venerdì 1 settembre 2017

Lo Hobbit, J.R.R. Tolkien

« In un buco sotto terra viveva uno hobbit. Non era un buco brutto, sudicio e umido, pieno di vermi e intriso di puzza, e nemmeno un buco spoglio, arido e secco, senza niente su cui sedersi né da mangiare: era un buco-hobbit, vale a dire comodo. »

E' così, con uno degli incipit più belli che mi sono trovata a leggere aprendo un libro, che ha inizio Lo Hobbit di John Ronald Reuel Tolkien (titolo originale: The Hobbit or There and Back Again). Lo Hobbit è la cronaca di un'avventura pazzesca, un'avventura in cui suo malgrado viene coinvolto il signor Bilbo Baggins, personaggio principale della storia. Bilbo Baggins è uno hobbit, per l'appunto, e gli hobbit non amano le avventure: amano piuttosto la comodità, bere e mangiare bene, starsene tranquilli e pacifici tra le loro colline e distese erbose - ecco che cosa amano, gli hobbit, e Bilbo Baggins non faceva certo eccezione. Se non che - almeno così si diceva - un qualche suo antenato aveva preso per moglie una fata ed era da lì che veniva quel pizzico di scelleratezza che di tanto in tanto spingeva un rispettabile Baggins a partire. Cosa che comunque a Bilbo non sarebbe mai venuta in mente, se un giorno non si fosse trovato fuori casa Gandalf lo stregone:
"Buon giorno!" disse Bilbo; e lo pensava davvero. Il sole brillava e l'erba era verdissima. Ma Gandalf lo guardò da sotto le lunghe sopracciglia irsute ancor più sporgenti della tesa del suo cappello.
"Cosa vuoi dire?" disse. "Mi auguri un buon giorno, o vuoi dire che è un buon giorno che mi piaccia o no? O che quest'oggi ti senti buono, o che è un giorno in cui si deve essere buoni?"
"Queste quattro cose insieme," disse Bilbo. "E' per di più un bellissimo giorno per una pipata all'aperto. Se avete una pipa con voi, sedetevi e prendete un po' del mio tabacco! Non c'è fretta: abbiamo tutto il giorno davanti a noi!" E Bilbo si sedette su un sedile accanto alla porta, incrociò le gambe e fece un bell'anello di fumo grigio che si levò in aria senza rompersi e si diresse sopra la Collina.
"Che bello!" disse Gandalf. "Ma stamattina non ho tempo di fare anelli di fumo. Cerco qualcuno con cui condividere un'avventura che sto organizzando, ed è molto difficile trovarlo."
Dopo un vivace scambio di battute, Bilbo rientra in casa un po' contrariato, e quella sera stessa si ritrova il suo bel buco-hobbit invaso da ben tredici nani (più Gandalf) coi quali, già il mattino successivo, si ritrova in marcia verso la Montagna Solitaria, presidiata dal terribile drago Smaug, che molti anni addietro - portando morte, desolazione e dolore - si era impossessato con violenza della Montagna e del tesoro appartenenti ai nani. Guidati da Thorin Scudodiquercia, figlio di Thràin figlio di Thròr, i nani vogliono riconquistare il tesoro e tornare all'antico splendore. Il coinvolgimento di Bilbo è tutta colpa di Gandalf, che lo sceglie come quattordicesimo membro della compagnia in qualità di scassinatore, ma come si vedrà durante il lungo percorso Gandalf non lascia proprio nulla al caso e la scelta di Bilbo ha ragioni che vanno ben al di là del semplice ruolo per il quale era stato convocato (anche se, pure le sue abilità di scassinatore, si riveleranno fondamentali ben più di una volta). L'avventura di Thorin, Bilbo e compagni durerà un anno intero e li vedrà affrontare troll, orchi, lupi mannari, ragni giganti; si perderanno nel folto e nelle tenebre di Boscotetro, verranno fatti prigionieri dagli Elfi Silvani, avranno problemi con gli Uomini del Lago, si troveranno spesso senza provviste e senza cavalcature (i pony fanno sempre una brutta fine, poveri ç_ç). Bilbo rimpiangerà spessissimo il suo confortevole buco-hobbit, ma quando infine vi farà ritorno avrà portato con sé - oltre alla giusta ricompensa - la più incredibile delle avventure da raccontare per tutti i giorni a venire.

prima edizione, 1937
Pubblicato per la prima volta nel settembre del 1937, Tolkien aveva in realtà iniziato la stesura de Lo Hobbit già nei primi anni Venti, con una folgorante ispirazione che lo colpì un pomeriggio mentre correggeva i compiti dei suoi studenti: le prime righe de Lo Hobbit furono scritte su una pagina lasciata in bianco da uno studente, che forse quella volta a non studiare aveva fatto la miglior cosa della sua vita (scherzo, dai). Tolkien tornò più e più volte sul manoscritto, modificando sia nomi che interi episodi; uno su tutti, emblematico della lunga riflessione che Tolkien portò avanti scrivendo questa storia, riguarda l'acquisizione dell'Anello da parte di Bilbo: in una prima versione infatti egli lo vince come premio nella sfida ad indovinelli contro Gollum, mentre nella versione che leggiamo nel libro Bilbo se ne impadronisce per vie che praticamente rappresentano un furto. Nelle opere successive, Gandalf attribuirà le due diverse versioni a Bilbo, che l'avrebbe raccontata prima in un modo e poi nell'altro. La questione si fa quindi interessante.
Tolkien aveva pensato a Lo Hobbit come ad una fiaba per bambini, di qui lo stile colloquiale e semplice dell'opera, il lieto fine che quasi sempre segue alle sfide affrontate dai protagonisti e le frequenti incursioni del narratore, che talvolta interviene con spiegazioni, commenti oppure esortando il lettore a leggere oltre per scoprire come andrà a finire l'episodio che si sta narrando o cui si è accennato.
Fun fact: la casa editrice che per prima pubblicò The Hobbit fu la Allen & Unwin, ed il primo editore e recensore fu un bambino di dieci anni, Rayner Unwin, figlio di Stanley Unwin. Secondo quest'ultimo, non c'era miglior recensore di un'opera per bambini di un bambino e pagava suo figlio uno scellino per recensione. Il commento di Rayner a The Hobbit fu all'incirca questo:
Bilbo Baggins era un Hobbit che viveva in una caverna Hobbit e non aveva mai avventure, un giorno lo stregone Gandalf lo persuade a partire. Ha delle eccitanti avventure con orchi e mannari. Alla fine arrivano alla Montagna Solitaria; Smaug, il drago che vi abita è ucciso e dopo una terrificante battaglia ritorna a casa - ricco!!
Questo libro con l'aiuto di mappe, non richiede nessuna illustrazione è buono e può interessare bambini dai 5 ai 9 anni.
 Furono in molti a concordare col piccolo Rayner, e probabilmente non soltanto i suoi coetanei, perché le prime 1500 copie di The Hobbit, con illustrazioni in bianco e nero dell'autore, erano esaurite già tre mesi dopo.
Lo Hobbit ha saputo coinvolgere lettori di tutte le età ed ha destato l'interesse di studiosi e di critici di tutto il mondo. Con Bilbo Baggins Tolkien dava origine ad una specie mai vista né sentita prima, gli hobbit, e se è vero come alcuni hanno sostenuto che Bilbo somigli sotto molti punti di vista all'autore stesso, fare la sua conoscenza diventa ulteriormente interessante. Inoltre, nella semplicità di questa fiaba, non mancano riferimenti importanti: i nomi dei nani, ad esempio - Balin, Dwalin, Fili, Kili, Dori, Nori, Ori, Oin, Gloin, Bifur, Bofur e Bombur - sono tutti ripresi dall'Edda di Snorri Sturluson, così come da essa Tolkien ha tratto l'idea stessa dell'Anello. L'Edda è un testo che risale al 1220, nel quale Snorri - uno storico islandese - raccolse moltissime storie della mitologia norrena e rappresenta il più antico, ricco, interessante reperto della filologia germanica, in quanto Snorri Sturluson vi raccolse anche preziose nozioni di poetica norrena. Non serve certo sottolineare, quindi, quanto fascino acquistino - data la loro origine - anche i semplici buffi nomi dei tredici nani.

Come vi ho raccontato ogni volta che ce n'è stata occasione, non sono mai riuscita ad entrare veramente in sintonia con il fantasy, in qualsiasi forma esso fosse proposto; nonostante questo avevo già deciso che prima o poi mi sarei avvicinata a Tolkien, perché si tratta di un autore talmente importante che non sarei stata in pace ad ignorarlo per partito preso. Da amante dei grandi classici, non mi sarei perdonata una simile lacuna senza averci neanche provato. Chissà quando sarebbe avvenuto questo tentativo, però, se non mi fosse capitato tempo fa di vedere la trilogia che, da questo libro, è riuscito a trarre Peter Jackson. Lungi da me ora parlare dei film o fare paragoni (son due cose diverse, che vanno giudicate a sé, e qui voglio concentrarmi sul libro), dico solo che i film mi sono piaciuti tantissimo ed è stata la prima volta che un fantasy mi coinvolgeva così tanto. Grazie a questa circostanza, ho confermato ciò che già sospettavo: la mia difficoltà col fantasy dipende dal fatto che non sono dotata di quel tipo di fantasia che ti permette di immaginare cose, luoghi e creature che i tuoi occhi non potranno per forza di cose mai vedere; mentre mi descrivi un troll io non sono capace di visualizzarlo nella testa, e quindi mi annoio (ora compatitemi se volete, sigh). In questo senso i film di Peter Jackson si son rivelati per me estremamente preziosi, perché mi ha aiutata ad avere un'immagine del mondo tolkeniano ed in tal modo, quando ho cominciato a leggere, son riuscita a lasciarmi trasportare dalla penna di Tolkien. Lo Hobbit si è rivelata una lettura incredibilmente scorrevole. Che sia un'opera pensata per un lettore giovane si sente dal tono, tuttavia penso che nessun adulto potrebbe restare indifferente davanti ad un libro come questo. Empatizzare con Bilbo, che è pur sempre il personaggio principale, è fin troppo facile: immaginate un po' voi di trovarvi la casa invasa da un momento all'altro di personaggi sconosciuti e bizzarri, che mangiano il vostro cibo e bevono il vostro vino, e di trovarvi coinvolti in una faccenda che tutto sommato non vi riguarda eppure vi affascina e vi incuriosisce, una faccenda che - sì - vi strapperebbe dall'agio della vostra poltrona ma vi porterebbero anche via da una sequenza di giorni che, per quando placidi piacevoli e tranquilli, son pur sempre tutti uguali. Partire rappresenta per Bilbo non soltanto l'occasione di vivere l'esperienza più incredibile della sua vita, ma anche di scoprire lui per primo le proprie qualità (e non è, tutto questo, proprio ciò cui ci mette di fronte la possibilità di intraprendere un viaggio?): l'astuzia e l'intelligenza, il coraggio e la nobiltà; e non soltanto, in fondo, le qualità positive, poiché il suo comportamento dal momento in cui si impadronisce dell'Anello non è esente da connotati ambigui.

Illustrazione di Alan Lee
Il capitolo che racconta l'incontro tra Bilbo e Gollum è probabilmente il mio preferito. Il modo in cui Tolkien riesce a descrivere ogni elemento di questa importante e cruciale - cruciale anche per le opere successive dell'autore - porzione di storia è a mio avviso senza pari, a partire dall'andamento ritmico in totale crescendo. L'alternarsi delle emozioni dei due personaggi, con Bilbo che passa dalla paura iniziale all'adrenalina quando inizia a credere di averla scampata, senza tralasciare un momento di comprensione e compassione per quella sciagurata creatura prima di abbandonarla al suo destino; e Gollum che si avvicina con curiosità e che quasi è felice di incontrare e parlare con qualcuno e che in modo incalzante attraversa confusione, sospetto, rabbia e sofferenza in un escalation vorticosa. Gollum mi ha colpita moltissimo, quest'essere dall'aspetto rivoltante che non esce mai dalla sua grotta umida, che parla con se stesso - unica compagnia - che vive per l'Anello - unico tesssoro - e che però ha pur sempre un passato alle spalle. Pochi brevi accenni, una nonna, la vita sulla terra, in superficie... Gollum fa fatica a ricordare le cose che stanno lassù, Bilbo lo costringe a pensarci intensamente per rispondere ai suoi indovinelli ed a lui quello sforzo - oltre a mettergli fame - lo fa soffrire, lo fa soffrire ricordare, cose che evidentemente ha perso e che probabilmente amava. Come non desiderare saperne di più, e come non sentirsi perfettamente in sintonia con Bilbo, che assieme alla paura ed al disgusto guardandolo per gli ultimi istanti prova anche tanta malinconia?

Un altro capitolo che personalmente mi ha coinvolta di più, è quello in cui Gandalf, Bilbo e i nani si recano da Beorn, un gigante che talvolta si trasforma in Orso, un personaggio fondamentalmente buono che però va preso "con le pinze", come si suol dire. E' divertente il modo in cui Gandalf gestisce la complessa impresa di far venire in cerca di aiuto e di ristoro ben quindici soggetti, senza destare l'ira o il fastidio del suscettibile Beorn; mi è piaciuto molto questo strano soggetto, che parla con gli animali e con i quali ha un rapporto di totale rispetto, condivisione e reciproco aiuto. 

Beorn e Gandalf, illustrazione di Alan Lee

Sicuramente interessante e degno di nota è anche il comportamento di Thorin Scudodiquercia, il quale non appena si ritrova a contatto col suo tesoro perduto perde ogni barlume della ragionevolezza e della nobiltà d'animo che si presumeva lo caratterizzassero. Thorin commette gravi errori, e per questo viene punito; Tolkien gli dà però almeno la possibilità di riconoscere i propri peccati e di congedarsi da Bilbo in pace ed amicizia.

Se c'è una parte che mi ha coinvolta meno, ammetto che il mio interesse è un po' calato dal momento in cui i nani e Bilbo mettono piede nel Boscotetro e fin quando non arrivano alla Montagna Solitaria; l'andamento episodico di quella parte, durante la quale i personaggi non fanno che incappare in un nemico o una difficoltà di volta in volta risolte da Bilbo, non mi ha riservato grandi sorprese né grandi entusiasmi. Credo ciò dipenda anche dal fatto che nel corso di quei capitoli Gandalf è totalmente assente, e Gandalf - almeno in questo libro - è senz'altro uno dei miei personaggi preferiti, non soltanto perché maestoso ed imprevedibile in ciò che potrebbe essere in grado di fare, ma anche perché è uno stregone dalla battuta pronta, spesso pungente, e ciò mi aggrada alquanto.

Alan Lee

Ultima menzione d'onore va necessariamente all'edizione Bompiani, che merita veramente un plauso per la cura fin nei minimi dettagli: copertina stupenda, bella qualità della carta, neanche l'ombra di un errore o di un refuso e la chiccheria degli angoli arrotondati. Pur avendo in mano un tascabile, fa veramente la sua porca figura. All'interno poi troviamo le bellissime illustrazioni di Alan Lee, illustratore specializzato nella rappresentazione di miti celtici e nordici, che ha curato tutti i film di Peter Jackson, vincendo l'Oscar nel 2004 per la direzione artistica de Il Ritorno del Re. Tutta robetta, insomma.



Ho scritto moltissimo, e meritate anche voi un plauso se siete arrivati fin qui, ma come si può non approfondire e non andare per le lunghe parlando di un'opera come questa, che da circa settant'anni ispira e conquista lettori, studiosi ed artisti di ogni genere? Ha conquistato persino me, e sono ben felice che Tolkien abbia vinto la sfida. Non so quando questo accadrà, ma posso assicurarvi che non ho alcun timore di proseguire il mio cammino all'interno del vastissimo mondo che lui, per tutti noi, ha creato.

Un abbraccio e buone letture!



2 commenti:

  1. Ciao Julia! Non sai che enorme, mastodontico piacere mi abbia fatto leggere la tua recensione de Lo Hobbit. Io sono una grande estimatrice di Tolkien, Il signore degli Anelli ha contribuito non poco a forgiare la mia identità quando ero ragazzina (e a rendermi un bel po' esigente in fatto di fantasy) ed in più mi considero una hobbit fatta e finita, quindi aspettavo con ansia il tuo verdetto su questo titolo. Sapere che ti è piaciuto così tanto mi ha fatto sprizzare di gioia, ero emozionata come se lo avessi scritto io, il romanzo! Hai capito totalmente l'anima del libro, il suo stile un po' scanzonato ma sempre molto rispettoso delle ambientazioni, delle meccaniche e del mondo che prendeva forma durante la narrazione. E poi, onore degli onori, hai saputo allontanarti dalla visione più epica della trilogia di Peterson considerando questo libro come una cosa a sé stante. Come avrai visto, i film sono molto diversi, soprattutto per i toni generali della vicenda. Tantissimi complimenti, fanciulla e benvenuta nel magico mondo del signore di tutti i fantasy! Babbo Tolkien ti saluta!
    P.s. anche io ho l'edizione della Bompiani. In realtà ho anche un'edizione dell'adelphi, ma un giorno ho trovato al Libraccio la versione Bompiani con gli angoli stondati e la copertina dorata a metà prezzo e intonsa. Non compro mai doppioni dei libri, ma questa valeva decisamente la pena! :D Che gioiellino! ^_^

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  2. Tolkien è un must, c'è poco da fare! Io amo i film di LOTR e li so praticamente a memoria, mentre la trilogia de Lo Hobbit non fa proprio per me, mi sa, non sono neanche riuscita a finirla:( Nonostante questo mio grande amore, la riscoperta di LOTR libro e di Tolkien in generale è iniziata solo quest'anno ma è una riscoperta coi fiocchi: per me LOTR è un classico della letteratura e, dopo aver terminato il tomone, tornerò anche su Lo Hobbit e poi passerò a tutte le altre opere, che non ho mai letto. E si, le edizioni Bompiani sono talmente belle, pure quelle economiche, da far piangere. Ma io vorrei tanto le edizioni mega illustrate, solo che per averle dovrei dare un rene (o anche entrambi)xD

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