentito qualcuno che ne parlasse, e questo non è assolutamente giusto perché Uccelli di rovo è un capolavoro assoluto e se non lo avete sulle vostre librerie vi consiglio di rimediare al più presto.
Sì nonna, m'è piaciuto, è una delle cose più belle che abbia mai letto.

domenica 23 luglio 2017

Anime | Isshuukan Friends - One Week Friends

One Week Friends è un manga di Maccha Hazuki, edito in Italia da Planet Manga (7 volumi, 4,50 euro l'uno). Io ne ho sentito parlare per la prima volta da Dadachan Arts&Stories, una ragazza dolcissima cresciuta a pane e manga, della quale mi sono guardata praticamente tutti i video non appena scoperto il suo canale. La storia di One Week Friends mi sembrava molto carina, così come le copertine, però non ero convinta al punto di pensare di spenderci dei soldi; quando poi ho sentito Dadachan dire più volte che l'anime era identico, ho deciso di approcciarmi a quest'ultimo, che consta di dodici episodi della durata di una ventina di minuti ciascuno.

Nel titolo è già racchiusa tutta la trama principale, ma chi vi si approccia con poche informazioni non può certo saperlo. La protagonista è Fujimiya Kaori, una ragazza che frequenta il liceo e non ha amici. Non è che non abbia amici perché sia antipatica o emarginata dagli altri: non avere amici è una sua scelta. Kaori evita attentamente di socializzare con i compagni ed il suo atteggiamento è studiato per far sì che loro non vogliano avvicinarsi a lei. Il suo sguardo è sempre basso sui libri, appena suona la campanella si dilegua come un fantasma, rifiuta con freddezza qualsiasi proposta o richiesta le venga fatta e, come se non bastasse, essendo molto brava in matematica fa spesso la figura della maestrina altezzosa. Insomma, la sua freddezza scoraggerebbe chiunque dal rivolgerle anche un semplice saluto.
Tutti, tranne Yuuki Hase, che da qualche banco più indietro la osserva e non può proprio fare a meno di pensare che abbia un bel viso. Pur sapendo che si tratta di una vera e propria impresa, decide di voler diventare suo amico e così fa qualche primo tentativo, che fallisce miseramente.
Le cose cambiano quando Hase scopre che tutti i giorni Fujimiya pranza da sola sulla terrazza della scuola. Il primo giorno lei gli dice subito che non può avere amici, ma Hase non perde il suo buonumore e risponde che non fa niente, che possono anche non essere amici e starsene soltanto lì seduti a pranzare insieme. Invece ovviamente poco alla volta iniziano a parlare, ed Hase scopre che il suo intuito aveva avuto ragione: Fujimiya è una ragazza fin troppo dolce, solare, gentile. Lei gli impone una sola regola: non deve mai parlargli in classe, davanti agli altri, il loro rapporto esisterà solo su quella terrazza. Hase non si fa troppe domande, la felicità di esser riuscito ad avvicinare quella compagna imperscrutabile è più forte di qualsiasi perplessità la situazione possa suscitargli. Trascorrono così una settimana di pranzi allegri e spensierati, durante i quali i due iniziano a scoprire qualcosa l'uno dell'altra. 

Fujimiya & Hase

Quando però arriva il venerdì, Fujimiya sembra terribilmente triste. Inizia a ribadire che lei non può avere amici, che gliel'aveva detto sin dall'inizio; davanti alla comprensibile confusione di Hase, la ragazza è costretta a confessare il suo segreto: ormai da anni soffre di uno strano problema di memoria, che fa sì che ogni lunedì lei perda tutti i ricordi legati agli amici. Ricorda perfettamente i suoi familiari o persone con cui non ha un rapporto importante, ma gli amici zero, spazzati via all'inizio di ogni nuova settimana. Hase non esita a credere alle sue parole - per quanto incredibili possano sembrare - però non si rende effettivamente conto della situazione fino al lunedì successivo, quando raggiungendola come al solito in terrazza all'ora di pranzo, lei non dà segni di riconoscerlo. Nonostante questo sia un brutto colpo, Hase non si rassegna, e come fosse la prima volta che si avvicina a lei inchinandosi dice:

Mi chiamo Yuuki Hase, 
sono un tuo compagno di classe e 
vorrei che diventassimo amici

Una frase che lui sarà pronto a ripeterle anche ogni lunedì, se necessario (e sì gente, qui ci scappa la lacrimuccia). 
Hase inizia però ad arrovellarsi per trovare - se non una soluzione - almeno qualche piccolo espediente che possa aiutare Fujimiya ed alla fine gli viene un'idea tanto semplice quanto pratica: tenere un diario, un diario dove prendere appunti su di lui e su tutto ciò che fanno insieme. Fujimiya decide di provarci, e così inizia a scrivere proprio tutto ciò che riguarda Hase, compreso cosa mangia a pranzo ed i suoi gusti su ogni cosa. Poi appende un foglio al suo armadio, dove scrive a se stessa chi è Hase e di leggere il diario sulla scrivania, così da ricordarsene ogni lunedì mattina. L'idea del diario inizia a dare i suoi frutti e se Fujimiya non riesce a ricordare nel vero senso della parola, acquisisce pian piano almeno familiarità con la figura di Hase e con tutto ciò che c'è scritto nel diario, così da non sentirsi completamente persa ad ogni lunedì.
Shogo Kiryu
Inoltre Hase deciderà di coinvolgere il suo migliore amico, Shogo Kiryu, un ragazzo dall'atteggiamento serio ed impassibile che mette quasi tutti in soggezione. Inizialmente mette in dubbio la spiegazione di Fujimiya circa la sua amnesia, ma lo fa - secondo me - per un forte senso di protezione verso il suo amico, che vuole assicurarsi non venga preso in giro. Shogo sarà d'aiuto più di una volta agli altri protagonisti, perché nonostante sia molto severo nei suoi giudizi - che esprime senza peli sulla lingua - alla fine è sempre disposto a proteggere ed aiutare chi sembra aver bisogno di lui.
Ultima ad entrare nel gruppetto - e stavolta senza che nessuno l'abbia invitata - è Saki Yamagishi, anche lei compagna di classe di tutti loro. Una volta scoperto che Shogo ed Hase erano riusciti a socializzare con Fujimiya e che si ritrovavano tutti sul terrazzo all'ora di pranzo, un giorno ci sale anche lei e si butta letteralmente tra le braccia di Fujimiya ed inizia a raccontarle di quanto l'avesse sempre ammirata per la sua maturità e compostezza, di quanto l'avrebbe voluta come madre (ma cos... ò_ò?!) o almeno come sorella maggiore e che dovevano assolutamente diventare amiche.
Forse l'avrete intuito dal tono con cui l'ho introdotta, ma Saki è l'unico personaggio che non mi è piaciuto, anzi non la sopporto proprio! Sarebbe la ragazza kawaii della situazione, piccola e graziosa, un po' sbadata ma dolce... Un po' sbadata una cippa, questa è proprio deficiente purtroppo! Ho avuto delle speranze per Saki ogni tanto, [piccolo spoiler] ad esempio quando Fujimiya le spiega il suo problema, Saki sembra alleggerirle il peso di questo segreto dicendole che anche lei dimentica un sacco di cose ed in più non sa neanche quando le dimenticherà, a differenza di Fujimiya che sa esattamente che cosa dimenticherà - ovvero gli amici - e persino quando - ogni lunedì. Un po' come a dire: "Se la guardi da un'altra prospettiva, non è grave come sembra!"; oppure quando le racconta di esser stata vittima di bullismo alle elementari ed il modo in cui era riuscita a superare tali esperienze. Ecco, anche lì ho pensato: dai, questo personaggio forse può riprendersi! Invece no, ragazzi, purtroppo è scema. Vi dico solo che in una delle ultime puntate i quattro si incontrano per finire insieme i compiti delle vacanze e Saki se ne esce prima dicendo di aver dimenticato di fare i compiti - e va bene, questo posso accettarlo - e poi aggiunge: "In verità mi ero proprio dimenticata che le vacanze sarebbero finite!". Eh?! Che cosa??! No ragazzi, io non ci sto. Kawaii o meno Saki non la reggo. [Fine piccolo spoiler]
Tralasciando questo dettaglio, gli altri personaggi e la storia mi sono piaciuti molto, per fortuna. La trama è davvero ben sviluppata, non è banale e soprattutto nel corso delle puntate vengono spiegati bene i motivi del problema di Fujimiya, che con mio sommo gaudio non sono ragioni di natura né sovrannaturale né fantascientifica, ma estremamente umani. Ovviamente non ve li svelo, altrimenti non avreste più motivo di leggere o vedere questa storia.
Potere del rossoreeee
Per quanto riguarda i disegni, penso che molti potrebbero storcere il naso. I volti sono abbastanza strani, con uno sguardo che potremmo definire quasi languido o annoiato, ed un lieve rossore sulle gote, quello che normalmente sta a rappresentare l'imbarazzo e che invece i protagonisti di One Week Friends hanno perennemente, come fosse un naturale rossore delle guance (quando infatti sono imbarazzati, il rossore si intensifica).
Altra particolarità riguarda gli sfondi: avete presente quella sorta di luce soffusa che negli anime di solito ci fa capire che stiamo assistendo ad un flashback, o che comunque un personaggio è immerso in un ricordo? Ecco, anche questa in One Week Friends è una costante, tutte le immagini dell'anime sono immerse in questa tonalità soffusa ed anche in questo caso, quando viene mostrato un ricordo, la luce si intensifica dando ai personaggi dei contorni sfumati. Queste caratteristiche, che comprendo bene potrebbero infastidire qualcuno, a me alla fine non hanno disturbato per niente. L'unica cosa che mi ha disturbato è la maledetta Saki!
Ammetto di esser rimasta poco convinta dal finale, non perché sia brutto ma perché l'ho trovato poco conclusivo. Non viene lasciato nulla di irrisolto, però si ha l'impressione che resti in sospeso il rapporto tra Hase e Fujimiya, che puntata dopo puntata continua a crescere ma non arriva alla risoluzione romantica, sebbene sia chiaro che entrambi nutrano ormai sentimenti più che amicali l'uno nei confronti dell'altra. Che ci sia da attendere un seguito?


Nel complesso, l'ho trovata una storia molto dolce e ben costruita, con dei personaggi - specie i due protagonisti - cui ci si affeziona. Non mancano i colpi di scena - come un personaggio chiave tornato dal passato - ed i momenti di suspense, perché l'impegno del povero Hase non sarà sempre sufficiente a far filare tutto liscio. 
Personalmente, quando scelgo di guardare un anime voglio che questo sappia coinvolgermi tantissimo, così da non pensare a nient'altro per quei venti minuti che di solito dura un'episodio; di conseguenza cerco storie che siano leggere o quanto meno non troppo impegnative - ma non per questo del tutto frivole o prive di senso! - ed infine anche l'occhio vuole la sua parte, quindi il disegno deve piacermi almeno un minimo. One Week Friends ha risposto a tutte queste esigenze, dunque anche se non urlo al capolavoro né rientrerà tra le opere della vita, sono contenta di averlo visto e lo consiglieri a chi - specie con questo caldo - passerebbe volentieri il pomeriggio sul divano a guardare un anime carino, con una trama a suo modo originale e molto ben sviluppata.

Fatemi sapere nei commenti se avete letto o visto One Week Friends o se avete intenzione di farlo!
(e vi prego, ditemi che non sono l'unica ad esser stata tanto spietata con Saki!)




giovedì 20 luglio 2017

Liebster Award 2017

Cari lettori, care lettrici,
che bello oggi potervi scrivere a causa di un premio! Il Liebster award è ormai ben noto a chi frequenta la blogosfera ed è particolarmente carino, secondo me, almeno per due motivi: il primo è che lo scopo principale di tale premio è far conoscere di più dei blog con ancora poco seguito che riteniamo meritevoli, il secondo è che - attraverso il gioco delle domande a cui rispondere - permette di scoprire qualcosa di più sui nostri amici e colleghi blogger. Mi capitò di riceverlo in passato, quando scrivevo di altro su altri spazi, ma è la prima volta che mi viene assegnato qui, al mio Tanto non importa e ne sono davvero felicissima perché - tra alti e bassi e tra un'assenza e l'altra - lo sto portando avanti e riesco comunque a sentirlo mio, soprattutto perché stavolta non mi sono incastrata entro troppe regole e - come sicuramente avrete visto - mi sento libera di scrivere di tutto ciò che voglio, dalle recensioni di libri a quelle di manga fino ad arrivare ai miei fatti personali; e sapete qual è la cosa che mi fa più piacere? Beh, che voi commentate tutto e non storcete il naso se salto da un argomento all'altro. Di questo vi ringrazio, di tutto cuore, perché più passa il tempo e più adoro scrivere qui e questo, senz'altro, lo devo anche a chi - leggendo e commentando le mie parole - mi sta aiutando a credere in ciò che faccio ed a crescere. Bene, il momento romantico può concludersi qui, passiamo alle regole!

1. Ringraziare chi ti ha premiato e rispondere alle undici domande che ti sono state poste.
2. Premiare altri undici blogger che abbiano meno di 200 followers e che ritenete meritevoli.
3. Comunicare la premiazione nelle bacheche dei "vincitori".
4. Proporre a vostra volta undici domande. 

1. Ringraziare chi ti ha premiato e rispondere alle undici domande che ti sono state poste.
Con mia grande sorpresa, sono stata premiata da ben due persone: Luz, di Io, la letteratura e Chaplin, che non credo abbia bisogno di presentazioni, e Silvia di La nostra passione non muore. E' già la seconda volta che Luz mi assegna un premio e dire che ne sono onorata è poco. I suoi post sono tra quelli che leggo sempre con maggior interesse e curiosità e spesso ne esco sapendo qualcosa in più, dai suoi scritti traggo arricchimento. Dal suo blog traspare la sua fortissima personalità, perciò ricevere un premio da una persona che stimo è sicuramente fonte di grande soddisfazione! 
Per quanto riguarda Silvia invece, la conosco da meno tempo e mi propongo di passare di più sul suo angolo virtuale, perché merita. Mi hanno colpita i suoi articoli a tema teatro, che personalmente frequento pochissimo - per niente, si può dire - eppure ho sempre adorato. 
Quindi, che dire, grazie mille ragazze! Se non vi nominerò a mia volta sarà solo per non farvi rifare questo post daccapo!

Veniamo alle undici domande. Le domande di Luz:

1. Il primissimo libro che hai ricevuto in dono.
Domanda difficile, perché ovviamente quelli che ricordo meglio son quelli che ero già in grado di leggere da sola, quindi alle elementari; però so di averne ricevuti parecchi già prima, i classici libretti per l'infanzia pieni di disegni con una frase per pagina, che qualche adulto deve aver la pazienza di leggerti piano spiegandoti le immagini. Il primo in assoluto non saprei proprio dirlo, ma so che i primi erano in svedese. Per chi non lo sapesse, mia madre è svedese ed io son nata lì e c'erano questi libriccini in formato molto piccolo, quadrato o rettangolare, il cui catalogo comprendeva moltissime storie. Mia madre o i miei nonni me le rileggevano all'infinito anche per farmi imparare la lingua, ed andò a finire che alcune di quelle le conoscevo a memoria, tanto da "leggerle" da sola anche se non sapevo leggere.

2. Come ti immagini da vecchio/a? (descrivi una tua ipotetica foto)
Questa è divertente. Allora, porto gli occhiali da quando avevo sette anni, dunque con gli occhiali. Ho sempre amato la comodità e non penso che proprio in vecchiaia diventerò una raffinata signora in gonnella, quindi in tuta e penso porterò le Converse anche da vecchia. Forse avrò ancora i capelli tinti di rosso, o forse mi piacerà la tonalità di bianco/grigio che prenderanno. Nella foto mi immagino seduta nella mia poltrona d'onore - ogni anziana lettrice ne merita una - con accanto le mia cagnolotte - perché sì, da cucciole ho chiesto ad entrambe di essere immortali e quindi ci saranno ancora. Qualunque sia il contorno, spero che in quella foto io stia sorridendo sinceramente.

3. C'è un viaggio in luoghi remoti che vorresti fare prima o poi?
Non saprei. Ho già visto parecchi posti, ma vorrei vederne ancora molti di più. Ci sono ancora molti posti vicini in cui non sono mai stata, ad esempio in cima alla mia lista dei viaggi che vorrei fare, al momento, ci sono la Scozia e l'Islanda. Immagino che le mete remote mi verrebbero in mente una volta esplorato tutto il circondario limitrofo.

4. Hai mai scritto un libro?
No. Ne ho iniziati seriamente almeno due, terminato nessuno. Ora però ho un progetto serio e stavolta penso proprio che sarà diverso, perché son molto diverse le premesse.

5. Hai mai scritto una poesia?
Non di mia spontanea volontà. Quando frequentavo le medie, la mia docente di italiano era - tra le altre sue doti - una poetessa. Nelle ore pomeridiane ci obbligava al "laboratorio di poesia" e, ispirati o meno, dovevamo scriverne tutti. Abbiamo persino partecipato e vinto concorsi e pubblicato almeno una raccolta all'anno. Ricordi molto imbarazzanti, così come le "poesie" dentro a quei libri firmate col mio nome. Onestamente non è una forma di scrittura con la quale io mi senta a mio agio, infatti dopo quest'esperienza scolastica non mi è mai più venuto in mente di scriverne una.

6. Tre aggettivi che riguardano i tuoi pregi.
I primi che mi vengono in mente sono comprensiva e paziente, soprattutto paziente, a detta di tutti sono la persona più calma del mondo; non mi capita proprio mai di perdere la pazienza, soprattutto per cose che a me sembrano "piccole", tipo inconvenienti quotidiani o quelle cose per cui le persone si stressano tanto, come la fila alla posta o perdere un autobus, tanto per fare esempi a caso. Non so spiegare il perché, so solo che in parte son sempre stata così, in parte ho lavorato su me stessa per imparare ad apprezzare le più misere sciocchezze e le cose negative stanno sempre in secondo o terzo piano. Le uniche occasioni in cui sono un po' irascibile è quando non ho dormito abbastanza (lol). La terza cosa che potrei dire, che non so se è un vero pregio ma è una cosa che mi piace di me, è il feeling che ho con gli animali. E' come se sapessi capirli bene, soprattutto i cani, e loro sentono questa cosa e istintivamente si fidano di me. E' bello.

7. Tre aggettivi che riguardano i tuoi difetti.
Il primo, che mi caratterizza da sempre, è sicuramente la pigrizia. Alla fine so combatterla e faccio sempre un sacco di cose, però il mio io interiore è un panda che sta a pancia all'aria e non ha voglia nemmeno di portare il suo bambù alla bocca. Poi sono una persona indecisa, specie sulle questioni importanti; ci rimugino e ci rimugino fino alla nausea e a volte, anche quando sembro essermi decisa completamente, son capace di tornare punto e capo all'ultimo secondo. Un terzo difetto è che non riesco mai a reagire immediatamente a certe situazioni, specie quelle che coinvolgono gli altri esseri umani. Ho sempre bisogno di tempo per metabolizzare e capire se è giusto o meno sbroccare alla persona in questione. Per estremizzare, se trovassi il mio fidanzato a letto con un'altra sarei capace di metterci un paio di giorni per capire se litigarci o meno. Sono messa male, lo so.

8. In quale epoca storica del passato ti vedresti assai bene?
Sono indecisa tra due momenti vicini: l'Ottocento o i primi del Novecento. Certo che dipende dal luogo e dalle condizioni in cui mi troverei... però con tutti i classici inglesi che ho letto, mi ci vedo nella campagna del Sussex, in un piccolo cottage, a sfidare le convenzioni dell'epoca a colpi di penna. E pazienza se mi fosse toccato usare uno pseudonimo maschile per esser presa sul serio!

9. Pianifichi tutto prima di un viaggio o inventi là per là?
Sono quella che la valigia la fa la sera prima senza neanche riflettere su ciò che sta buttando dentro, ma pianifico bene le cose da fare e da vedere: parto sempre pensando "chissà, magari sarà l'unica volta che vado in questo posto!" e voglio essere sicura di vedere tutto il possibile entro il tempo che ho a disposizione. Non sono e non sarò mai maniacale in questo però, perché mi piace molto anche l'improvvisazione. Per un viaggio on the road, infatti, non pianificherei nulla e lascerei tutto all'avventura.

10. Se tu fossi un personaggio della letteratura saresti...
Qui dovrei distinguere tra un personaggio che vorrei essere ed un uno che potrei effettivamente essere perché ci somiglio. Vorrei essere una Jo March o una Elizabeth Bennet, ma sono identica a Eleanor di Ragione e sentimento, per certi aspetti del mio carattere.

11. Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo post?
Almeno un'oretta, finora, ma non ho per niente finito ^^"

Le domande di Silvia:

1. Che cosa rappresenta per te il tuo blog?
Innanzi tutto un mezzo di comunicazione, per esprimere le valanghe di pensieri suscitati dalle cose che più mi rendono entusiasta, ovvero le storie, in tutte le forme in cui possono essere raccontate. Non ho tantissimi amici e di amici lettori ancora meno; stordisco il mio ragazzo ma, poverino, non può subirsele tutte e solo lui le mie chiacchiere. Inoltre non posso fare a meno di scrivere, è un'abitudine troppo radicata in me e, anche se amo farlo sulla carta, ho bisogno anche di un confronto con qualcuno che legga le mie parole. Ecco, dunque, che un blog è ciò che risponde a tutte queste mie necessità: direi che è fondamentale per me avere uno spazio in cui esprimermi e poter interagire con persone che condividono le mie passioni, a non farlo sento davvero che mi manca qualcosa.

2. Da quanto tempo hai aperto il tuo spazio personale?
Tanto non importa esiste dall'ottobre del 2015, dunque son quasi due anni (di già!).

3. Ami l'arte? C'è un artista che ti piace particolarmente?
Non posso dire di essere un'appassionata d'arte, più che altro sono una curiosa d'arte. L'arte mi incuriosisce e qualche volta sa colpirmi in maniera del tutto istintiva. Gli artisti che amo sono Klimt - di cui ho visto moltissime opere a Vienna -, Frida Kahlo, che forse è la mia preferita in assoluto, e mi trasmette molto anche l'inquietudine e la morbosità di Schiele.

4. Scegli una canzone che ti commuoverà sempre un po'.
Gli album dei Placebo e de Le Luci Della Centrale Elettrica significano di tutto per me, e molte delle loro canzoni sanno farmi stringere lo stomaco ad ogni ascolto. Adesso, in particolare, mi viene in mente Le ragazze stanno bene de Le Luci.

5. Qual è il personaggio letterario in cui ti identifichi di più?
Senz'altro il protagonista de Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron.

6. Qual era il libro che adoravi da bambino/a?
Piccole donne e Il diario di Anna Frank.

7. Qual è il film più bello che hai visto nel 2017?
Io non vedo mai i film appena escono, non per scelta ma perché va a finire sempre così! Dunque decisamente Pets, di cui poco tempo fa mia sorella ha acquistato il dvd. Chiunque abbia un animale da compagnia, specie un cane, deve averlo adorato!

8. Consiglia una lettura ideale per questo periodo estivo/di vacanza.
Personalmente adoro la saga dei Cazalet, conto di iniziare a breve il terzo volume. Trovo che sia una lettura al tempo stesso appassionante e rilassante. 

9. Hai mai incontrato degli scrittori? Se sì, chi?
Ho avuto il piacere di ascoltare Andrea Camilleri, di cui non ho mai letto nulla ma che stimo come intellettuale, però non sono riuscita ad incontrarlo; mentre di incontri "ravvicinati" (neanche stessi parlando di alieni) posso vantare quello con Bjorn Larsson, di cui ho l'autografo su I poeti morti non scrivono gialli e Giancarlo De Cataldo, autore di - tra gli altri - Romanzo criminale (che appunto mi sono fatta autografare). Di lui ho un bellissimo ricordo, perché è venuto nel mio paesetto sperduto perciò c'era poca gente e si fermò a lungo a parlare con me e l'unico altro ragazzo della mia età presente all'incontro. Una persona davvero disponibile e alla mano, oltre che interessante da ascoltare.

10. Qual è, secondo te, il luogo ideale per leggere?
Penso che ognuno abbia il suo. Io ad esempio faccio fatica a leggere all'esterno o in mezzo alla gente, perché osservare è più forte di me e dunque mi distrarrei per ogni minima cosa. Il mio luogo ideale è in una stanza tranquilla, sul letto, sul divano, in poltrona. Basta che stia comoda e tranquilla!

11. C'è un classico che ami rileggere? Se sì, quale?
Non sono una lettrice che rilegge, non ho mai riletto nessun libro per intero, dunque direi di no. Un classico che rileggerei volentieri più avanti, visto che l'ho letto a febbraio di quest'anno, è Il circolo Pickwick di Dickens, davvero troppo esilarante!

Bene, sono riuscita a rispondere a tutte le domande, che fatica! Avete avuto la pazienza di leggere fin qui? Se sì, i miei complimenti, meritereste un premio a vostra volta solo per questo! Ora tocca a me nominare undici blog. Voglio premettere che tra le prime a cui avrei assegnato il Liebster Award, perché adoro e leggo sempre i loro post, ci sono Virginia di Virginia e il Labirinto e Mami di Mami tra i libri, ma sono entrambe già state nominate sia da Luz che da Silvia, dunque vi risparmio xD sappiate però che adoro i vostri blog e sareste state senz'altro tra le mie scelte. I blog a cui assegno il premio:

1. L'anima delle storie di Giulia V.
2. Changes. Chances. di PattyOnTheRollercoaster
3. Fumetti di Carta di Orlando Furioso
4. Le manga-pagelle di Caroline di Caroline Preston
5. Mikla tra i libri di Mikla
6. NullaDiPreciso di Margherita
7. Quasi Adatta di Viola
10. Ariadne's Diary di Ari
11. Dipendenza da Shoujo di Hime Claire

Ecco le undici domande per voi!

1. Raccontaci un tuo ricordo d'infanzia bello o divertente.
2. Parliamo di look. Ne hai mai avuti di bizzarri, osceni o quanto meno imbarazzanti? Tutti abbiamo avuto tagli di capelli o scelte stilistiche, almeno in fase adolescenziale, di cui vergognarci profondamente. Abbi coraggio e svelaci i tuoi!
3. Hai mai fatto sport? Oppure suonato qualche strumento musicale? Se sì, a che livello? Raccontaci le tue esperienze, oppure, se non l'hai mai fatto, quale sport avresti voluto praticare/strumento musicale suonare?
4. Sì sa, i social e gli smartphone hanno devastato il cervello un po' di tutti. Quale social o app ti ha creato maggiore dipendenza? 
5. Quale personaggio, ahimè passato ormai a miglior vita, ti sarebbe piaciuto incontrare? Perché?
6. Se soffrissi di personalità multipla, che caratteristiche potrebbero avere i tuoi alter ego?
7. Una persona famosa - in qualsiasi campo - che stimi molto. Parlaci di lui/lei e del perché la/lo ammiri.
8. Una cosa del tutto superflua che compreresti se avessi soldi da buttare dalla finestra.
9. Hai la possibilità di avere una casa in qualunque posto tu voglia. Dove vai ad abitare e con chi?
10. Un alimento o bevanda del quale non potresti mai, per nessun motivo, fare a meno.
11. Cos'è che ti fa ridere fino alle lacrime?

Wow, ce l'ho fatta! Vi chiedo scusa per le domande strane, volevo divertirmi nel formularle e soprattutto esulare un attimo dal contesto libresco/fumettistico, proprio per conoscere cose diverse di voi blogger. Spero che vi divertirete nel rispondere e che vogliate partecipare tutti!

Grazie ancora se siete arrivati a legger fin qui, è stata lunga scrivere tutto questo post ma mi sono anche divertita un sacco. Un abbraccio e alla prossima!