sabato 16 giugno 2018

Suite francese, Irène Némirovsky

Suite francese. Il romanzo più celebre di Irène Némirovsky, sicuramente una tra le più prolifiche scrittrici della prima metà del Novecento, autrice che prima d'ora avevo incontrato soltanto una volta con il racconto breve intitolato Il ballo. Quella volta però non era successo niente tra me e lei - non era scattata la scintilla, né c'erano state delusioni ed incomprensioni; semplicemente, quel racconto così breve che era come un lampo che squarcia all'improvviso il buio, illuminando una minuscola porzione della vita e della storia della stessa scrittrice, a me non era bastato. Mi era sembrato di prendere un frettoloso caffè con Irène, uno di quelli che ti fa piacere condividere con la tua migliore amica perché tanto sapete tutto l'una dell'altra, e vedervi anche solo cinque minuti in certi periodi è comunque meglio di niente; ma con un'estranea, una con la quale avete scambiato giusto qualche occhiata ed a malapena qualche parola, e che sentite potrebbe diventare una cara e sincera amica, un appuntamento toccata e fuga non basta di certo. Siete ancora ferme sulla soglia dei rispettivi animi, c'è così tanto da sapere, da rivelare e da scoprire. Così tanto ancora da reciprocamente scambiarsi, che quel caffè buttato giù tra il saluto iniziale e quello di commiato era ancora troppo caldo, ha avuto come unico effetto quello di scottarci la lingua ed il palato, e poi era amaro, perché non ci si era presi nemmeno il tempo di mescolare bene lo zucchero. E' un po' questo l'effetto che mi aveva fatto leggere Il ballo, e quando voltando l'ultima pagina avevo visto Irène rivolgermi un ultimo, distratto sorriso per poi andar via a passo svelto, avevo provato quell'insoddisfazione che ti lasciano soltanto le cose a cui tieni. In quel fugace incontro avevo intravisto la possibilità di un'amicizia duratura, c'era qualcosa in chi scriveva che mi attraeva, come può attrarti una persona con la quale senti istintivamente una forte affinità. Sono passati anni, tra quel primo caffè preso di fretta e senza dirci molto, ma questo non è importante; ciò che conta è che stavolta io ed Irène ci siamo date un appuntamento fissato con molto, molto anticipo. Ci siamo preparate con tutta la calma del mondo, curando ogni dettaglio - dalla ciocca di capelli che continuava a sfuggire dalla pettinatura, alla manicure, alla scelta degli accessori - per presentarci eleganti ed ordinate in un ristorante di lusso. Perché Suite francese è stato un lentissimo ed intimo appuntamento a cena, solo io e lei in una sala accogliente e silenziosa. Lume di candela, le mie domande, le sue storie.

Vi dico la verità: questo romanzo spaccato a metà e privato della sua degna conclusione, non mi ha emozionata e coinvolta come potreste immaginare dal trasporto con cui l'ho introdotto. Ma c'è un ma, forse anche più di uno. Il primo è che in questa occasione, ho potuto finalmente conoscere effettivamente il talento letterario della Némirovsky, che se ne Il ballo aveva avuto troppo poco spazio per manifestarsi, qui di spazio ne ha in abbondanza. Irène Némirovsky scrive benissimo, e questo è il modo più banale in assoluto di dirlo, ma anche il più chiaro e diretto che io conosca, ed in certe occasioni non sono necessari grandi giri di parole per esprimere un concetto. Irène Némirovsky scrive(va) benissimo e questo è quanto, a cui poi potrei aggiungere una serie di considerazioni personali sui motivi per cui lo penso. Innanzi tutto, in Suite francese passiamo per una moltitudine di personaggi, o per meglio dire attraverso una serie di nuclei familiari - cosa che ritengo ulteriormente interessante - di estrazione sociale sempre diversa. Abbiamo la famiglia di nobili ed antichissime origini piena di figli e di tradizioni; i coniugi della più umile borghesia; la coppia instabile dell'artista con la sua musa; l'irriducibile scapolo benestante ed avaro; la gente di campagna. Non c'è niente che accomuni tutti loro, a parte la guerra. Suite francese è nettamente diviso in due parti: nella prima siamo a Parigi, cuore pulsante della civiltà e della vita mondana, nel momento in cui la città deve essere evacuata, perché l'avanzata dei tedeschi è ormai inarrestabile, e tutti i civili devono almeno provare a mettersi in salvo. Assistiamo quindi ai preparativi ed ai movimenti dei nuclei familiari scelti come rappresentanti dalla Némirovsky, e seguiamo il lento e faticoso e travagliato esodo che avrà un esito diverso per ognuno di loro. Immaginate una ripresa a volo d'aquila, che inquadra una massa informe ed indefinita di persone - una folla incalcolabile, che riempie le strade, sgomita per salire su un treno, si accampa in un bosco - e poi la lente dell'autrice che si abbassa e pian piano si avvicina sempre di più fino ad individuare di volta in volta i Péricand, i Michaud, Charlie Langelet o Gabriel Corte.

Nella seconda parte, invece, intitolata Dolce, siamo in un paese di campagna, quando i tedeschi sono ormai i vincitori ed i padroni indiscussi, ed ogni casa del paese ha l'obbligo di ospitare un soldato nemico. L'ostilità dei francesi è totale, ma quei soldati tedeschi sono in fondo dei semplici ragazzi a loro volta strappati dalle proprie case, lontani da una madre anziana o da una novella sposa lasciata sola coi suoi sogni. Ragazzi che stanno sacrificando la propria vita, la propria gioventù, rinunciando ad ogni aspirazione personale, perché costretti a rispettare la logica dell'alveare, rincorrendo i sogni di qualcun altro, di un ideale collettivo che non ammette individualità. Allora capita che, nonostante le barriere culturali e linguistiche, uno di questi giovani mostri ai francesi la foto dei propri genitori, o di quel bimbo appena nato che adesso chissà già quanto sarà cresciuto; ed i francesi, che a loro volta hanno sempre un giovane lontano, impegnato chissà dove, per il quale pregano giorno e notte, quei francesi un po' si commuovono e allora si beve qualcosa tutti insieme per dimenticare almeno un secondo tutto quell'insensato dolore. In particolare, all'interno di Dolce ci spostiamo tra casa Angellier, dove Lucile vive sola con la suocera e dove viene stabilito il tenente Bruno von Falk, un uomo buono, gentile e sempre rispettoso; e la fattoria dei Labarie.

Il paragrafo che però più in assoluto mi ha fatto saltare all'occhio la bravura della Némirovsky parla di un gatto. Ebbene sì, di un gatto, estraneo, ignaro ed incurante delle guerre degli uomini. Un gatto di casa, che gode del posto d'onore sul letto ai piedi della padroncina e che, non appena la casa dorme, viene incuriosito da un odore che s'infiltra dalla finestra aperta e che gli stuzzica le narici. Allora lui, furtivamente, si alza e senza farsi notare da nessuno sgattaiola fuori. Salta per i tetti ed i davanzali, fino a raggiungere la strada con un salto misurato e sicuro. E lì resta per un attimo fermo, i baffi e le orecchie tese a percepire l'intera città. Ecco, in quel paragrafo il lettore diventa il gatto, e prima ancora - scrivendolo - Irène Némirovsky si era fatta gatto. Può sembrare un momento frivolo, rispetto a contenuti più importanti del libro, eppure credo sarà ciò che mi rimarrà più a lungo impresso, perché il modo in cui è scritto e descritto è semplicemente sublime.

La prima e la seconda parte, comunque, sono collegate da un filo sottilissimo, che ci viene mostrato soltanto per brevi istanti. Come se l'autrice ci mostrasse i due capi, le due estremità, ma poi tendere quel filo è un lavoro che spetta unicamente a noi. Tuttavia, non posso far a meno di chiedermi - con un po' di rammarico - cosa ne sarebbe stato di Suite francese se Irène (perdonami la confidenza, ma ormai ti sento già un po' più amica) avesse potuto terminarlo. Forse Dolce sarebbe stato soltanto un altro necessario passaggio, e pian piano quel filo sarebbe passato per altre estremità, collegando tutti i punti disseminati tra una pagina e l'altra. Purtroppo non lo sapremo mai, e dovremo accontentarci di un finale che non è il vero finale, eppure non lascia insoddisfatti nel bel mezzo della frase: anzi, il finale è stato proprio il momento che mi ha ripagata di una lettura non semplicissima. Perché devo ammettere di averci messo un sacco di tempo a leggere Suite francese, che almeno nei miei confronti si è imposto come uno di quei romanzi che non ammettono la fretta, la superficialità, la scarsa attenzione; è stato uno di quei libri che decide al posto mio il ritmo di lettura e che mi impone di andare piano - piano - e di ascoltare senza interrompere. E' stato faticoso a volte, ogni tanto avrei voluto dire la mia oppure fare una pausa o ancora, che ne so, ricevere in premio un momento di leggerezza. Invece no, nessuna concessione fino a questo finale che per me è stato il momento più alto di tutto il libro. Una riga dopo l'altra, cominciavo a sentirmi come riempita, per poi infine sciogliermi in pianto. Era tanto che non piangevo con un libro, ed è stato inaspettato perché in fondo non mi ero affezionata particolarmente a nessuno dei personaggi, ma al contempo è stato inevitabile ed anche molto bello.

In definitiva, non credo che consiglierei Suite francese a chiunque. Se ci penso, vedo molti lettori e lettrici che potrebbero arrancare attraverso tutte queste pagine, spesso faticose e che non sempre fanno la grazia di ricevere la ricompensa. C'è chi senza dubbio si sorprenderebbe a sbadigliare, con la sensazione che non succeda niente o che le stesse cose continuino a ripetersi. Però, c'è una fetta di pubblico per il quale Suite francese potrebbe rivelarsi una lettura forse non fondamentale, ma comunque imprescindibile. Penso a quel tipo di persone che Leopardi definiva anime sensibili, quelle che sanno cogliere il senso meno ovvio della bellezza, quelle che per natura si spingono a scavare più a fondo nelle cose. Ecco, per un animo sensibile leggere Suite francese è qualcosa di quasi inevitabile, anche se non so spiegarne il motivo. Perché io per prima non l'ho amato follemente, non ci sono entrata dentro con tutte le scarpe come succede in altre occasioni; forse perché sembrava tutto troppo reale, ed alla vita vera non ci si appassiona come ad un telefilm: la si osserva, la si comprende e quando non ci riguarda in prima persona ce ne teniamo a cortese distanza per evitare di infiammarci troppo ed inutilmente. Questo è quello che sento nei confronti di Suite francese, un romanzo troppo vero per essere soltanto un romanzo. E sento, in ogni caso, di aver aggiunto un tassello importantissimo al mio percorso da lettrice.

lunedì 11 giugno 2018

"Quali sono i tuoi jeans preferiti?" - Quelli che mi entrano.

Io sono una Donna a Pera. Per coloro che non si fossero mai addentrati nell'affascinante mondo della definizione del corpo della donna secondo precisi parametri fruttiferi, spiego cosa significhi essere una donna a forma di pera. Caratteristiche principali: disequilibrio, una sproporzione tra la parte alta e la parte bassa del corpo, nello specifico spalle e torace tendenzialmente più piccoli dei fianchi. Detto in parole povere, essere una donna a pera significa che non hai le tette ma in compenso cosce e sedere abbondano. Ciò potrebbe diventare interessante, se fossi una donna tipo Jennifer Lopez o una Kardashian (che sull'abbondanza delle chiappe ci hanno tirato su un business!), ma quando sei una ragazza normalissima come me, che non nutre neanche grandi simpatie verso il mondo dell'attività fisica, avere un corpo a forma di pera presenta sicuramente più svantaggi che attrattive. Innanzi tutto, avere il corpo a pera fa sì che anche se mangio una mentina, questa si depositerà sempre e soltanto sul sedere e sui fianchi. I problemi maggiori, però, vengono sicuramente nel momento in cui bisogna vestirsi. Solo negli ultimi anni - dopo un'intera vita passata ad avere crisi isteriche pensando che non mi stesse bene nulla - mi sono decisa a studiare la questione, per capire finalmente come accidenti dovrei abbigliarmi per risultare per lo meno decente. Ho scoperto che la mia epoca erano gli anni Cinquanta  (grazie, grazie molte) ed ho scoperto anche una punta di cattiveria da parte delle Donne Mela, Donne Banana, Donne Rettangolo, Donne Clessidra e via dicendo, che affermano cose come: voi, Donne Pera, vi siete prese tutti gli anni Cinquanta, ora tocca a noi! Ah, okay, scusate, avrei voluto mormorare io, rammaricata per aver rubato la scena e monopolizzato la moda quando neanche ero nata. Gli anni Cinquanta, a quanto pare, erano l'epoca perfetta per le Donne Pera, perché il nostro punto di forza, il Pregio Supremo sul quale concentrare tutta la nostra immagine, è il punto vita; perciò noi Donne Pera vestendoci dobbiamo pensare a come mettere in risalto la nostra vita sottile, concentrando lo sguardo di chiunque incontreremo su quella, distraendolo abilmente dai fianchi e dalle cosce che, poco più sotto, si espandono senza misura. Negli anni Cinquanta giocare con questo trucco era fin troppo facile, con quegli abiti svolazzanti che facevano tutto al posto nostro: erano già ripresi in vita, per poi allargarsi in gonne ampie che nascondevano tutto ciò che c'era da nascondere.

Purtroppo però sono una Donna a Pera di epoca moderna, ed anche una donna che ama vestirsi in modo sì stiloso, ma pratico e comodo: ergo, preferisco i pantaloni ed i jeans ai vestiti ed alle gonne, che restano per me indumenti da sfoggiare per le Occasioni Speciali. Le linee guida per la sopravvivenza della Donna a Pera dicono che devo indossare pantaloni a vita alta, rigorosamente neri o scuri, da abbinare per contrasto a maglie e camicie dai toni chiari, volendo anche super colorate. Della serie: acceca il nemico con un colore talmente acceso che lo colpirà come un pugno dritto in un occhio, e non avrà più alcun modo per accorgersi del sedere abbondante. A patto che la suddetta maglietta sia infilata ad arte dentro i pantaloni per evidenziare la vita sottile, altrimenti il piano fallisce.

La mia vita è complicata.

E si complica ulteriormente quando arriva il terribile, tremendo, spaventoso momento di comprare un paio di jeans. Forse, voi donne che somigliate ad altri frutti, non conoscete e non immaginate le mille difficoltà cui va incontro una povera Donna a Pera come me. Già, perché puntualmente, qualsiasi modello di jeans io scelga, non avrà mai senso. La prima grande prova avviene proprio nel camerino: mentre li infilo e sono ancora ad altezza polpacci, sudando freddo mi chiedo riusciranno questi bellissimi jeans a superare i fianchi? Ma anche quando questo accade - quando la prima temibile prova viene superata - il dramma non è ancora finito. Perché di solito, se i jeans si chiudono sono troppo lunghi, e cadono malissimo sulle mie gambe sproporzionate. Quando invece sono perfetti di lunghezza, non c'è verso che il bottone si chiuda.

Ecco perché, quando tempo fa ho fatto la follia di acquistare un paio di jeans online, li ho attesi con la stessa angoscia con cui si aspetta il risultato di un esame importante. Quando una mattina mi sono alzata ed il pacco era arrivato, l'ho aperto piena di paure e di speranze; mi sono spogliata in salotto, non potendo attendere neanche un secondo per sapere la verità. I nuovi jeans sono scivolati tranquilli oltre i polpacci, oltre le ginocchia, le cosce, contenendo senza troppi sforzi anche quell'abbondante sedere tipico della Donna a Pera, ed infine...

...il bottone che si chiude, la cerniera che si tira su liscia come l'olio.

Ho un nuovo paio di jeans.

domenica 3 giugno 2018

I parassiti, Daphne Du Maurier

Io lo sapevo, che avrei dovuto buttar giù il mio commento su I parassiti di Daphne Du Maurier appena terminata la lettura, cosa avvenuta verso la metà di maggio. Uno di quei commenti a caldo, appassionati, in cui non ho proprio idea di cosa avrei scritto ma sicuramente sarebbe stato viscerale, pieno di trasporto verso un romanzo che - in maniera totalmente inaspettata - mi aveva inghiottita nelle sue pagine per poi risputarmi fuori senza pietà soltanto alla fine, con la sensazione di esser stata masticata senza pietà.

Già, perché questo è un romanzo che non offre consolazione. Un romanzo sfarzoso pieno di desolazione emotiva, nella quale il lettore entra in punta di piedi per poi trovarsi in piedi al centro di un salotto, in mezzo ad una specie di famiglia mai vista prima. Conoscete quel disagio? Il disagio di essere l'unico estraneo tra persone che si conoscono benissimo, che si capiscono al più lieve vibrare di un sopracciglio, eccola la prima sensazione che ho avuto. C'era un salotto, e c'erano Niall e Mary e Celia che parlavano, che stanchi ed infaticabili rivangavano un passato comune, comune a loro ma non a me. Fin quando pian piano, un pigmento alla volta, il quadro ha cominciato a prendere forma, ed ho imparato a conoscere Mamma e Papà e la storia tutta.

Una storia che parla di una famiglia, anzitutto, una famiglia itinerante e certamente atipica. Famiglia d'arte, senza regole all'infuori del sacro rispetto per i palcoscenici dei teatri, senza altro rispetto che quello per le prove ufficiali di ogni spettacolo. Una famiglia in cui infanzia è sinonimo di libertà selvaggia, e crescere diventa di conseguenza qualcosa di ancor più spaventoso - l'età adulta un luogo ostico ed ostile, scomodo, fastidioso; ma loro, Niall e Mary e Celia forse non sono mai cresciuti veramente, non come capita agli altri: loro son rimasti dei bambini insoddisfatti e capricciosi dentro corpi più grandi, incapaci di guardare oltre se stessi e di risolvere i propri contenziosi psicologici.

C'è qualcosa che spacca anche loro tre, Niall e Mary da una parte e Celia dall'altra. Una separazione netta, come un solco che divide a metà la terra e che non può essere oltrepassato con un balzo. Una separazione che ha a che fare con qualcosa di indefinibile, perché tutti e tre son soltanto fratellastri, è a metà anche lo stesso sangue che scorre nelle vene di Niall e di Mary; eppure loro sembrano la stessa persona maldestramente distribuita in due corpi, sembrano uno scherzo del destino perché due tipi così avrebbero dovuto amarsi fino a farsi male, impetuosamente e come due amanti, non come fratello e sorella. Eppure è andata così, e Niall e Mary si sono lo stesso amati impetuosamente, ma senza scenate, senza gelosie, senza nessuna espressione carnale. Come due anime che si trovano, si riconoscono tra tante, e non si lasciano più andare. Perché nessun altro conosce e capisce Mary come Niall, e Niall pensa soltanto a lei quando compone le sue canzonette da quattro soldi.

Dall'altra parte del solco, sta in piedi da sola Celia. Bambina goffa, premurosa, dolce e grassottella, che rincorre gli altri due ma non riesce mai ad essere sulla stessa lunghezza d'onda. Sempre uno o due passi indietro. Che brava bambina Celia, la più buona dei tre. Tanto buona da non poter fare a meno di prendersi cura di Papà, di stargli accanto fino all'ultimo e per sempre, contenendo tutte le sue insicurezze, le sue sofferenze e le sue manie. Ed i tuoi disegni, Celia? Che fine hanno fatto i tuoi disegni? Sono lì, proprio lì in una cartellina, li riprenderò presto. Intanto Mary calca il palcoscenico, Niall è dietro un pianoforte tra la Francia e l'Inghilterra ed il tempo passa.

I parassiti non parla di molte cose, ma è il modo in cui ne parla a travolgere il lettore, soprattutto quando arriva a questo libro come ci sono arrivata io, senza aspettative e senza pretese. E' stato il mio primo approccio a Daphne Du Maurier, incontro che ha provocato scintille e che mi lascia ben sperare per il percorso di scoperta che ho intrapreso nell'opera dell'autrice.

L'atmosfera decadente, la minuziosa indagine psicologica dei personaggi, la storia di un'eredità artistica e delle lotte interiori con un presunto talento. Il fascino di questo romanzo ai miei occhi è indescrivibile, anche perché lo stile della Du Maurier mi ha spiazzata: scritto nel 1949, è di una modernità incredibile. Inoltre anche la tecnica con cui il romanzo è costruito - l'architettura su cui poggia la trama - dimostra una maestria degna di nota. Reputo molto complicato da gestire il modo in cui l'autrice ha distribuito la narrazione, mescolando e scoprendo le carte del passato e del presente senza mai creare confusione o far perdere la bussola al lettore. Il suo gioco dei salti temporali per me è stato molto stimolante, perché il presente diventava in continuazione un tizzone che stuzzicava la fiamma della mia curiosità.

Venendo poi ad un dettaglio prettamente personale, il personaggio cui mi sono più affezionata è stata Celia, ebbene sì, la trascurabile Celia. Il modo in cui la penna della Du Maurier l'ha tratteggiata è magistrale, anche perché Celia è tutt'altro che banale o scontata, proprio al contrario: forse è il personaggio più ambiguo tra tutti e tre. Perché Mary e Niall, nel bene e nel male, tra tutte le fessure e le stranezze del loro animo, si mostrano e soprattutto si vivono per quel che sono. Celia, al contrario, è una finta vittima. Ha subito una lunga serie di eventi, ma prima ancora ha accettato di subirli per paura dell'alternativa. Alternativa che sarebbe stata, semplicemente, vivere la propria vita. Percepirsi come individuo con il proprio bagaglio di sogni, di gusti, di esigenze e di fragilità e di farsi percepire dal resto del mondo come tale, con le conseguenze del caso - fischi, oltre agli applausi, ed il rischio di essere delusi, feriti e tutto il resto. Sinceramente, Celia è stata anche capace di commuovermi.

Daphne Du Maurier
Insomma, questo romanzo si prende da parte mia cinque stelle piene. Come forse qualcuno di voi saprà, ho tentato di avviare un gruppo di lettura per questo romanzo, pur essendo consapevole che avendo ben poco seguito non poteva esserci chissà quale riscontro. Sono comunque felice che almeno un paio di persone sono attualmente occupate nella lettura, e spero vivamente che ne usciranno entusiaste quanto me. Nel frattempo, penserò a quale libro della Du Maurier dedicarmi durante il mese di giugno. Vi ricordo che, qualora vogliate partecipare, potete segnalarlo usando l'hashtag #unadaphnealmese.

Vi auguro un buon inizio di settimana,
e buone letture!

sabato 12 maggio 2018

Fornelli

Tra tutte le faccende domestiche, una che trovo particolarmente irritante è pulire i fornelli. Ammetto di essere una persona abbastanza pigra, che non si dedica ogni giorno con impegno e dedizione alla manutenzione delle mura domestiche; anzi, prima di questa mattina le mura domestiche in questione rischiavano l'auto-combustione, per il livello di disordine ed incuria cui si era arrivati. In realtà ora la situazione non è ancora migliorata più di tanto, perché ho esaurito la voglia e le energie per pulire a fondo la cucina, che al momento era la zona più in crisi, dalla quale ormai arrivavano segnali lampeggianti di allarme rosso
Tutto ciò contrasta col mio essere in fondo un po' maniaca dell'ordine, ma il problema è intanto che ho reso un gioiellino splendente il bagno, la camera da letto è sommersa di vestiti, con gli acari in festa che ci ballano sopra. Mettiamoci poi che il mio fidanzato – col quale convivo – è invece un maniaco della pulizia, però piuttosto disordinato; beh, perfetto, vi completate ed insieme ottenete il risultato perfetto, no? No, al contrario, ci diamo urto a vicenda: io annoiandolo per tutto ciò che lascia in giro o minacciandolo di tortura quando apro un cassetto dei suoi vestiti e ci trovo dentro delle lenzuola che credevo ormai irrimediabilmente perdute (!), e lui irritandomi quando lo vedo girare con l'alcol etilico pronto ad igienizzare qualunque superficie gli capiti a tiro.

Comunque, stavo parlando del pulire i fornelli. Non so cos'è che mi snerva tanto di questa mansione, fatto sta che continuo ad ignorare le macchie di sugo zampillate fuori dalla pentola ed i residui vari di cibo fin quando non temo seriamente che prendano forma e tornino in vita, facendomi temere brutali aggressioni notturne. Pulire i fornelli è terribilmente noioso ed è irritante che una cosa così banale richieda tutto quel tempo: bisogna smontare tutta l'impalcatura, togliere la sporcizia più grossolana (e rivoltante) con dei pezzi di carta asciutta (il famoso pannocarta che si fa sempre passare Cannavacciuolo) e poi tornarci, più e più volte – a seconda della gravità della situazione – con pezzette, straccetti, spray multiuso, lanciafiamme, facendo avanti e indietro dal piano cottura al lavandino – che per fortuna, nella grande maggioranza dei casi, sono collocati a pochi passi di distanza l'uno dall'altro. Nel mio caso poi piazzateci un adorabile golden retriever esattamente nel mezzo, nel punto esatto in cui ogni singola volta rischi di ammazzarti, perché Daisy ha un talento unico nel captare qual è il solo spazio – su una superficie vasta, vastissima, libera ed a sua totale disposizione per qualunque sonnellino in qualunque momento della giornata – nel quale, piazzandoci la sua mole morbida e coccolosa, ti renderà difficile – se non impossibile – muoverti. Neanche a dirlo, che se provi a chiederle gentilmente di spostarsi ti guarda come fosse appena stata abbandonata in autostrada.

Insomma stamattina ho pulito i fornelli, e mi sento come se meritassi una medaglia al valore, un attestato di merito, un riconoscimento ufficiale. Che poi, in casa nostra, una strana casualità – divenuta ormai una leggenda – vuole che proprio il giorno in cui mi lancio in quest'impresa, per cena cuociamo del riso. Embè?, direte voi, che c'entra. C'entra, perché quando noi cuciniamo del riso di solito è di accompagnamento per qualche portata dal sapore orientale, ed il mio fidanzato – che ha gli occhi a mandorla, e dunque la saggezza orientale scorre nelle sue vene assieme alle direttive per ottenere il riso perfetto – fa cuocere il riso alla maniera asiatica, cioè a fuoco lento e per assorbimento. Il che, puntualmente, significa acqua che gocciola come non ci fosse un domani ogni volta che si alza il coperchio, e chicchi di riso che vengono sparsi senza pietà su tutto il piano di cottura. Così nel giro di un pasto si è tornati punto e a capo. Mia madre pulisce i fornelli quasi ogni giorno, e non so dove trovi la forza spirituale per farlo.

L'ho già detto che sono pigra, però ho anche la mia piccola dose di buona volontà, al punto che un periodo, per trovare la motivazione per pulire casa, mi sono chiusa a guardare su youtube le house cleaning routine delle giovani e volenterose donne di tutto il mondo. Su youtube esiste un intero mondo riguardo QUALUNQUE cosa, ed esiste anche l'universo dei canali dedicato alla perfetta gestione della casa ed al tirare su la famiglia del Mulino Bianco. Famiglie alle quali arrivano sulla soglia di casa pacchi di prodotti per le pulizie, esattamente come alle beauty guru regalano quantità industriali di prodotti per il corpo e di make-up. A ciascuno il suo, insomma. Una di queste casalinghe 2.0 era talmente convincente che ho persino preso appunti illudendomi di avere una chance di seguire il suo schema di mantenimento dell'ordine. Pff!

Tanto lo so che non sono l'unica.

...vero?







giovedì 10 maggio 2018

Temporali

Piove ogni giorno, qui dalle mie parti. Verso le due del pomeriggio scoppiano certi temporali che poi vanno avanti fino a sera, lasciandomi giusto una parentesi di tempo di pioggia meno fitta e più clemente che mi permette di uscire con le mie figlie pelose. Daphne si ferma spesso guardandomi con l'aria interrogativa - andiamo avanti? Torniamo indietro? - stringendo spesso quei suoi occhi bellissimi quando le gocce d'acqua le cadono sul muso; a Daisy invece non interessa, lei va avanti incurante della mia lentezza e della pioggia, anche se il suo pelo lungo è quello che ne esce peggio e quando torniamo a casa sembra un pupazzo rimasto sotto le intemperie per giorni e giorni. I temporali di maggio iniziano con certi tuoni che più che tuoni sono esplosioni, uguale a quella che ho sentito dentro qualche notte fa. Sarà perché maggio è il mio mese, che i temporali primaverili ce li ho anche dentro. Forse per riprendermi. Risvegliarmi. Decostruirmi. Ricompormi.

Avevo un minuscolo pezzetto dentro, tanto tempo fa, che era bello come una pietra preziosa. Aveva tutti i bordi scheggiati e taglienti, però, ed io ero incauta. Lo ammiravo e lo mostravo, mi sembrava la parte più significativa di me. Maneggiavo quel pezzetto luminoso e affilato a mani nude, e lo mostravo a chiunque si avvicinasse, rischiando quasi sempre di farmi male e di fare male. Per questo un giorno decisi di metterlo via, di seppellirlo sotto un mucchietto di polvere e fare finta che non esistesse più. Non sono più tornata a cercarlo per anni, e finalmente ero diventata una ragazza come tante, una a cui bastano le cose semplici, felice con poco e senza quel fastidioso lacerante bisogno di esprimersi. Andava tutto bene, finalmente. Mi bastava leggere le parole degli altri, la sera potevo guardare la tv senza pensieri - niente più notti insonni a rincorrere un'idea, a vomitare un sentimento senza forma - niente più bisogno di isolarmi in luoghi bui in cui muoversi alla cieca, con l'inevitabile necessità di allontanare chi mi voleva bene. Sembrava tutto più facile, più sensato, più logico, più maturo e ragionevole. Andava tutto bene.

Solo ogni tanto mi coglieva questa sensazione di essermi persa qualcosa, di aver dimenticato per strada qualche dettaglio importante. Mi ricordavo - come momenti appartenuti ad un'altra vita - di un gomitolo di emozioni che mi sfidava a districarlo, di notti passate a camminare nella stanza con la musica giusta in sottofondo, e di come poi a volte la tastiera di un computer o una penna nera fossero gli strumenti che scioglievano la matassa, anche se ciò non serviva mai a stare meglio. Serviva ad aprire di più la ferita, a gettarci dentro del sale, ad infilarci dentro una matita appuntita e scavare più a fondo. Serviva soltanto - almeno questo - ad urlare, visto che ad urlare con la voce non avevo mai imparato. Infatti quando non ci riuscivo la frustrazione era talmente tanta che non potevo far altro che accendere una sigaretta rubata a qualcun altro, e fumarla con la finestra aperta. Al mattino ero sempre esausta, e se mi chiedevano delle mie occhiaie io non sapevo come spiegarle, perché chi le avrebbe capite quelle mie guerre solitarie. Era faticoso, questo sì, ma mi faceva sentire viva, e mi faceva capire chi potevo essere.

Quando ho messo via quel minuscolo pezzo, luminoso e tagliente, ho anche smesso di ascoltare la musica che amavo. Quella malinconica, cattiva, arrabbiata, quella che su poche note lascia correre un fiume di parole; quelle canzoni che mi facevano bene solo la metà di quanto mi facevano male, che mi davano ispirazione e mi stancavano come una seduta intensa dallo psicoterapeuta. Avevo smesso di ascoltare musica, e non sapevo bene il perché. Forse tutto questo non mi appartiene più, mi son detta spesso. Appartiene al passato, come molte altre cose, è soltanto un ricordo, sta già sbiadendo.

E' incredibile come ciò che ci appartiene davvero riesca, prima o poi, a farsi strada, ad attirare l'attenzione con delicatezza o con prepotenza. E' stato un cantautore a dirmi "Ehi, ti sei accorta di cos'hai? Proprio lì, in quell'angolo..." indicando quel pezzetto luminoso abbandonato tanto tempo prima, un po' più opaco adesso, ancora più scheggiato ed ancora più tagliente. Io ho continuato ad ignorarlo, ma il cantautore ormai l'aveva tirato fuori, e quello continuava a muoversi dentro di me smuovendo tutto il resto, urtava le pareti interne del torace continuando a ferirmi a tagliuzzarmi qua e là e non ho più potuto far finta di nulla. L'ho preso in mano, non sapevo proprio più come si maneggiava, subito mi sono provocata un bel taglio sul palmo che ha cominciato a sanguinare. Ho preso il telefono, un paio di cuffie, ho digitato un nome, fatto partire un video ed ho passato una due tre notti a piangere - solo poche lacrime per volta, niente di grave - ed a capire. Chissà se tutto questo servirà a qualcosa, io però lo devo fare.

Sono sincera, questo pomeriggio - mentre iniziava l'ennesimo acquazzone - ho avuto il breve impulso di aprire un altro blog, uno nuovo in cui versare questo nuovo capitolo di vita, durante il quale so bene che non avrò abbastanza tempo, energie, ma soprattutto voglia di scrivere ciò che finora ho scritto qui. Parlarvi di libri, di telefilm, delle cose belle che fanno gli altri. E' un periodo diverso, questo fatto di temporali primaverili, in cui scriverò tantissimo, ma devo parlare di tutt'altro. Di me, del cielo che ho sulla testa, dei chilometri che esistono tra Roma e Milano, dell'avere ventisette anni, del cambiare colore di capelli con le stagioni, dell'attesa per una persona o per una macchina, dell'imparare a sbattere una porta quando sei arrabbiata e delle verdure che cuociono a fuoco lento sul fuoco.

E poi però mi sono detta ma a che serve un nuovo blog. Scriverò di tutto questo qui, sulla carta, sui muri, in un messaggio su whatsapp. Talvolta scrivo soltanto per me stessa, in certe occasioni ho un bisogno disperato che qualcun altro legga e mi dica qualcosa, qualsiasi cosa, solo per dimostrarmi che non ho parlato da sola, che non ho gettato un'altra scheggia di quel pezzetto tagliente nel vuoto, in un dirupo, dalla soglia di un burrone. E' tutto così importante, ed al tempo stesso così insignificante, che non riesco a contenerlo ma neanche a buttarlo fuori.

Un passo alla volta. Devo imparare ad accontentarmi, e forse scriverò anche di questo.

sabato 28 aprile 2018

#unadaphnealmese - e qualche altra novità

Buon fine settimana, lettori e lettrici!

Una volta tanto vi importuno con qualcosa di diverso da una recensione. Innanzi tutto volevo informare il mio pubblico di blogger che da un po' di tempo a questa parte ho aperto una pagina Facebook per In Omnia Paratus (questa qui!), ho inserito il link anche nella colonna a sinistra, ma metti che vi fosse sfuggito. Diverso tempo fa avevo accennato che stavo meditando sulla spinosa questione Facebook sì, Facebook no, ed alla fine mi sono decisa per il motivo cui arriveremo tra poco. In realtà non sono per niente brava nella gestione di questo social, spero però di coinvolgere qualche appassionato lettore/lettrice in più e di poter condividere con voi in maniera attiva e diretta pensieri, opinioni e quant'altro su tutto ciò che ci piace. Detto ciò, veniamo al motivo principale di questo post.

Tramite Instagram (linkato sempre a sinistra, e comunque mi trovate come julia_inomniaparatus) ed insieme alla mia Amica Lettrice (alcolibristi_anonimi, su Instagram) abbiamo lanciato - o per meglio dire, stiamo provando tantissimo a lanciare - una semplice iniziativa, ovvero avviare un gruppo di lettura incentrato su Daphne Du Maurier. Perché proprio Daphne Du Maurier? Beh, dopo un lungo e faticoso brainstorming siamo arrivate a lei, perché volevamo scegliere un'autrice che né io né la mia amica avessimo mai letto; un'autrice (o autore) che fosse interessante, ma che non rappresentasse una scelta scontata o già molto popolare tra i lettori. Personalmente volevo iniziare a leggere quest'autrice da parecchio tempo, perciò sono molto felice che sia lei la protagonista di questo nostro piccolo progetto.

Come funzionerà questo Gruppo di Lettura?
E' molto semplice. Abbiamo intenzione di leggere, tutti insieme, un romanzo al mese della Du Maurier, con la speranza che chi decide di partecipare condivida attivamente i suoi pareri e le sue emozioni durante la lettura. Potete farlo dove preferite: sul blog se ne avete uno, sul vostro profilo Instagram, sulla mia pagina Facebook... l'hashtag da utilizzare è #unadaphnealmese.
Sarebbe poi bellissimo se, alla fine del mese, ogni partecipante condividesse con tutti gli altri una recensione, o un commento complessivo sul libro che abbiamo letto.

Il romanzo con cui cominceremo quest'avventura, a partire dal 1 Maggio, è I parassiti edito da Il Saggiatore, sia nella versione elegante che vedete in foto (che costa 17 euro, ma io ho avuto la fortuna di trovare usato a soli tre euro!), sia in un'edizione economica al prezzo di 9, 50 euro. Ovviamente esiste anche la possibilità di trovarlo usato, se avete fortuna, o di prenderlo in prestito in biblioteca qualora vogliate partecipare ma non volete/potete spendere troppo. Di seguito vi lascio la trama del libro, che mi incuriosisce davvero tantissimo.

Nella Francia e nell'Inghilterra tra le due guerre, la sagace penna di Daphne Du Maurier narra gli intricati legami della famiglia Delaney. Di quegli orribili Delaney, cicale in un mondo di formiche: prima bambini selvaggi e indisciplinati, poi adulti intrappolati in uno stato di aridità emotiva. Parassiti. Arroganti. Ciascuno a modo suo affamato di attenzione e affetto. Non una, ma tre volte parassiti. Perché si nutrono del barlume di talento ereditato dai genitori (artisti geniali, cantante lui, ballerina lei), perché non hanno mai veramente lavorato, perché vivono in un mondo di fantasia dove esistono solo loro tre: Maria, Niall e Celia Delaney, recitazione, canzoni e disegno. I primi due brillanti, frivoli ed egocentrici (l'amore che li lega è solo fraterno?), la terza tanto docile e timida da rinunciare a se stessa, alla vita e al proprio talento, nascondendosi dietro la dedizione al padre. Tutti così intimamente uniti da apparire estranei e distanti da chiunque altro, e da affidare a una voce corale, che fonde prospettive ed emozioni, il racconto della loro ricerca di un mondo diverso da quello sfavillante, privilegiato e senza regole in cui sono cresciuti. La scrittura di Daphne Du Maurier, lei stessa nata in una famiglia di impresari teatrali e attori, è palpitante e attenta al dettaglio dei paesaggi interiori di questo strano clan: i Delaney sono il caos, e il caos lo portano ovunque.
Non posso che sperare che qualcuno si unisca a questo gruppo di lettura, anche perché se dovesse funzionare (ovvero, vedere anche solo un minimo di partecipazione) ho già in mente un'altra autrice che mi piacerebbe affrontare insieme a voi, dopo la Du Maurier.
Nei prossimi giorni dedicherò un post alla biografia dell'autrice, così da farvela conoscere un po' meglio prima di addentrarci nella sua produzione.

Fatemi sapere se sarete dei nostri!
Un abbraccio, e buon week-end


giovedì 26 aprile 2018

Un incantevole aprile, Elizabeth von Arnim

Titolo originale: The Enchanted April
Autrice: Elizabeth von Arnim
Anno di pubblicazione: 1922
Traduzione: Sabina Terziani
Editore: Fazi Editore
Pagine: 287
Prezzo: 15 euro
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Non credo di esser mai stata più in tema di così con una lettura. Sono stata poco originale, questo è sicuro - provate a cercare Un incantevole aprile su Instagram, e vedrete quante altre persone hanno voluto abbinare questa lettura al mese corrente - ma poco importa se per una volta mancare di originalità è il prezzo da pagare per ricevere in cambio un prezioso connubio tra ciò che è contenuto tra le pagine di questo libro, e l'ambiente circostante. Sì, perché oltre a srotolarsi nell'arco del mese di aprile, questa storia narrata dalla von Arnim si svolge anche in Italia, per la precisione nel castello medievale di San Salvatore, in Liguria. Salvo qualche acquazzone primaverile, tra le pagine di Un incantevole aprile splende un sole dolce - non ancora incattivito come quello dell'estate - e tutto è in fiore, specialmente il glicine e le dafne. Quando alzavo gli occhi dal libro, potevo ammirare un paesaggio simile: i fiori di pesco e di ciliegio, i rami degli alberi di cachi e di fico, spogli e nudi dopo le gelate invernali, che timidamente tirano fuori i primi germogli verdi. Anche le tante piantine in vaso o a terra sparse per il giardino sono ormai sbocciate nei loro colori allegri. Credo proprio di aver fatto bene a leggere ora questo breve romanzo, perché è stato bello avere intorno immagini molto simili a quelle che ogni mattino vedevano Mrs. Wilkins, Mrs. Arbuthnot, Mrs. Fisher e Lady Caroline.

Sono queste quattro donne londinesi le protagoniste del romanzo, quattro perfette sconosciute accomunate soltanto da diversi sensi d'infelicità e di completa insoddisfazione personale. Lotty Wilkins è la moglie di Mellersh Wilkins, un avvocato ambizioso ed un po' avaro, accanto al quale Lotty è diventata sempre più insicura e repressa, al punto da avere serie difficoltà ad esprimere qualsiasi opinione in pubblico, facendo dubitare l'avvocato di aver scelto la ragazza giusta; Rose Arbuthnot invece è prigioniera di un matrimonio che praticamente non esiste più: suo marito, firmandosi con un altro nome, guadagna da vivere scrivendo le biografie delle amanti dei re, e lei che è profondamente religiosa non può accettare che il loro benessere economico sia frutto del peccato. Il marito di Rose passa quasi tutto il suo tempo nel suo studio tornando raramente a casa, mentre lei dedica tutte le sue energie mentali e fisiche alle opere della parrocchia, cercando di aiutare i poveri. Mrs. Fisher è invece un'anziana signora ormai vedova, che incarna in tutto e per tutto la mentalità vittoriana, deprecando aspramente le libertà dei giovani moderni. Mrs. Fisher ha conosciuto una grande varietà di personaggi illustri dell'arte e della letteratura, e preferisce trincerarsi nei tanti ricordi del passato piuttosto che confrontarsi con un presente secondo lei così vuoto di contenuti. Lady Caroline, infine, è una giovane ereditiera tormentata dalla sua eccezionale bellezza, che non lascia indifferenti né uomini né donne e che non le permette proprio mai di essere lasciata in pace. Anche se tenta di essere scortese, per liberarsi di chi le ronza intorno, i suoi occhi chiari trasformano qualsiasi occhiataccia in uno sguardo dolce, e non importa quanto aspre siano le sue parole: la sua voce melodiosa le trasforma comunque in qualcosa di piacevole, che all'ascoltatore farà venir voglia di farle una carezza rassicurante.

Tutto ha inizio un pomeriggio in un club di Londra, quando Mrs. Wilkins sfogliando un giornale si sofferma a leggere un annuncio con la descrizione del castello medievale di San Salvatore, disponibile in affitto per tutto il mese di aprile. Nell'annuncio il proprietario descrive la bellezza della primavera italiana, la pace e la serenità offerta da quel luogo immerso nel sole e nella natura. Mrs. Wilkins guarda fuori dalla finestra, dove scendono incessanti pioggia e grandine da giorni, ed inizia a fantasticare su quel luogo assolato pieno di fiori e di colori. Non che potrebbe permettersi una vacanza del genere, certo, però sarebbe proprio bello. 
E poi, mentre stava per uscire per andare a comprare il pesce per la cena del marito, vede Mrs. Arbuthnot, anche lei con il giornale aperto e l'aria assorta. Mrs. Wilkins immagina subito che anche quella donna dall'aria stanca stia sognando il castello di San Salvatore e così, con un coraggio impensabile per una timida come lei, si siede al tavolo di Mrs. Arbuthnot ed inizia a parlarle. Convincere Mrs. Arbuthnot - che non l'ha mai vista prima - che sarebbe una buona idea affittare il castello insieme, dividendo le spese, non è un'impresa facile, però pian piano l'ostilità e la schiettezza di una ormai decisa Mrs. Wilkins finiscono poi con l'avere la meglio. Il castello può ospitare fino ad otto persone, così le due mettono a loro volta un annuncio per cercare altre ospiti, e le uniche a rispondere sono Mrs. Fisher - che desidera una vacanza sobria dove poter vagare in pace tra i suoi ricordi - e Lady Caroline, la quale non vuole altro che stare lontana da chiunque la conosca, e riflettere su cos'è stata la sua vita fino a quel momento.

Il resto è... beh, Elizabeth von Arnim. Quest'anno vi ho già parlato di lei, recensendo brevemente Il giardino di Elizabeth qui. Purtroppo quella volta era già trascorso un po' di tempo tra la lettura e la scrittura del post, ed avendo finito col fare una carrellata di brevi commenti a diversi titoli, non ho dedicato a quel libro ed alla autrice tutto lo spazio che avevo inizialmente pensato. Sì, perché già in quell'occasione avevo subito capito di trovarmi davanti ad una penna straordinaria, tenuta in mano da una donna molto intelligente e particolarmente acuta, di quelle in grado di scandagliare la realtà circostante armate di sana ironia. Il giardino di Elizabeth è un diario in larga parte autobiografico, ed ero molto curiosa di vedere come sarebbe stata la sua prosa dispiegata in un romanzo. Dire che la prova è superata è quanto mai riduttivo, perché ho adorato Un incantevole aprile per tanti motivi, soprattutto per il suo essere un romanzo estremamente leggero e piacevole senza per questo essere frivolo. Le descrizioni, sia dei luoghi che dei personaggi, sono attente e ben fatte e l'incrocio di personalità tanto diverse fa sì che durante la lettura non si fa altro che chiedersi "ed ora cosa succederà?!" fino all'ultima pagina, anche se non ci troveremo davanti grandi colpi di scena (o forse sì) ma le piccole situazioni di una quotidianità di vacanza.

Elizabeth von Arnim
Dall'introduzione di Cathleen Schine  ho appreso che la von Arnim scrisse questo libro dopo aver pubblicato Vera, un romanzo molto cupo in cui esamina i terribili effetti dell'amore tirannico sulla vita e sull'emotività della donna, ispirato alla sua esperienza personale con il suo secondo marito, John Francis Stanley Russell, fratello maggiore del filosofo Bertrand Russell. Era lei per prima, quindi, ad avere un grande bisogno di evasione, e di scrivere qualcosa che fosse puro, luminoso, allegro e non è un caso poi, forse, se in fondo nella sua semplicità Un incantevole aprile sia anche una storia che parla della riscoperta di sé e della ricerca di amore, perché in fondo è questa la ragione per cui le quattro donne fuggono dalle proprie vite monotone e soffocanti: ritrovarsi, riscoprirsi e far rifiorire i propri sentimenti. Ed affronta questi temi importanti con leggerezza, con allegria, con un tocco che inevitabilmente fa pensare ai micro-cosmi di Jane Austen.

Elizabeth von Arnim è un'autrice incredibilmente interessante, che fu intrecciata a tantissime personalità di spicco della sua epoca. Basta ricordare che era la cugina di Kathreine Mansfield, che tra i precettori dei suoi cinque figli ci furono E.M. Forster e Hugh Walpole e che tra un matrimonio e l'altro fu l'amante di H.G. Wells.

Se non l'avete ancora fatto, non posso che consigliarvi di dare una chance a questa autrice. Io dovrò sicuramente procurarmi, nel prossimo mese, La fattoria dei gelsomini già edito da Fazi Editore, che ha una trama che già mi lascia pregustare enormi soddisfazioni; poi non mi resta che sperare che la Fazi continui a pubblicare l'opera omnia di questa fantastica autrice.

giovedì 19 aprile 2018

Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf

Titolo originale: A Room of One's Own
Anno di pubblicazione: 1928
Autrice: Virginia Woolf
Traduzione: Maria Antonietta Saracino
Editore: Einaudi
Pagine: 233
Note: questa edizione Einaudi 
presenta il testo inglese a fronte
Prezzo: non posso controllarlo,
è stato un regalo!
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Quando leggo qualcosa di Virginia Woolf, specialmente se si tratta di testi che riflettono in maniera diretta le sue idee e le sue riflessioni - come in questo caso, visto che A Room of One's Own è frutto di due conferenze che l'autrice tenne presso alcune Università femminili sul tema Le donne e il romanzo - ha su di me un effetto che fatico a spiegare con le parole. Il mio cervello entra in un fermento senza eguali, il mio corpo viene attraversato da un'energia che mi percorre dalla testa ai piedi nella ricerca quasi disperata di trovare una via di sfogo. Un'energia fisica che è in realtà un'energia tutta ed esclusivamente mentale, che mi farebbe correre alla scrivania per prendere un foglio ed una penna ed iniziare a lavorare a qualcosa di significativo, qualunque cosa, purché sia costruito d'intelletto e di parole. Virginia Woolf, come nessun altra autrice né autore - uomo donna vivo o morta - sa gettare in me minuscoli semi, che io sento il dovere e la responsabilità di far germogliare. E' un dono prezioso quello che ricevo da questa donna brillante ed arguta come poche, ed il minimo che potrei fare per ricambiarla è prendermi cura di quei vivaci quanto delicati semini. Curarli giorno dopo giorno, facendo del mio meglio per farli crescere sani e rigogliosi. Tutto molto bello, direte voi; ma poi, lo faccio davvero?

La triste risposta, al momento, purtroppo è no. Ed è no perché è facile dimenticarsi di quei semini, che per un po' saltellano e scoppiettano, ma poi - privi di nutrimento ed energie - si afflosciano in silenzio. Tanti sono i doveri quotidiani che si presumono importanti. Sedersi alla scrivania e scrivere, per chissà quale scopo, sembra un inutile perdita di tempo. 
Se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé.
Questo è l'assunto fondamentale dal quale parte l'autrice per sviluppare la sua riflessione su Le donne e il romanzo. A primo impatto, può sembrare un'affermazione vagamente frivola, un po' superficiale; ma se proseguite la lettura ed arrivate sino in fondo, capirete quanta libertà e quante possibilità offra l'essere in possesso di questi due elementi.

 La Woolf, inevitabilmente, sviluppa il discorso intrecciandolo alla contrapposizione dei sessi, uomo/donna, da un punto di vista storico, economico, mentale, letterario: la sua posizione non appare come quella di un'intrepida femminista, che rivendica la parità dei sessi o afferma la superiorità della propria categoria. La sua analisi su una questione ancor oggi tanto delicata, è quella lucida, oggettiva, intelligente che può esser sviluppata soltanto dalla mente di un'acuta osservatrice come lei. Vi riporto un esempio, tra i miei preferiti di tutto il libro:
Ma è ovvio che i valori delle donne molto spesso differiscono da quelli che sono stati inventati dall'altro sesso; è naturale che sia così. Eppure sono i valori maschili a prevalere. Parlando grossolanamente, il calcio e lo sport sono "importanti"; il culto della moda, acquistare vestiti sono "frivolezze". E questi valori, inevitabilmente, trasmigrano nella narrativa. Ecco un libro importante, pensa il critico, perché parla di guerra. Quest'altro invece è un libro insignificante perché ha a che fare con i sentimenti delle donne in un salotto.
Un altro tra i tanti elementi che mi fanno apprezzare immensamente questo testo, è l'approfondita analisi che Virginia Woolf fa, in diversi momenti talvolta anche separati, delle Grandi Narratrici, ovvero Jane Austen, Charlotte ed Emily Brontë e George Eliot. In particolare, seguendo le sue argomentazioni, ho compreso un motivo in più per il quale amo così profondamente l'opera omnia della Austen, e mi ha permesso di definire come mai sono rimasta così tiepida nei confronti di Charlotte e della sua Jane Eyre (unica sua opera che ho letto, al momento). Ma di questo non proverò affatto a darvi delucidazioni, solamente Virginia Woolf poteva spiegarlo in maniera così chiara ed esaustiva, perciò se siete curiosi non mi resta che consigliarvi la lettura di Una stanza tutta per sé.

Non credo di esagerare, se affermo che a lettura conclusa A Room of One's Own si sia imposto subito come uno dei miei libri preferiti, scalando a grandi passi la vetta della classifica dei libri per me fondamentali. Perché Virginia Woolf mi ha parlato in maniera schietta - potevo sentire le intonazioni che prendeva la sua voce, potevo vederla gesticolare - ha toccato tasti deboli, mi ha lasciato una guida ricca di preziosissimi consigli e questo libro è per me un monito ed un piccolo sostegno. Penserò senz'altro a lei, quando avrò del denaro ed una stanza tutta per me.




martedì 17 aprile 2018

Fahrenheit 451, Ray Bradbury

Giuro, non farò manfrine sul tempo già trascorso tra l'ultimo post e questo qui. Alla fine la verità è che è colpa delle stelle: sono del segno dei gemelli, e ciò fa di me una personcina incostante perché sin troppo curiosa, entusiasta verso i più disparati rami di realtà. Detto ciò, già da diverso tempo ho concluso la lettura di un libro che non mi pare giusto lasciare in ombra, trattandosi di un celebre classico moderno come Fahrenheit 451 del signor Ray Bradbury.

Non so bene il perché, ma nella mia testa - anche se sono ben consapevole che non centrano nulla l'uno con l'altro - ho sempre associato Fahrenheit 451 Il buio oltre la siepe, letto e discusso ormai due anni fa (ma perché il tempo scorre così in fretta, perché!). Credo che la ragione di questo collegamento abbastanza inopportuno dipenda dal fatto che nella mia testa questi due titoli rappresentavano i massimi esempi di classici moderni della letteratura americana, cosa probabilmente vera, anche se non potrebbero essere più diversi per genere, trama, stile e struttura. Molto meno importante, i due titoli sono lontanissimi anche per quanto riguarda il mio gradimento personale: Il buio oltre la siepe resterà uno dei libri della vita, Fahrenheit... boh.

Fahrenheit 451 è una distopia, pubblicata per la prima volta agli inizi degli anni Cinquanta. L'intuizione di Bradbury è geniale: crea un ipotetico futuro dove, come vuole il genere cui il libro appartiene, le persone fanno parte di una società controllata, dove ogni forma di pensiero critico o soggettività è completamente annullata. Oltre a questo, Bradbury inserisce in questo quadro il peggior incubo di ogni appassionato lettore, studioso, amante della parola scritta: i libri sono severamente vietati, chi ne possiede viene considerato un sovversivo e prontamente viene appiccato il fuoco sulla sua abitazione. In un riuscitissimo ribaltamento delle parti gli addetti ad appiccare il fuoco sono i pompieri. Il protagonista che ci guida attraverso questa tristissima realtà è proprio uno di loro, Guy Montag, un pompiere fatto e finito che, una briciola alla volta, prende coscienza dell'oscurità dei suoi tempi e tenta nel suo piccolo di fare qualcosa per squarciare il velo che ricopre la sua città.

Dunque, devo dire che da questo breve romanzo mi aspettavo molto di più. Sarà per la sua fama, per quanto e come ne ho sempre sentito parlare, ma mi aspettavo davvero uno di quei libri che ti spaccano la testa in due, ci riversano dentro un sacco di cose che ti sconvolgono ed a lettura conclusa non sei più lo stesso di prima. Devo dire che questo fenomeno è avvenuto in piccolissima parte, e tutta concentrata nella prima metà del libro, che considero senz'altro la migliore. Capire il tipo di società che Bradbury ha costruito, e vedere pagina dopo pagina quanto lontana si è spinta l'ignoranza e la cecità delle persone, fa un effetto immancabilmente nauseante sul lettore, che difficilmente non resterà indignato dal riconoscere - ahimè - moltissimi aspetti di quella che è diventata la nostra quotidianità.

Ci sono parti che ho sottolineato, ci sono momenti in cui ci si ferma a riflettere o ci si sente come davanti ad una ineluttabile verità; tuttavia non sono entrata in forte empatia col protagonista, ed ho fatto un po' fatica a seguire con partecipazione la sua avventura dal momento in cui diventa un sovversivo ed un ricercato. Una cosa che mi è dispiaciuta parecchio, inoltre, è che un personaggio poetico come Clarissa compaia così poco, e sia alla fine puramente strumentale per ingranare la trama. Avrei apprezzato molto di più se l'autore ci avesse permesso di conoscerla meglio, di seguire da più vicino i suoi colloqui con Montag e, soprattutto, di scoprire con chiarezza dove sia finita.

Tuttavia, ciò che ci tengo a riconoscere a quello che viene considerato il capolavoro di Ray Bradbury, è la semplicità con cui è scritto, il linguaggio tanto accessibile da poter catturare sia i ragazzi che si stanno appena avvicinando alla lettura, sia a mio avviso un non-lettore. Lo trovo un romanzo fruibile veramente da tutti, e tale semplicità estrema può forse andare a discapito dell'opera quando incontra una lettrice rompiscatole come me che ad un libro chiede di più, ma ha per l'appunto il grande pregio di poter appassionare un pubblico forse più vasto.

L'avessi letto da giovanissima, forse l'avrei apprezzato senza riserve, e sono comunque felice che i professori di letteratura nei licei scelgano di consigliarlo. Sia mai che, tra un musical.ly ed uno snapchat qualche ragazzino/a si fermi a fare un ragionamento un attimo più complesso. 

giovedì 15 marzo 2018

Luce d'estate ed è subito notte, Jon Kalman Stefansson

Le parole sono il mio pane quotidiano. Quale che sia l’argomento, sono abituata ed allenata ad argomentare, a trovare qualcosa da dire al riguardo, a rifletterci su per esprimere un parere personale. Sono una di quelle irritanti persone che hanno un’opinione su tutto. Non ho mai l’intenzione di imporre le mie idee agli altri, questo proprio mai, ma se sono a mio agio con l’interlocutore sono in grado di dire la mia su (quasi) qualunque cosa. Quello che sto cercando di dire è che difficilmente rimango senza parole. A volte dico “Sono senza parole” in tono indignato perché è la risposta che meglio si adegua al racconto di una persona sconvolta da qualche evento incorso nella sua vita personale, ma non è vero che sono senza parole, forse non voglio deludere le aspettative della persona che, al suo racconto, si aspetta in cambio adeguata amarezza, e dire che quanto ascoltato ci ha lasciati senza parole fa sempre un certo effetto, specie se lo diciamo scuotendo la testa, magari con le labbra rivolte all’ingiù per dare un tocco di delusione alla nostra espressione facciale. Però non è vero che sono senza parole. Piuttosto forse non m’interessa poi molto approfondire l’argomento, o la triste realtà è che quanto quella persona ha detto non ha destato in me alcun sentimento degno di nota né un vero senso di empatia, e allora dico sono senza parole, soddisfacendo le aspettative del narratore e traendomi d’impaccio, perché di solito all’affermazione di essere senza parole segue a) un proseguimento del racconto, senza richiedere grande partecipazione da parte nostra se non qualche cenno di assenso di tanto in tanto; b) la conclusione dell’argomento, ormai tronfio e soddisfatto da quello sterminio lessicale.

L’unica cosa veramente capace di togliermi la facoltà di dire la mia è il puro senso di meraviglia. Non riesco nemmeno a fare esempi per descrivere cosa sia il puro senso di meraviglia, ma sono certa che capirete perfettamente ciò di cui sto parlando. Quel tipo di meraviglia che provò l’uomo quando accese il fuoco, o ancor di più quando per la prima volta alzò la testa al cielo notturno, osservò le stelle invece di preoccuparsi delle sue necessità primarie, e si fece delle domande. Quella roba lì. Il pugno allo stomaco, un impasto di tristezza e felicità, l’entusiasmo verso l’infinito e lo sgomento per la consapevolezza di essere al contrario così imperfetti e finiti. Cose grandi finemente sminuzzate, messe in un sacchetto antigelo, scuotere bene e piazzare sullo stomaco. Mentre scrivo continuo a pensare alle stelle, perché si parla spesso di stelle in Luce d’estate ed è subito notte di Jon Kalman Stefansson, un libro che mi ha fulminata leggendo la trama, poi letto il primo capitolo ho detto “mah, boh”, e poi mi ha tolto le parole, tutte, dalla prima all’ultima: non me ne è rimasta neanche una, e sono rimasta così piccola, finita, imperfetta e senza parole.

Luce d’estate ed è subito notte è un racconto corale ambientato in un paesino sperduto nella selvaggia Islanda, un microcosmo di quattrocento anime concentrate nel minuscolo villaggio e sparse per le isolate campagne circostanti. E’ un posto talmente insignificante che qualcuno che passa in macchina o un telefono che squilla è un evento, che fa correre tutti alle finestre, soprattutto d’inverno, l’inverno lungo avvolto nel buio e nella neve costante. Alcuni sanno trovare la felicità nella routine e nella vita sempre uguale a se stessa, altri non ce la fanno proprio e se ne vanno lontani, eppure alla fine tornano tutti, perché c’è sempre qualcosa che ti lega al posto da cui vieni, anche se ti sta stretto più di un paio di scarpe di due numeri più piccoli, anche quando non c’è proprio niente da fare e d'inverno fa buio presto.

In questo libro c’è un imprenditore di successo che manda all’aria la propria vita perfetta per comprare costosissime prime edizioni in latino di libri di natura scientifica, scritti da gente morta milioni di anni fa come Galileo o Cartesio. Aveva una casa grande, macchine enormi, due bravi figli e la moglie più bella del mondo; adesso vive da solo, isolato, in una casa di lamiera col tetto dipinto a mo’ di cielo stellato. Conosce i misteri dell’universo, parla fluentemente latino ed in latino riceve misteriose lettere da tutto il mondo. E’ accaduto tutto nel giro di due mesi, ormai va avanti da dieci anni. Lo chiamano l’Astronomo, una volta al mese tiene una lezione in paese per chiunque voglia partecipare. In quelle occasioni ci si chiede se il pazzo sia lui, che ha abbandonato tutto per questioni superiori come la filosofia e l’Universo, o tutti gli altri che per certe cose non hanno tempo, bisogna mandare avanti la vita quotidiana. Nessuno sa esattamente di cosa campi l’Astronomo.

Poi ci sono le donne. L’impiegata della posta che legge tutto ciò che passa per le sue mani, c'è una donna autoritaria ma bellissima che va regolarmente a nuotare, con qualsiasi clima e temperatura – dice che rinvigorisce lo spirito e la mente – e gli uomini la guardano col cannocchiale; c’è sua sorella più giovane, altrettanto bella ed ancor più schiva, è l’unica che sa veramente cosa faccia l’Astronomo ma per molto tempo non sappiamo esattamente cosa faccia lei, fin quando non torna un giovane ragazzo dai tratti slavi e con una casacca che lo fa sembrare un prete – è uno di quelli che non ce la facevano a restare in un posto dove non succede niente, perciò se n’era andato e non si era più fatto vedere per sei anni, ma poi era tornato perché c’è sempre qualcosa - o qualcuno - che ti lega al posto da cui vieni.

C’è un ragazzino bianco e fragile, figlio di un uomo grande e grosso che sembra un vulcano. Ma forse il vulcano, che è un poliziotto ma fa anche il falegname, è in realtà più fragile del ragazzino pallido, che nella vita passa la scopa sul pavimento della Latteria e osserva meravigliato le innumerevoli specie di volatili che attraversano i cieli islandesi.

Ci sono un uomo e un ragazzo – il ragazzo è il figlio dell’Astronomo – che lavorano insieme al Magazzino. Sono una bella coppia, ricordano un po’ quei tasselli inseparabili come le coppie dei comici della tv o del cinema. L’uno senza l’altro non funzionerebbero proprio, ma questi qui forse non sono amici per la pelle né tanto meno fanno sbellicare dalle risate il lettore. Sono anzi piuttosto malinconici, l’uno fugge nel sollievo dei sogni e delle fantasticherie che trova nel dormiveglia, l’altro combatte i suoi fantasmi rimpinzandosi di cibo. A proposito di fantasmi, è proprio con questi che i due avranno a che fare, perché siamo in un piccolo villaggio di quattrocento anime, dove ci si annoia e ci si racconta leggende, e qualche superstizione è inevitabile.

C’è un uomo che vive da solo nella sua fattoria e quasi non ha contatti con nessuno se non per qualche rara partita a scacchi. Una volta aveva avuto una moglie, ora ha soltanto il suo cane. Passa il tempo lavorando, guarda la tv, beve il caffè, legge dei libri. Sta bene e poi comunque c’è il suo cane. Solo qualche volta lo coglie il vago sospetto di sentirsi solo, ma la buona volta che viene qualcuno a trovarlo – anche se si tratta di una ragazza altissima dal buonumore contagioso – si innervosisce e pensa a quanto sta bene in compagnia del suo cane. Fino al giorno in cui davanti alla sua porta è rimasta una valigia, e lui è andato a Londra dove non puoi neanche allungare una mano senza rischiare di toccare qualcuno, ed ha pensato a quant’è bella la sua terra, dove puoi spalancare le braccia quanto vuoi senza toccare niente e nessuno. A Londra c’è stato meno del previsto, tempo di scrivere delle cartoline confuse in cui ringrazia i venti della Groenlandia, che se non fosse per quelli lei non esisterebbe, ed a quel punto nemmeno le mummie di quattromila anni fa avrebbero avuto alcun senso.

C’è un camionista che si chiama Jakob e che dentro di sé non ha ombre. Ha una moglie paffuta coi capelli scoloriti, alla quale lui dice - pensandolo nel profondo del cuore – sei bella e lei arrossisce ogni volta, anche se sono sposati da tanto tempo. Ogni anno fanno un viaggio a bordo del camion, sempre nello stesso periodo, ed in quell’occasione sono talmente felici che ci si sente felici soltanto a guardarli. Probabilmente in quel giorno anche Dio si prende un giorno di ferie, per sedersi in mezzo a loro ed inebriarsi della loro gioia. Che sollievo che esistano ancora persone così, senza segreti e senza ombre.

Forse il motivo per cui Luce d’estate ed è subito notte è riuscito a lasciarmi senza parole è che nelle vene mi scorre anche sangue dell’estremo nord e ritrovo in questo libro un senso lontano di casa e di nostalgia, che fin dal titolo mi avvolge del calore dei ricordi: l’anno spaccato in due, mesi in cui c’è solo luce e mesi in cui c’è solo buio; ma sapeste che bello, che luci in ogni caso, sia d’estate che d’inverno. O forse l’esser rimasta senza parole ha a che fare solamente con la scrittura di Stefansson, un tipo di prosa che mi parla oltre ogni presupposto logico e concreto, una prosa poetica che mi solleva da terra e mi porta in un viaggio lungo cento vite. Quel tipo di prosa che non ti permette d’interrogarti su quanto stai leggendo: è un atto di fede. Accetta di seguire il narratore, di credere a ciò che dice per quanto assurdo possa sembrare, oppure lascia stare. Con questo non voglio dire che Stefansson abbia raccontato in questo libro qualcosa di surreale, al contrario è bellissimo perché – fantasmi a parte – racconta come ogni uomo ed ogni donna, a prescindere dal loro aspetto, dalla loro posizione e condizione sociale, dai milioni di tratti che contraddistinguono le personalità di ognuno, sono poi nudi, fragili e soli di fronte alla vita, alla morte, all’amore ed al dolore.

Forse solo l’Astronomo fa eccezione, e forse è anche per la figura dell’Astronomo che sono rimasta senza parole. Perché sono abbastanza folle e credo a tal punto nel potere e nel valore della cultura umanistica occidentale che capisco perché l’Astronomo abbia abbandonato tutto per dei vecchi libri in latino, e c’è la scena di un momento intimo tra l’Astronomo e suo figlio in cui esce a galla una verità per me straziante, che mi ha fatta sentire proprio come l’Astronomo: felice e triste, con la testa pesante di tutto quello che può contenere la testa di un uomo.

I nomi dei personaggi sono difficili per noi da pronunciare, molti son scritti con lettere che non abbiamo proprio idea a quali suoni corrispondano. Ma non importa, un nome è un dettaglio poco importante, a distanza di tempo non ricorderò alcun nome, ma non dimenticherò nessuno dei loro sogni e delle loro ferite. Sono una lettrice che sottolinea spesso i propri libri, se incontro una frase che mi colpisce o un paragrafo al quale vorrò tornare. Non mi capita quasi mai, invece, di appuntare note e pensieri. Stavolta è successo, ho sentito il bisogno di scrivere di getto certi pensieri e certe impressioni sul libro stesso – pazienza se questa confessione farà inorridire chi non riesce a sottolineare un libro neanche a matita. C’è una pagina i cui margini sono fitti fitti della mia calligrafia, impressa sulla carta da una penna bic nera. La mia copia di questo libro è veramente mia, ha acquisito un valore speciale per me, è diventata una specie di scatola con dentro la tristezza e la felicità ed una manciata di stelle. Stelle e putrefazione. Che bella combinazione, eh? Così ha detto l’Astronomo, una volta, e non poteva trovarmi più d’accordo.

Dire che vi consiglio questo libro non mi è mai sembrato più superfluo, ma leggetelo solo se siete disposti a lasciarvi prendere per mano senza farvi troppe domande, se accettate di stare per un po’ al ritmo lento di un paesino minuscolo e al contempo immenso come questo qui, di cui non so neanche il nome ma non importa, perché quel che conta è tutto il resto. E’ una storia che inizia dicendo che in questo villaggio non c’è neanche una Chiesa né un cimitero, ma è una di quelle storie che potrebbero benissimo iniziare con

C'era una volta...

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 Info: l'edizione che ho letto io era il primo numero della collana I Boreali, una selezione del catalogo editoriale Iperborea che stanno regolarmente uscendo in edicola, al prezzo di 8, 50 euro, in allegato al Corriere della SeraQui lo store online, il catalogo completo ed il calendario delle uscite. Vi consiglio vivamente di approfittarne per fare una scorpacciata della grande letteratura del nord!

sabato 10 marzo 2018

Beate e suo figlio, Arthur Schnitzler

Arthur Schnitzler, 1862-1931

Sono tornata ad uno dei miei autori preferiti, lo scrittore-medico viennese Arthur Schnitzler del quale vi ho già parlato diverse volte, per la precisione recensendo la sua opera più conosciuta, ovvero Doppio sogno – da cui è tratto anche il film capolavoro di Stanley Kubrick, Eyes wide shut – ed il breve ma intensissimo racconto Geronimo il cieco e suo fratello. Vi invito a dare un’occhiata ai post che scrissi allora – ve li ho linkati appositamente – perché in quelle occasioni mi presi il tempo di raccontarvi qualcosa anche dell’autore e del particolare rapporto che lo legò a Sigmund Freud: i due erano contemporanei, vivevano e lavoravano nella capitale austriaca, eppure si stimarono reciprocamente a cortese distanza senza mai incontrarsi. E’ difficile introdurre un’opera di Schnitzler senza accennare a questi fatti, senza spiegare ai lettori che forse non lo conoscono come le sue storie siano immerse, intrise, affogate nel fango degli aspetti più torbidi della psicologia umana. Schnitzler ci mette con le spalle al muro, ci spoglia delle nostre maschere e ci costringe a guardare proprio in quegli angoli bui in cui evitiamo accuratamente di addentrarci. 

Ogni essere umano impara a capire, nella vita, che dentro ci portiamo una certa quantità di ombre. Quanto siano oscure e pericolose, e quanto vengano percepite dall’esterno, questo dipende dal nostro vissuto, dal nostro carattere, dal modo in cui impariamo o meno a gestirle. Ma tutti abbiamo zone oscure che faremmo volentieri a meno di frequentare – invece Schnitzler prendeva un foglio, la sua penna e metteva nero su bianco parole che avrebbero costretto i suoi lettori a fare i conti con la pericolosità di certi pensieri, con le conseguenze di certe azioni, col baratro che è pronto a spalancarsi se per un attimo smettiamo di stare attenti. E come se tutto questo non bastasse, la penna di Schnitzler va spesso a colpire quanto per le persone c’è di più caro: i rapporti personali, i legami affettivi, quelli che dovrebbero essere il punto fermo delle nostre precarie esistenze, il caposaldo nella confusione dei giorni peggiori, l’unico barlume di purezza in un mondo spesso troppo sporco. Invece no, Schnitzler cancella una dopo l’altra tutte le bugie e le illusioni che sappiamo crearci riguardo le persone a noi care ed il rapporto che faticosamente e con cura cerchiamo di costruire con esse; anzi, è proprio lì che si annidano i segreti più loschi, che stanno in agguato le sofferenze maggiori!, sembra sussurrarci l’autore tra una riga e l’altra. Il rapporto di coppia in Doppio sogno, il rapporto tra fratelli  in Geronimo il cieco e suo fratello, ora persino quello intoccabile tra una madre e suo figlio.



Ve lo dico subito, Beate e suo figlio è il libro di Arthur Schnitzler che finora mi ha coinvolta meno e mi è piaciuto meno, ma ciò vuol dire ben poco visto che il livello di apprezzamento delle opere precedenti è altissimo. Anche questa volta il libro è breve – 124 pagine, anche se piuttosto fitte – ambientate in una località di villeggiatura dove la quotidianità scorre placida, il tempo sembra quasi fermo e gli impegni son quelli di poca reale importanza, come cene, partite a tennis o a carte, sortite notturne in barca sulle acque immobili di un lago. Il luogo sembra incantevole e piccolo, quasi autosufficiente e sospeso nel nulla, se non fosse per quei minimi richiami che lo ricollocano nel nostro mondo, come la ferrovia e la stazione o la posta. I villeggianti appartengono tutti alla borghesia medio-alta, qualcuno ha titoli aristocratici, si conoscono tutti perché sono gli stessi da anni. La nostra protagonista si chiama Beate, è una donna di mezza età, vedova di un famoso ed amatissimo attore di teatro e madre di Hugo, un ragazzo di diciassette anni bello, sano e studioso. Beate è sicuramente una donna affascinante, più di un uomo nella cerchia di persone che frequenta non fa mistero di essere attratto da lei, ma lei, Beate, sembra essere irriducibilmente fedele alla memoria del marito, unico uomo ad aver posseduto il suo amore ed il suo corpo e del quale continua a sentire un’incolmabile nostalgia.

Nelle storie di Schnitzler, per quanto ho letto sinora, la vita dei protagonisti scorre nella sua normalità, fino a quando non sopraggiunge un elemento disturbante che getta il seme del dubbio, sconvolgendo quella normalità, ribaltandola e rigirandola fino ai limiti del possibile. Gli esiti variano di volta in volta: la crisi, per quanto profonda, può rivelarsi utile e portare alla crescita ed al miglioramento; oppure, al contrario, può essere fatale e condurre soltanto a desolazione e dolore.

Ecco, in questo caso l’elemento disturbante è una donna, la contessa Fortunata. Donna matura e voluttuosa, sposata ma sempre sola. C’è qualcosa nella persona di Fortunata che porta Beate a covare dei sospetti nei suoi confronti, e contestualmente un visibile cambiamento nel suo adorato Hugo, all’improvviso così chiuso e solitario, così attento a rifuggire le attenzioni materne. La sensibilità femminile di Beate le suggerisce di stare attenta, i segnali le dicono che Fortunata ha messo gli occhi su suo figlio e pian piano si convince che il suo Hugo, ancora così giovane e innocente, rischia di diventare – se non lo è già diventato – l’amante della contessa.
Beate affronta Fortunata faccia a faccia e se il confronto non le reca forse tutto il sollievo in cui poteva sperare, a fornirglielo ci penserà l’arrivo di un caro amico di Hugo, Fritzl. Grazie alla sua compagnia ed alla sua allegria Beate vedrà Hugo tornare quello di sempre, affettuoso e sorridente, impegnato in escursioni ed altre sane attività col suo compagno. Tutto risolto, quindi? No, perché Beate cederà al disperato desiderio mostrato da Fritzl nei suoi confronti. Fritzl, amico e coetaneo di suo figlio – e lei, Beate, non molto più giovane della contessa Fortunata.
In questo gioco subdolo e malizioso, dove ogni attore custodisce i suoi segreti, c’è spazio per svelare anche quelli del passato e nelle notti solitarie Beate può confessare a se stessa che forse in realtà quel defunto marito, il grande Ferdinand Heinold, lei non l’ha mai amato: ha amato profondamente ed appassionatamente tutti gli altri uomini che lui era stato, Cyrano, Amleto e Re Lear e tutti gli altri – ma non lui, non davvero, no. E certe conversazioni sussurrate portano alle sue orecchie un altro dubbio: la possibilità che lei per lui non fosse stata l’unica, come sempre aveva creduto. Che forse il suo eroe, il suo immortale marito, l’avesse tradita.
Un baratro si apre sull’altro nella mite esistenza di Beate e purtroppo difficilmente potranno richiudersi. Salvare suo figlio e salvare se stessa, questa diventa la missione in quello che invece doveva essere solamente un piacevole periodo di vacanza.
Queste sono le spaccature dell’animo umano che ha voluto mettere in luce Schnitzler in Beate e suo figlio, come si ricuciono e se si ricuciono è qualcosa che ovviamente vi lascio il gusto di scoprire affrontando personalmente la lettura. Tuttavia, se non avete mai letto prima questo autore vi sconsiglierei di cominciare da questo racconto: pur avendovi ritrovato l’inconfondibile impronta, a mio parere lo scavo psicologico in Beate e suo figlio è meno forte e meno sconvolgente rispetto agli altri due libri che ho letto; forse la storia mi ha coinvolta di meno o forse non sono entrata sufficientemente in empatia col personaggio di Beate. Non sono rimasta profondamente turbata come invece mi era accaduto con Doppio sogno e con Geronimo il cielo e suo fratello. Se invece siete già dei lettori di Arthur Schnitzler, allora Beate e suo figlio è sicuramente un tassello da aggiungere alla vostra esperienza di lettura.