lunedì 14 agosto 2017

Canale Mussolini, Antonio Pennacchi

Prendete qualcosa da mangiare, una bella bibita fresca e - come si suol dire in questi casi - mettetevi comodi. Non so ancora che cosa scriverò, raramente strutturo un post in anticipo, mi lascio sempre trasportare dall'ispirazione del momento stesso in cui comincio; quel che stavolta so per certo è che quella che andrete leggendo adesso sarà una recensione particolarmente lunga. Ne sono certa perché il romanzo di cui vi parlerò merita un commento approfondito, perché racconta una storia e al contempo la Storia, perché arrivata all'ultima pagina ho potuto esclamare che mi era piaciuto da matti. Sento anche che sarà piuttosto difficile scriverne, la paura di sminuirne i contenuti un po' mi frena, ma ci metterò tutto l'impegno possibile sperando di rendere giustizia al grandissimo lavoro fatto da Antonio Pennacchi (Latina, classe 1950).

Io spero che voi abbiate avuto il tempo, il modo, l'occasione di stare con i vostri nonni e spero tantissimo per voi che loro vi abbiano raccontato spesso e tanto della loro infanzia, della vita che hanno fatto i loro genitori - i vostri bisnonni - e dell'epoca che hanno retto sulle proprie spalle. Ben due conflitti mondiali con relative premesse e conseguenze, tra l'una e l'altra una parvenza di ripresa, di ritorno all'ordine e poi di nuovo la rovina. La maggior parte dei nostri nonni dice cose come: "Eh, Mussolini avrà fatto un sacco di sbagli, però quello che ha fatto lui per l'Italia non l'ha più fatto nessuno!", ma come fai a parlarne bene, non era un dittatore?, rispondiamo noi increduli, perplessi, incapaci di comprendere; se avete avuto il tempo di ascoltare i vostri nonni, però, forse qualcosina di più potreste anche capirla.
I miei nonni paterni abitano sotto di me. Mio nonno non racconta molto, canta spesso. Vecchie canzoni che cantavano tra compagni, canzoni dalla melodia allegra ma con testi piuttosto tristi, che parlano della separazione dalla famiglia, dalla propria innamorata lasciata a casa - aspettami, aspettami dicevano spesso quelle vecchie canzoni -, di luoghi di nessuno e delle vite di soldati semplici, dimenticati da tutti, celebrati soltanto da un canto inventato da chissà chi, rimasto in testa a chi l'ha ascoltato. Mia nonna invece, è stata lei che mi ha raccontato tantissimo. Lei che viene dagli stessi luoghi in cui è nato Pennacchi e che è nata proprio da una storia come quella che lui ha raccontato in Canale Mussolini.
Senza scendere troppo nel sentimentale, per me non c'era nulla di freddo o di estraneo dentro questo romanzo. Era quasi come se conoscessi già quei luoghi, quelle persone, quei giri di vite.

Latina - che prima si chiamava Littoria e prima ancora non esisteva proprio - è una città del Lazio affacciata sul mare. Intorno ci sono una serie di paesi più piccoli, alcuni anch'essi affacciati sul mare, altri che iniziano ad arrampicarsi sulle montagne; dove adesso si trova Latina negli anni Venti non c'era niente o per meglio dire c'era un disastro: zona paludosa, che si mangiava ettari di terreno, una zona inavvicinabile, pericolosa, zona malarica con la zanzara anofele che mieteva ogni anno un sacco di vittime. La vedevi la gente che gli si iniziava a gonfiare la pancia ed ingiallire la pelle, oppure da un giorno all'altro gli veniva una febbre lancinante, cominciava a tremare e ventiquattr'ore dopo era finita, già arrivato nell'aldilà. L'unica arma era il chinino, un farmaco che tutti da quelle parti dovevano prendere obbligatoriamente ogni mattina; era preventivo e qualche volta riusciva a curare persino i primi sintomi. Rovinava i denti, però, ed oggi i nostri nonni dicono chissà che cosa c'era dentro.
Erano un problema serio, queste paludi, che qualcuno aveva pure cercato di risolvere sin dall'epoca romana. Quello che c'era andato più vicino era stato Papa Pio VI nel Settecento, che però la prima volta che è andato a controllare i lavori s'è beccato una puntura di zanzara e arrivederci e grazie, morto stecchito con la febbre pure lui. Persino Napoleone c'ha provato, almeno a chiacchiere. Bisognava aspettare lui, per vedere i fatti, l'Uomo mandato dalla provvidenza, Benito, il Duce, Mussolini.



Nel romanzo di Pennacchi lo conosciamo che è soltanto un ragazzino che un po' alla volta s'interessa di politica ed inizia ad esprimere certe idee in piazza che fanno entusiasmare la gente, lassù in Altitalia (come si diceva una volta), e che i coetanei non vedono l'ora d'invitarlo a pranzo, quando passa dalle loro parti. Dalle parti dei Peruzzi c'è passato più di una volta, finché non è diventato più importante, ma anche allora - anche quand'era il capo incontrastato - dei Peruzzi non s'è dimenticato. E sono loro - non tanto Mussolini - i protagonisti del romanzo di Antonio Pennacchi.

I Peruzzi sono una famiglia veneta come all'epoca ce n'erano tante, una famiglia di stampo matriarcale che finché c'è ancora un metro di spazio vivono tutti sotto lo stesso tetto, pure i figli cresciuti con le mogli e tutti i figli man mano che arrivavano. Famiglie numerosissime, quindi, e di Peruzzi ce n'erano a non finire. Con nomi forti, altisonanti, esplicativi, che oggi nessuno si sogna più. Pericle, Temistocle, Bissolata, Santapace, Iseo, Paride, Adrasto. Nomi così.
Gente con le unghie sempre sporche di terra, i Peruzzi, che capisce le piante e sa parlare con le bestie. Sempre a spaccarsi la schiena tutti quanti da mattina a sera, nessuno escluso, pure i bambini non appena imparavano a fare qualche cosa. Ma questa era la vita di un tempo ed anzi loro, che erano mezzadri, se la passavano pure meglio di tanti altri più disgraziati. Finché non è arrivata la legge quota 90. La legge quota 90 era un progetto di rivalutazione della moneta nazionale, la lira, svalutata dalle conseguenze del primo conflitto mondiale; nelle intenzioni l'obiettivo era rendere vantaggioso lo scambio con la sterlina - all'epoca molto più forte della lira - e favorire quindi i commerci internazionali, nei fatti però - almeno quelli che riguardavano la gente vera come i Peruzzi e non le trattative fatte intorno alle tavole rotonde - fu una rovina. I Peruzzi, come tanti altri, si trovarono i conti per i quali lavoravano la terra che bussavano alla porta ed essendo stati rovinati pure loro dalla quota 90 adesso pretendevano il pagamento di tutti i debiti lasciati in sospeso e che si era sempre detto pian piano si saldano, non c'è problema. Adesso il problema c'era eccome, caccia i soldi, paga tutto e subito. Visto che di soldi non ne aveva nessuno, i conti si son presi tutte le bestie - creature di famiglia - e buttati fuori a pedate nel sedere, lavoro non ce n'è più, arrivederci e grazie.
Allora Pericle e Temistocle si son messi in sella a due biciclette e hanno pedalato fino a Roma, fino a Palazzo Venezia, dove erano certi di trovare il Rossoni, braccio destro di Mussolini, che aveva passato una notte incarcerato assieme al padre loro.

Appena arrivati a Palazzo Venezia la guardia li ha fatti rinchiudere, ma una volta sceso il Rossoni quello gli ha detto ma casso fai, sti qua son Peruzzi! e appena liberati via di abbracci e pacche sulle spalle. Più tardi è passato persino Mussolini in persona e dopo un attimo di titubanza anche lui s'è aperto in un sorriso esclamando ah, ma varda là i Peruzzi! Ecco che gente erano, i Peruzzi, accolti a braccia aperte pure a Palazzo Venezia. E di motivi ce n'erano, a partire dal nonno che era stato in cella col Rossoni, passando per certi fatti che hanno a che fare con un paio di preti e nondimeno più d'un Peruzzi aveva combattuto valorosamente con e per la patria ogni volta che ce n'era stato bisogno, s'erano fatti il '15-18 e quant'altro, medaglie al valore e tutto il resto.
Fatto sta che adesso stavano con le pezze al culo e dal Rossoni c'erano andati per dirgli di dire ai conti di ridargli tutte le bestie. Invece il Rossoni gli ha detto eh no, a quello lì non posso dirgli niente perché sulla carta ha ragione, ma che problema c'è Peruzzi, fate armi e bagagli e venitevene qui, c'è in corso un progetto Peruzzi che non hai idea.

Il progetto in questione era la bonifica delle paludi pontine, quelle paludi malariche che nessuno prima era riuscito a sistemare. Serviva tanta, tanta manodopera che si sporcasse la mani e Mussolini, non avendone abbastanza nel Lazio, aveva deciso di portarsela dal nord, dove tanto stavano tutti a puzzarsi dalla fame. Per convincerla, aveva fatto costruire dei poderi lungo tutto l'argine del futuro canale - per adesso ancora palude - e aveva detto: voi partecipate alla bonifica, vi lavorate la terra del podere vostro e tra dieci anni sarà tutto vostro, mai più mezzadri o sotto padrone, i padroni diventate voi. Dopo aver fatto un sopralluogo i Peruzzi si son decisi - tanto quanta altra scelta avevano? - Pericle e Temistocle hanno ri-pedalato fino a su, hanno impacchettato il poco che avevano, presi tutti i componenti della famiglia, salutati quelli che rimanevano lassù e via dentro a un treno destinazione Littoria - che, tra parentesi, l'ha costruita poi la gente di Mussolini.
Le condizioni per avere il podere erano queste: bisognava essere iscritti al partito fascista, bisognava essere una famiglia molto numerosa (servivano braccia), bisognava che almeno un componente fosse eroe di guerra (l'organizzazione dei lavori Opera combattenti si chiamava, non a caso) e bisognava essere mezzadri professionisti, esperti sia della terra che degli animali. I Peruzzi tutti ce li avevano questi requisiti, ma voi non immaginate le carte false che ha fatto la gente per scappare dalla miseria. Carte false che aggiungevano un sacco di componenti a famiglie troppo smilze, ciabattini che appena si trovavano la prima mucca maremmana davanti - che ha certe corna che a primo impatto hanno inquietato pure i Peruzzi che pure le bestie le conoscevano bene - le mani giusto in testa potevano mettersele.

E se pensate che i Peruzzi furono gli unici ad intraprendere il viaggio vi sbagliate di grosso, perché fu un esodo da tutto il nord Italia qui nel sud del Lazio, con la gente di qua che li chiamava cispadani e quelli di su che chiamavano marochìn la gente di qua. Si picchiavano nelle osterie all'inizio, poi pian piano per forza di cose capitava che si sposavano tra cispadani e marochìn e allora cominciò a venir su una nuova generazione "mista" e quando poi scoppiò la seconda guerra mondiale si unirono tutti quanti ad aiutarsi l'un l'altro, senza che esistesse più alcuna differenza.

Quella di Antonio Pennacchi, quindi, è la Storia della bonifica delle paludi dell'agro-pontino, di come quest'opera grandiosa abbia segnato la vita di milioni di italiani, mischiando popoli completamente diversi per linguaggio, abitudini e cultura che pure hanno imparato a convivere ed andare d'accordo. Più in generale, Pennacchi ha raccontato la parabola di Mussolini, da quand'era un ragazzino carismatico, a quando è diventato il Duce adorato da tutti per la parvenza d'ordine e di benessere che stava portando col suo governo, a quando ha fatto amicizia con Adolf Hitler e di buono non ha più fatto niente.
Pennacchi però ha saputo raccontare la parte storica in maniera insolitamente leggera, facendo parlare anche i grand'uomini della politica nello stesso linguaggio dei Peruzzi, quello popolare e del dialetto veneto, col risultato che nei momenti in cui la lettura poteva farsi pesante o noiosa per chi non s'appassiona alla politica, alle questioni burocratiche e tecniche, ci si fa invece inevitabilmente una risata, ad immaginare che persino Hitler - 'Dolfo - parlasse in veneto con gli amici suoi.

Come vi ho già spiegato, poi, la Storia è raccontata con la storia dei Peruzzi ed i Peruzzi sono dei personaggi stupendi - tutti, dal primo all'ultimo - folcloristici e veri come solo la gente di paese di un tempo può essere. Ignoranti delle cose dei libri, ma pratici delle cose materiali come noi - che pure abitiamo dentro questo mondo -, con tutte le nostre letterature e filosofie sapremo mai essere. Quelli mettevano un dito fuori e sapevano che tempo avrebbe fatto, guardavano una vacca e capivano se avrebbe partorito quel giorno o meno. Gente straordinaria, i Peruzzi, come tutti quelli del loro stampo.
L'Italia non è un Paese che, specie di questi tempi, faccia nascere un gran sentimento patriottico. A leggere questa storia però, che è la vita che hanno fatto i nostri nonni e bisnonni, nasce un sentimento di appartenenza, un riconoscere le proprie radici, il bisogno e la voglia di dire a queste persone grazie per avercela messa tutta, che poco ma sicuro un grazie non gliel'ha mai detto nessuno - anzi, già quello che facevi era sbagliato: se eri partigiano, se eri fascista, se avevi combattuto in guerra, se non ci avevi combattuto; ma il problema principale, per la gente normale, non erano gli ideali, era la fame e qualsiasi cosa era fatta soltanto per non soffrire quella e per non farla soffrire ai figli. Tutto qua. Tanta fatica e quasi nessuna soddisfazione, i Peruzzi maschi in giro per il mondo ad ogni guerra - qualcuno neanche è più tornato - e le donne a casa a spezzarsi la schiena peggio di prima.

Le pagine di questo libro sono 455 ed io potrei scrivere approfonditamente di ogni singolo episodio. E' un romanzo denso, denso come solo un racconto sincero, di famiglia può essere. Il narratore è un Peruzzi egli stesso, che racconta ad un ascoltatore silente la storia di questa immensa e pittoresca famiglia. Grazie al romanzo di Antonio Pennacchi, vincitore sia del Premio Strega che del Premio Campiello, ho approfondito senza mai annoiarmi la storia del nostro Paese e con le vicende dei Peruzzi mi sono appassionata, affezionata, ho riso e mi sono commossa. I Peruzzi non è gente che parla d'amore e si abbraccia spesso, proprio per questo basta davvero poco per far salire qualche lacrima agli occhi del lettore, quando un figlio parte per l'ennesima volta e la madre non può sapere se lo vedrà tornare, quando di fronte a circostanze che a noi scatenerebbero il puro terrore loro raddrizzano le spalle e ci vanno incontro a testa alta, quando un vecchio amico torna e sulla porta urla Scàmpame Peruzzi, scàmpame! in memoria di certi vecchi tempi neanche troppo belli.

Quando mia nonna me l'ha prestato non ero affatto sicura che questo libro potesse piacermi, quando l'ho iniziato neanche. L'ho letto con calma, senza fretta, mettendoci una certa dose d'impegno; appena ho iniziato a conoscere meglio i Peruzzi però non avrei più potuto abbandonarli, soprattutto al Pericle, leone dei Peruzzi, che tra tanti riesce a spiccare sin da subito.
Ad oggi vi dico che dovreste proprio leggerlo, semplicemente perché siete nati o vivete in questo nostro stranissimo Paese. Conoscere certi pezzi della nostra storia, conservarne la memoria, è il minimo che si può fare per chi, senza nulla in cambio, ha dato tutto pur di farlo reggere ancora in piedi. Come scrive Antonio Pennacchi in prima pagina, anche se non esiste nessuna famiglia Peruzzi, non esiste nessuna famiglia vissuta a quei tempi alla quale non siano capitate almeno alcune delle cose che capitano ai Peruzzi. E che voi lo sappiate o meno, abbiamo tutti almeno un parente cispadano o un parente marochìn; un parente che è rimasto dalle parti di Latina o che dalle parti di Latina è arrivato nella Val Padana. Tutto, a causa del Canale Mussolini.



Grazie ad Antonio Pennacchi per aver scritto questo romanzo. Grazie a tutti i Peruzzi per averci almeno provato.





7 commenti:

  1. Ho regalato questo libro a mio padre per il suo compleanno, non pensavo mi avrebbe mai interessato ma devo dire che grazie alla tua recensione mi è venuta voglia di provare a leggerlo. Grazie per la tua bella recensione :)

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    1. Grazie mille a te per averla letta, è stato uno di quei casi in cui ho sentito di tenere molto a quanto ho scritto, oltre che al libro di cui ho parlato :) spero proprio che la voglia non sia passeggera e che proverai a cimentarti con questa lettura!

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  2. Allora, articolo molto lungo sicuramente ma davvero bello. Conosco il libro per sentito dire ma non mi aveva mai interessata, per nulla, ma la tua recensione è davvero bellissima e mi ha colpita. Viviamo in un momento in cui, come dici tu, è difficile provare un qualunque senso di orgoglio per il nostro Paese, anzi, sembra che gli altri facciano sempre meglio di noi, siano sempre meglio di noi. A scrivere, fare film, legiferare... Poi ci pensi e ti rendi conto innanzitutto che non è vero, che anche gli altri hanno molti problemi, e poi che l'Italia non è da disprezzare a tutti i livelli, che abbiamo una cultura importante anche noi, anche moderna, anche se pare abbastanza sconosciuta all'estero. Questa mia rivalutazione è iniziata anche per con un libro: La Storia di Elsa Morante. Da lì ho iniziato a desiderare di recuperare altre opere italiane e di conoscere meglio la nostra storia moderna: il '900 per l'Italia è stato ricco di Storia, ma anche di cultura, dal romanzo (che nomi nel '900 italiano, e finalmente una vera produzione romanzesca!) alla musica e al cinema (abbiamo avuto tantissimi registi molto importanti). E anche l'Italia di oggi, a mio parere, merita di essere conosciuta e capita, e Canale Mussolini potrebbe essere un buon modo per prendere, per dirla "alla vecchia", due piccioni con una fava:)

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    1. Penso che l'Italia non abbia proprio niente da invidiare a nessuno dal punto di vista culturale - ed intendo lo spettro completo: arte, letteratura, cinema... - e di bellezze storiche e naturali, purtroppo però tutto ciò che abbiamo non è apprezzato, tutelato e valorizzato come dovrebbe; se non ci fosse tanta superficialità, ignoranza ed incuria l'Italia non avrebbe alcun problema economico, perché potrebbe mantenersi tranquillamente grazie al turismo. Ci sono Paesi che non hanno neanche la metà di ciò che l'Italia può offrire, eppure sanno "venderlo" mille volte meglio di noi. Non riesco a capire come questo sia possibile, ma qui si entra in discorsi che esulano da quanto da queste parti ci interessa...
      Credo che quel che volevo veramente dire è che ho sempre amato la cultura - specie quella letteraria - italiana, mentre ho sempre fatto fatica a sentire una vera appartenenza, un vero amore per questo Paese in sé. Gli italiani non sono mai stati e non sono tutt'ora uniti ed è difficile, in tal modo, sentire di appartenere davvero ad un popolo. La famiglia e la storia raccontata in questo romanzo invece sono riusciti un po' a trasmettermi questo sentimento - come dicevo nel post - di radici e di appartenenza.
      Spero tanto che deciderai di leggere Canale Mussolini e di vederne poi una tua recensione sul tuo blog :)

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  3. Ciao Julia, che bella questa recensione! Ho davvero apprezzato anche il taglio stilistico che le hai dato, che suppongo sia molto vicino al linguaggio colloquiale dei Peruzzi. E' stata un'ottima scelta, che mi ha permesso di immedesimarmi ulteriormente nel tuo racconto! Mentre ti leggevo poi, non riuscivo a fare a meno di pensare a Verga e ai Malavoglia. In quel caso, certo, si parlava di altre epoche e di un paese intero, più che di una famiglia, ma alla fine credo che anche in quel libro si parlasse di vita vera, di persone vere e di storie che hanno fatto parte del nostro paese. Splendida recensione, davvero, mi hai proprio rapita. Me la sono goduta come un bel bicchiere di coca cola fresca in questa torrida estate! Un bacione fanciulla!

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    1. Sai, anche se avevo fatto molta più fatica a leggerlo, tutto sommato ho proprio un bel ricordo dei Malavoglia, e così invece mi hai anche fatto venire in mente che all'epoca mi ero ripromessa di leggere altro di Verga (in particolare mi attirava Storia di una capinera), cosa che invece non ho più fatto...
      Sono troppo felice che questa recensione ti sia piaciuta tanto, l'ho scritta con molto trasporto visto l'affetto che ho sviluppato per i Peruzzi durante la lettura, e fa sempre piacere scoprire di esser riusciti a trasmettere il proprio trasporto emotivo :)
      Un bacione a te!

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    2. Ci sei assolutamente riuscita, e con che classe! :D Dei Malavoglia ho ottimi ricordi anche io, anche se ricordo di aver faticato tantissimo durante la lettura. Però, non so, alla fine l'ho apprezzato! Sarà Verga che fa questo effetto da scalata in montagna?

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