mercoledì 18 gennaio 2017

I Pilastri, Iliade #11: Libro Undicesimo

Le gesta di Agamennone

E' passato un po' di tempo, dall'ultima volta che vi ho accompagnati nella lettura dell'Iliade, e ad essere onesta era passato del tempo anche dall'ultima volta che in prima persona mi ero dedicata alla lettura dei versi omerici. Una pausa che non ha avuto niente a che fare con la noia o con qualche difficoltà nel proseguire: affatto, tant'è che mentre in quest'ultimo periodo andavo a ripassare quanto avevo già letto, mi rendevo conto di ricordarmi tutto, a testimonianza di quanto le vicende degli achei e dei troiani mi fossero rimaste impresse. Col post di oggi, dunque, riprendo esattamente da dov'ero rimasta. Per seguirmi, vi invito a visitare la sezione del blog intitolata I Pilastri, dove troverete raccolti tutti i link ai post dedicati all'Iliade, che d'ora in poi usciranno ogni mercoledì. Spero che qualcuno ci si dedichi, anche perché il libro di cui vi racconto qualcosa oggi è davvero bello.

Fronti uguali aveva la mischia; essi al pari di lupi
correvano; la Lotta ricca di gemiti godeva a guardarli,
ché in mezzo ai combattenti c'era essa sola dei numi.
Gli altri dèi non eran fra essi: quieti
sedevano nei loro palazzi, dove a ciascuno
è costruita la bella dimora, tra le gole d'Olimpo.
Ma tutti facevano colpa al figlio di Crono nuvola buia
perché la gloria voleva dare ai Troiani.
Il padre però non si curava di loro: in disparte
sedeva, lontano dagli altri, luminoso di gloria,
guardando la città dei Troiani, le navi dei Danai,
il balenare del bronzo e gli uccisori e gli uccisi.


Ad aprire il libro undicesimo è l'Aurora, che sopraggiunge a svegliare mortali ed immortali; tra questi, c'è ovviamente anche Zeus, che prima ancora di godersi il suo caffè - o qualunque cosa preferissero gli dèi di prima mattina - ha la bella idea di scagliare la Lotta tra le navi degli Achei:

Qui ritta la dea gettò un grido forte, pauroso,
acuto; e ispirò gran furia agli Achei, a ciascuno
nel cuore, per lottare e combattere senza riposo:
e la guerre divenne per loro più dolce del ritornare 
sopra le concave navi alla terra paterna.

Ha inizio una giornata di battaglia che si concluderà soltanto nel Libro XVIII e colpisce per il gran numero di eventi ed episodi che, sovrapponendosi, fanno sembrare che questa giornata non finisca più. Nel marasma della lotta, per le prime pagine il lettore segue Agamennone, particolarmente in forma, che si dedica ad abbattere un nemico dopo l'altro. Osservando la sua furia, Zeus - che come sappiamo patteggia per i troiani - manda la sua messaggera Iri a riferire un ordine ad Ettore, il più grande tra gli eroi troiani:

Ettore figlio di Priamo, simile a Zeus per saggezza,
mi manda il padre Zeus per dirti queste cose:
fin che tu veda Agamennone pastore di genti
infuriare tra i primi, massacrar file d'uomini,
tienti sempre fuor della lotta, spingi gli altri
a lottar coi nemici nella mischia selvaggia.
Ma quando, colpito d'asta o ferito di freccia,
balzerà sui cavalli, allora a te darà forza
d'uccidere, fin che alle navi buoni scalmi tu giunga,
e il sole si tuffi, scenda la tenebra sacra.

Ettore ovviamente segue il consiglio, intanto che gli achei rafforzavano le loro file ed Agamennone continuava a combattere tra i primi; a questo punto Omero si rifà sentire in prima persona, facendo un'ennesima invocazione alle Muse, stavolta per chieder loro chi per primo e chi per ultimo affrontò il signore degli achei. Apprendiamo così del duello con Ifidamante, che cade sotto la lancia di Agamennone, così come suo fratello Còone, accorso per rivendicare almeno il corpo dell'amato fratello e che subisce invece la sua stessa sorte. Prima di cadere, però, Còone era riuscito a ferire Agamennone al braccio, sotto il gomito ed un dolore acuto - addirittura paragonato a quelli sofferti dalle donne durante il parto - gli invade il corpo e l'anima, al punto che egli è costretto a chiamare l'auriga e farsi riportare alle navi. Appena se ne accorge Ettore comprende che è arrivato il suo momento, ed eccitando ancor di più l'animo del proprio esercito, si butta nella lotta, come raffica impetuosa; iniziano a cadere numerose le teste degli achei, si sparge a macchia d'olio lo strazio, ed in molti battono in ritirata presso le navi. A restare saldi come sempre son soltanto i valorosi Diomede ed Odisseo, che di comune accordo restano a sfidare la furia di Ettore anche quando questi li ha puntati: Diomede getta la sua lancia mirando alla testa di Ettore, protetta dal casco di bronzo donatogli dal dio Apollo. La mira è giusta, ma la lancia non arriva a scalfire la pelle, protetta da quell'elmo resistente; in compenso, Ettore cade in ginocchio e - mentre Diomede è impegnato a recuperare la propria lancia - riprende fiato, balza sul carro e fugge, lasciando Diomede ad imprecargli contro, a giurargli che prima o poi l'avrebbe finito.
Nel frattempo anche un altro soldato aveva puntato Diomede: Alessandro, lo sposo di Elena, che nascosto dietro un cespuglio stava prendendo la mira e, scoccato il dardo, trafigge un piede di Diomede, il quale però lo deride:

Perché m'hai graffiato la pianta d'un piede ti vanti così.
Non me ne curo, come se donna o sciocco bimbo m'avesse colpito.
Debole è il dardo d'un uomo vigliacco, da nulla.
Ma se parte da me, anche se sfiora appena,
ben altrimenti l'asta è puntuta, fa subito un morto;
della sua donna già son graffiate le guance,
già son orfani i figli; egli, arrossando la terra col sangue,
imputridisce, più uccelli gli son vicini che donne.

Odisseo gli si avvicina, toglie la freccia conficcata nel piede di Diomede il quale, nonostante le parole di scherno, viene pervaso dal dolore ed è costretto a tornarsene alle navi; a questo punto Omero resta solo, col cuore sconvolto, diviso sul da farsi: ritirarsi o restare a combattere contro tutti? Orgoglioso e valoroso come si è sempre dimostrato, resta in mezzo al campo continuando a lottare. Il troiano Soco lo colpisce, ma la dea Atena impedisce all'asta di raggiungere le viscere del suo protetto; vedendo il sangue di Omero, i troiani lo accerchiano ed a quel punto l'eroe è costretto a gridare per chiamare i compagni: lo sentono Menelao ed Aiace, che subito accorrono in suo soccorso. Mentre Menelao si occupa di portar via Odisseo, Aiace inizia a massacrare uomini e cavalli e quando Ettore se ne accorge continua a combattere, ma evitando accuratamente lo scontro con Aiace. Zeus, allora, scaglia contro Aiace lo spavento: Aiace si ferma stupefatto, getta lo scudo, trema, si guarda attorno e voltandosi indietro fatica a mettere un piede dietro l'altro.
In tutto ciò, Achille era fermo sulla sua nave e da lì osservava chi andava e veniva dalla lotta feroce. Mostra finalmente un segno d'interesse quando vede Nestore portare un ferito alle tende, e chiede all'amico Patroclo di andare a verificare di chi si tratti. Patroclo obbedisce subito, ma più del ferito in questione di questo passaggio interessa il dialogo tra Patroclo e Nestore: l'anziano capo parla dell'egoismo di Achille, che mentre i più grandi dei loro eroi cadono o son feriti, sta lì fermo senza muovere un dito; rammenta a Patroclo le parole dei loro padri prima che loro partissero in guerra, gli parla delle lacrime amare che Achille avrebbe pianto nel momento in cui avrebbe visto bruciare tutto l'accampamento acheo coi suoi compagni dentro. Chiede a Patroclo di dire tutto questo ad Achille, di provare a smuovere così il suo animo. Loro due insieme, ancora freschi, riuscirebbero senza fatica a respingere degli uomini ormai stanchi, che combattono da ore. Patroclo, profondamente toccato dalle parole dell'anziano, corre fuori per tornare dall'amico, ma viene fermato da un altro compagno che torna ferito e che gli chiede di prestargli le cure che è in grado di fare, visto che persino uno dei loro medici è ferito, mentre l'altro è impegnato nella piana. Patroclo, nonostante la fretta, non può certo negare il suo aiuto e con il sangue che cessa ed una ferita che ristagna si conclude il libro undicesimo dell'Iliade.

Patroclo, Jacques Louis David, 1780
I fatti più interessanti di questo libro sono essenzialmente tre: innanzi tutto, i più grandi eroi achei sono messi fuori gioco. Son stai feriti Agamennone, Diomede e persino Odisseo, in mezzo a tanti altri. In secondo luogo c'è finalmente un segnale d'interesse da parte di Achille. Quella sua curiosità nei confronti di chi fosse il ferito riportato alle tende da Nestore è il primo barlume di avvicinamento da parte del semidio ai suoi compagni. Infine, il richiamo a Patroclo è già un preludio al suo destino. Tanta carne al fuoco, dunque.
Oltre a tutto questo, come di consueto la parola del poeta è di una forza a dir poco unica. Le comparazioni sono tantissime, che a dirla tutta vi avrei riportato ad una ad una. Per rendere l'idea di come si svolgessero le danze della battaglia, Omero prende a piene mani immagini dal mondo della natura, o per meglio dire della caccia: parla di mucche puntate da un leone, di un cervo ferito che fugge dagli sciacalli, di un cinghiale accerchiato da cani e da giovani ragazzi. L'effetto è immediato e davanti agli occhi ci si dipinge la scena: Omero solo in mezzo ai nemici, un soldato ferito che a fatica si trae in salvo. Le atmosfere sono ancora una volta fatte di polvere, di bronzo, di clangori. Per la prima volta però ho sentito anche l'affanno, la paura, un corpo che cade sulle proprie ginocchia. Un libro forte e molto evocativo, l'undicesimo, che si merita un segnalino colorato per tornarci qualche altra volta.


10 commenti:

  1. Da sempre amo l'Iliade. Epopea di una possanza indicibile.
    Non ho la fortuna di poterla insegnare a scuola entrando troppo nel merito. Alle scuole medie si fanno una serie di brani rappresentativi dell'intera opera e null'altro. Sentimenti così travolgenti di eroi coinvolgono spesso i ragazzi, ma passiamo su tutti abbastanza in superficie.
    Non stupisce che queste opere abbiano appassionato studiosi d'ogni tempo e luogo.
    Sei stata molto brava a delineare i fatti di questo particolare momento della storia.

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    1. Ti ringrazio, Luz, detto da che sicuramente la conosci bene è un gran complimento :) in realtà ero un po' arrugginita e non credo di aver scritto benissimo questo post... Ma in qualche modo dovevo ricominciare, perciò va bene così ^^
      Dai miei ricordi delle medie, è vero quel che dici. Anch'io restavo molto colpita da certi brani che si studiavano, oppure dalle spiegazioni che ne faceva la prof; chissà come l'avrei affrontata, se mi avessero proposto una lettura integrale dell'opera. Col senno di poi certo non mi sarebbe dispiaciuto studiarla come si deve. Intanto, la leggo per pura curiosità e piacere.

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    2. Alessandro D'Avenia, lo scrittore e prof di Lettere alle superiori, ne svolge una lettura integrale che ha da anni un certo successo. Ecco, almeno alle superiori, al di là dei consueti programmi, dovrebbero esserci iniziative di questo tipo.

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  2. Ciao! Ti faccio i complimenti per la bellissima recensione! è sicuramente molto utile anche per chi studia e per chi insegna :-)
    Le figure di Diomede ed Ulisse, secondo me, sono davvero affascinanti. Amo la loro amicizia ed il ritratto che Valerio Massimo Manfredi ne ha fatto in opere come "Il mio nome è nessuno", "Le paludi di Hesperia" o "Palladion".
    Spesso i canti più guerreschi dell'Iliade vengono messi in secondo piano rispetto a quelli più celebri o incentrati su temi personali, e se ciò è comprensibile a livello di programma scolastico, è comunque un peccato.
    Seguirò volentieri questa rubrica!

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    1. Ti ringrazio Silvia, sono davvero felice se qualcuno ha voglia di leggere addirittura questi miei post, che richiedono parecchio impegno ma mi danno anche grande soddisfazione, specie se riscontrano il vostro interesse :)
      Non conosco affatto Manfredi, se non di nome, e ammetto che ora mi hai incuriosita dicendomi che ha scritto delle cose sull'amicizia tra Diomede ed Ulisse! Magari più avanti farò un pensierino sui titoli che hai citato.

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  3. Ciao Julia :-) Che bello vedere questo tipo di letture sui blog :-) Io mi ero riproposta di leggerla nel 2016 ma le catastrofi reali mi hanno atterrato e non me la sono proprio sentita di farlo.. Comunque è una bellissima iniziativa da portare avanti, andrò a recuperarmi le puntate precedenti ;-)

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    1. Mi fa molto piacere Mikla, spero tanto che i miei post dedicati all'opera di Omero non ti annoino e che, anzi, ti invoglino ad iniziare al più presto quest'impresa! Non nego che sia una lettura impegnativa, ma è molto più scorrevole ed appassionante di quanto mi aspettassi prima di affrontarla. Perciò, appena te la senti, buttati senza indugio tra le sue pagine ^^

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  4. Ciao Julia; avevo già adocchiato questi tuoi post sull'Iliade, mi sono ripromessa di leggerli con calma, nei ritagli di tempo.
    Da ex studentessa del liceo classico, non posso che amarla con tutto il cuore. Ed è bellissimo vederla riletta ed interpretata in modo così moderno. Trovo che sia una lettura straordinaria, ahimè tuttora confinata solo a studenti di un certo indirizzo..

    grazie per proporla con regolarità! Io ti seguirò certamente, in questo viaggio.
    (e visto che di là, sul mio blog, mi parlavi del tuo amore per Baricco, a questo punto la domanda è d'obbligo: un parere sulla sua rivisitazione in Omero, Iliade?)
    Una buona serata!

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    1. Ciao Letizia! Mi fa molto piacere che il mio modo di proporla sia di tuo gradimento:) "rilettura moderna" è interessante come definizione, il mio è un approccio semplicistico in realtà. È vero che ho fatto studi umanistici ma purtroppo non è mai capitata l'occasione di studiare Omero e le sue opere come si deve, al di là dei soliti stralci che prevedono i programmi scolastici. Perciò la leggo, e ne parlo così come viene, da ciò che ho pensato e provato come lettrice. Ribadisco anche a te che sono sempre contenta se nei commenti mi arricchite con dettagli e informazioni che da "profana" non mi capita di cogliere.

      Per quanto riguarda l'Iliade di Baricco, l'ho letta parecchi anni fa e a dirla tutta non ricordo molto... mi era piaciuta, questo sì, però non avevo gli strumenti per giudicarla davvero. Magari dovrei ributtarci un occhio una volta finito con Omero!

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