lunedì 8 gennaio 2018

Downton Abbey: un excursus su Lady Edith

Dunque, come avevo accennato nel post sulle serie tv preferite del 2017, negli ultimi mesi dell'anno sono finalmente riuscita a concludere la serie britannica dedicata all'aristocratica famiglia Crawley che ha appassionato moltissimi spettatori. Downton Abbey è un racconto denso, movimentato da un'infinità di personaggi ognuno con la sua storia personale, che in un modo o nell'altro si lega alle vicende di tutti gli altri. Ecco perché recensire anche soltanto una serie di Downton Abbey si rivela un compito sin troppo arduo, figuriamoci quando ti rendi conto di aver scritto solamente della prima e della seconda stagione, e che quindi per completare il lavoro dovresti parlare in un unico post di ben quattro stagioni! Sarebbe una cosa non soltanto impossibile, ma anche troppo prolissa e forse poco interessante. Perciò ho deciso di concentrarmi su un dettaglio del grande quadro che è Downton Abbey, ovvero il ritratto di uno dei tanti personaggi. Prima di addentrarmi nella materia che voglio trattare, ci tengo a dedicare due righe ad un paio di altri protagonisti che, tra tutti, ho particolarmente amato: trovo infatti che la storia di Anna e Mr. Bates sia tra le più riuscite e le più avvincenti, loro che sono i buoni per eccellenza e che si trovano ad affrontare di contro tante ombre, tanti momenti bui, difficili, di totale infelicità ed incertezza; il finale che li vede coronare il loro più grande sogno mi ha commossa non poco. E poi Mr. Barrow, che per la gran parte del tempo si fa odiare sfoderando una meschinità sempre crescente, fino a spaccarsi in due e mostrare infine il suo lato luminoso. La sua evoluzione personale è profonda, accurata, dimostra un lento percorso di accettazione personale, crescita e ricerca della felicità. Anche in questo caso, il modo in cui si risolve il suo destino mi ha lasciata con gli occhi umidi. Bene, a malincuore direi che dovrei fermarmi qui, altrimenti un personaggio tira l'altro e finirei col parlare di tutti quanti in un post talmente lungo che farebbe arrendere anche i più volenterosi.
Il personaggio sul quale ho deciso di concentrarmi, come dice il titolo, è Lady Edith, e prima di cominciare devo avvertire chi non avesse ancora visto Downton Abbey che inevitabilmente farò degli spoiler!

Lady Edith è la secondogenita della famiglia Crawley e sin dall'inizio viene presentata – e considerata persino dagli stessi genitori – come la meno "interessante" delle giovani Crawley. Edith non sembra dotata né del fascino seducente della maggiore Mary, che non lascia indifferente nessun giovane uomo varchi la soglia di Downton, né del temperamento forte e ribelle della minore Sybil. Edith resta quindi in sordina per le prime stagioni, facendosi notare solo per le gelosie ed i dispetti con la sorella Mary, sulla quale  – in quanto primogenita – sono anche concentrate tutte le attenzioni della famiglia riguardo il destino della tenuta. In Lady Edith tutto sembra di poco conto: l'aspetto, il carattere, e soprattutto le prospettive, visto che nonostante la giovane età venga quasi già considerata condannata a restare zitella, perché tutti coloro che la circondano dubitano che un uomo possa realmente interessarsi a lei. Lo spettatore è purtroppo portato a sua volta a considerarla in modo tiepido, ritenendola effettivamente meno interessante delle sorelle; eppure già in questa fase, io mi sono trovata a solidarizzare con lei, perché trovavo ingiusto l'atteggiamento fatalistico dei familiari nei suoi confronti. Anche se non le dicevano esplicitamente le loro idee in faccia, queste trapelavano da un'infinità di sorrisi e sguardi compassionevoli, e da qualche conversazione svolta a porte socchiuse. Edith non è affatto stupida, ed ha sempre percepito di avere una marcia indietro all'interno del suo ambiente, senza poi un particolare motivo: forse meno affascinante delle sue sorelle, è vero, ma Lady Edith non è certo una ragazza che possa considerarsi brutta, né tanto meno – come ho già detto – stupida. E allora perché tanta poca stima nei suoi confronti? Non ci è dato saperlo, ma credo che principalmente dipenda dal continuo paragone e dalla perpetua sottile competizione con la sorella maggiore Mary, che sembra sempre uscire vittoriosa dai loro piccoli o grandi scontri perché molto più superba, determinata e soprattutto sicura di sé. E come potrebbe essere altrimenti, viziata ed osannata com'è sempre stata da tutti quanti?

Lady Edith dovrà aspettare per sentirsi finalmente apprezzata fino in fondo da qualcuno, un uomo che sa vedere la bellezza che c'è in lei, ovvero Micheal Gregson, che ovviamente non andrà subito a genio ai Crawley, in particolar modo al padre di Edith. Micheal Gregson infatti non è esattamente il tipo di uomo che egli si auspica per la sua fanciulla: tanto per cominciare non appartiene al loro stesso ceto sociale, il suo mestiere è dirigere una moderna rivista londinese e poi è molto più grande di Edith, quasi un coetaneo di Lord Grantham. Edith porta pazienza, sicura che conoscendolo meglio suo padre imparerà ad apprezzare la bontà, la gentilezza ed il carattere di Mr. Gregson, cosa che effettivamente accade quando quest'ultimo riesce a smascherare uno sgradevole ospite che, organizzando partite a carte per i gentiluomini ospiti di Downton, stava dilapidando i portafogli di tutti barando abilmente. In questa occasione Mr. Gregson si riscatta agli occhi di Lord Grantham, il quale non avrà più nulla da obiettare contro l'uomo scelto dalla figlia. Peccato però che la felicità di Lady Edith non fosse minata soltanto dall'ostilità paterna, che in fondo si risolve piuttosto facilmente: Micheal Gregson è infatti prigioniero di una situazione personale complicata, dal momento che è legalmente sposato ma non ha alcun rapporto con la moglie, divenuta pazza molti anni prima. In Inghilterra il divorzio non era ancora contemplato, così Michael Gregson – tanto innamorato e tanto deciso a sposare Lady Edith – decide di spostarsi in Germania dove il divorzio era già legale, prendere la cittadinanza tedesca e riuscire finalmente a liberarsi di quel vincolo ormai senza significato. Lady Edith esprime le sue rimostranze, dovute soprattutto alla preoccupazione per la reputazione di Mr. Gregson: la Prima Guerra Mondiale è finita da pochissimo tempo, cosa avrebbero pensato i suoi connazionali inglesi della sua decisione di diventare cittadino tedesco? Mr. Gregson però non vede altre soluzioni per coronare la felicità di entrambi, e così, risoluto, parte per la Germania. Prima di separarsi i due passano la notte insieme, persuasi che non ci sia niente di male dal momento che ormai la prospettiva del loro matrimonio è cosa certa.

Ma la vita non è mai cosa certa né tanto meno semplice, e Michael Gregson non farà mai ritorno dalla Germania, lasciando Lady Edith prima in un lungo periodo di tormento poiché di lui non si hanno notizie e non si riesce a scoprire cosa ne sia stato di lui; e poi perché quando la verità giunge a Downton viene ovviamente confermato il peggio che poteva avvenire, ovvero che Mr. Gregson è stato trovato morto. Lady Edith si trova quindi ad affrontare il lutto dell'unica persona che l'avesse mai fatta sentire apprezzata ed amata, e come se non bastasse scopre che quell'unica innocente notte ha lasciato il suo frutto, e lei si trova quindi nella delicatissima posizione di avere in grembo il bambino dell'uomo che tanto ha amato, ma che è pur sempre un bambino concepito fuori dal matrimonio. Straziata dal dolore della perdita, straziata dal peso di una decisione: come comportarsi con quella gravidanza? Col frutto di un amore che tanto desidera, e di cui pure deve comportarsi come se se ne vergognasse, nascondendolo alla famiglia e cercando di volta in volta fallimentari soluzioni. Già, perché alla fine nascerà la piccola Marigold, che nonostante i tentativi di separarsene per risparmiare un disonore ai genitori ed alla famiglia, la bambina diventerà il centro della vita e soprattutto dei sentimenti di Lady Edith, che un passo alla volta sceglie di ribellarsi alle convenzioni e di dare importanza a ciò che veramente è importante, ovvero il fare da madre a sua figlia.


Lady Edith tira finalmente fuori un carattere ed una grinta che forse nessuno le riconosceva ed è il personaggio che – secondo me – meglio rispecchia l'evoluzione dei tempi verso la modernità e l'emancipazione femminile (ecco anche perché si è imposta come una dei preferiti): alla morte di Michael Gregson ha ereditato la sua rivista, per la quale sceglie come editrice una sua coetanea, donna come lei, acuta ed intelligente. Edith inizia ad uscire sempre di più nel vasto mondo, inizia a lasciarsi alle spalle le grandi ma soffocanti mura di Downton Abbey, un luogo che in fondo riconosce esser sempre appartenuto a Lady Mary. Lady Edith diventa praticamente una mamma single e lavoratrice, con tutti gli agi di una Lady, certo, ma con l'approccio ed una mentalità di una donna di oggi, che non sa che farsene di una cameriera personale e che si sente sempre più propensa a vivere libera da tante formalità e convenzioni che lasciano il tempo che trovano.
Il momento che forse l'ha fatta salire di più nella mia stima è arrivato nell'ultima stagione, quando avviene il litigio peggiore e più grave tra lei e la sorella Mary, causato ovviamente da quest'ultima e dalla sua incapacità di esser felice per la sorella che finalmente stava per ottenere qualche gioia nella vita. Lady Mary praticamente le spezza il futuro (che poi la situazione si risolva è un discorso a parte) e Lady Edith dapprima le getta in faccia tutto il veleno accumulato in una vita a sopportare i giochetti di Mary, ma poi è capace di perdonarla e di riconciliarsi con lei, con una motivazione che non potrebbe essere più matura, intelligente e profonda: Edith spiega a Mary che, che si piacciano o meno, loro due sono un fatto di sangue e di memoria e che quando un giorno tutte le persone che hanno amato e che hanno fatto parte della loro fanciullezza non ci saranno più, loro due saranno le uniche a custodire quei ricordi. Famiglia come memoria. Una sorella come unica custode degli stessi, insostituibili ricordi. Credo che questo sia stato uno dei momenti più belli dell'intera serie, dove le due sorelle son finalmente alla pari e dove nessuno potrebbe vedere in Lady Edith una donna poco interessante e un po' sfigata. Inoltre questo significato dato al valore della famiglia è tra i più belli che mi fosse mai capitato d'incontrare ed era un aspetto sul quale forse non avevo mai riflettuto in questo modo.

Insomma, anche io ci ho messo il mio tempo per imparare ad apprezzare a fondo il personaggio di Lady Edith, ma poco alla volta si è imposta come il mio personaggio preferito della serie per la grande evoluzione che compie nel corso delle sei stagioni. Se vogliamo continuare con il paragone con la sorella Mary, ecco, Lady Mary al confronto mi sembra un personaggio molto più statico: anche a Lady Mary accadono molte cose, anche lei supera dolori e si rimbocca le mani diventando una lavoratrice, eppure mi sembra di lasciarla nell'ultima puntata ancora una persona superba, arrogante e capace di gesti gratuitamente cattivi. Non la giudico male, perché anche Mary è capace di dolcezza e di buone azioni; dico solo che dall'inizio alla fine Mary rimane più o meno la stessa, al contrario di Lady Edith che esce dal suo bozzolo e fa a pezzi l'immagine di brutto anatraccolo, diventando una donna capace, intraprendente e molto coraggiosa. Mi è piaciuto molto anche che, a suo rischio e pericolo, abbia deciso di dire la verità su Marigold alla futura e severa suocera, la quale infatti premia la sua onestà. Onestà che dimostra come Lady Edith non sia più disposta a nascondersi o a mettere le convenzioni sociali davanti alla propria serenità, qualcosa che ancora oggi non tutti sono capaci di fare, figuriamoci nel 1925.

Per concludere, il finale di Downton Abbey è stato tra i finali di stagione che più ho apprezzato in assoluto, perché pur lasciando grandi spiragli aperti sul futuro di ognuno, nessuna piccola situazione è stata lasciata irrisolta, ed ha il sapore che spesso ha la vita vera: la felicità è possibile, ma spesso si accompagna ad un sapore dolceamaro, e per dei destini che hanno tutto da costruire, ce ne sono altri ormai giunti a compimento. Su Downton si spengono le luci con un misto di gioia e di malinconia, con la netta sensazione che è ormai il momento per le nuove generazioni di sostituire le precedenti, e questo necessario e giusto scorrere del tempo lascia lo spettatore con un entusiasmo per il futuro ed una grande nostalgia per il passato.







sabato 6 gennaio 2018

Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson

« La strada le ondeggiò davanti, su e giù, su e giù, e nella gamba sinistra si era scatenato un incendio. Ma aveva una mela. Il mondo era pieno di pastori tedeschi che abbaiavano, di soldati delle SS con i manganelli, ma lei teneva una mela stretta in mano. Una mela gialla, quasi matura. Forse avrebbe addirittura potuto volare. »


Io non mi chiamo Miriam, è la bizzarra frase che sfugge dalle labbra di Miram Goldberg il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, dopo aver aperto il regalo della nipote davanti al figlio ed alla nuora nella sua stanza da letto, dove come da tradizione ha ricevuto il vassoio con la colazione come parte dei festeggiamenti. I familiari sorvolano sulle parole di Miriam, salvo poi preoccuparsi che quell'affermazione non sia il primo segno di un principio di demenza senile. Perché per tutti loro lei è Miriam, ebrea di origine tedesca sopravvissuta ad Auschwitz ed a Ravensbrück e giunta in Svezia quand'era ancora un'adolescente. Di quei posti e del suo vissuto si è sempre parlato il meno possibile, per un eccesso di tatto, delicatezza e riservatezza tipici dell'Europa del nord; la famiglia di Miriam non sa quasi nulla di come è arrivata nei campi di concentramento, di come ne sia uscita e di come sia arrivata in Svezia. Figuriamoci se potrebbero mai immaginare che Miriam un tempo si chiamava Malika e che non era affatto una tedesca di una buona famiglia ebrea, ma una rom.

La prima volta che ho visto questo libro è stato nella sezione delle nuove uscite della casa editrice Iperborea e sono stata subito attratta tanto dal titolo quanto dalla copertina; leggendo la trama, poi, ho deciso immediatamente che l'avrei dovuto leggere il prima possibile. La letteratura della Seconda Guerra mondiale e dell'olocausto è sicuramente tra le più intense della storia, e tutti almeno per ragioni scolastiche abbiamo affrontato una sfilza di racconti dei sopravvissuti. Vi è mai capitato però di leggere la testimonianza di una prigioniera rom? Diciamoci la verità, quando pensiamo ai campi di concentramento il nostro pensiero va automaticamente alla popolazione ebraica. Facendo un piccolo sforzo ci vengono in mente gli omosessuali ed i prigionieri politici, ma quanta attenzione è stata data ad esempio ai testimoni di Geova o ai rom? Praticamente nessuna, a quanto ne so io, almeno facendo il paragone con le altre categorie di prigionieri. E c'è di più: se una volta terminato l'incubo del nazismo e delle persecuzioni il mondo intero ha iniziato a nutrire e coltivare pietà, compassione ed empatia verso chiunque patito quelle atroci sofferenze, nei confronti dei rom nulla è cambiato, ed hanno continuato ad essere emarginati e scacciati esattamente come prima

L'idea che noi abbiamo oggi dei rom non è certo positiva: per noi i rom son quelli che sostano agli angoli delle strade ad elemosinare, pronti a lanciarci contro un malocchio se non ci mostriamo sufficientemente generosi; alcuni di loro sono inspiegabilmente ricchi, lasciandoci molto dubbiosi circa le fonti del loro guadagno; e poi le ragazzine rom, forse la categoria peggiore nella società dei nostri giorni, che sembrano vivere nei treni delle metropolitane e con mano lesta e silenziosa sfilano dalle nostre tasche e dalle nostre borse telefoni e portafogli. Ci son riuscite anche con me una volta, rubandomi il portafoglio più grazioso che abbia mai avuto, per altro contenente alcuni piccoli insostituibili ricordi. Figuratevi quale simpatia io possa nutrire verso di loro. Eppure cerco di non commettere mai l'errore di fare di tutta l'erba un fascio, e sono sicura che il popolo rom non sia soltanto quello che conosciamo per questi pessimi motivi. Il nonno di Malika ad esempio aveva comprato una casa, dove vivevano tutti assieme mantenendosi con un lavoro onesto, fin quando la loro quotidianità libera, un po' selvaggia ma felice di bambini innocenti è stata improvvisamente sconvolta per non tornare mai più quella che Malika, il suo fratellino Didi e la cugina Anuschka conoscevano.

Il romanzo di Majgull Axelsson è secondo me qualcosa di eccezionale sotto molteplici punti di vista: contenuti, scrittura e costruzione. Il libro infatti è costruito da più pezzi, tutti incastrati con una maestria ed una fluidità veramente notevoli. Nel racconto si alternano infatti il presnte di Malika/Miriam, ovvero il giorno del suo compleanno che è anche la festa di mezza estate, che in Svezia si festeggia come giorno più lungo dell'anno. Miriam fa una lunga passeggiata a braccetto con la nipote, la quale – scossa dalla strana affermazione fatta dalla nonna quella mattina – inizia a porle tutte le domande che nessuno le aveva mai fatto, facendosi a tratti insistente ed a tratti spaventata dalle risposte. E se inizialmente Miriam è restia a parlare, abituata com'è da tutti quegli anni a non lasciar trapelare nulla che possa svelare la sua identità, pian piano non riesce più a trattenersi, scoprendo il piacere di liberarsi di tanti segreti e di tanta sofferenza sopportata completamente sola, chiusa nella paura di venire abbandonata ed emarginata. Tra i ricordi nella testa di Miriam ed il racconto che concede alla nipote, si ricostruisce poi il suo passato, dai vaghi ricordi che conserva della sua famiglia, all'istituto cattolico dove fu inizialmente portata insieme al fratellino ed alla cugina, all'arrivo ad Auschwitz e la subitanea comprensione dell'orrore, agli esperimenti condotti dal terribile dottor Josef Mengele sui bambini rom (un personaggio e dei fatti reali, dei quali fino ad ora non sapevo nulla), al trasferimento al campo di Ravensbrück durante il quale Malika è diventata improvvisamente Miriam – senza neanche poterne immaginare le conseguenze – e l'incontro con la norvegese Else, uno dei personaggi più intensi del libro. E poi la liberazione, il lungo viaggio, l'arrivo in Svezia dove il dolore e la sofferenza sembrano non esser mai esistiti, dove i bambini passeggiano nei boschi e non hanno paura dei lupi e la ferma decisione di restare in quel posto per sempre.

Anche il racconto dell'adattamento di Miriam nella società svedese è avvincente da scoprire: all'inizio Miriam segue come un'ombra le infermiere che lavorano nel centro di accoglienza, dove assieme a tutte le altre rifugiate resta per il periodo di quarantena. Le segue come un ombra, dicevo, per imparare il più in fretta possibile non soltanto la lingua svedese, ma soprattutto l'atteggiamento svedese – il modo di reagire ad ogni cosa di quelle graziose ragazze, le espressioni dei loro volti durante una conversazione, la giusta piega dei sorrisi, i cenni del capo ed il più sottile tremito delle sopracciglia: Miriam assorbe come una spugna, determinata a diventare una perfetta ed elegante giovane donna svedese. Un forte aiuto in questa direzione le verrà dalla donna che decide di dare a Miriam la chance che desidera, ospitandola in casa sua insegnandole tutto ciò che c'è da sapere, soprattutto la discrezione e la sobrietà, tanto nelle maniere quanto nel vestire. Il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, guardandosi allo specchio, Miriam ancora giudica i suoi abiti alla maniera di Hannah, che avrebbe sicuramente approvato i classici senza tempo indossati da Miriam.

Kanelbullar, tipo dolce svedese
da accompagnare al caffè
Leggendo Io non mi chiamo Miriam ho allargato i miei orizzonti circa la realtà delle persecuzioni naziste, finora effettivamente limitate alla vicenda del popolo ebraico. Sento di aver imparato e guadagnato molto, essendo ora a conoscenza di personaggi realmente esistiti e fatti realmente accaduti – primi fra tutti Josef Mengele ed i suoi atroci esperimenti – che è certo preferibile non conoscere ma del tutto ingiusto ignorare. Al libro segue una postfazione dell'autrice che ci racconta dei suoi viaggi nei luoghi raccontati nel libro e delle fonti cui ha potuto attingere per le ricostruzioni storiche, e poi segue anche una postfazione di Björn Larsson, uno degli autori contemporanei svedesi più conosciuti ed amati nel mondo, il quale mette in luce un altro elemento molto importante che fa ulteriore onore al lavoro della Axelsson, ovvero che raramente – forse mai – qualcuno si era lanciato nella delicatissima e pericolosissima impresa di scrivere un libro sui campi di concentramento adottando un io narrante senza aver vissuto tali esperienze in prima persona. Se ci pensate, la grande maggioranza di questi libri son scritti proprio dai sopravvissuti di loro pugno, ed è quasi impensabile parlare di quelle vicende con la stessa accuratezza e lo stesso pathòs di chi ha sentito le grida delle SS con le proprie orecchie, di chi ha sentito col proprio naso l'odore dei fumi che uscivano dai forni e dalle camere a gas, di chi ha subito sul proprio corpo ferite e privazioni. La scelta di Majgull Axelsson di intraprendere questo percorso costituiva una grande sfida, nella quale lei si è lanciata sostenendo che presto tutte le persone che serbano questa memoria non ci saranno più, ma che non si può lasciar morire la memoria con loro, e che è quindi giusto continuare ad indagare, scrivere e ricostruire le tante realtà e le milioni di storie ancora sconosciute di questa torbida fetta di storia.

Un coraggio non indifferente, quello della Axelsson, che però l'ha portata a scrivere un libro appassionante, intenso, con personaggi che si fa veramente fatica a non credere realmente esistenti o esistiti. Ci sono moltissime caratteristiche, anche tra le più sottili o meno evidenti che mi hanno colpita durante la lettura del romanzo, come ad esempio la rabbia che coglie Miriam/Malika nel momento in cui  la nipote la costringe a ricordare; la paura, all'apparenza quasi insensata, che la coglie nel momento in cui si apre con lei, il pensiero di venire ora guardata con disprezzo dalla nipote scatenato soltanto dal breve silenzio necessario alla ragazza per digerire le nuove, incredibili informazioni e trovare dentro di sé l'adeguata reazione. Proprio nulla in Io non mi chiamo Miriam è lasciato al caso, non c'è nulla di approssimativo o poco approfondito: la penna della Axelsson ha creato una storia a più livelli tridimensionale, completa e perfetta e non priva di momenti di alta poeticità:

« Quando era molto piccolo le capitava di avere tanta disponibilità di tempo da permettersi di stendersi sul letto in pieno pomeriggio e tenerselo nell'incavo del braccio. Restavano lì, guardandosi negli occhi e raccontandosi senza parole i rispettivi dolori. Il tormento della nascita, accecato dalla luce incomprensibile, il corpicino rannicchiato per sfuggire all'aria fredda, la nostalgia di quella voce argentina sentita per un'eternità ma che un giorno si era spenta di colpo, la perdita dei battiti rasserenanti e consolanti che l'avevano accompagnato da sempre per sentirsi invadere i canali uditivi dagli strilli acuti di qualcuno che forse era addirittura lui, da rumori e fracasso e penetranti voci femminili. Il dolore insito nel fatto che la morte fosse parte della vita, inevitabile e imprevedibile, e che gli esseri umani fossero inaffidabili e pericolosi, che in ognuno di loro trovasse spazio il rischio di diventare sia vittima che carnefice ma che non tutti capissero l'assoluta necessità di tenere in scacco il proprio carnefice e negare alla propria vittima il diritto di cadere in ginocchio. Così, con le fronti che si toccavano, respiravano l'uno il respiro dell'altra e sprofondavano lentamente in un dormiveglia consolatorio. Erano uniti. Tutto il resto non solo poteva andare in malora ma ci sarebbe anche andato, prima o poi, risolvendosi in nulla. Lo sapevano entrambi, ma fino a quel momento sarebbero rimasti uniti. La madre che in realtà non era sua madre. Il figlio che in realtà non era suo figlio. »



mercoledì 3 gennaio 2018

Ultimi bagliori del 2017 parte #2: serie tv belle

Ed eccomi qui, come anticipato e promesso, per stilare un breve (forse) riepilogo delle serie tv più belle che mi hanno allietato molte serate nel 2017.

Ovviamente lo spacciatore di fiducia è lui, il caro buon vecchio Netflix, senza il quale ormai molti di noi si sentirebbero totalmente perduti. Perché Netflix ha un catalogo di infinite possibilità, è un contenitore nel quale chiunque può trovare ciò che cerca. Netflix accoglie a schermo aperto lo spettatore colto e raffinato così come l'amante del più becero e basso intrattenimento. E sono sicura che senza di lui, che mi mette lì tante belle cose pronte per essere guardate, non avrei goduto di molte cose che ho visto.

A differenza dei libri, per quanto riguarda le serie tv mi sento perfettamente in grado di stilare una classifica, per la precisione una rapida top 5:

5. The Punisher. Sicuramente la più bella tra le tante serie Marvel viste quest'anno, l'unica a non avere neanche un personaggio dotato di poteri o speciali abilità; il protagonista è infatti Frank Castle, un ex soldato al quale è stata sterminata la famiglia (moglie e due figli), un tragico evento che segnerà l'inizio della sua nuova vita, quella in cui sarà conosciuto come The Punisher,  "Il Punitore". Difficile farvi capire in poche righe quanto questa serie a lui dedicata sia intensa, quanto sia ben costruita la trama, quanto i personaggi siano caratterizzati a tutto tondo: tanto gli amici, quanto i nemici di Frank Castle. La figura di Castle pone in maniera forte un quesito al quale è difficile rispondere: le vite che lui stronca senza pietà non sono certo vite da rimpiangere, eppure è giusto e accettabile farsi giustizia da sé alla sua maniera? Fiducia (o mancanza di essa) nelle istituzioni, amicizia, tradimento, lealtà - verso un amico o verso la patria, le spesso poco discusse conseguenze della guerra su un soldato tornato a casa (avete visto "American Sniper"?) , il lutto e l'amore che vive oltre la morte. Questi sono solo alcuni dei grandi temi trattati in Punisher, un titolo che vi consiglierei soprattutto se non vi siete mai approcciati alle serie della Marvel, perché questa - per serietà, profondità e scrittura - è sicuramente superiore a tutte le altre viste sinora. Unica nota di avvertenza, è che inevitabilmente c'è parecchia violenza; sconsigliata quindi se siete spettatori troppo sensibili o se non reggete alla vista del sangue.


4. Il quarto posto va a qualcosa di molto più leggero, la comedy più bella forse non solo del 2017 ma degli ultimi anni, della quale mi sono bevuta in un sol sorso tutte e tre le stagioni ed alla quale ho spesso pensato di dedicare un post, non riuscendoci poi mai - forse proprio per la preziosità di questo gioiellino, che non volevo profanare in una recensione che non avrebbe mai reso giustizia al perfetto equilibrio tra leggerezza, ironia e profonda verità infusa dai creatori Aziz Ansari ed Alan Young al loro Master of None. Ansari è anche il volto del protagonista, Dev Shah, indiano che di indiano ha soltanto il nome e la faccia, per il resto americano quanto ogni altro americano. Eppure quando si presenta ai provini - perché sì, Dev vorrebbe fare l'attore, anche se il sogno della recitazione è qualcosa di puramente casuale, ma questa è un'altra storia - gli chiedono se per favore potrebbe tirar fuori il suo accento indiano, nel modo che si addice ad un qualunque tassista o comparsa di origine indiana. Master of None combatte a colpi di intelligenza ed ironia il peso - e l'insensatezza - degli stereotipi, davanti ad una birra o una puntata di Sherlock assieme ai migliori amici di Dev, che sono un guazzabuglio di stereotipi: a partire da lui, l'indiano-americano, la sua amica Denise che è 1) una donna 2) di colore 3) lesbica ed il suo migliore amico Arnold che è grande, grosso, tenero, impacciato. Master of None parla anche dell'avere trent'anni e non avere ancora una direzione chiara nella propria vita, parla di relazioni umane, sia quelle d'amicizia che quelle sentimentali. Ed ecco, il modo in cui Master of None parla dell'amore è qualcosa di unico, forse l'aspetto che mi è piaciuto di più di tutta la serie, perché sembra suggerire l'idea che in una bella relazione debba esserci il divertimento, il vero e proprio giocare all'interno della coppia, e che quando il gioco vien meno non c'è buon sesso che tenga, il rapporto a poco a poco si sfalda. A quel punto si fanno i bagagli e si va alla ricerca di se stessi da qualche altra parte, il più lontano possibile. Nel caso di Dev - appassionato amante della pasta - si tratta del nostro Bel Paese, Modena per la precisione, dove impara a fare i tortellini e dove incontra Francesca, interpretata da una stupefacente Alessandra Mastronardi, la quale sfoggia un'invidiabile pronuncia inglese ed una recitazione all'altezza del ruolo - al contrario di un pessimo Riccardo Scamarcio, che fa tanto rimpiangere la presenza ad esempio di un Luca Argentero.
Io che di anni ne ho ventisei mi sono ritrovata tantissimo nelle situazioni raccontate da Master of None, che mi ha fatta ridere un sacco e commuovere altrettanto. Come la puntata interamente dedicata alla storia d'amicizia tra Dev e Denise ed al rapporto di quest'ultima col la propria identità e la propria famiglia (memorabile il momento in cui la madre e la zia, quand'era ancora bambina, le dicono che essendo una donna ed una donna di colore nella vita dovrà sgobbare il doppio degli altri per ottenere forse la metà, figuratevi come la pensano quando si dichiara anche lesbica), oppure quella in cui si riassume la convivenza con una ragazza adorabile, dagli iniziali splendori alle ultime catastrofi. Ragazzi, se ve lo siete perso Master of None è una delle cose più adorabili di sempre.


3. Podio per un altro vero gioiellino uscito quest'anno, ovvero Ann with an "E" - Chiamatemi Anna, il riadattamento di Anna dai capelli rossi, che chiunque conosce vuoi per i libri di Lucy M. Montgomery da cui è tratto o per il vecchio cartone animato. Per ulteriori informazioni o considerazioni vi rimando alla recensione dedicata, per il resto se non l'avete ancora fatto vi consiglio di bearvi con la meraviglia dei paesaggi e la musicalità del linguaggio di Anna, interpretata dalla talentuosissima Amybeth McNulty. Per parte mia, spero tanto che il 2018 ci porti la seconda stagione.

2. Secondo posto va di diritto a Downton Abbey, che molti di voi avranno già visto milioni di anni fa; io sono arrivata tardi e dopo aver visto una dietro l'altra tutte le puntate della prima e della seconda stagione mi sono fermata, riprendendola e finalmente concludendola solo di recente. Farvi una recensione di tre intere stagioni oltre che impossibile è forse anche poco sensato, tuttavia ho in mente un argomento in particolare che vorrei sviscerare in un post. Comunque sia, Downton Abbey è stupendo e mai noioso, nonostante la lunghezza delle puntate. Un racconto corale che non si perde ed appassiona, che ricalca da vicino i Cazalet della Howard, al quale senza dubbio il creatore Julian Fellows deve essersi ispirato per ideare la famiglia Crawley. Una serie che non può mancare nel repertorio degli amanti del gusto british, delle trame che si snodano nei ceti aristocratici, di epoche ormai tramontate - gli anni '20, in questo caso, delle saghe familiari. Stupendo, meraviglioso, bellissimo.

1. Primo posto meritatissimo dall'ultima cosa vista nel 2017, ovvero Black Mirror. Per la prima volta in vita mia mi sono buttata in un vero e proprio binge watching, finendo un'intera stagione in un'unica sessione. E' vero, le puntata per stagione son poche, ma sono solita non andare oltre le due di seguito; in questo caso ogni regola è stata dimenticata, un episodio tira l'altro nonostante ognuno di essi sia un tripudio di angoscia e sgomento. Il 29 dicembre è uscita la quarta stagione, che ho cominciato ieri, perciò di Black Mirror parlerò più nel dettaglio a visione conclusa.



Ce l'ho fatta, questa era la mia top 5 delle più belle serie tv viste nel 2017. Vi ricordo che nella sezione Spectator trovate tutte le mie recensioni dedicate a film e telefilm, dateci una sbirciata se siete curiosi sui titoli che non ho incluso in questa classifica. 

Fatemi sapere nei commenti se avete visto qualcuno di questi titoli e quali sono state le vostre serie preferite dell'anno appena conclusosi!





martedì 2 gennaio 2018

Ultimi bagliori del 2017 parte #1: libri belli

Cari lettori, care lettrici,
non ho dedicato l'ultimo post dell'anno alle top ten, ma ciò non significa che non avessi proprio intenzione di farne! E' un'occasione troppo ghiotta per chi si occupa di libri e altre forme d'arte e intrattenimento, una bella occasione per ripercorrere a ritroso il proprio anno di letture nonché una scusa in più per chiacchierare amabilmente di ciò che più ci ha appassionato. In realtà, quest'anno non riesco a fare una vera top ten perché in totale ho letto solamente quindici libri: una vera e propria vergogna per chi consacra la propria vita di lettore al superamento delle reading challenges! Ma io non sono tra questi, perciò sì mi dispiaccio un po' di non aver letto di più, di non essermi mantenuta almeno nella mia media – che gli anni passati è sempre rimasta sulla trentina di volumi letti – però pazienza, ho affrontato alcuni romanzi molto lunghi e diversi titoli che sono già certa non scorderò più, perché sono ormai entrati nel mio personale bagaglio culturale.

Tra questi, ci sono Il circolo Pickwick che ha risposto alla mia esigenza di leggere almeno un Dickens all'anno, e che come vi ho detto più volte è sicuramente uno dei libri più divertenti e spassosi che mi siano mai capitati tra le mani; è anche il romanzo che vi consiglierei più caldamente tra tutti quelli che ho letto, in barba alla sua gigantesca mole che tanto una volta iniziato non si riesce più a smettere, ed arrivati alla fine ci si dispiace pure che non ce ne sia ancora.

Di tutt'altra pasta è invece Uccelli di rovo dell'autrice australiana Colleen McCullough, un romanzo che non capisco proprio perché gode di una pessima fama, tanto che spesso quando l'ho nominato ho visto persone indietreggiare arricciando il naso; se qualcuno conosce il motivo della brutta reputazione di questo libro per favore me lo spieghi, perché la prosa della McCullough è coinvolgente come poche ed ha saputo trasportarmi lontano, nella sua sconfinata Australia, per seguire l'epopea di una famiglia e soprattutto della protagonista indiscussa di queste fittissime pagine: Maggie Cleary, un'eroina letteraria dal temperamento e dalla forza d'acciaio, che non ha nulla da invidiare alla collega Rossella O'Hara.

E se parliamo di storie familiari, come non citare la meravigliosa saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, che ho proseguito leggendo il terzo volume, ovvero Confusione, che al momento vanta la posizione di preferito tra i libri della saga. Fortunatamente sia il quarto che il quinto volume sono a portata di mano sullo scaffale, e rientreranno di sicuro tra le letture dei prossimi mesi (anche se pensare di concludere la storia dei Cazalet, mi mette una tristezza infinita...).


Mi dà poi non poca soddisfazione vedere di essermi dedicata anche a letture di stampo storico, prima col bellissimo nostrano Canale Mussolini di Antonio Pennacchi del quale ho abbondantemente parlato nella recensione dedicata, e poi con Io non mi chiamo Miriam dell'autrice svedese di Majgull Axelsson, ultimo libro affrontato nel 2017 del quale mi farebbe molto piacere parlarvi fintanto che il ricordo è ancora fresco. Due titoli molto lontani per nascita e intenti, per tecniche narrative e protagonisti, che in comune hanno soltanto il periodo: gli anni Quaranta, affrontati con uno spirito che non potrebbe essere più diverso di così – uno tipicamente italiano, che svuota la fatica e la malinconia in un bicchiere di sana ironia; l'altro col piglio forte della scrittura d'inchiesta, mescolato alla delicatezza della memoria. Due romanzi storici agli antipodi, ma ugualmente eccellenti e retti su una minuziosa documentazione.

Il mio sodalizio amoroso con la letteratura classica inglese è stato ben rimpolpato – oltre che da Dickens – dall'amata Jane Austen con Mansfield Park e dalla felicissima scoperta di George Eliot con Il mulino sulla Floss.


Per l'ambito della non-fiction figurano due soli titoli: L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello del celebre neurologo-scrittore Oliver Sacks e poi E l'uomo incontrò il cane di Konrad Lorenz, di cui ahimè non vi ho parlato qui sul blog. Si tratta di un breve libriccino edito da Adelphi nel quale il padre della moderna etologia si concentra sulla specie canina, spiegandone l'origine, il comportamento, le abitudini, le capacità, il linguaggio sempre in bilico tra divulgazione scientifica e ricordi personali dell'autore con i cani della sua vita, in quel modo mai freddo e sempre denso di quell'amore che legava Lorenz agli animali. Lo consiglierei ovviamente a chiunque condivide la propria vita con un cane, a chiunque sta pensando di adottarne uno e sì, anche a chi dei cani ha paura.

Bene lettori e lettrici, questo era il mio riepilogo di letture del 2017, che è stato un anno particolarmente ricco anche di bellissime serie tv, delle quali forse farò un riepilogo a parte per evitare un post troppo logorroico. Detto ciò, spero che il vostro anno sia iniziato nel migliore dei modi e che abbiate già il naso tra le pagine di un ottimo libro!

Alla prossima ♥