sabato 6 gennaio 2018

Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson

« La strada le ondeggiò davanti, su e giù, su e giù, e nella gamba sinistra si era scatenato un incendio. Ma aveva una mela. Il mondo era pieno di pastori tedeschi che abbaiavano, di soldati delle SS con i manganelli, ma lei teneva una mela stretta in mano. Una mela gialla, quasi matura. Forse avrebbe addirittura potuto volare. »


Io non mi chiamo Miriam, è la bizzarra frase che sfugge dalle labbra di Miram Goldberg il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, dopo aver aperto il regalo della nipote davanti al figlio ed alla nuora nella sua stanza da letto, dove come da tradizione ha ricevuto il vassoio con la colazione come parte dei festeggiamenti. I familiari sorvolano sulle parole di Miriam, salvo poi preoccuparsi che quell'affermazione non sia il primo segno di un principio di demenza senile. Perché per tutti loro lei è Miriam, ebrea di origine tedesca sopravvissuta ad Auschwitz ed a Ravensbrück e giunta in Svezia quand'era ancora un'adolescente. Di quei posti e del suo vissuto si è sempre parlato il meno possibile, per un eccesso di tatto, delicatezza e riservatezza tipici dell'Europa del nord; la famiglia di Miriam non sa quasi nulla di come è arrivata nei campi di concentramento, di come ne sia uscita e di come sia arrivata in Svezia. Figuriamoci se potrebbero mai immaginare che Miriam un tempo si chiamava Malika e che non era affatto una tedesca di una buona famiglia ebrea, ma una rom.

La prima volta che ho visto questo libro è stato nella sezione delle nuove uscite della casa editrice Iperborea e sono stata subito attratta tanto dal titolo quanto dalla copertina; leggendo la trama, poi, ho deciso immediatamente che l'avrei dovuto leggere il prima possibile. La letteratura della Seconda Guerra mondiale e dell'olocausto è sicuramente tra le più intense della storia, e tutti almeno per ragioni scolastiche abbiamo affrontato una sfilza di racconti dei sopravvissuti. Vi è mai capitato però di leggere la testimonianza di una prigioniera rom? Diciamoci la verità, quando pensiamo ai campi di concentramento il nostro pensiero va automaticamente alla popolazione ebraica. Facendo un piccolo sforzo ci vengono in mente gli omosessuali ed i prigionieri politici, ma quanta attenzione è stata data ad esempio ai testimoni di Geova o ai rom? Praticamente nessuna, a quanto ne so io, almeno facendo il paragone con le altre categorie di prigionieri. E c'è di più: se una volta terminato l'incubo del nazismo e delle persecuzioni il mondo intero ha iniziato a nutrire e coltivare pietà, compassione ed empatia verso chiunque patito quelle atroci sofferenze, nei confronti dei rom nulla è cambiato, ed hanno continuato ad essere emarginati e scacciati esattamente come prima

L'idea che noi abbiamo oggi dei rom non è certo positiva: per noi i rom son quelli che sostano agli angoli delle strade ad elemosinare, pronti a lanciarci contro un malocchio se non ci mostriamo sufficientemente generosi; alcuni di loro sono inspiegabilmente ricchi, lasciandoci molto dubbiosi circa le fonti del loro guadagno; e poi le ragazzine rom, forse la categoria peggiore nella società dei nostri giorni, che sembrano vivere nei treni delle metropolitane e con mano lesta e silenziosa sfilano dalle nostre tasche e dalle nostre borse telefoni e portafogli. Ci son riuscite anche con me una volta, rubandomi il portafoglio più grazioso che abbia mai avuto, per altro contenente alcuni piccoli insostituibili ricordi. Figuratevi quale simpatia io possa nutrire verso di loro. Eppure cerco di non commettere mai l'errore di fare di tutta l'erba un fascio, e sono sicura che il popolo rom non sia soltanto quello che conosciamo per questi pessimi motivi. Il nonno di Malika ad esempio aveva comprato una casa, dove vivevano tutti assieme mantenendosi con un lavoro onesto, fin quando la loro quotidianità libera, un po' selvaggia ma felice di bambini innocenti è stata improvvisamente sconvolta per non tornare mai più quella che Malika, il suo fratellino Didi e la cugina Anuschka conoscevano.

Il romanzo di Majgull Axelsson è secondo me qualcosa di eccezionale sotto molteplici punti di vista: contenuti, scrittura e costruzione. Il libro infatti è costruito da più pezzi, tutti incastrati con una maestria ed una fluidità veramente notevoli. Nel racconto si alternano infatti il presnte di Malika/Miriam, ovvero il giorno del suo compleanno che è anche la festa di mezza estate, che in Svezia si festeggia come giorno più lungo dell'anno. Miriam fa una lunga passeggiata a braccetto con la nipote, la quale – scossa dalla strana affermazione fatta dalla nonna quella mattina – inizia a porle tutte le domande che nessuno le aveva mai fatto, facendosi a tratti insistente ed a tratti spaventata dalle risposte. E se inizialmente Miriam è restia a parlare, abituata com'è da tutti quegli anni a non lasciar trapelare nulla che possa svelare la sua identità, pian piano non riesce più a trattenersi, scoprendo il piacere di liberarsi di tanti segreti e di tanta sofferenza sopportata completamente sola, chiusa nella paura di venire abbandonata ed emarginata. Tra i ricordi nella testa di Miriam ed il racconto che concede alla nipote, si ricostruisce poi il suo passato, dai vaghi ricordi che conserva della sua famiglia, all'istituto cattolico dove fu inizialmente portata insieme al fratellino ed alla cugina, all'arrivo ad Auschwitz e la subitanea comprensione dell'orrore, agli esperimenti condotti dal terribile dottor Josef Mengele sui bambini rom (un personaggio e dei fatti reali, dei quali fino ad ora non sapevo nulla), al trasferimento al campo di Ravensbrück durante il quale Malika è diventata improvvisamente Miriam – senza neanche poterne immaginare le conseguenze – e l'incontro con la norvegese Else, uno dei personaggi più intensi del libro. E poi la liberazione, il lungo viaggio, l'arrivo in Svezia dove il dolore e la sofferenza sembrano non esser mai esistiti, dove i bambini passeggiano nei boschi e non hanno paura dei lupi e la ferma decisione di restare in quel posto per sempre.

Anche il racconto dell'adattamento di Miriam nella società svedese è avvincente da scoprire: all'inizio Miriam segue come un'ombra le infermiere che lavorano nel centro di accoglienza, dove assieme a tutte le altre rifugiate resta per il periodo di quarantena. Le segue come un ombra, dicevo, per imparare il più in fretta possibile non soltanto la lingua svedese, ma soprattutto l'atteggiamento svedese – il modo di reagire ad ogni cosa di quelle graziose ragazze, le espressioni dei loro volti durante una conversazione, la giusta piega dei sorrisi, i cenni del capo ed il più sottile tremito delle sopracciglia: Miriam assorbe come una spugna, determinata a diventare una perfetta ed elegante giovane donna svedese. Un forte aiuto in questa direzione le verrà dalla donna che decide di dare a Miriam la chance che desidera, ospitandola in casa sua insegnandole tutto ciò che c'è da sapere, soprattutto la discrezione e la sobrietà, tanto nelle maniere quanto nel vestire. Il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, guardandosi allo specchio, Miriam ancora giudica i suoi abiti alla maniera di Hannah, che avrebbe sicuramente approvato i classici senza tempo indossati da Miriam.

Kanelbullar, tipo dolce svedese
da accompagnare al caffè
Leggendo Io non mi chiamo Miriam ho allargato i miei orizzonti circa la realtà delle persecuzioni naziste, finora effettivamente limitate alla vicenda del popolo ebraico. Sento di aver imparato e guadagnato molto, essendo ora a conoscenza di personaggi realmente esistiti e fatti realmente accaduti – primi fra tutti Josef Mengele ed i suoi atroci esperimenti – che è certo preferibile non conoscere ma del tutto ingiusto ignorare. Al libro segue una postfazione dell'autrice che ci racconta dei suoi viaggi nei luoghi raccontati nel libro e delle fonti cui ha potuto attingere per le ricostruzioni storiche, e poi segue anche una postfazione di Björn Larsson, uno degli autori contemporanei svedesi più conosciuti ed amati nel mondo, il quale mette in luce un altro elemento molto importante che fa ulteriore onore al lavoro della Axelsson, ovvero che raramente – forse mai – qualcuno si era lanciato nella delicatissima e pericolosissima impresa di scrivere un libro sui campi di concentramento adottando un io narrante senza aver vissuto tali esperienze in prima persona. Se ci pensate, la grande maggioranza di questi libri son scritti proprio dai sopravvissuti di loro pugno, ed è quasi impensabile parlare di quelle vicende con la stessa accuratezza e lo stesso pathòs di chi ha sentito le grida delle SS con le proprie orecchie, di chi ha sentito col proprio naso l'odore dei fumi che uscivano dai forni e dalle camere a gas, di chi ha subito sul proprio corpo ferite e privazioni. La scelta di Majgull Axelsson di intraprendere questo percorso costituiva una grande sfida, nella quale lei si è lanciata sostenendo che presto tutte le persone che serbano questa memoria non ci saranno più, ma che non si può lasciar morire la memoria con loro, e che è quindi giusto continuare ad indagare, scrivere e ricostruire le tante realtà e le milioni di storie ancora sconosciute di questa torbida fetta di storia.

Un coraggio non indifferente, quello della Axelsson, che però l'ha portata a scrivere un libro appassionante, intenso, con personaggi che si fa veramente fatica a non credere realmente esistenti o esistiti. Ci sono moltissime caratteristiche, anche tra le più sottili o meno evidenti che mi hanno colpita durante la lettura del romanzo, come ad esempio la rabbia che coglie Miriam/Malika nel momento in cui  la nipote la costringe a ricordare; la paura, all'apparenza quasi insensata, che la coglie nel momento in cui si apre con lei, il pensiero di venire ora guardata con disprezzo dalla nipote scatenato soltanto dal breve silenzio necessario alla ragazza per digerire le nuove, incredibili informazioni e trovare dentro di sé l'adeguata reazione. Proprio nulla in Io non mi chiamo Miriam è lasciato al caso, non c'è nulla di approssimativo o poco approfondito: la penna della Axelsson ha creato una storia a più livelli tridimensionale, completa e perfetta e non priva di momenti di alta poeticità:

« Quando era molto piccolo le capitava di avere tanta disponibilità di tempo da permettersi di stendersi sul letto in pieno pomeriggio e tenerselo nell'incavo del braccio. Restavano lì, guardandosi negli occhi e raccontandosi senza parole i rispettivi dolori. Il tormento della nascita, accecato dalla luce incomprensibile, il corpicino rannicchiato per sfuggire all'aria fredda, la nostalgia di quella voce argentina sentita per un'eternità ma che un giorno si era spenta di colpo, la perdita dei battiti rasserenanti e consolanti che l'avevano accompagnato da sempre per sentirsi invadere i canali uditivi dagli strilli acuti di qualcuno che forse era addirittura lui, da rumori e fracasso e penetranti voci femminili. Il dolore insito nel fatto che la morte fosse parte della vita, inevitabile e imprevedibile, e che gli esseri umani fossero inaffidabili e pericolosi, che in ognuno di loro trovasse spazio il rischio di diventare sia vittima che carnefice ma che non tutti capissero l'assoluta necessità di tenere in scacco il proprio carnefice e negare alla propria vittima il diritto di cadere in ginocchio. Così, con le fronti che si toccavano, respiravano l'uno il respiro dell'altra e sprofondavano lentamente in un dormiveglia consolatorio. Erano uniti. Tutto il resto non solo poteva andare in malora ma ci sarebbe anche andato, prima o poi, risolvendosi in nulla. Lo sapevano entrambi, ma fino a quel momento sarebbero rimasti uniti. La madre che in realtà non era sua madre. Il figlio che in realtà non era suo figlio. »



3 commenti:

  1. Questo libro non può che lasciare un segno profondo e importante: spinge a guardare alla storia in un'ottica diversa, a confrontarsi con quanto si crede di sapere e a scoprire quanto di non considerato ci sia stato fino ad un momento prima. Perché, come hai giustamente detto, raramente si pensa al genocidio dal punto di vista dei Rom (ma anche di altre minoranze, sempre messe in secondo piano) e al pericolo insito nei pregiudizi che esistono ancora oggi. Il romanzo della Axelsson gronda di verità storica e di umanità, è emozionante e non meno intenso delle testimonianze di chi ha provato la terribile esperienza dei lager. È, insomma, una grande prova di Letteratura.

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    1. Concordo su tutto, non ho davvero nulla da aggiungere a quanto scrivi tu :) sono contenta che questo romanzo abbia attirato l'attenzione, perché è scritto benissimo ed ha contenuti importanti, che meritano di essere presi in considerazione quando si parla di quel periodo storico. Andiamo incontro alla giornata della memoria, sarebbe una buona idea una volta tanto dedicarla alle altre minoranze perseguitate.

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  2. Ciao Julia, come sempre ci hai regalato una splendida recensione, accurata, approfondita e piena di emozione. Io non ho letto il libro, ma ne avevo già sentito parlare qui sulla blogosfera e devo dire che ne sento sempre decantare le lodi. Però, in effetti, la tua precisazione sul fatto di adottare un io narrante da parte di un'autrice che non ha vissuto l'esperienza in prima persona (e la tua conseguente riflessione sul fatto che di solito questa tipologia di libri è scritta solo dai sopravvissuti) mi ha fatto molto riflettere e riempire di ammirazione, perché hai proprio ragione, ci vuole molto coraggio per tentare un'impresa di questa portata. Però è anche vero che se hai la sensibilità giusta e la capacità di scrivere, tutto è possibile e questa autrice lo ha evidentemente dimostrato! Grazie per aver aggiunto un tassello preziosissimo alla mia visione di questo romanzo che ancora non ho letto, ma che è già entrato nel mio cuoricino di lettrice! :) Come sempre, non sei mai banale, anzi! Sei una fonte di ispirazione costante! Un bacione fanciulla.

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