domenica 30 luglio 2017

Manga | Letture di Luglio

Buona domenica a tutti, lettori e lettrici!
Oggi me ne esco con una tipologia "sperimentale" di post, per la serie vediamo come me la cavo a scriverli, se a voi possono interessare, se insomma hanno un senso; ora che ho iniziato a parlarvi anche di manga non credo che potrò più smettere e, purtroppo per voi, non mi basta commentare un primo numero o aspettare di aver finito una serie per recensirla come si deve... tutti i sentimenti provati nel mezzo dove li lascio, scusate? Dopotutto ho un blog dove riversarli, perché quindi non approfittarne! Mi spiace se le vittime dei miei sproloqui siete sempre e soltanto voi, ma tant'è, questa è la sorte che vi è toccata. E quindi niente, son qui per provare a fare una carrellata delle letture manga affrontate durante il mese (proverò con tutta me stessa a non tirar fuori un papirone che non conosce la parola fine) e potete leggere senza timore perché non farò mai spoiler o, se proprio devo, lo segnalerò prontamente. Cominciamo subito!

Tra giugno e luglio ho recuperato tutti i numeri usciti finora di Bugie d'Aprile, terza opera di Naoshi Arakawa ma la prima che vediamo pubblicata in Italia. I numeri escono mensilmente (ad agosto arriva il sesto), editi da Star Comics al prezzo di 4,90 euro, presentano una sovraccoperta con copertine sempre allegre e colorate che mi piacciono molto. Si tratta di uno shonen (opera indirizzata principalmente ad un pubblico maschile, o con un ragazzo come protagonista) tutto incentrato sulla musica.
Il protagonista è Kousei Arima, un quattordicenne con alle spalle un passato da bambino prodigio del pianoforte. Il suo talento però non era qualcosa di innato e naturale, quanto piuttosto costruito giorno per giorno con costanza, rigidità, severità dalla madre - una ex pianista costretta a rinunciare ai suoi sogni da una malattia, che l'ha condotta alla morte. In seguito alla scomparsa della madre, un giorno Kousei nel bel mezzo di un'esecuzione al pianoforte - per di più durante un importante concorso della sua scuola - smette all'improvviso di suonare, lasciando esterrefatto il pubblico che non sa spiegarsi cosa stia accadendo; né d'altronde può capirlo lo stesso Kousei, il quale da un momento all'altro non riesce più a sentire i suoni del pianoforte, quello strumento sul quale è cresciuto, sul quale ha versato tante lacrime, sul quale fin da bambino era stato basato il senso di tutto. Da quel giorno Kousei aveva smesso di suonare, tornando al pianoforte solo per qualche lavoretto di poco conto; la sua vita era diventata quella di un ragazzo qualunque e lui la prendeva per quel che era, come se andasse bene così. Chi però lo conosce da sempre sa che così non va bene per niente: è il caso di Tsubaki - vicina di casa, compagna di scuola, migliore amica - che assieme a lui ci è cresciuta e sin da quand'erano piccoli ha sempre cercato di spronarlo a buttarsi anche in cose che all'inizio possono fare paura. Certo, i suoi modi possono essere discutibili (come spingerlo giù da un ponte quando erano bambini perché Kousei aveva paura di tuffarsi, lol) ma le sue ragioni ed i suoi intenti sono dei migliori. Tsubaki è vivace, scatenata, un po' maschiaccio, però è anche molto matura, un'osservatrice attenta ed ha capito meglio di chiunque altro i sentimenti di Kousei: Tsubaki infatti non vuole che lui riprenda a suonare a tutti i costi, pretende però che se dice di aver chiuso con la musica che ne sia pienamente convinto. Perché il problema di Kousei è proprio l'esser rimasto bloccato in un limbo, senza la musica ma in qualche modo ancora dentro la musica. E' come un guscio vuoto, che si culla in una serenità apatica. Tsubaki gli rinfaccia di avere gli occhi vuoti: abbiamo quattordici anni, i nostri occhi dovrebbero emanare dei bagliori! gli dice con enfasi.
Per ora ho letto i primi tre numeri e Tsubaki è stata sin dal primo momento il mio personaggio preferito. Non soltanto perché è un po' matta (vi ho già detto che da piccola ha buttato Kousei giù da un ponte?), ma perché è una tosta dalle spalle larghe, che parla poco di sentimenti - piuttosto li sfoga tutti nel baseball, sport in cui eccelle - ma ne prova a bizzeffe; Tsubaki c'è sempre stata con e per Kousei, si prendono cura l'uno dell'altra come un fratello e sorella però chissà che, ora che si affacciano alle porte dell'adolescenza, il loro rapporto possa in qualche modo cambiare.
Un altro che è cresciuto assieme a loro è Watari, un biondino asso della squadra di calcio che riscuote un notevole successo con le ragazze, interesse che lui ricambia abbondantemente. Ha un carattere molto diverso da Kousei, così timido e pacato e che non azzarderebbe mai un gesto avventato, e proprio per questo sa essere per lui un buon amico. All'inizio Watari potrebbe sembrare un personaggio poco interessante, invece gli ho già visto dare ottimi consigli e prodigarsi per aiutare i propri amici. Tra l'altro è grazie al suo fascino se entra in gioco il personaggio chiave della vicenda, ovvero Kaori - la bionda che vedete nelle copertine - una coetanea molto carina e, soprattutto, una talentuosissima violinista. Un talento, il suo, a differenza di quello di Kousei, molto istintivo, spontaneo, quasi selvaggio; Kaori ha studiato e continua a studiare - peraltro nella stessa scuola che ha visto la parabola di Kousei - però è un'artista che non ha paura di uscire dagli schemi imposti da uno spartito né di lasciar uscire tutta la propria energia durante un'esibizione, facendo talvolta inorridire gli accademici ma lasciando sempre senza fiato il pubblico. Per fortuna o disgrazia di Kousei, Kaori decide di volere proprio lui come accompagnatore durante un concorso scolastico e non sente ragioni né accetta un no come risposta; aiutata anche da Tsubaki e Watari, riuscirà a riportare Kousei sullo stesso palco dove tutto era iniziato e finito. Per lui non sarà certo un'esperienza facile o priva di ostacoli e sofferenze, ma segnerà almeno una svolta nel piattume della sua vita.
Kaori è una ragazza travolgente, un'entusiasta, che ama il cibo così come la musica o le cose belle che la circondano. E' un po' irascibile a volte, esplosiva nel bene e nel male e questo carattere focoso lascia Kousei tanto spaventato quanto affascinato. Davanti a lei, al suo modo di fare, di stare per strada così come sul palco, rinunciare e rassegnarsi non pare più una possibilità accettabile. Per quanto almeno al momento preferisco Tsubaki, anche Kaori è un bel personaggio, soprattutto perché nonostante appaia sempre sicura di sé e sembri ammaliare chiunque la incontri, si sono già aperti degli spiragli sulle sue debolezze, e ciò mi fa pensare che ci sia ancora molto altro da scoprire su di lei, e che l'autore ci lascerà entrare nella sua storia in punta di piedi.
I disegni di Naoshi Arakawa mi piacciono molto, li trovo riconoscibili e questo è di per sé un gran pregio. Inoltre mi ha colpita positivamente l'impostazione delle tavole: l'autore si è giocato molto bene questa carta ed usando forme sempre diverse, che si susseguono in modo sempre diverso ha saputo creare in ogni pagina enfasi e movimento, creando per il lettore un'ampia rosa di emozioni. Quando ci sono scene i cui i protagonisti suonano sul palco, ad esempio, i disegni riescono in qualche modo a trasmettere le vibrazioni dell'energia che parte dalle mani dei musicisti e per di più la sensazione trasmessa è diversa a seconda di chi sta suonando. Insomma, c'è tanto pathos così come i dovuti momenti leggeri e divertenti.
Molto belle le tavole con gli alberi di ciliegio a fare da contorno, così come le scene notturne addolcite dai cieli stellati.
Bugie d'Aprile parla sì di musica, ma credo che il concetto possa essere esteso a qualunque grande passione - non a caso hanno spesso spazio anche Watari con le sue vittorie e sconfitte calcistiche e Tsubaki con la sua dedizione al baseball - e le relative contraddizioni che si scatenano nell'animo di chi la prova. Quell'amore-odio verso quel qualcosa che ci fa soffrire come nient'altro al mondo e che, al contempo, ci regala le più grandi soddisfazioni.
Ho già pronti sul comodino i numeri quattro e cinque, che probabilmente divorerò come i precedenti. La lettura è molto scorrevole e spesso alla fine di un capitolo non si resiste dall'andare avanti; sono molto curiosa su come si evolveranno i rapporti tra i personaggi e mi piacerebbe scoprire di più sul passato di Kousei così come, naturalmente, sul suo futuro. Davvero una bella storia, straripante di emozioni, che potrebbe piacere un po' a tutti. Chi ha già visto l'anime dice che si piange un sacco, spero vivamente che saranno lacrime di gioia.

Cambiamo genere con Our Little Sister - Diario di Kamakura di Akimi Yoshida, già affermata e nota nel mondo soprattutto per Banana Fish (che io non ho letto ma ho compreso di dover recuperare, in qualche modo). Si tratta stavolta di un josei (rivolto quindi ad un pubblico di donne/giovani adulte) incentrato su una dolce vicenda familiare. Protagoniste della storia sono le tre sorelle Koda - Sachi, Yoshino e Chika - ed il primo numero si apre con la notizia della morte del padre, che loro non vedevano da ben quindici anni. Nonostante tutto si recano lo stesso nella località termale dove si era da poco trasferito con la terza moglie ed i figli di lei per presenziare al funerale, senza aspettarsi di incontrare qui la loro sorellastra, Suzu Asano, figlia che il padre aveva avuto dalla seconda moglie, ovvero la donna per la quale aveva abbandonato loro ed il tetto coniugale. Suzu ha soltanto tredici anni, ma le sorelle Koda rimangono subito colpite dalla maturità con cui gestisce la situazione, accoglie le persone, consola la vedova che non fa altro che piangere e scaricare responsabilità sugli altri; Suzu è di fatto rimasta orfana, visto che sua madre era già venuta a mancare per una malattia. Le sorelle Koda riescono a passare qualche momento in più sole con Suzu, che le porta in giro per la città, ed al momento di ripartire, prima di salire sul treno, la maggiore - Sachi - la invita ad andare a vivere con loro, se vuole. Proprio un attimo prima che le porte del treno si chiudano, Suzu esclama: vengo! E così ha inizio questa nuova convivenza, che si rivela naturale per tutte. Suzu si inserisce subito nella routine della casa e della città di Kamakura, soprattutto entrando nella squadra mista di calcio - sport cui aveva rinunciato negli ultimi tempi, ma di cui è appassionata ed in cui è molto brava - della sua scuola. Grazie allo sport si fa subito degli amici, in particolar modo Yuya, il capitano, Masa, lo scemotto del gruppo, e Futa, il quale pur essendo il più timido ed impacciato ha dei capitoli interamente dedicati a sé, il che lascia immaginare che rivestirà un ruolo pian piano più importante. Nel secondo numero Suzu si avvicinerà anche a Miporin, l'unica altra ragazza della squadra, una ragazzona grande e grossa che riveste il ruolo di portiere, dalla personalità buona e gentile e molto onesta.
Venendo alle sorelle Koda invece, abbiamo tre personalità diversissime. Sachi fa l'infermiera nell'ospedale della città. Ha i capelli scuri e corti, non è certo una che ha tempo da perdere ad acconciarseli. Ha un carattere serio, severo, a volte brusco; essendo la primogenita, è l'unica che ha molti ricordi dei genitori, ha dovuto sobbarcarsi, pur essendo ancora piccola, i loro problemi e fare da spalla ad una madre debole che, dopo il divorzio, era scappata a rifarsi una vita per i fatti propri lasciando le tre figlie con la nonna. Comprensibilmente Sachi nutre del risentimento verso i genitori, mentre nei confronti delle sorelle si comporta tutt'ora come fosse lei la mamma. La secondogenita, Yoshino, lavora in una banca e gran parte del suo stipendio lo sperpera in bevute e per i bei ragazzi che incontra nei bar, ai quali spesso paga la cena, la sbornia e magari pure il taxi. Ragazzi che per giunta la maggior parte delle volte finiscono con l'imbrogliarla, perché tende a scegliersi tipi poco affidabili. Infine c'è Chika, che lavora in un negozio di articoli sportivi e forse ha una cotta per il suo capo, un tipo bizzarro con una folta capigliatura afro che lei, inspiegabilmente, ha voluto imitare. Chika è la più bonacciona, potremmo dire, delle tre, che si preoccupa per le sorelle maggiori ma non mette mai becco negli affari altrui, a differenza di Sachi e Yoshino che litigano in continuazione.
Ho letto i primi tre numeri e, che dire, adoro questo manga. Si parla di relazioni familiari, di amicizia e di relazioni sentimentali, sia in versione più problematica ed adulta - tramite Sachi - sia in versione più leggera ma non meno complicata tramite Suzu. I disegni di Akimi Yoshida non mi hanno fatta impazzire al primo colpo d'occhio, ma appena mi sono addentrata nella storia e per le strade di Kamakura ho imparato ad adorarlo. Le atmosfere son sempre delicate, i toni variano moltissimo dal serio, al comico, al profondo, alla spensieratezza di una passeggiata in mezzo al verde - già, perché in questo manga la natura ha moltissimo spazio e questa è un'altra caratteristica che mi sta piacendo tanto. Ad agosto uscirà il quinto numero (spero di recuperare il quarto nel frattempo!). Tra l'altro è davvero una perfetta lettura estiva, sedersi fuori nel tardo pomeriggio quando la temperatura scende un po' e le cicale fanno da sottofondo è un vero piacere, perché anche a Kamakura per il momento è estate e la colonna sonora è il frin frin delle cicale.

Veniamo poi ad un primo numero che è piaciuto a chiunque l'abbia acquistato: Come dopo la pioggia di Jun Mayuzuki. Io non ho letto neanche la trama, ho avuto un colpo di fulmine con la copertina ed anche il titolo mi piaceva molto e l'ho preso così, a scatola chiusa. E non me ne sono affatto pentita, perché appena ho sfogliato le pagine sono rimasta a bocca aperta per la bellezza dei disegni, che per mio gusto personale sono praticamente la perfezione. Come dopo la pioggia è la prima opera di Mayuzuki, uscita in Giappone nel 2014 e si tratta di un seinen. La protagonista è Tachibana, una diciassettenne bellissima dal carattere un po' introverso ed all'apparenza fredda e scostante. C'è più di un ragazzo che nutre dell'interesse per lei - in particolar modo un compagno di scuola innamorato perso - ma lei non li calcola proprio, come si suol dire, ed ha invece una gran cotta per il suo capo, il proprietario del family restaurant dove lei lavora part-time. L'uomo in questione è l'ultima persona al mondo che si penserebbe possa destare l'attenzione di una ragazza giovane e bella come Tachibana: è un uomo di mezza età dotato di nessun particolare fascino, agli occhi degli altri è un mezzo fallito, un tipo privo di carisma e di personalità, troppo accondiscendente e servizievole. Tachibana invece vede in lui la gentilezza, la dolcezza, la bontà e probabilmente quell'aria impacciata a lei fa ancora più tenerezza. Come può tra due persone così diverse e lontane nascere un legame sentimentale? Questa è la domanda che sembra porre questa storia e neanche pone troppo tempo in mezzo perché Tachibana, con un coraggio non indifferente, si dichiara e visto che lui non capisce la prima volta lo fa anche una seconda. Il primo numero è letteralmente volato, una lettura sin troppo piacevole sia per i disegni che per la storia in sé e, come tutti gli altri che l'hanno acquistato, non vedo l'ora che esca il secondo numero, e meno male che agosto è vicino!

Fatemi sapere nei commenti se state leggendo o qualcuna di queste serie o se vi attirano :)
A presto!

martedì 25 luglio 2017

Due libri stupendi di cui, senza motivo, non vi ho parlato.

Guardate il mio archivio di quest'anno. Notato qualcosa? Esatto, dopo gennaio viene direttamente giugno, come avessi completamente saltato i mesi di mezzo. Non lo so proprio perché in quel frangente non sono riuscita a pubblicare neanche un post - mille piccoli disagi ed inconvenienti, il tempo che manca, la routine che ti inghiotte... Sicuramente ci sono tante ragioni e nessuna veramente valida, se non che in quei mesi non sono riuscita a prendermi dei momenti per me, da dedicare con serenità a fare una cosa che tanto mi piace come scrivere e scrivere di ciò che leggo. A febbraio ed a marzo ho letto due romanzi che rientrano tra le letture più belle di sempre, e mi dispiace troppo non averne lasciato traccia e non averle segnalate a voi, lettori e lettrici. E' una mancanza a cui debbo per forza porre rimedio, anche perché son libri a cui - a distanza di mesi - non smetto di pensare. Perciò eccovi qui due mini-recensioni, che già so non renderanno minimamente giustizia ai titoli in questione.

Charles Dickens non ha bisogno di nessuna presentazione. E' un mostro sacro della letteratura, che ancora oggi spacca a metà il pubblico, tra chi non può soffrire i suoi mattonazzi vittoriani e chi invece lo venera come un profeta; io, superfluo sottolinearlo, sono nella categoria dei veneratori, al punto che mi sono posta la folle impresa di leggere tutta la sua produzione, per di più in ordine cronologico. Ecco perché mi sono trovata con Il Circolo Pickwick in mano, primo romanzo dell'autore inglese, pubblicato in fascicoli dal marzo 1836 all'ottobre del 1837. Il Circolo Pickwick fu il primo vero caso editoriale della storia, con un successo di vendite mai verificatosi in precedenza, che portò il suo autore a fare tourneé di letture pubbliche che registravano sempre il tutto esaurito.
E non me ne stupisco affatto, perché Il Circolo Pickwick, con le sue 1016 pagine, è il libro più divertente che io abbia mai letto. Il romanzo non racconta altro che le avventure dell'illustre fondatore del Circolo, Samuel Pickwick, che decide di partire nell'anno 1827 assieme ai suoi più intimi e fedeli amici, Nathaniel Winkle, Augustus Snodgrass e Tracy Tupman - ovvero lo sportivo, il poeta e il dongiovanni. Il quartetto, almeno negli intenti, vuole girare in lungo e in largo l'Inghilterra, per descriverne gli abitanti, gli usi e costumi di inizio Ottocento. Nella pratica, sono un gruppo di sprovveduti allo sbando. Un capitolo dopo l'altro i nostri incapperanno in una miriade di personaggi più o meno sopra le righe, talvolta fidati amici e talvolta furfanti, che devieranno il loro percorso dando svolte sempre più inaspettate al viaggio del rinomato Circolo Pickwick. L'ironia che Dickens ha qui usato nella sua scrittura è senza pari e senza eguali, ho riso fino ad avere le lacrime agli occhi, soprattutto per come Samuel Pickwick viene in continuazione osannato come fosse il più brillante e migliore tra gli uomini, quando poi ci viene spesso fatto notare che fosse tutt'altro che una cima. I suoi compagni, tutti eleganti e sommi gentiluomini, non sono meno esilaranti di lui: da Winkle - tanto mitizzato come sportivo - che tanto nell'arte della caccia quanto in quella del pattinaggio sul ghiaccio vi farà piegare in due dal ridere a Tupman che, a causa del suo debole per il gentil sesso, metterà tutta la compagnia in situazioni sempre più folli. I personaggi di questo romanzo sono indimenticabili: dal malefico Job Trotter, brigante dalla parlantina inarrestabile, abile trasformista, che farà dannare il nostro beniamino ad ogni loro incontro fino alla redenzione finale; a Samuel Weller, fido servitore, assistente, tuttofare di Mr Pickwick, che non a caso porta il suo stesso nome: Weller è in tutto e per tutto la controparte di Pickwick. Tanto Mr Pickwick è sbadato, sprovveduto, poco pratico delle cose del mondo, tanto Mr Weller è sveglio, abile, furbo, esperto. E poi, vi dico che vale la pena leggere questo romanzo anche soltanto per le conversazioni tra Samuel Weller e suo padre. La loro saggezza ed i loro modi di dire sono qualcosa che semplicemente non potete perdervi.
Dentro questo romanzo c'è qualsiasi cosa: l'avventura, le scoperte, la suspense, storie romantiche, d'amicizia, di politica, di tradimento... qualsiasi cosa vi venga in mente, buttatecela dentro, ripassatela in salsa vittoriana, condite con abbondante talento narrativo e ricoprite tutto con litri d'ironia. Ecco a voi la ricetta de Il Circolo Pickwick.

L'altro libro non so se e quando l'avrei letto se non fosse stato per mia nonna, che un giorno mi ha allungato la sua vecchia edizione di Uccelli di rovo - molto più bella di questa moderna che in copertina mette gli attori del film, che fanno subito pensare ad una storia qualunque tra lui&lei invece NO! - dicendomi: "Questo è il libro più bello che io abbia mai letto, vedi un po' se ti piace".
Me lo sono portato a casa, la sera stessa l'ho aperto e nella prima pagina l'autrice descriveva una bimba che in mano teneva una bambola, un bene prezioso perché era la prima che avesse mai ricevuto. Niente di sconvolgente, vero? Eppure sin da quelle prime righe la magia era compiuta, ero dentro, assorbita, trasportata nella vasta e sconfinata Australia dove tutto il romanzo è ambientato. Uccelli di rovo è stato uno di quei libri, uno di quelli che ci entri dentro e non ne esci più neanche dopo che l'hai terminato. Racconta di una famiglia, e la racconta dall'inizio alla fine, in un perfetto cerchio che compie il suo corso e poi si chiude.
Non voglio dirvi proprio nulla della trama, perché per me è stato incredibile scoprirla pagina dopo pagina. Vi dico piuttosto di quanto sia straordinaria Colleen McCullough, capace di descrivere i paesaggi dell'Australia come ne stesse facendo una fotografia, dipingendo per il lettore l'immensità degli spazi, l'odore delle bestie, l'aria appiccicosa nei periodi di siccità, e poi quelli che a me sono piaciuti di più: i cieli stellati, infiniti sopra la testa di te, piccolo umano, fermo in mezzo ad una strada, dove per chilometri e chilometri non c'è niente né da un lato né dall'altro della strada se non la terra che corre e corre, e sopra quel tappeto di stelle di cui, nel silenzio assoluto, quasi senti il suono.
Colleen McCullough è talmente brava che ti fa entrare non soltanto nel cuore dei suoi personaggi, ma persino nella loro testa e nella loro carne. Conseguenza di un così grande talento, è che il lettore si vive in prima persona tutto ciò che capita ai protagonisti. Uccelli di rovo mi ha fatto provare ogni emozione possibile. Mi ha fatto sorridere, mi ha dato dolcezza, compassione, mi ha fatto provare rabbia, sdegno, dispiacere, speranza, delusione, ho provato il senso di rivalsa così come quello di sconfitta; c'è tanta bellezza, tanto rimorso, certi conflitti come tra forze primordiali. Per quanto famoso il titolo, non avevo mai letto né sentito qualcuno che ne parlasse, e questo non è assolutamente giusto perché Uccelli di rovo è un capolavoro assoluto e se non lo avete sulle vostre librerie vi consiglio di rimediare al più presto.
Sì nonna, m'è piaciuto, è una delle cose più belle che abbia mai letto.

domenica 23 luglio 2017

Anime | Isshuukan Friends - One Week Friends

One Week Friends è un manga di Maccha Hazuki, edito in Italia da Planet Manga (7 volumi, 4,50 euro l'uno). Io ne ho sentito parlare per la prima volta da Dadachan Arts&Stories, una ragazza dolcissima cresciuta a pane e manga, della quale mi sono guardata praticamente tutti i video non appena scoperto il suo canale. La storia di One Week Friends mi sembrava molto carina, così come le copertine, però non ero convinta al punto di pensare di spenderci dei soldi; quando poi ho sentito Dadachan dire più volte che l'anime era identico, ho deciso di approcciarmi a quest'ultimo, che consta di dodici episodi della durata di una ventina di minuti ciascuno.

Nel titolo è già racchiusa tutta la trama principale, ma chi vi si approccia con poche informazioni non può certo saperlo. La protagonista è Fujimiya Kaori, una ragazza che frequenta il liceo e non ha amici. Non è che non abbia amici perché sia antipatica o emarginata dagli altri: non avere amici è una sua scelta. Kaori evita attentamente di socializzare con i compagni ed il suo atteggiamento è studiato per far sì che loro non vogliano avvicinarsi a lei. Il suo sguardo è sempre basso sui libri, appena suona la campanella si dilegua come un fantasma, rifiuta con freddezza qualsiasi proposta o richiesta le venga fatta e, come se non bastasse, essendo molto brava in matematica fa spesso la figura della maestrina altezzosa. Insomma, la sua freddezza scoraggerebbe chiunque dal rivolgerle anche un semplice saluto.
Tutti, tranne Yuuki Hase, che da qualche banco più indietro la osserva e non può proprio fare a meno di pensare che abbia un bel viso. Pur sapendo che si tratta di una vera e propria impresa, decide di voler diventare suo amico e così fa qualche primo tentativo, che fallisce miseramente.
Le cose cambiano quando Hase scopre che tutti i giorni Fujimiya pranza da sola sulla terrazza della scuola. Il primo giorno lei gli dice subito che non può avere amici, ma Hase non perde il suo buonumore e risponde che non fa niente, che possono anche non essere amici e starsene soltanto lì seduti a pranzare insieme. Invece ovviamente poco alla volta iniziano a parlare, ed Hase scopre che il suo intuito aveva avuto ragione: Fujimiya è una ragazza fin troppo dolce, solare, gentile. Lei gli impone una sola regola: non deve mai parlargli in classe, davanti agli altri, il loro rapporto esisterà solo su quella terrazza. Hase non si fa troppe domande, la felicità di esser riuscito ad avvicinare quella compagna imperscrutabile è più forte di qualsiasi perplessità la situazione possa suscitargli. Trascorrono così una settimana di pranzi allegri e spensierati, durante i quali i due iniziano a scoprire qualcosa l'uno dell'altra. 

Fujimiya & Hase

Quando però arriva il venerdì, Fujimiya sembra terribilmente triste. Inizia a ribadire che lei non può avere amici, che gliel'aveva detto sin dall'inizio; davanti alla comprensibile confusione di Hase, la ragazza è costretta a confessare il suo segreto: ormai da anni soffre di uno strano problema di memoria, che fa sì che ogni lunedì lei perda tutti i ricordi legati agli amici. Ricorda perfettamente i suoi familiari o persone con cui non ha un rapporto importante, ma gli amici zero, spazzati via all'inizio di ogni nuova settimana. Hase non esita a credere alle sue parole - per quanto incredibili possano sembrare - però non si rende effettivamente conto della situazione fino al lunedì successivo, quando raggiungendola come al solito in terrazza all'ora di pranzo, lei non dà segni di riconoscerlo. Nonostante questo sia un brutto colpo, Hase non si rassegna, e come fosse la prima volta che si avvicina a lei inchinandosi dice:

Mi chiamo Yuuki Hase, 
sono un tuo compagno di classe e 
vorrei che diventassimo amici

Una frase che lui sarà pronto a ripeterle anche ogni lunedì, se necessario (e sì gente, qui ci scappa la lacrimuccia). 
Hase inizia però ad arrovellarsi per trovare - se non una soluzione - almeno qualche piccolo espediente che possa aiutare Fujimiya ed alla fine gli viene un'idea tanto semplice quanto pratica: tenere un diario, un diario dove prendere appunti su di lui e su tutto ciò che fanno insieme. Fujimiya decide di provarci, e così inizia a scrivere proprio tutto ciò che riguarda Hase, compreso cosa mangia a pranzo ed i suoi gusti su ogni cosa. Poi appende un foglio al suo armadio, dove scrive a se stessa chi è Hase e di leggere il diario sulla scrivania, così da ricordarsene ogni lunedì mattina. L'idea del diario inizia a dare i suoi frutti e se Fujimiya non riesce a ricordare nel vero senso della parola, acquisisce pian piano almeno familiarità con la figura di Hase e con tutto ciò che c'è scritto nel diario, così da non sentirsi completamente persa ad ogni lunedì.
Shogo Kiryu
Inoltre Hase deciderà di coinvolgere il suo migliore amico, Shogo Kiryu, un ragazzo dall'atteggiamento serio ed impassibile che mette quasi tutti in soggezione. Inizialmente mette in dubbio la spiegazione di Fujimiya circa la sua amnesia, ma lo fa - secondo me - per un forte senso di protezione verso il suo amico, che vuole assicurarsi non venga preso in giro. Shogo sarà d'aiuto più di una volta agli altri protagonisti, perché nonostante sia molto severo nei suoi giudizi - che esprime senza peli sulla lingua - alla fine è sempre disposto a proteggere ed aiutare chi sembra aver bisogno di lui.
Ultima ad entrare nel gruppetto - e stavolta senza che nessuno l'abbia invitata - è Saki Yamagishi, anche lei compagna di classe di tutti loro. Una volta scoperto che Shogo ed Hase erano riusciti a socializzare con Fujimiya e che si ritrovavano tutti sul terrazzo all'ora di pranzo, un giorno ci sale anche lei e si butta letteralmente tra le braccia di Fujimiya ed inizia a raccontarle di quanto l'avesse sempre ammirata per la sua maturità e compostezza, di quanto l'avrebbe voluta come madre (ma cos... ò_ò?!) o almeno come sorella maggiore e che dovevano assolutamente diventare amiche.
Forse l'avrete intuito dal tono con cui l'ho introdotta, ma Saki è l'unico personaggio che non mi è piaciuto, anzi non la sopporto proprio! Sarebbe la ragazza kawaii della situazione, piccola e graziosa, un po' sbadata ma dolce... Un po' sbadata una cippa, questa è proprio deficiente purtroppo! Ho avuto delle speranze per Saki ogni tanto, [piccolo spoiler] ad esempio quando Fujimiya le spiega il suo problema, Saki sembra alleggerirle il peso di questo segreto dicendole che anche lei dimentica un sacco di cose ed in più non sa neanche quando le dimenticherà, a differenza di Fujimiya che sa esattamente che cosa dimenticherà - ovvero gli amici - e persino quando - ogni lunedì. Un po' come a dire: "Se la guardi da un'altra prospettiva, non è grave come sembra!"; oppure quando le racconta di esser stata vittima di bullismo alle elementari ed il modo in cui era riuscita a superare tali esperienze. Ecco, anche lì ho pensato: dai, questo personaggio forse può riprendersi! Invece no, ragazzi, purtroppo è scema. Vi dico solo che in una delle ultime puntate i quattro si incontrano per finire insieme i compiti delle vacanze e Saki se ne esce prima dicendo di aver dimenticato di fare i compiti - e va bene, questo posso accettarlo - e poi aggiunge: "In verità mi ero proprio dimenticata che le vacanze sarebbero finite!". Eh?! Che cosa??! No ragazzi, io non ci sto. Kawaii o meno Saki non la reggo. [Fine piccolo spoiler]
Tralasciando questo dettaglio, gli altri personaggi e la storia mi sono piaciuti molto, per fortuna. La trama è davvero ben sviluppata, non è banale e soprattutto nel corso delle puntate vengono spiegati bene i motivi del problema di Fujimiya, che con mio sommo gaudio non sono ragioni di natura né sovrannaturale né fantascientifica, ma estremamente umani. Ovviamente non ve li svelo, altrimenti non avreste più motivo di leggere o vedere questa storia.
Potere del rossoreeee
Per quanto riguarda i disegni, penso che molti potrebbero storcere il naso. I volti sono abbastanza strani, con uno sguardo che potremmo definire quasi languido o annoiato, ed un lieve rossore sulle gote, quello che normalmente sta a rappresentare l'imbarazzo e che invece i protagonisti di One Week Friends hanno perennemente, come fosse un naturale rossore delle guance (quando infatti sono imbarazzati, il rossore si intensifica).
Altra particolarità riguarda gli sfondi: avete presente quella sorta di luce soffusa che negli anime di solito ci fa capire che stiamo assistendo ad un flashback, o che comunque un personaggio è immerso in un ricordo? Ecco, anche questa in One Week Friends è una costante, tutte le immagini dell'anime sono immerse in questa tonalità soffusa ed anche in questo caso, quando viene mostrato un ricordo, la luce si intensifica dando ai personaggi dei contorni sfumati. Queste caratteristiche, che comprendo bene potrebbero infastidire qualcuno, a me alla fine non hanno disturbato per niente. L'unica cosa che mi ha disturbato è la maledetta Saki!
Ammetto di esser rimasta poco convinta dal finale, non perché sia brutto ma perché l'ho trovato poco conclusivo. Non viene lasciato nulla di irrisolto, però si ha l'impressione che resti in sospeso il rapporto tra Hase e Fujimiya, che puntata dopo puntata continua a crescere ma non arriva alla risoluzione romantica, sebbene sia chiaro che entrambi nutrano ormai sentimenti più che amicali l'uno nei confronti dell'altra. Che ci sia da attendere un seguito?


Nel complesso, l'ho trovata una storia molto dolce e ben costruita, con dei personaggi - specie i due protagonisti - cui ci si affeziona. Non mancano i colpi di scena - come un personaggio chiave tornato dal passato - ed i momenti di suspense, perché l'impegno del povero Hase non sarà sempre sufficiente a far filare tutto liscio. 
Personalmente, quando scelgo di guardare un anime voglio che questo sappia coinvolgermi tantissimo, così da non pensare a nient'altro per quei venti minuti che di solito dura un'episodio; di conseguenza cerco storie che siano leggere o quanto meno non troppo impegnative - ma non per questo del tutto frivole o prive di senso! - ed infine anche l'occhio vuole la sua parte, quindi il disegno deve piacermi almeno un minimo. One Week Friends ha risposto a tutte queste esigenze, dunque anche se non urlo al capolavoro né rientrerà tra le opere della vita, sono contenta di averlo visto e lo consiglieri a chi - specie con questo caldo - passerebbe volentieri il pomeriggio sul divano a guardare un anime carino, con una trama a suo modo originale e molto ben sviluppata.

Fatemi sapere nei commenti se avete letto o visto One Week Friends o se avete intenzione di farlo!
(e vi prego, ditemi che non sono l'unica ad esser stata tanto spietata con Saki!)




giovedì 20 luglio 2017

Liebster Award 2017

Cari lettori, care lettrici,
che bello oggi potervi scrivere a causa di un premio! Il Liebster award è ormai ben noto a chi frequenta la blogosfera ed è particolarmente carino, secondo me, almeno per due motivi: il primo è che lo scopo principale di tale premio è far conoscere di più dei blog con ancora poco seguito che riteniamo meritevoli, il secondo è che - attraverso il gioco delle domande a cui rispondere - permette di scoprire qualcosa di più sui nostri amici e colleghi blogger. Mi capitò di riceverlo in passato, quando scrivevo di altro su altri spazi, ma è la prima volta che mi viene assegnato qui, al mio Tanto non importa e ne sono davvero felicissima perché - tra alti e bassi e tra un'assenza e l'altra - lo sto portando avanti e riesco comunque a sentirlo mio, soprattutto perché stavolta non mi sono incastrata entro troppe regole e - come sicuramente avrete visto - mi sento libera di scrivere di tutto ciò che voglio, dalle recensioni di libri a quelle di manga fino ad arrivare ai miei fatti personali; e sapete qual è la cosa che mi fa più piacere? Beh, che voi commentate tutto e non storcete il naso se salto da un argomento all'altro. Di questo vi ringrazio, di tutto cuore, perché più passa il tempo e più adoro scrivere qui e questo, senz'altro, lo devo anche a chi - leggendo e commentando le mie parole - mi sta aiutando a credere in ciò che faccio ed a crescere. Bene, il momento romantico può concludersi qui, passiamo alle regole!

1. Ringraziare chi ti ha premiato e rispondere alle undici domande che ti sono state poste.
2. Premiare altri undici blogger che abbiano meno di 200 followers e che ritenete meritevoli.
3. Comunicare la premiazione nelle bacheche dei "vincitori".
4. Proporre a vostra volta undici domande. 

1. Ringraziare chi ti ha premiato e rispondere alle undici domande che ti sono state poste.
Con mia grande sorpresa, sono stata premiata da ben due persone: Luz, di Io, la letteratura e Chaplin, che non credo abbia bisogno di presentazioni, e Silvia di La nostra passione non muore. E' già la seconda volta che Luz mi assegna un premio e dire che ne sono onorata è poco. I suoi post sono tra quelli che leggo sempre con maggior interesse e curiosità e spesso ne esco sapendo qualcosa in più, dai suoi scritti traggo arricchimento. Dal suo blog traspare la sua fortissima personalità, perciò ricevere un premio da una persona che stimo è sicuramente fonte di grande soddisfazione! 
Per quanto riguarda Silvia invece, la conosco da meno tempo e mi propongo di passare di più sul suo angolo virtuale, perché merita. Mi hanno colpita i suoi articoli a tema teatro, che personalmente frequento pochissimo - per niente, si può dire - eppure ho sempre adorato. 
Quindi, che dire, grazie mille ragazze! Se non vi nominerò a mia volta sarà solo per non farvi rifare questo post daccapo!

Veniamo alle undici domande. Le domande di Luz:

1. Il primissimo libro che hai ricevuto in dono.
Domanda difficile, perché ovviamente quelli che ricordo meglio son quelli che ero già in grado di leggere da sola, quindi alle elementari; però so di averne ricevuti parecchi già prima, i classici libretti per l'infanzia pieni di disegni con una frase per pagina, che qualche adulto deve aver la pazienza di leggerti piano spiegandoti le immagini. Il primo in assoluto non saprei proprio dirlo, ma so che i primi erano in svedese. Per chi non lo sapesse, mia madre è svedese ed io son nata lì e c'erano questi libriccini in formato molto piccolo, quadrato o rettangolare, il cui catalogo comprendeva moltissime storie. Mia madre o i miei nonni me le rileggevano all'infinito anche per farmi imparare la lingua, ed andò a finire che alcune di quelle le conoscevo a memoria, tanto da "leggerle" da sola anche se non sapevo leggere.

2. Come ti immagini da vecchio/a? (descrivi una tua ipotetica foto)
Questa è divertente. Allora, porto gli occhiali da quando avevo sette anni, dunque con gli occhiali. Ho sempre amato la comodità e non penso che proprio in vecchiaia diventerò una raffinata signora in gonnella, quindi in tuta e penso porterò le Converse anche da vecchia. Forse avrò ancora i capelli tinti di rosso, o forse mi piacerà la tonalità di bianco/grigio che prenderanno. Nella foto mi immagino seduta nella mia poltrona d'onore - ogni anziana lettrice ne merita una - con accanto le mia cagnolotte - perché sì, da cucciole ho chiesto ad entrambe di essere immortali e quindi ci saranno ancora. Qualunque sia il contorno, spero che in quella foto io stia sorridendo sinceramente.

3. C'è un viaggio in luoghi remoti che vorresti fare prima o poi?
Non saprei. Ho già visto parecchi posti, ma vorrei vederne ancora molti di più. Ci sono ancora molti posti vicini in cui non sono mai stata, ad esempio in cima alla mia lista dei viaggi che vorrei fare, al momento, ci sono la Scozia e l'Islanda. Immagino che le mete remote mi verrebbero in mente una volta esplorato tutto il circondario limitrofo.

4. Hai mai scritto un libro?
No. Ne ho iniziati seriamente almeno due, terminato nessuno. Ora però ho un progetto serio e stavolta penso proprio che sarà diverso, perché son molto diverse le premesse.

5. Hai mai scritto una poesia?
Non di mia spontanea volontà. Quando frequentavo le medie, la mia docente di italiano era - tra le altre sue doti - una poetessa. Nelle ore pomeridiane ci obbligava al "laboratorio di poesia" e, ispirati o meno, dovevamo scriverne tutti. Abbiamo persino partecipato e vinto concorsi e pubblicato almeno una raccolta all'anno. Ricordi molto imbarazzanti, così come le "poesie" dentro a quei libri firmate col mio nome. Onestamente non è una forma di scrittura con la quale io mi senta a mio agio, infatti dopo quest'esperienza scolastica non mi è mai più venuto in mente di scriverne una.

6. Tre aggettivi che riguardano i tuoi pregi.
I primi che mi vengono in mente sono comprensiva e paziente, soprattutto paziente, a detta di tutti sono la persona più calma del mondo; non mi capita proprio mai di perdere la pazienza, soprattutto per cose che a me sembrano "piccole", tipo inconvenienti quotidiani o quelle cose per cui le persone si stressano tanto, come la fila alla posta o perdere un autobus, tanto per fare esempi a caso. Non so spiegare il perché, so solo che in parte son sempre stata così, in parte ho lavorato su me stessa per imparare ad apprezzare le più misere sciocchezze e le cose negative stanno sempre in secondo o terzo piano. Le uniche occasioni in cui sono un po' irascibile è quando non ho dormito abbastanza (lol). La terza cosa che potrei dire, che non so se è un vero pregio ma è una cosa che mi piace di me, è il feeling che ho con gli animali. E' come se sapessi capirli bene, soprattutto i cani, e loro sentono questa cosa e istintivamente si fidano di me. E' bello.

7. Tre aggettivi che riguardano i tuoi difetti.
Il primo, che mi caratterizza da sempre, è sicuramente la pigrizia. Alla fine so combatterla e faccio sempre un sacco di cose, però il mio io interiore è un panda che sta a pancia all'aria e non ha voglia nemmeno di portare il suo bambù alla bocca. Poi sono una persona indecisa, specie sulle questioni importanti; ci rimugino e ci rimugino fino alla nausea e a volte, anche quando sembro essermi decisa completamente, son capace di tornare punto e capo all'ultimo secondo. Un terzo difetto è che non riesco mai a reagire immediatamente a certe situazioni, specie quelle che coinvolgono gli altri esseri umani. Ho sempre bisogno di tempo per metabolizzare e capire se è giusto o meno sbroccare alla persona in questione. Per estremizzare, se trovassi il mio fidanzato a letto con un'altra sarei capace di metterci un paio di giorni per capire se litigarci o meno. Sono messa male, lo so.

8. In quale epoca storica del passato ti vedresti assai bene?
Sono indecisa tra due momenti vicini: l'Ottocento o i primi del Novecento. Certo che dipende dal luogo e dalle condizioni in cui mi troverei... però con tutti i classici inglesi che ho letto, mi ci vedo nella campagna del Sussex, in un piccolo cottage, a sfidare le convenzioni dell'epoca a colpi di penna. E pazienza se mi fosse toccato usare uno pseudonimo maschile per esser presa sul serio!

9. Pianifichi tutto prima di un viaggio o inventi là per là?
Sono quella che la valigia la fa la sera prima senza neanche riflettere su ciò che sta buttando dentro, ma pianifico bene le cose da fare e da vedere: parto sempre pensando "chissà, magari sarà l'unica volta che vado in questo posto!" e voglio essere sicura di vedere tutto il possibile entro il tempo che ho a disposizione. Non sono e non sarò mai maniacale in questo però, perché mi piace molto anche l'improvvisazione. Per un viaggio on the road, infatti, non pianificherei nulla e lascerei tutto all'avventura.

10. Se tu fossi un personaggio della letteratura saresti...
Qui dovrei distinguere tra un personaggio che vorrei essere ed un uno che potrei effettivamente essere perché ci somiglio. Vorrei essere una Jo March o una Elizabeth Bennet, ma sono identica a Eleanor di Ragione e sentimento, per certi aspetti del mio carattere.

11. Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo post?
Almeno un'oretta, finora, ma non ho per niente finito ^^"

Le domande di Silvia:

1. Che cosa rappresenta per te il tuo blog?
Innanzi tutto un mezzo di comunicazione, per esprimere le valanghe di pensieri suscitati dalle cose che più mi rendono entusiasta, ovvero le storie, in tutte le forme in cui possono essere raccontate. Non ho tantissimi amici e di amici lettori ancora meno; stordisco il mio ragazzo ma, poverino, non può subirsele tutte e solo lui le mie chiacchiere. Inoltre non posso fare a meno di scrivere, è un'abitudine troppo radicata in me e, anche se amo farlo sulla carta, ho bisogno anche di un confronto con qualcuno che legga le mie parole. Ecco, dunque, che un blog è ciò che risponde a tutte queste mie necessità: direi che è fondamentale per me avere uno spazio in cui esprimermi e poter interagire con persone che condividono le mie passioni, a non farlo sento davvero che mi manca qualcosa.

2. Da quanto tempo hai aperto il tuo spazio personale?
Tanto non importa esiste dall'ottobre del 2015, dunque son quasi due anni (di già!).

3. Ami l'arte? C'è un artista che ti piace particolarmente?
Non posso dire di essere un'appassionata d'arte, più che altro sono una curiosa d'arte. L'arte mi incuriosisce e qualche volta sa colpirmi in maniera del tutto istintiva. Gli artisti che amo sono Klimt - di cui ho visto moltissime opere a Vienna -, Frida Kahlo, che forse è la mia preferita in assoluto, e mi trasmette molto anche l'inquietudine e la morbosità di Schiele.

4. Scegli una canzone che ti commuoverà sempre un po'.
Gli album dei Placebo e de Le Luci Della Centrale Elettrica significano di tutto per me, e molte delle loro canzoni sanno farmi stringere lo stomaco ad ogni ascolto. Adesso, in particolare, mi viene in mente Le ragazze stanno bene de Le Luci.

5. Qual è il personaggio letterario in cui ti identifichi di più?
Senz'altro il protagonista de Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron.

6. Qual era il libro che adoravi da bambino/a?
Piccole donne e Il diario di Anna Frank.

7. Qual è il film più bello che hai visto nel 2017?
Io non vedo mai i film appena escono, non per scelta ma perché va a finire sempre così! Dunque decisamente Pets, di cui poco tempo fa mia sorella ha acquistato il dvd. Chiunque abbia un animale da compagnia, specie un cane, deve averlo adorato!

8. Consiglia una lettura ideale per questo periodo estivo/di vacanza.
Personalmente adoro la saga dei Cazalet, conto di iniziare a breve il terzo volume. Trovo che sia una lettura al tempo stesso appassionante e rilassante. 

9. Hai mai incontrato degli scrittori? Se sì, chi?
Ho avuto il piacere di ascoltare Andrea Camilleri, di cui non ho mai letto nulla ma che stimo come intellettuale, però non sono riuscita ad incontrarlo; mentre di incontri "ravvicinati" (neanche stessi parlando di alieni) posso vantare quello con Bjorn Larsson, di cui ho l'autografo su I poeti morti non scrivono gialli e Giancarlo De Cataldo, autore di - tra gli altri - Romanzo criminale (che appunto mi sono fatta autografare). Di lui ho un bellissimo ricordo, perché è venuto nel mio paesetto sperduto perciò c'era poca gente e si fermò a lungo a parlare con me e l'unico altro ragazzo della mia età presente all'incontro. Una persona davvero disponibile e alla mano, oltre che interessante da ascoltare.

10. Qual è, secondo te, il luogo ideale per leggere?
Penso che ognuno abbia il suo. Io ad esempio faccio fatica a leggere all'esterno o in mezzo alla gente, perché osservare è più forte di me e dunque mi distrarrei per ogni minima cosa. Il mio luogo ideale è in una stanza tranquilla, sul letto, sul divano, in poltrona. Basta che stia comoda e tranquilla!

11. C'è un classico che ami rileggere? Se sì, quale?
Non sono una lettrice che rilegge, non ho mai riletto nessun libro per intero, dunque direi di no. Un classico che rileggerei volentieri più avanti, visto che l'ho letto a febbraio di quest'anno, è Il circolo Pickwick di Dickens, davvero troppo esilarante!

Bene, sono riuscita a rispondere a tutte le domande, che fatica! Avete avuto la pazienza di leggere fin qui? Se sì, i miei complimenti, meritereste un premio a vostra volta solo per questo! Ora tocca a me nominare undici blog. Voglio premettere che tra le prime a cui avrei assegnato il Liebster Award, perché adoro e leggo sempre i loro post, ci sono Virginia di Virginia e il Labirinto e Mami di Mami tra i libri, ma sono entrambe già state nominate sia da Luz che da Silvia, dunque vi risparmio xD sappiate però che adoro i vostri blog e sareste state senz'altro tra le mie scelte. I blog a cui assegno il premio:

1. L'anima delle storie di Giulia V.
2. Changes. Chances. di PattyOnTheRollercoaster
3. Fumetti di Carta di Orlando Furioso
4. Le manga-pagelle di Caroline di Caroline Preston
5. Mikla tra i libri di Mikla
6. NullaDiPreciso di Margherita
7. Quasi Adatta di Viola
10. Ariadne's Diary di Ari
11. Dipendenza da Shoujo di Hime Claire

Ecco le undici domande per voi!

1. Raccontaci un tuo ricordo d'infanzia bello o divertente.
2. Parliamo di look. Ne hai mai avuti di bizzarri, osceni o quanto meno imbarazzanti? Tutti abbiamo avuto tagli di capelli o scelte stilistiche, almeno in fase adolescenziale, di cui vergognarci profondamente. Abbi coraggio e svelaci i tuoi!
3. Hai mai fatto sport? Oppure suonato qualche strumento musicale? Se sì, a che livello? Raccontaci le tue esperienze, oppure, se non l'hai mai fatto, quale sport avresti voluto praticare/strumento musicale suonare?
4. Sì sa, i social e gli smartphone hanno devastato il cervello un po' di tutti. Quale social o app ti ha creato maggiore dipendenza? 
5. Quale personaggio, ahimè passato ormai a miglior vita, ti sarebbe piaciuto incontrare? Perché?
6. Se soffrissi di personalità multipla, che caratteristiche potrebbero avere i tuoi alter ego?
7. Una persona famosa - in qualsiasi campo - che stimi molto. Parlaci di lui/lei e del perché la/lo ammiri.
8. Una cosa del tutto superflua che compreresti se avessi soldi da buttare dalla finestra.
9. Hai la possibilità di avere una casa in qualunque posto tu voglia. Dove vai ad abitare e con chi?
10. Un alimento o bevanda del quale non potresti mai, per nessun motivo, fare a meno.
11. Cos'è che ti fa ridere fino alle lacrime?

Wow, ce l'ho fatta! Vi chiedo scusa per le domande strane, volevo divertirmi nel formularle e soprattutto esulare un attimo dal contesto libresco/fumettistico, proprio per conoscere cose diverse di voi blogger. Spero che vi divertirete nel rispondere e che vogliate partecipare tutti!

Grazie ancora se siete arrivati a legger fin qui, è stata lunga scrivere tutto questo post ma mi sono anche divertita un sacco. Un abbraccio e alla prossima!

lunedì 17 luglio 2017

Il diritto di abbandonare un libro

In teoria quella di oggi sarebbe una recensione, o qualcosa che ci somiglia, però mi dà lo spunto per parlare di un argomento reputato delicatissimo da molti lettori cosiddetti "forti", ovvero l'abbandonare un libro. Sospendere una lettura prima di esser arrivati all'ultima pagina, all'ultima parola. Per molti non c'è nulla di male: se un libro non mi sta piacendo, che problema c'è a lasciarlo stare? Di libri che voglio leggere ce ne sono così tanti, perché dovrei perdere tempo con uno che non mi convince? Per molti altri, però, non è così semplice. Sarà il rispetto reverenziale che un lettore nutre per la letteratura, sarà che non portare a termine un libro per il quale si sono probabilmente già spesi sia tempo che denaro sembra uno spreco imperdonabile, sarà che non si trova giusto farsi un'opinione di qualcosa senza essere andati fino in fondo; le ragioni possono essere le più disparate, fatto sta che molti lettori quando abbandonano un libro si sentono in colpa ed io, ahimè, sono tra questi. Durante la mia infanzia e gran parte dell'adolescenza non accumulavo libri, ne avevo sempre uno - al massimo due - alla volta. Finito quello che avevo in lettura, potevo comprarne un altro, e sarà anche per questo che non mi sarebbe mai venuto in mente di non terminare un libro. Però non si tratta solo di questo, è che proprio non mi va giù lasciare un libro a metà, è una cosa che mi crea un gran dispiacere ed infatti, nella mia ormai piuttosto lunga carriera di lettrice, è capitata solo cinque volte: la prima fu con La bambina di sabbia, uno di quei romanzi-testimonianza dal terzo mondo, che non riuscii a leggere perché raccontava troppi episodi che mi facevano torcere le budella; poi fu la volta di Niente di vero tranne gli occhi, un thriller di Giorgio Faletti che provai a riprendere in mano più volte, senza mai riuscire ad andare oltre le prime quindici pagine; altro "orfano" è La regina della casa di Sophie Kinsella, autrice che da ragazzina avevo apprezzato per i suoi primi libri ma questo - anche se ero in cerca di una lettura leggera - proprio no; infine Sabato di Ian McEwan: immagino che qui molti di voi si stupiranno, ma a circa metà libro ero distrutta dalla noia. Purtroppo era anche il primo approccio con McEwan e non ho ancora avuto il coraggio di tentare con un altro titolo.
Infine, c'è il libro di cui potrei parlarvi oggi.

Di punto in bianco ho avuto voglia di buttarmi sui romanzi storici, un genere che finora ho frequentato pochissimo; intanto che cercavo qualcosa di appetibile e possibilmente a metà prezzo su Libraccio, ho preso in mano questa biografia di Anna Bolena che avevo in casa e che già una volta avevo cominciato, restando però ferma ai primi capitoli. La figura di Anna Bolena mi affascina molto così come, più in generale, la storia dell'Inghilterra. Le mie conoscenze sono purtroppo di mero livello scolastico, e quale miglior modo di approfondire certi argomenti se non attraverso letture stimolanti? Purtroppo, da questo punto di vista, la biografia scritta da Carolly Erickson è stata piuttosto deludente, a cominciare dal modo in cui è scritta: spesso il tono è quasi quello nozionistico di un manuale, per di più un manuale noioso che elenca un fatto dopo l'altro senza approfondimenti; poi, ogni tanto, parte con una forma più narrativa, ma in una maniera che lascia perplesso il lettore. Ad esempio sottolineando quanto testosterone avesse Enrico VIII ogni volta che lo nomina (cioè spesso), roba che stavo quasi temendo di avere tra le mani uno young adult della peggior specie. Ci mancava che si passasse una mano tra i capelli col sorriso sghembo e che afferrasse Anna per i fianchi, sussurrandole una qualche frase malvagia e poi lasciandola lì con lo sguardo perso nel vuoto (per fortuna non siamo scesi a questi livelli). Altri paragrafi più "narrativi", come le descrizioni dei personaggi, di certe abitudini della corte, le reazioni di ognuno ai vari eventi sembrano fantasticherie dell'autrice piazzate lì tra una data e l'altra. Insomma, ho trovato la forma adottata dalla Erickson poco equilibrata, poco coinvolgente e poco soddisfacente per chi voleva approfondire questa fetta di Storia.
Altro elemento che proprio mi ha lasciato scontenta è che pur essendo da titolo una biografia di Anna Bolena sembra essere Enrico VIII ad avere più spazio di tutti. Va bene che era il re, va bene che tutta la vicenda di Anna è strettamente legata a lui, però... in effetti leggendo le recensioni su aNobii ho potuto constatare che non è un problema mio, in molti lamentano proprio il fatto che, in fin dei conti, di Anna si parli poco, come fosse uno dei tanti personaggi attorno ad Enrico. 
Vi dico che mi mancavano giusto una sessantina di pagine, ma mi ero proprio stufata ed è un peccato perché di voglia di leggere ne ho, ma non avevo alcuna voglia di leggere questo libro. Ed allora mi sono costretta: basta, Julia, mollalo!

Ovviamente ora sono curiosa di sapere cosa ne pensate voi, di quest'annosa questione.




mercoledì 12 luglio 2017

Qualche riga fuori contesto

Ormai lo sapete, qualche volta utilizzo il blog anche come fosse un diario, per parlare con voi di
ciò che accade nella mia vita o di qualche pensiero in particolare che mi ha riempito la testa, anche se esula dargli argomenti che sono solita trattare e che so interessano maggiormente chi mi segue. Ma spero qualcuno abbia voglia di leggere ciò che scrivo anche se non parlo di libri o cultura.
Se i nuovi post son stati pochi ultimamente dipende in parte dall'essermi arenata con la lettura della biografia di Anna Bolena, che in effetti credo non riuscirò a terminare anche se ormai mancava poco, perché la voglia di leggere ce l'ho ma nel corso della giornata o della serata non mi viene proprio voglia di prendere in mano questo libro ed è un peccato perché ce ne sono tanti altri in attesa che di sicuro mi entusiasmeranno di più. L'altro motivo è che in realtà da qualche giorno mi sono rimessa a scrivere su carta, niente di più del racconto della mia quotidianità o di ciò che mi capita di pensare, ma sto cercando di riprendere la buona abitudine di scrivere sempre - un'abitudine persa e riacquisita in continuazione, fin da quando ero bambina.
Se vi ricordate tempo fa vi ho accennato qualcosa sul mio infortunio, sull'intervento che ho dovuto subire per riaggiustare un paio di ossa rotte e - più in generale - sulla fase di stallo in cui ormai da anni mi ero inceppata. Al momento sono ancora piuttosto impegnata con la fisioterapia tre volte alla settimana, nei giorni liberi devo comunque fare una serie di esercizi di riabilitazione per la gamba, ma ammetto di essere piuttosto pigra - a mia discolpa, il caldo non mi aiuta per niente - e di farne meno del dovuto; però pian piano le cose migliorano: quanto meno adesso mi muovo con le stampelle (già, perché per un paio di mesi son stata proprio in stato vegetale senza riuscire proprio ad alzarmi). Come potrete immaginare, ho avuto davvero molto tempo. Tempo che in qualche modo mi è sembrato scorrere veloce nonostante la mia routine fosse sempre uguale - spesso per me molto pesante, faticosa, dolorosa - ma stare fermi costringe a pensare ancor più di quanto si faccia di solito.
Sinceramente, ero convinta che tutto questo periodo così difficile non mi stesse dando proprio niente di buono. Pensavo a tutte quelle persone che quando si trovano ad affrontare malattie o periodi di disagio fisico iniziano a sentire la voglia di fare un sacco di cose che avevano continuato a rimandare, non appena si saranno rimesse. O di cambiare aspetti della propria vita che non avevano il coraggio di affrontare. Insomma avete capito cosa intendo, quel genere di storie in cui da una brutta situazione sembra uscire del buono, una sorta di piccola o grande rivoluzione da mettere in pratica non appena il peggio è passato. Ecco, tutto bellissimo, ma a me non stava accadendo nulla del genere e già pensavo fosse tutta retorica. Cose che si dicono che però mica accadono a tutti, non così spesso.
Invece no.
Ho passato un paio di giorni a piangere fino a non avere più liquidi in corpo, uno sfogo totale perché io non sono né una persona che si arrabbia né un granché a sfogarmi parlando con qualcuno, perciò accumulo accumulo accumulo e poi piango. Di solito serve solo ad allentare la mia tensione, a buttar fuori il malessere che in quel momento sto provando, tutto qui. Non c'è quasi mai un seguito costruttivo nel vero senso della parola, qualcosa di concreto. Stavolta, al contrario, qualcosa è successo.
Da che non avevo la minima direzione, ora - all'improvviso - ho dei progetti. Progetti veri, non campati in aria come tutti quelli che ho fatto dalla fine del liceo in poi. Progetti grandi, che comunque vadano sconvolgeranno il mio modo di vivere e di affrontare le cose. Progetti che mi fanno sentire esaltata ed al contempo mi spaventano a morte, e proprio questo mix di sentimenti mi fa capire che è una strada giusta da percorrere. Sono progetti che implicano un trasferimento, non a due passi da dove sto ora, perciò ci vorrà del tempo prima che accada e, dovendo anche aspettare di rimettermi completamente, non so proprio immaginare quando sarà il momento giusto. Non ho dubbi che più avanti ve ne parlerò più nel dettaglio, ma per ora è una cosa che ho bisogno di tenere ancora per me.
E non è tutto qui.
Ho anche cominciato a raccogliere materiale per scrivere una storia. Una storia importante, una storia vera, una storia densa ed è qualcosa in cui credo ciecamente ed io non credevo davvero in qualcosa di mio da quando avevo sedici anni. Dieci anni fa. Ed è bello credere in qualcosa, credere in qualcosa che si sta facendo: basta questo a dare del senso a tutto, basta questo a farmi di nuovo sentire quasi una persona vera.
Lo so, lo so, vi ho detto tutto e niente. A tempo debito parlerò meglio di tutto, per adesso mi basta questo e spero basti anche a voi. Volevo rendervi partecipi di questo strano, inaspettato, bizzarro, benaccetto, improvviso cambiamento di rotta perché metterlo nero su bianco - e sapere che qualcun altro lo leggerà - aiuta anche me a crederci di più. Più il tempo passava, più mi sembrava che non sarei mai più uscita del tutto dallo stallo in cui ero finita, ma è proprio vero: everything is temporary, tutto è temporaneo, tutto passa.

Buonanotte,
Julia