giovedì 30 novembre 2017

Blogger Recognition Award

Amici e amiche, lettori e lettrici (nb: da leggersi in tono austero e solenne)
mi trovo qui oggi commossa ed emozionata, perché ancora una volta qualcuno ha trovato che questo mio piccolo spazio intellettual-cultural-personale fosse degno e meritevole non solo d'attenzione ma di altresì venir premiato con un titolo che nel circondario della nostra amata blogosfera può esser paragonato all'ambita statuetta dell'Oscar (giusto perché non voglio spingermi a scomodare il signor Nobel). Ebbene, è con le lacrime agli occhi e fazzoletto alla mano che accolgo con orgoglio e sentita riconoscenza il celebre Blogger Recognition Award, consegnatomi dalla collega ed amica Duille, combattiva condottiera di Steli d'erba - Il mondo sotto il pavimento e dalla cara Federica, voce ed anima di Ci provo gusto alle avventure.
Cari amici e amiche, lettori e lettrici, è meglio ch'io proceda senza ulteriori indugi allo svolgimento delle regole previste da questo giuoco - dal momento che, si sa, ogni grande onore s'accompagna a grandi responsabilità - prima che l'emozione abbia il sopravvento e mi costringa a lasciare prematuramente questa scena.

Ed ora, data la giusta veste alla situazione, posso finalmente liberare i capelli dall'intricata e scomoda acconciatura, gettare su una sedia i guanti di seta e l'abito tanto scomodo quanto prezioso, alleggerirmi di gioielli e maniere impeccabili, e tornare alla mia natura trasandata e scanzonata: Grande Camicia dalle tre C (calda, comoda, confortevole), occhiali da battaglia e chioma allestita in una crocchia (che adesso per farla sembrare qualcosa di chic si chiama "bun" o "top knot") e sono pronta a rispondere a tutte le ardue domande proposte dal Blogger Recognition Award, che Duille ha ingegnosamente ribattezzato BRA (in inglese = reggiseno, LOL).




1. Ringraziare il blogger che ti ha nominato ed inserire il link al suo blog.

Ho inserito i link all'inizio del post, ti prego perdonami sommo BRA se ho anticipato i tempi! Quanto ai ringraziamenti, non c'era neanche bisogno che tu, magnifico BRA, me lo imponessi tra le regole, perché ringraziare qualcuno che apprezza questo mio spazio e lo dimostra assegnandomi un premio, non solo è il minimo segno di riconoscenza e buona educazione, ma sarebbe anche stata la prima cosa che avrei scritto di mia spontanea volontà. Entrando nel dettaglio, credo che ormai anche in qualunque universo parallelo si sappia quanto mi piace il blog di Duille - e di conseguenza, Duille stessa, perché i suoi post, a prescindere di qualunque cosa parli, traboccano di personalità; lei è una di quelle persone speciali che sanno ricavare un racconto avvincente da una banalità qualsiasi, da quelle cose che un po' a tutti capitano tutti i giorni ma che non tutti sanno trasformare in una storia. Inoltre, anche quando affronta temi seri o recensisce (egregiamente) un'opera, non manca mai quella irresistibile dose di ironia che alleggerisce il peso dell'esistenza. Se non vi siete ancora uniti ai suoi lettori - al suo esercito di mostriciattoli nascosti sotto il pavimento - mi chiedo proprio cosa state facendo. Disclaimer: Duille non mi ha pagata, tutto ciò che ho scritto è pienamente pensato e sentito, passo e chiudo. Grazie infinite per avermi premiata!

Dopo aver scritto un intero paragrafo intessuto di lodi nei confronti di Duille, mi vergogno un po' nel trovarmi invece a corto di informazioni riguardo l'autrice di Ci provo gusto alle avventure... non mi piace fingere e non vorrei dispensare apprezzamenti inventati ad hoc per l'occasione, perché la verità è che sono capitata sul suo blog in passato - forse sempre in occasione di un premio o di un tag - ma non ho avuto l'accortezza di iscrivermi ai lettori: Federica (e spero tanto che almeno il nome sia giusto!) puoi perdonarmi?! Prometto che stavolta mi iscrivo ed inizierò a seguire le tue avventure! E spero che anche tu, da lettrice "silenziosa" del mio blog quale devi essere, interverrai più spesso lasciandomi una tua opinione sotto i post, così da iniziare a conoscerti :) intanto grazie mille per avermi ritenuta meritevole di questo premio!

2. Scrivere un post per mostrare il proprio riconoscimento.

Ma, onorevole BRA, non è esattamente ciò che sto facendo?! Va beh, ovviamente s'intende riconoscimento verso i propri lettori, i propri seguaci, i propri adepti... (ops, il BRA mi ha appena ammonita, dice che sto esagerando, tsk, quanto è severo). In effetti non capita spesso di ringraziare apertamente chi ha deciso di unirsi agli iscritti, almeno non a me, perché quando mi è venuto in mente di farlo ho sempre temuto di far la figura della lecchina, per dirla con un alto francesismo. Ma do un immenso valore ad ognuno di voi, anche a chi non conosco perché magari mi legge senza mai commentare: ad ogni singola persona che ogni tanto ha deciso di spendere il suo tempo leggendo ciò che scrivo: grazie di cuore! Doppio grazie a chi spende il doppio del suo tempo commentando anche ciò che scrivo. Questo spazio è diventato molto importante per me, e questo dipende anche dal riscontro che ho avuto, dallo scambio di opinioni che si crea grazie ai vostri commenti. In passato ho avuto e chiuso ben più di un blog e se Tanto non importa non ha fatto la stessa triste fine credo che in gran parte sia dovuto anche alle anime belle che ho trovato.

3. Raccontare la nascita del proprio blog.

Una sera avevo voglia di scrivere su internet, così sono andata sulla pagina di blogger, ho scritto la prima frase che mi passava per la testa come titolo e di getto ho pubblicato il primo post. Fine. Vi sembra strano? Eh, sì, lo so, ho letto tante belle storie in risposta a questa domanda, che parlano di un lungo periodo di riflessione e progettazione, di insicurezze, di sfide con se stessi... Io no, per me è stato semplice. La verità è che ho familiarità col blogging da quando avevo tredici anni. Scrivevo su Splinder, una povera piattaforma che non esiste più, e che è stata teatro dei miei drammi adolescenziali: dai tredici ai diciassette anni circa ho imperversato con i miei post, su due diversi blog di cui vi risparmio i titoli; non ne ho tenuti due contemporaneamente, ho abbandonato il primo quando mi sentivo troppo cresciuta per restare lì, nel quale non riuscivo più a riconoscermi. Comunque lo usavo come un diario, vi riversavo i miei pensieri, riflessioni, sfoghi, talvolta ciò che mi accadeva oppure parlavo di qualcosa che avevo letto, studiato o di un film che mi aveva colpita. Niente di speciale, insomma, ma c'era davvero tantissimo di me lì dentro. Soprattutto, quelle esperienze precoci hanno fatto sì che per me tenere un blog diventasse un'abitudine radicata, impossibile da sconfiggere peggio del vizio del fumo per Zeno. Ho avuto altri blog prima di Tanto non importa, in cui ho provato a condividere le mie passioni oppure delle questioni più personali; ma di volta in volta non riuscivo a trovare la mia giusta dimensione, a sentirmi appagata o riconoscermi pienamente in ciò che creavo, e così senza pensarci due volte eliminavo il nuovo blog dopo appena qualche mese di attività, dicendomi che forse era qualcosa che non faceva più per me. Poi, però, inevitabilmente la voglia tornava e non riuscivo proprio a desistere dal pensiero di fare un nuovo tentativo e così, da uno di questi tentativi, è nato Tanto non importa, che forse, dopotutto, non è così male.

4. Dare consigli ai nuovi blogger.

Ovviamente non sono una persona che è riuscita a fare del suo blog una professione né sono tra quelle che vantano il maggior seguito, quindi forse non sono questa gran fonte di consigli; tuttavia, come ora avrete scoperto se avete letto il paragrafo precedente, un po' di esperienza in questo campo me la sono fatta e, se anche non sono le dritte universali, sono quanto la mia esperienza ha insegnato a me - e devo dire che in larga parte condivido i consigli di Duille, tanto che sembreranno copiati.
Come prima cosa suggerirei all'aspirante blogger di iniziare sin da subito a commentare i post degli altri, ma di non farlo per puro tornaconto personale: interagite con chi crea contenuti che davvero vi interessano, il blog è una forma di scambio, dibattito, condivisione, se scriviamo sul web e all'epoca della velocità, dei limiti di carattere, dell'immagine che scavalca la scrittura siamo ancora qui che desideriamo sviscerare idee ed argomenti in scritti talvolta lunghissimi è perché cerchiamo anime coi nostri stessi interessi che hanno la stessa voglia di scambio e di approfondimento, per trarre dall'esperienza del passare un sacco di tempo davanti al computer qualche cosa di più, che spesso è difficile trovare nell'esperienza quotidiana. Quindi interagite, trovate blog che vi piacciono e non titubate nell'indecisione sul lasciare un commento o meno: fatelo! Anche perché noi blogger siamo vanitosi ed anche un banale "bel post!" ci fa gongolare un po' - e se è vero che noi blogger siamo vanitosi (e forse un po' egocentrici) è anche vero che siamo una specie riconoscente (vedi i ringraziamenti che si sbrodolano in occasioni di questi premi o tag) e leali, perciò vedendo il commento di un nuovo utente correremo senz'altro a fargli visita, e così il nuovo blogger si farà pian piano conoscere.
Inoltre, come diceva Duille, non fissatevi sull'idea che il vostro blog debba trattare solo ed esclusivamente un unico argomento! Ma chi l'ha detto, scusate?! Questa è stata un'idea tremenda cui ho creduto in passato, ed è stato uno dei motivi che ha portato al naufragio alcuni miei progetti passati. Era un'imposizione che mi faceva sentire limitata ed in trappola, non libera di esprimermi. Anche se decidete di aprire un blog, che ne so, per parlare della vostra passione di cinema nessuno e sottolineo nessuno vi impedisce di pubblicare il racconto di una ricetta che vi è riuscita bene e che vi divertirebbe condividere, o di utilizzare il blog per sfogarvi di un brutto momento che avete vissuto, o di renderlo una sorta di diario per certe giornate belle che vi piacerebbe condividere e ricordare. Non penso affatto che i vostri lettori resteranno scoraggiati o delusi da una variazione di argomenti, penso anzi che diversificare raccoglierà sulle vostre pagine più persone; a me capita di parlare di grandi classici della letteratura così come di manga o di altro: non tutti commentano tutto ovviamente, ma se - ad esempio - mi fossi frenata dallo scrivere recensioni di fumetti, sicuramente alcuni lettori con cui ora scambio abitualmente vivaci ed interessanti opinioni non si sarebbero mai fermate da queste parti. Perciò, niente limiti, niente imposizioni: scrivete di quel che vi pare quando vi pare.

Infine il BRA mi imporrebbe di nominare ben quindici blog e di avvertirli di tale nomina, ma devo ammettere che proprio non me la sento: non solo perché non arriverei mai a quindici, ma soprattutto perché tutti i miei blogger preferiti hanno ovviamente già ricevuto la nomina. Mi limito a nominarne tre per motivi speciali: Virginia di Virginia e il Labirinto e Mami di Mami tra i libri perché non si vedono da un po' e mi mancano tantissimo e spero con questa nomina di spezzare l'incantesimo che ha congelato i loro regni; terza ed ultima nomina che mi sento di fare è a Silvia di Felice con un libro, perché ho scoperto da pochissimo il suo spazio e lo trovo molto carino, senza contare che sceglie delle letture molto belle, perciò nel caso ve la foste persa volevo farvela conoscere!

Bene, vedo che sono stata breve e concisa come sempre.
La cerimonia del BRA è ufficialmente conclusa.


domenica 26 novembre 2017

Marvel & Netflix: un complotto contro la vita sociale

L'anno scorso vi parlavo entusiasticamente di Jessica Jones e - come vi dicevo allora - se non avessi per Fidanzato un marvelliano convinto di ultima generazione, difficilmente sarei mai capitata nel tunnel che dal fido Netflix trasporta nel mondo dei supereroi di città: il Matthew Murdock di Daredevil, Luke Cage, Jessica Jones ed i tantissimi altri personaggi che, volenti o nolenti, sono coinvolti nei loro destini. Se i film della Marvel hanno su di me un ascendente pressoché nullo (mi dispiace dirlo, ma è così), queste serie tv prodotte da Netflix sanno invece coinvolgermi ed appassionarmi come non mi sarei mai aspettata. Tra la fine di agosto e l'inizio di settembre, complici vari fattori, ci siamo fatti una bella maratona da pantofolai agguerriti, recuperando tutti i titoli Marvel che nel frattempo erano usciti.

Luke Cage è miracolosamente sopravvissuto ad esperimenti potenzialmente mortali, che invece gli hanno lasciato una pelle impenetrabile e una forza sovrumana. Luke, mantenendo un profilo il più basso possibile, si mimetizza tra la popolazione della black Harlem, dove - ignorando le proprie potenzialità - vorrebbe solo essere lasciato in pace e fare le pulizie nel negozio di Pop, leggendario barbiere del quartiere. E' a gente come Pop che Harlem appartiene, gente onesta che forse in passato ha sbagliato, ma ha imparato la lezione e cerca d'insegnarla anche ai giovani che rischiano di commettere gli stessi identici errori: Pop è il porto sicuro di intere generazioni, ma persino le pietre miliari come lui vengono messe in pericolo dalle macchinazioni e dagli intrighi dei potenti, l'altro lato della forza di Harlem, rappresentato da una catena di cattivi che col passare delle puntate sale di livello, così lo spettatore capisce che il primo male incontrato era niente di più che "la punta dell'ice-berg". Si comincia con l'affrontare Cornell "Cottonmouth" Stokes e la cugina Black Mariah, i quali condividono un'infanzia ed un'adolescenza piena di sofferenza irrisolta e le redini del potere sul quartiere, con Stokes che dal priveé del suo raffinato locale dirige gli affari e Mariah, col suo sorriso intrigante degno della miglior politica, seduce la gente a suon di discorsi populisti e demagogici. Persino loro, però, che sembrano intoccabili ed infallibili, vengono ad un certo punto tenuti sotto scacco dal misterioso Diamondback, che si esprime attraverso un suo sottoposto, Shades, che nonostante si presti ad eseguire gli ordini, non cela una propria dose di ambizione personale...
Le cose interessanti che troviamo in Luke Cage sono davvero moltissime, provo a riassumerle:
- la riflessione sul potere. Una fetta importante della serie, infatti, secondo me è dedicata a questa questione, declinata nei suoi molteplici aspetti. Il potere politico, il potere ottenuto con la forza, potere come supremazia, potere sfruttato per vantaggio personale... I "cattivi" di questa serie sono quanto mai ben caratterizzati e complessi, umani fino al midollo. Gli intrighi politici di Stokes e Mariah sono un vero e proprio sottilissimo gioco, che tiene incollati allo schermo per scoprirne gli imprevedibili esiti. E si passa dal loro uso del potere, nel quale raramente ci si sporca le mani in prima persona, a quello di pezzi più grossi che, di piani a tavolino, proprio non sanno che farsene.
- La questione etica e morale sul senso di giustizia, o meglio da chi sia più giusto che la giustizia venga amministrata. Un po' come accadeva in Daredevil, Luke inizialmente rifiuta il suo ruolo di supereroe: vuole condurre una vita normale - per quanto ciò gli sia possibile, dopo quanto gli è successo - ma alla fine si convince (anche grazie ai discorsi di persone come Pop) che è egoistico da parte sua non fare nulla per combattere l'ingiustizia quando ha tutte le capacità per farlo; sul piano opposto si trovano persone come Misty Knight, poliziotta di sani principi in un ambiente corrotto anche nei colleghi più insospettabili, che continua a ritenere sbagliato che dei vigilanti come Cage o Daredevil agiscano liberamente su cose che spetterebbero a lei ed a tutte le altre persone debitamente istruite per combattere il crimine. Ma quando l'aiuto dei vigilantes è innegabilmente arrivato più in fretta laddove la polizia nulla ha potuto, è davvero da biasimare la loro presenza?
- Le figure femminili di questa serie. Il mio orgoglio femminista ha gongolato come non mai davanti a personaggi femminili di questo calibro, innanzi tutto proprio Misty Knight, una donna che non solo eccelle nel proprio lavoro dimostrando un fiuto ed un'intelligenza fuori del comune, ma è provvista anche di una dose di coraggio non indifferente, che le permettono di non scappare neanche dalle situazioni più infauste. Non vedo davvero l'ora di rincontrarla nella seconda stagione perché so che assumerà connotati ancor più interessanti. E poi c'è lei, Claire Temple, l'infermiera che non sarà mai più solo un'infermiera. Gli aficionados l'hanno già incontrata in Daredevil e Jessica Jones ma secondo me è solo qui che si scopre meglio tutto il suo potenziale. Come Misty, anche Claire è dotata di una quintalata di coraggio e prontezza di spirito, Claire è l'amica saggia a cui puoi sempre fidarti nel chiedere aiuto, anche nelle situazioni più inspiegabili. Date le sue precedenti esperienze, infatti, Claire ha imparato a non fare (e farsi) domande, ma a fare del suo meglio quale che sia la circostanza. Claire è in teoria la persona più comune tra tutte quelle che incontriamo in queste serie, e forse proprio per questo appare in certi momenti come la più straordinaria. Dettaglio a mio avviso non meno importante, Claire è simpaticissima e stempera spesso la tensione con una battuta ironica di cui tutti sentivamo il bisogno: grazie, Claire!

Misty Knight
Claire Temple

- Infine, anche la storia personale di Luke, della quale tramite flashbacks si ricostruiscono i momenti salienti, è molto appassionante e sofferta e lo rende un eroe umanissimo col quale si entra in empatia sempre di più man mano che lo si conosce.
Insomma, questi sono i punti che ho trovato più interessanti in Luke Cage che si classifica al secondo posto (dopo Jessica Jones) tra le serie Marvel che per il momento ho preferito.


Si prosegue poi con Iron Fist, e lasciate che ve lo dica subito: per me è no, ma a caratteri cubitali proprio! Le premesse erano interessanti: il rampollo dei fondatori di un'azienda miliardaria torna dopo quindici anni, quindici anni durante i quali era stato creduto defunto assieme ai genitori in un tragico incidente aereo. La morte dei coniugi Rand è purtroppo reale, ma Danny Rand era stato invece trovato dai monaci di una città leggendaria, K'un-Lun, dove era stato cresciuto tra le più ferree regole ed ardue sfide imparando tutti i segreti dell'arte del kung-fu, e si era infine rivelato essere il potente Iron Fist, ovvero il protettore delle porte della città. Ma Danny Rand alias Iron Fist è un emerito cretino, perciò abbandona la città di K'un-Lun - ed il compito praticamente sacro che aveva - per fare ritorno a Manhattan e riscattare il suo ruolo all'interno dell'azienda paterna. Danny perciò, totalmente ignaro dei costumi sociali dell'Occidente e della modernità, si aggira come un figuro a metà strada tra un barbone, un hippie ed un hipster un po' estremo, fin quando non irrompe negli edifici della Rand spaventando a morte i fratelli Ward e Joy Meachum, suoi amici d'infanzia e figli del migliore amico e socio di suo padre, che dalla morte del loro padre sono di fatto i vertici dell'azienda. Danny e Ward non avevano avuto ottimi rapporti da bambini, mentre una tenera e mai dimenticata amicizia aveva legato Danny e Joy: perciò punta tutto su di lei per dimostrare di essere davvero Danny Rand e non un pazzo qualunque che vuole appropriarsi di quell'identità per diventare mostruosamente ricco e potente, e grazie ad un gioco d'infanzia che soltanto loro due potevano conoscere Danny riesce a farsi accettare dai Meachum. A questo punto siamo soltanto all'inizio della serie: lo scopo di Danny infatti è principalmente quello di scoprire cosa si nasconde dietro l'incidente aereo e la perdita degli amati genitori che lo hanno traumatizzato ed in secondo luogo combattere la potentissima organizzazione criminale conosciuta semplicemente come La Mano (che poi, lui doveva proteggere K'un-Lun esattamente da loro, ma va bene), che lo spettatore ha ampiamente conosciuto in Daredevil. Non avendo un posto dove stare o un amico al mondo, quando Danny si imbatte nella maestra di kung-fu Colleen Wing lui pensa bene di accollarsi a lei, di darle il tormento fin quando la poveretta inizia a dargli - purtroppo - retta e... oh mio Dio, questi due sono la coppia di ottusi più ottusi del mondo. Vi giuro, non ce la potevo fare, sono tra i personaggi più esasperanti che mi sia mai capitato d'incontrare. Ciecamente convinti delle proprie idee anche se non sanno nulla dei reali pericoli che intendono affrontare, fanno una scelta stupida dopo l'altro mettendo in pericolo non solo se stessi ma tutto ciò che li circonda. Entrambi traumatizzati, lagnosi, infantili, petulanti: ciò di cui avrebbero bisogno sarebbe un ottimo percorso terapeutico, non andare in giro a menar calci come trottole impazzite in cerca di vendetta (contro le cosa sbagliate, per altro).
E chi ci salva da tanto disagio, secondo voi? Sì, proprio lei, ancora lei, la santa Claire!

I bambini necessitano sempre della supervisione di un adulto

La quale per vie traverse si trova coinvolta anche nelle avventure di questi due bambini ed è stata lei a rendermi sopportabile questa visione, perché proprio nei momenti più esasperanti dava voce ai miei pensieri, facendo presente quante assurdità riuscissero a dire e pensare tutte insieme.
Altra - ed unica - nota positiva di questa serie è la sottotrama legata e condotta da Ward Meachum, personaggio rivelazione per me della serie: se all'inizio sembra soltanto un altro personaggio noioso e patetico, un uomo adulto incastrato in una vita che non ha scelto, con un complesso paterno grande quanto i grattacieli della Rand, vive poi un'escalation di drama veramente interessante, grazie anche al grandissimo talento dell'attore che lo interpreta, Tom Pelphrey. Ecco, ho seguito con molta più curiosità e coinvolgimento l'evoluzione di Ward Meachum rispetto alle gitarelle di Danny Rand alias Iron Fist con la sua amichetta. Ah sì, ci sarebbe anche una storia d'amore tra i due ma, va beh.


Infine, li vediamo tutti riuniti in quella che è stata attesa dai fan come una vera serie-evento: The Defenders, che vede le strade di Matthew Murdock, Luke Cage, Danny Rand e Jessica Jones incrociarsi e scontrarsi; se infatti conoscete un po' i caratteri di questi protagonisti, è facile immaginare quanto una collaborazione tra loro possa diventare complicata - tra Jessica che non è mai propensa ad allacciare relazioni di qualunque tipo con altri esseri umani, Matthew - da bravo cattolico - in perenne tribolazione interiore, Luke che non è esattamente la pazienza fatta persona ("I like to get things done!") e Danny Rand che... va beh. In Defenders si riprendono le fila di quanto in ogni serie era stato lasciato in sospeso, riunendosi tutte in uno scopo comune, ovvero la lotta contro La Mano e la loro potentissima arma umana: Elektra, l'amore mai dimenticato di Daredevil. The Defenders ha meno puntate delle altre serie (soltanto 8, contro le canoniche 13), un ritmo più serrato e veloce: non c'è qui alcun bisogno di presentazioni, conosciamo già tutti i personaggi e le loro storie, perciò si va dritti al sodo senza esitazioni. E' stata una gioia per me ritrovare Krysten Ritter nei panni di Jessica, che pur cercando di farsi i fatti suoi e di starne fuori non riesce alla fine a non lasciarsi prendere dal caso molto strano di un uomo scomparso nel nulla, che aveva le mani in pasta nel progetto per la costruzione di un edificio che sembra collegato a molti altri dettagli sospetti. Ritroviamo in Defenders anche tutti i personaggi secondari: dalla detective Misty Knight che, suo malgrado, ha imparato a fidarsi di Luke, l'immancabile Claire, che alla fin fine è quella che ne ha viste più di tutti, i colleghi ed amici di Matthew - l'adorabile Foggy e la dannatissima Karen [apro parentesi: io le ho dato il beneficio del dubbio, giuro, per ben due stagioni di Daredevil, ma a dispetto della mia buona predisposizione si è dimostrata essere esattamente ciò che temevo dalla prima volta che compare: la biondina bellina e carina che si mette in mezzo anche a cose che non le competono, che svolge il suo lavoro con tanta passione, passione cuore sole amore che inevitabilmente prevalgono sulla ragione, col risultato che questioni di una certa importanza finiscono male, molto male (di solito ci scappa il morto, ecco); avete presente Isobel Stevens di Grey's Anatomy? Lei è l'emblema assoluto di questa categoria di personaggio da me tanto odiato, e Karen è in tutto e per tutto una Isobel Stevens. Chiusa parentesi]. Sottolineo che mentre tutti gli altri si fanno il mazzo per raggiungere l'obiettivo comune, Danny & Colleen (a noi meglio noti come gli ottusi) sono quasi in ogni scena in cui compaiono a bordo dell'aereo privato di Danny che si lagnano dei loro rispettivi traumi e continuano a parlare sempre delle stesse cose, che in teoria ormai dovevano aver capito in modo forte e chiaro, invece no. Tra i momenti più belli della serie c'è senz'altro il primo incontro tra Danny e Luke, che io aspettavo tantissimo e che mi ha dato la giusta soddisfazione: tutte le potentissime mosse dell'Iron Fist possono ben poco contro il nostro Luke.
Credo di non avere altro da dire riguardo a Defenders, se non ché per vederla è necessario guardarsi prima tutte le altre serie precedenti, altrimenti se ne capirebbe ben poco. E' stata forse un po' al di sotto delle mie aspettative, ma al tempo stesso molto interessante. Il finale lascia sorpresi e con un bel po' di domande, per le quali dovremo attendere prima di avere le dovute risposte.

Il tipico atteggiamento del leggendario Iron Fist

La cosa che comunque manda in visibilio qualunque cuore di nerd nel seguire tutte queste serie è cogliere tutti i collegamenti - talvolta veramente sottili - tra l'una e l'altra, come la voce dell'amica di Jessica Jones che conduce un programma radiofonico in una puntata di Luke Cage, o Claire che prende un biglietto per strada per delle lezioni di kung-fu, che poi si vede esser stato affisso in giro da Colleen. Piccole cose che tanto emozionano gli appassionati come noi (soprattutto quando cogli tutti i riferimenti, a beneficio se non altro della tua autostima).

Bene, con le serie Marvel direi di aver finito, anche se da pochi giorni è uscita la prima serie interamente dedicata a Punisher, personaggio molto complesso e controverso che avevamo conosciuto nella seconda stagione di Daredevil - ma ne parleremo in apposito spazio a tempo debito. 

Ora sono curiosa di sapere se anche voi seguite qualcuna di tutte queste serie, o se il fatto che una persona distante come me da questo genere sia scivolata ormai in fondo a questo tunnel sia sufficiente per convincervi a dare un'occhiata a queste perle dell'intrattenimento.


giovedì 23 novembre 2017

Un post poco impegnato: Netflix Book Tag

Buongiorno cari lettori!

Non credo di aver mai proposto un tag di qualunque tipo, da quando ho aperto il blog. I tag sono qualcosa che mi capita spesso di guardare su youtube, ma quando passo il mio tempo sbirciando tra i blog preferisco soffermarmi a leggere altri tipi di contenuti e proprio per questo non mi è mai venuto in mente di dedicare un post ad un booktag. Oggi però avevo voglia di sedermi al computer e scrivere qualcosa di meno impegnativo, inoltre potrebbe passare del tempo prima che io possa tornare con una recensione: sto infatti affrontando Il mulino sulla Floss dell'autrice inglese George Eliot, che con le sue 630 pagine mi terrà impegnata come minimo per un'altra settimana. Nel frattempo sto pensando di scrivere un post con una carrellata di recensioni lampo su tutte le serie tv che ho visto dalla fine dell'estate ad ora, fatemi sapere se è qualcosa che potrebbe interessarvi! Serie tv che, ovviamente, stanno di casa su Netflix ed il tag che vi propongo è proprio il Netflix Book Tag.


1. Recently watched: un libro che hai appena finito di leggere

Come forse saprete già, l'ultimo libro che ho finito di leggere è stato Confusione, terzo volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard. Ne ho già parlato a sufficienza (anche se non è mai abbastanza!) nella recensione dedicata, perciò non credo di dover dire molto al riguardo; prima di questo avevo invece letto il celebre Le braci di Sandor Màrai, del quale purtroppo non sono riuscita a parlarvi. L'ho trovato un libro particolare, con una scrittura poetica ed evocativa. Le parole usate dall'autore sembrano impolverate, come i ricordi dei protagonisti appesantiti dal passare di moltissimi anni. Il tema principale, come sempre avrete sentito dire se mai avete sentito parlare de Le braci, è l'amicizia, nella sua accezione più nobile. C'e tanta malinconia, dentro questo romanzo. Non potrei classificarlo tra i miei preferiti, né mi ha regalato emozioni indimenticabili; tuttavia sono rimasta molto colpita dalla prosa di Màrai (ho sottolineato e trascritto molti passaggi) e non esiterei a consigliarne la lettura.

2. Top picks: un libro che ti è stato consigliato in base ai tuoi gusti letterari

Sabato scorso ho fatto un giro insieme al mio fidanzato ed alla mia Amica Lettrice nella nostra piccola libreria dell'usato di fiducia, e lei mi ha consigliato caldamente due romanzi editi da Adelphi (e verso i quali nutrivo già un po' di interesse): Zia Mame di Patrick Dennis e La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrel; probabilmente nel fine settimana ci tornerò e, se saranno ancora lì, ne recupererò almeno uno (o entrambi). Voi che ne dite? Li avete letti?

3. Recently added: il tuo acquisto libresco più recente

Nella suddetta sortita alla libreria dell'usato ho acquistato alla modica cifra di cinque euro (in totale) La peste di Albert Camus e Camera con vista di E. M. Forster, in edizioni nuove e praticamente perfette. Quando esco da lì sono la persona più incredula e più felice del mondo, non fosse che c'erano anche tantissime altre cose belle e da brava lettrice-collezionista onnivora quale sono le vorrei portare via tutte. 

 

4. Popular on Netflix: due libri che tutti conoscono. Uno che hai letto, uno che non hai mai letto

Mh. Beh, oltre ai classici che un po' tutti conoscono almeno di fama, direi che la cosa più mainstream che sto leggendo di questi tempi è proprio la saga dei Cazalet; istintivamente tendo ad evitare quei titoli che sono sulla bocca di tutti, di cui per un po' si sente parlare fino ad averne la nausea. Spesso poi ci arrivo anch'io a leggere i grandi fenomeni editoriali, quando mi sembrano interessanti o affini ai miei gusti, ma soltanto quando la moda s'è calmata. Un libro che ho visto veramente ovunque e che proprio non mi ispira e non credo leggerò mai è invece Le ragazze di Emma Cline. La trama è interessante, sembra esser piaciuto a tutti sia per la storia che per la scrittura ma... boh, non ho proprio voglia. Mi dispiace Emma, sarà per la prossima volta. Voi lo avete letto?

5. Comedies: un libro divertente

Come non citare Il circolo Pickwick del mio amatissimo Charles Dickens? Ve ne ho parlato brevemente qui, ma per farvi capire quanto faccia ridere vi racconto una cosa carina che non vi avevo detto. Il mio fidanzato, ahimè, ha il grandissimo difetto di non leggere libri. E' un avido lettore di fumetti, con qualche puntata nel mondo dei manga e qualche brevissima parentesi romanzesca. Figuratevi quale esperienza possa avere con i mattonazzi vittoriani che tanto amo io.
Una delle cose che più mi piacciono del nostro rapporto però è proprio che quasi sempre ci raccontiamo delle rispettive letture e delle emozioni e riflessioni che quest'ultime scatenano in noi. Ne parliamo talmente tanto, che alla fine io ho la sensazione di conoscere tutta la storia di Thanos e lui è ormai di famiglia in casa Bronte. Ecco, ogni volta che io mi trovo in mano un romanzo di Dickens, lui deve sorbirsi delle filippiche infinite su quanto sia straordinaria ed impareggiabile la scrittura di questo maestro, di come sappia rendere interessanti ed avvincenti certi dettagli del tutto trascurabili, di come sappia esasperare i lati negativi dei caratteri umani rendendoli ridicoli, mai con cattiveria e sempre con una sana dose di ironia. Mentre leggevo Il Circolo Pickwick ogni due per tre mi fermavo per rendere partecipe il povero malcapitato (cioè il Fidanzato) di quanto fosse incredibile e divertente ciò che stavo leggendo; una domenica a colazione non ho più resistito ed esordendo con un "no, cioè, questo pezzo devo leggertelo" ho finito per leggere ad alta voce - sino a che non ho concluso il romanzo - interi capitoli, col risultato che ridevamo entrambi fino ad avere le lacrime agli occhi. Non mi stupisce, infatti, che Il Circolo Pickwick abbia portato Dickens a fare delle vere e proprie tourneé per fare delle letture pubbliche, che registravano il tutto esaurito: le avventure di Mr Pickwick e compagni invitano alla condivisione, un po' come quando vi capita qualcosa di buffo che non vedete l'ora di trasformare in un aneddoto da raccontare agli amici. Non mi è mai successo di leggere tanto ad alta voce, perché normalmente la lettura per me è un atto intimo e personale. Ma Il Circolo Pickwick è qualcosa di diverso e mi ha fatta ridere come nessun altro libro prima.

6. Dramas: il/la drama king/queen di un libro che hai letto

Questa domanda mi mette molto in difficoltà, perché all'infuori delle zitelle dei romanzi di Jane Austen - quel circoletto di zie pettegole che rischiano di svenire ogni due per tre e che vengono tenute in vita giusto dal tempestivo arrivo degli immancabili sali - e simili, non ricordo di aver incontrato dei veri e propri drama king o queen. Per fortuna, aggiungerei.

7. Animation: un libro con delle animazioni in copertina

Direi che qui non potrei rispondere in altro modo se non con la bellissima copertina dell'edizione Classici Bur Deluxe di Masha e Orso e altre fiabe russe raccolte da A. Puskin e A. Afanasev ed illustrate da Ivan Biblin, del quale vi avevo parlato l'anno scorso qui. Questa collana della Bur è veramente tra le più belle e non costano neanche tanto... Purtroppo non mi è capitato di acquistare altri titoli, ma nei miei sogni vorrei veramente collezionarli tutti. Voi ne avete qualcuno?

8. Watch it again: un libro o una serie che desideri rileggere

Non sono una lettrice che ri-legge: la mia lista di cose da leggere è talmente lunga (chilometrica, infinita, non c'è speranza alcuna) che non riesco proprio a concepire di mettermi a leggere di nuovo qualcosa che ho già letto, per quanto quel libro possa essermi piaciuto. Tuttavia, qualche volta mi è balenato per la testa di ri-leggere i miei libri preferiti quando, ad esempio, compirò trent'anni. Tra i primi che mi vengono in mente ci sarebbero senz'altro Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, L'ombra del vento di Zafòn, Molto forte, incredibilmente vicino di J.S. Foer... d'altra parte ho il terrore di rovinarmi il ricordo che serbo di certe letture, e quindi probabilmente non li rileggerò mai.

9. Documentaries: un libro non-fiction che consiglieresti a chiunque

Su questa non ho proprio il minimo dubbio: L'anello di Re Salomone di Konrad Lorenz. Io A-M-O questo libro, lo adoro follemente e se ve la siete persa vi invito a leggere il post in cui esprimo tutto il mio entusiasmo qui.

10. Action and adventure: un libro pieno di avventura

Credo che il libro più avventuroso che io abbia mai letto sia Moll Flanders di Daniel Defoe. So che molti lettori temono la pesantezza di colui che viene considerato il padre del romanzo inglese, e non posso nascondervi che se c'è da impartire una bella lezioncina moraleggiante il nostro Daniel non se lo fa ripetere due volte; è anche vero però che almeno Moll Flanders è un personaggio interessantissimo, una versione femminile e seicentesca del miglior Jack Sparrow. La sua vita è rocambolesca, attraversa tempi, luoghi e soprattutto identità. Ricordo di aver affrontato la lettura di Moll Flanders come una vera e propria scalata: che fatica, certe volte, ma che vista da lassù! Se non vi è mai venuto in mente di leggerlo, vi consiglio di dargli una chance. In libreria ho il più celebre Robinson Crusoe che mi attende e spero di non farlo aspettare troppo.

11. New releases: un libro appena uscito (o che uscirà a breve!) che non vedi l'ora di leggere

Forse avrete notato che, salvo casi eccezionali, non sono una lettrice troppo al passo coi tempi. Il mio interesse verte principalmente verso i classiconi, i classici moderni o comunque su titoli un po' datati; ultimamente i libri che mi interessano di più son quelli proposti da Fazi editore: vuoi per le copertine ed in generale la bellezza dei loro volumi, vuoi per le scelte editoriali (stanno ristampando molti classici andati fuori catalogo, oltre a portare traduzioni di autori e titoli ancora inediti in Italia) bramo praticamente il loro intero catalogo.

Bene lettori, il tag finisce qui!
Spero vi sia piaciuto e che risponderete nei commenti alle domande che vi ho fatto qua e là. Un abbraccio ed alla prossima!


lunedì 20 novembre 2017

Confusione, Elizabeth Jane Howard

E' passato un po' di tempo dall'ultima volta che ho scritto una recensione, ma la difficoltà in cui mi trovo in questo momento non dipende solo da questo, bensì dalla quantità esorbitante dei pensieri e delle considerazioni che potrei scrivere riguardo il libro in questione. Forse esagero, ma ho l'impressione che una storia non mi prendesse in maniera così totalizzante dai tempi dell'adolescenza, in certi pomeriggi in cui un bel romanzo appassionante era capace di annullare tutto il resto. Ieri pomeriggio è successo esattamente questo: dopo il pranzo domenicale dalla nonna, mi sono seduta col terzo volume della saga dei Cazalet, di cui mi mancavano cento pagine, e non mi sono mossa - e non ho permesso a nessuno di rivolgermi la parola - finché non ho voltato l'ultima pagina. Quelle ultime cento pagine son forse state le più cariche di tutto il libro, tra un paragrafo e l'altro mi ritrovavo gli occhi lucidi ad intervalli regolari e, soprattutto, il battito cardiaco accelerare come un pazzo. Ma andiamo con ordine.

Confusione, come già ho detto e come tutti saprete, è il terzo volume della saga dei Cazalet, composta in totale da cinque volumi, ormai tutti disponibili ed editi dalla Fazi Editore, della scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard. Vi avevo parlato dei primi due volumi - Gli anni della leggerezza e Il tempo dell'attesa - qui e se il mio entusiasmo tanto per lo stile dell'autrice quanto per la storia in sé era già alle stelle, a mio parere con Confusione il livello si alza ulteriormente.

La confusione è quella collettiva, europea, per una guerra che sembra quasi sempre essere sul punto di concludersi, ma poi non finisce mai e che anzi, più passano gli anni e più mostra quanto sia stata atroce; la confusione però è anche quella dei singoli, nello specifico quella dei membri della famiglia che ormai ben conosciamo: quella di Hugh e quella di Edward, due uomini in crisi a causa di una donna, ma per ragioni che non potrebbero essere più diverse; quella di Villy che, sempre più intrappolata in una fitta rete di doveri, si lascia andare ad illusioni platoniche sin troppo ingenue, che presto o tardi scoppieranno lasciandola sola e scottata; la confusione di Rachel, che rimanda la sua vita privata a quando la sua famiglia non avrà più tanto bisogno di lei - ma quand'è che non avranno più bisogno di lei? - e di conseguenza quella della sua amica Sid che, stanca e frustrata, vacilla e si pente; la confusione di Zoë, povera Zoë, prigioniera in un limbo dal quale non è possibile né tornare indietro né andare avanti. La confusione di Louise, che si crede incapace di provare i sentimenti considerati più naturali dall'umanità intera e che per questo si colpevolizza e, cercando di adattarsi, si condanna alla più nera infelicità; e poi la confusione di Polly e Clary, che crescono, fanno del loro meglio per rendersi indipendenti e diventare donne ma poi continuano a pensare che quella maledetta guerra dura da praticamente tutta la loro vita, e chissà come sarebbe andata invece la loro vita se quella guerra non fosse mai iniziata.

Le pieghe che prendono tutte le varie storie in Confusione si fanno sempre più avvincenti, inoltre Elizabeth Jane Howard riesce a regalarci lunghi paragrafi su personaggi secondari o del tutto nuovi, senza mai far sentire il lettore come se ci si stesse allontanando troppo dal tracciato. La maestria con cui Elizabeth Jane Howard domina la scrittura è tale che offrendo brevi scorci sulle vite di personaggi che forse non incontreremo mai più è comunque capace di far affezionare il lettore alla loro storia, di entrare in empatia con uno sconosciuto nell'arco di poche righe. Penso alla storia di Richard, il soldato tornato dalla guerra completamente paralizzato, che Nora decide comunque di sposare: lo spazio dedicato a lui è quello di un mezzo capitolo, eppure è tra i momenti di lettura che più mi ha fatta soffrire. La sua storia così breve e così intensa, della quale quasi desidererei un intero racconto a parte. E poi penso a Jack, il giornalista americano bello ed audace, fotografo di guerra, il cui destino suscita riflessioni che non trovano parole per essere espresse. E poi c'è Angela, che conduce la sua esistenza in sordina alla quale l'autrice dedica righe che restano impresse, e poi c'è Archie, ai quali tutti i Cazalet confidano i propri segreti perché "sei uno di famiglia", invece il motivo per il quale tutti si rivolgono a lui è proprio che, di fatto, non è uno di famiglia.



Oltre alla bella scrittura ed alla trama appassionante, Confusione ha per me un ulteriore pregio. Ho letto molto, dagli undici anni in poi, sulla seconda guerra mondiale: le testimonianze dei sopravvissuti, cronache storiche o giornalistiche, romanzi ambientati in quell'epoca - un'epoca che mi ha sempre interessata per ciò che ha comportato e ciò che ha significato, e che leggendo ho cercato di comprendere. Comprendere soprattutto ciò che ha significato viverla, per chi l'ha vissuta e sopravvissuta. Leggendo Confusione ho compreso che non avevo mai incontrato il punto di vista della gente comune, che dalla guerra era condizionata ma non toccata. I Cazalet non sono ebrei e non stanno sul fronte; non possono fare le cose che facevano prima, fanno fatica a trovare vestiti nuovi, si devono accontentare di mangiare sempre le stesse cose. A Londra spesso scattano gli allarmi antiaerei o cadono le bombe, ma per il resto l'esistenza deve proseguire come al solito: ci si alza, ci si veste, si lavora. Questo argomento è particolarmente scottante per Polly e Clary che, diciottenni, devono e vogliono pensare al loro futuro, eppure tutto ciò che hanno conosciuto è la famiglia, la casa nella campagna del Sussex, le lezioni di Miss Milliment; trasferirsi a Londra è già un gran passo avanti, ma le prospettive sono cose come entrare nelle Wren, diventare volontarie utili, fare un corso di dattilografia e trovare un buon posto come segretaria. Polly e Clary sono le più confuse di tutti, le più perse e se non ci fosse qualcuno come Archie a far da punto di riferimento...
Non avevo mai riflettuto neanche su cosa possa aver provato, la gente comune, quando una volta sconfitti i tedeschi ed iniziata la liberazione, si è venuto a sapere dei campi di concentramento, dei quali fino a poco prima nessuno avrebbe potuto sospettare l'esistenza. Sembra irreale che una realtà come quella, della quale noi a distanza di decenni non smettiamo di stupirci, inorridire, farci domande e non avere risposte, sembra inconcepibile che mentre lo sterminio accadeva le persone non ne sapevano niente. Riuscite ad immaginare di apprendere dei campi di concentramento così, da un giorno all'altro come notizia dell'ultim'ora?
E non avevo mai immaginato la notte in cui la seconda guerra mondiale veniva dichiarata ufficialmente finita, e tutti gli inglesi a far festa fino a notte fonda, stipati attorno a Buckingham Palace per festeggiare con la famiglia reale, che s'affaccia da una delle tante finestre e con un saluto abbraccia il suo popolo.

Confusione si conclude sì con la gioia collettiva, ma anche con la profonda infelicità dei singoli: quella di Polly, che per aver usato tutto il suo coraggio ha avuto in cambio un cuore spezzato; quella di Clary e di un po' tutti i Cazalet che iniziano a rassegnarsi sulla sorte di Rupert; quella di Louise, che davanti a sé vede solo strade sbagliate; quella di Zoë...
Avevo ormai provato l'intero catalogo di emozioni che credevo disponibile, mi apprestavo a leggere l'ultimo paragrafo immaginando si sarebbe trattato di una mite conclusione, che traendo le fila di quanto detto avrebbe lasciato aperto il passaggio verso il romanzo successivo. Invece no, dalla prima riga di quell'ultimo paragrafo gli occhi si sono riempiti di lacrime ed il cuore ha iniziato a galoppare, perché la Howard ha voluto concludere con quello che per me è stato un assoluto colpo di scena, un vero e proprio regalo stracolmo di speranze, un nuovo viaggio che porterà a destinazione in egual misura felicità e complicazioni.

Talmente mi ha presa la lettura di questo terzo volume che è tanta la tentazione di gettarsi subito su Allontanarsi. La curiosità è enorme, eppure mi trattengo: voglio centellinare le pagine che mi restano da passare tra i Cazalet e soprattutto non vorrei mai che, abbuffandomene, mi venissero a noia (cosa che comunque ritengo altamente improbabile).

Non sono soddisfatta di quanto ho scritto, perché molto di più è quanto ho pensato e provato durante la lettura. Tuttavia volevo evitare qualsiasi grande spoiler, e questo di per sé mi frena dall'entrare più nel dettaglio di certe questioni. Non mi resta che invitarvi a discutere nei commenti, se siete già stati ad Home Place (in particolare, se avete già letto Confusione, sono curiosa di sapere se voi vi aspettavate quel finale - mi raccomando però, se spoilerate qualcosa scrivetelo grande e chiaro, per correttezza nei confronti degli altri!), altrimenti posso solo dirvi che dovete assolutamente iniziare la lettura di questa imperdibile saga familiare.

mercoledì 15 novembre 2017

Cronaca di un'avventura

La settimana scorsa la mia solita Amica Lettrice mi manda un messaggio su whatsapp (sì, anche noi lettori ci siamo arresi a queste infime modalità di comunicazione, nonostante continuiamo a sostenere di preferire decisamente una ben più poetica comunicazione epistolare, fatta di carta e penna e chiusa da tanto antichi quanto misteriosi sigilli e se non la utilizziamo è solo per colpa della lentezza delle Poste Italiane) con una foto presa da Instagram (okay, qui non ho scuse) che ritrae un angolino dall'aria calda e confortevole, con una lanterna che rischiara un'ambiente scuro, un bel bicchiere da cocktail poggiato su un tavolino, una pianta verde che si arrampica su una parete. Oltre alla foto, nel messaggio la mia AL scriveva che si trattava di un nuovo locale che ha di recente aperto qui nelle lande desolate dove abitiamo, nello specifico un pub/sala da tè (con un nome stupendo, tra l'altro, ma non posso diffonderlo) nel quale ovviamente noi due dovevamo andare al più presto.

Così ieri pomeriggio l'AL è venuta a prendermi in macchina ed insieme ci siamo dirette verso la zona dove entrambe immaginavamo si trovasse il locale (nb: nessuna delle due è dotata di senso dell'orientamento). Dopo aver fatto una perlustrazione ed imboccato varie lunghe strade più o meno a casaccio, AL decide di fermarsi in un parcheggio e di soccombere alla necessità di chiedere aiuto al navigatore di google maps. Ripartiamo, ed il navigatore ci fa rifare esattamente lo stesso percorso e ci fa fermare esattamente dov'eravamo arrivate prima - il che, se non altro, ha fatto aumentare un po' la nostra autostima (della serie: qui non c'è assolutamente nulla, ma almeno eravamo arrivate nel posto giusto! :D).

Suggerisco allora di cercare il numero civico, perciò l'AL decide di parcheggiare e di fare un giro a piedi per trovare il 32. Le dico che è più saggio se va da sola, perché a causa della mia gamba malconcia sono ancora piuttosto lenta e, se non l'avessimo trovato, sarebbe stato solo uno spreco di tempo; aspetto in macchina, e quando AL torna mi dice: "Allora, lì dove ci sono quelle siepi c'è il 32A che è un cancello chiuso con il citofono, mentre quello vicino deve essere il 32 e c'è un cancello aperto. Secondo me deve essere quello, perché se no mica uno lascia aperto il cancello di casa!"

Quindi scendo, e lentamente e zoppicando arriviamo di fronte al suddetto cancello leggermente aperto. Superata la soglia, tutto ciò che vediamo è una discesa, che finisce con una casa ed una porta chiusa, il tutto immerso nel buio più totale. Subito alla nostra sinistra invece c'è un cancelletto chiuso solo da un gancio, che si apre su un giardino che porta ad un'altra casa dove c'è l'unica finestra illuminata. Wtf, dico io. Proviamo a chiamare il numero del locale trovato online, ma risponde la voce registrata di Vodafone. Fossi stata da sola, di fronte a questo enigma mi sarei arresa e optato per un tè in un locale meno misterioso, ma per fortuna l'AL è dotata di ben più audacia: ha aperto il cancelletto sulla sinistra ed è andata a bussare alla finestra illuminata, dicendo che "Male che va mi prendono per pazza e mi mandano via", mentre io invece mi chiedevo se fosse già scattata l'ora in cui è consentito sparare ad un invasore della proprietà privata; mentre lei tornava indietro - incolume, ma senza alcuna risposta - in fondo alla discesa buia si accende una luce e dalla porta esce una figura maschile: ecco, penso io, questo abita qui e stiamo per fare la più grande figura di cacca di sempre! Vedendo che il figuro si avvicina, riesco a balbettare: "Buonasera... ehm... è questo il pub?" Sì, risponde lui, con mio grande stupore e sollievo.

Alla luce il figuro si rivela un ragazzo poco più grande di noi, sorridente, molto gentile ed educato. Ci presentiamo vicendevolmente con una stretta di mano, ci chiede come abbiamo scoperto il suo segretissimo locale e ci conduce all'interno: da questo momento in poi tutto è stupore e meraviglia.

Midnight In Paris

Mi sono sentita un attimo come Owen Wilson nel film di Woody Allen, Midnight in Paris, dove ad ogni mezzanotte salendo su una macchina viene trasportato negli anni Venti, dove si trova nei salotti e nei locali frequentati dai più grandi artisti ed intellettuali dell'epoca; oppure in un salottino de Il Grande Gatsby; o in una scena di Downton Abbey; o in un capitolo della saga dei Cazalet: insomma, avete capito, siamo entrate e siamo finite negli anni Venti.

Non so descrivervi a parole la bellezza di questo posto. Da fuori non si vede assolutamente nulla, perché le finestre sono oscurate da tende completamente tirate giù, l'ingresso è protetto da una doppia porta. Il mondo esterno non può interferire, varcare la soglia significa entrare in una dimensione intima e privata, fare un salto in un passato che nei film e nei libri ci fa sognare. L'interno è come quello di un appartamento, arredato esclusivamente con divani, poltrone e tavolini d'epoca, con lampade che emanano una luce soffusa. Le pareti rivestite con una carta da parati particolare ed elegante, in giro vecchi bauli da viaggio, grammofoni, un grande camino ed un bel pianoforte. Nella stanza principale si trova il banco del bar, con la parete dietro - illuminata ad arte - riempita con bottiglie di whisky, gin e quant'altro.

Io e l'AL, dopo i doverosi complimenti per il posto e dopo esserci parzialmente riprese dallo shock, ci sediamo ed ordiniamo un tè; il ragazzo ci porta - su un vassoio d'argento - una serie di antiche scatole di latta, con dentro tè in foglie che ci lascia annusare uno ad uno per scegliere, spiegandoci caratteristiche e provenienza di ogni tè (questo viene dall'Africa, questo dall'India...). Quando ci porta ciò che abbiamo ordinato, rimaniamo di nuovo senza parole per come nessun dettaglio sia lasciato al caso: persino gli infusori sono d'epoca, a forma di tazzina e poggiate su un minuscolo piattino, sul quale riappoggiarle una volta tolte dalla tazza. Il miele era in una bottiglia dalla forma particolare col tappo di sughero, tazze e teiera di ceramica bianca... 

Io e la mia Amica Lettrice
C'eravamo solo noi. Le nostre chiacchiere erano accompagnate da musica d'altri tempi che riempiva il sottofondo. E' stato automatico pensare ad Hemingway, F. S. Fitzgerald e tutti gli altri, immaginare di essere lì con una macchina da scrivere o un taccuino, o di andarci per frequentare grandi pensatori e appassionati di cultura. L'atmosfera degli anni Venti è tanto fedelmente ricostruita che sembrava inappropriato il nostro abbigliamento, fuori luogo tirar fuori un cellulare per guardare l'ora (dov'è il mio orologio con la catenina?!).

Mi aspettavo quanto meno un mezzo salasso nei prezzi, invece sono persino più bassi che in molti altri posti. Persino la tessera per diventare soci è costata solamente due euro, che abbiamo dato più che volentieri dato ciò che hanno realizzato. 

Il proprietario - di una cortesia e discrezione squisite - ci ha invitate a tornare quando vogliamo.
Per quanto mi riguarda, ci andrei anche tutti i giorni, in compagnia o anche da sola, portandomi penna e moleskine o un buon libro. Finalmente un luogo fisico che permette di essere altrove, fuori da questo posto e fuori dal nostro tempo. Penso proprio che questo locale piacerebbe tantissimo ad ogni lettore.

domenica 12 novembre 2017

Lasciarsi andare

Sono una di quelle persone che vedono sempre tutte e due le facce della medaglia. Una di quelle persone per cui tra il bianco ed il nero passano un milione di sfumature di grigio (altro che cinquanta). Lasciarsi andare è una di quelle espressioni che ben si presta ad una doppia interpretazione, un'espressione il cui significato viene disambiguato soltanto dal contesto.
Lasciarsi andare, versione buona: liberarsi di qualche freno inibitorio di troppo, aprirsi ad una persona o ad una situazione nuova, tirar fuori qualcosa in più di se stessi.
Lasciarsi andare, versione negativa: non prendersi cura di sé, trascurare i propri bisogni e/o doveri, perdere di vista gli obiettivi, lasciarsi scivolare le giornate e le occasioni.

Indovinate un po' in quale modo mi lascio andare, io.

Come ben sa chi mi ha seguito nei mesi di attività del blog, è capitato più di una volta che mi prendessi delle più o meno lunghe pause. Alcune volte obbligate, altre necessarie, mai del tutto volute. Ogni volta che torno, aprire la pagina e trovare lo spazio bianco da riempire è al tempo stesso una boccata d'aria fresca ed uno shock: mi ricorderò ancora come si fa? Avrò davvero qualcosa da dire? Ci sarà ancora qualcuno interessato a leggere ciò che scrivo?

Ed ecco che devo fare lo sforzo di lasciarmi andare in quell'altro modo, quello positivo.

Alla fine dell'anno ormai manca poco, un anno che sembra volato via ed in cui per quanto mi riguarda sembra non esser successo assolutamente niente, se non la gamba fratturata ed annessa operazione chirurgica. E' vero, ho preso delle decisioni e fatto dei progetti, tutte cose che però devono ancora vedere la realizzazione. La cosa forse che mi rattrista di più è l'aver letto pochissimo: se mi guardo indietro sono più i mesi di blocco, trascorsi senza leggere neanche una pagina, rispetto a quelli in cui la lettura è stata - come sempre vorrei che fosse - regolare abitudine.

Qualche giorno fa mi sono sentita davvero seccata per questo.
Leggere porta a scrivere, scrivere porta a leggere.
Non svolgere nessuna di queste attività è deleterio, soprattutto per me che soltanto per mezzo di queste cose sento di sapermi esprimere veramente, di trovare un'identità definita e un senso di soddisfazione. 

La lettura stimola pensieri, riflessioni, idee. Mi dà argomenti di cui parlare. Mi permette di lavorare ad un blog, di interagire con un sacco di persone interessanti. Sono stufa di lasciarmi andare a passatempi meno impegnativi, con la scusa che in quel momento non ho la testa per la giusta concentrazione. 

So di non esser molto degna di fiducia, ma spero tanto che le persone con cui ero solita scambiare commenti ed opinioni saranno ancora presenti ed attive. Mi scuso per l'ennesima assenza. Ogni volta che torno, lo faccio con le migliori intenzioni. 

Fuori piove.
Che leggete di bello in questi pomeriggi autunnali?