giovedì 15 marzo 2018

Luce d'estate ed è subito notte, Jon Kalman Stefansson

Le parole sono il mio pane quotidiano. Quale che sia l’argomento, sono abituata ed allenata ad argomentare, a trovare qualcosa da dire al riguardo, a rifletterci su per esprimere un parere personale. Sono una di quelle irritanti persone che hanno un’opinione su tutto. Non ho mai l’intenzione di imporre le mie idee agli altri, questo proprio mai, ma se sono a mio agio con l’interlocutore sono in grado di dire la mia su (quasi) qualunque cosa. Quello che sto cercando di dire è che difficilmente rimango senza parole. A volte dico “Sono senza parole” in tono indignato perché è la risposta che meglio si adegua al racconto di una persona sconvolta da qualche evento incorso nella sua vita personale, ma non è vero che sono senza parole, forse non voglio deludere le aspettative della persona che, al suo racconto, si aspetta in cambio adeguata amarezza, e dire che quanto ascoltato ci ha lasciati senza parole fa sempre un certo effetto, specie se lo diciamo scuotendo la testa, magari con le labbra rivolte all’ingiù per dare un tocco di delusione alla nostra espressione facciale. Però non è vero che sono senza parole. Piuttosto forse non m’interessa poi molto approfondire l’argomento, o la triste realtà è che quanto quella persona ha detto non ha destato in me alcun sentimento degno di nota né un vero senso di empatia, e allora dico sono senza parole, soddisfacendo le aspettative del narratore e traendomi d’impaccio, perché di solito all’affermazione di essere senza parole segue a) un proseguimento del racconto, senza richiedere grande partecipazione da parte nostra se non qualche cenno di assenso di tanto in tanto; b) la conclusione dell’argomento, ormai tronfio e soddisfatto da quello sterminio lessicale.

L’unica cosa veramente capace di togliermi la facoltà di dire la mia è il puro senso di meraviglia. Non riesco nemmeno a fare esempi per descrivere cosa sia il puro senso di meraviglia, ma sono certa che capirete perfettamente ciò di cui sto parlando. Quel tipo di meraviglia che provò l’uomo quando accese il fuoco, o ancor di più quando per la prima volta alzò la testa al cielo notturno, osservò le stelle invece di preoccuparsi delle sue necessità primarie, e si fece delle domande. Quella roba lì. Il pugno allo stomaco, un impasto di tristezza e felicità, l’entusiasmo verso l’infinito e lo sgomento per la consapevolezza di essere al contrario così imperfetti e finiti. Cose grandi finemente sminuzzate, messe in un sacchetto antigelo, scuotere bene e piazzare sullo stomaco. Mentre scrivo continuo a pensare alle stelle, perché si parla spesso di stelle in Luce d’estate ed è subito notte di Jon Kalman Stefansson, un libro che mi ha fulminata leggendo la trama, poi letto il primo capitolo ho detto “mah, boh”, e poi mi ha tolto le parole, tutte, dalla prima all’ultima: non me ne è rimasta neanche una, e sono rimasta così piccola, finita, imperfetta e senza parole.

Luce d’estate ed è subito notte è un racconto corale ambientato in un paesino sperduto nella selvaggia Islanda, un microcosmo di quattrocento anime concentrate nel minuscolo villaggio e sparse per le isolate campagne circostanti. E’ un posto talmente insignificante che qualcuno che passa in macchina o un telefono che squilla è un evento, che fa correre tutti alle finestre, soprattutto d’inverno, l’inverno lungo avvolto nel buio e nella neve costante. Alcuni sanno trovare la felicità nella routine e nella vita sempre uguale a se stessa, altri non ce la fanno proprio e se ne vanno lontani, eppure alla fine tornano tutti, perché c’è sempre qualcosa che ti lega al posto da cui vieni, anche se ti sta stretto più di un paio di scarpe di due numeri più piccoli, anche quando non c’è proprio niente da fare e d'inverno fa buio presto.

In questo libro c’è un imprenditore di successo che manda all’aria la propria vita perfetta per comprare costosissime prime edizioni in latino di libri di natura scientifica, scritti da gente morta milioni di anni fa come Galileo o Cartesio. Aveva una casa grande, macchine enormi, due bravi figli e la moglie più bella del mondo; adesso vive da solo, isolato, in una casa di lamiera col tetto dipinto a mo’ di cielo stellato. Conosce i misteri dell’universo, parla fluentemente latino ed in latino riceve misteriose lettere da tutto il mondo. E’ accaduto tutto nel giro di due mesi, ormai va avanti da dieci anni. Lo chiamano l’Astronomo, una volta al mese tiene una lezione in paese per chiunque voglia partecipare. In quelle occasioni ci si chiede se il pazzo sia lui, che ha abbandonato tutto per questioni superiori come la filosofia e l’Universo, o tutti gli altri che per certe cose non hanno tempo, bisogna mandare avanti la vita quotidiana. Nessuno sa esattamente di cosa campi l’Astronomo.

Poi ci sono le donne. L’impiegata della posta che legge tutto ciò che passa per le sue mani, c'è una donna autoritaria ma bellissima che va regolarmente a nuotare, con qualsiasi clima e temperatura – dice che rinvigorisce lo spirito e la mente – e gli uomini la guardano col cannocchiale; c’è sua sorella più giovane, altrettanto bella ed ancor più schiva, è l’unica che sa veramente cosa faccia l’Astronomo ma per molto tempo non sappiamo esattamente cosa faccia lei, fin quando non torna un giovane ragazzo dai tratti slavi e con una casacca che lo fa sembrare un prete – è uno di quelli che non ce la facevano a restare in un posto dove non succede niente, perciò se n’era andato e non si era più fatto vedere per sei anni, ma poi era tornato perché c’è sempre qualcosa - o qualcuno - che ti lega al posto da cui vieni.

C’è un ragazzino bianco e fragile, figlio di un uomo grande e grosso che sembra un vulcano. Ma forse il vulcano, che è un poliziotto ma fa anche il falegname, è in realtà più fragile del ragazzino pallido, che nella vita passa la scopa sul pavimento della Latteria e osserva meravigliato le innumerevoli specie di volatili che attraversano i cieli islandesi.

Ci sono un uomo e un ragazzo – il ragazzo è il figlio dell’Astronomo – che lavorano insieme al Magazzino. Sono una bella coppia, ricordano un po’ quei tasselli inseparabili come le coppie dei comici della tv o del cinema. L’uno senza l’altro non funzionerebbero proprio, ma questi qui forse non sono amici per la pelle né tanto meno fanno sbellicare dalle risate il lettore. Sono anzi piuttosto malinconici, l’uno fugge nel sollievo dei sogni e delle fantasticherie che trova nel dormiveglia, l’altro combatte i suoi fantasmi rimpinzandosi di cibo. A proposito di fantasmi, è proprio con questi che i due avranno a che fare, perché siamo in un piccolo villaggio di quattrocento anime, dove ci si annoia e ci si racconta leggende, e qualche superstizione è inevitabile.

C’è un uomo che vive da solo nella sua fattoria e quasi non ha contatti con nessuno se non per qualche rara partita a scacchi. Una volta aveva avuto una moglie, ora ha soltanto il suo cane. Passa il tempo lavorando, guarda la tv, beve il caffè, legge dei libri. Sta bene e poi comunque c’è il suo cane. Solo qualche volta lo coglie il vago sospetto di sentirsi solo, ma la buona volta che viene qualcuno a trovarlo – anche se si tratta di una ragazza altissima dal buonumore contagioso – si innervosisce e pensa a quanto sta bene in compagnia del suo cane. Fino al giorno in cui davanti alla sua porta è rimasta una valigia, e lui è andato a Londra dove non puoi neanche allungare una mano senza rischiare di toccare qualcuno, ed ha pensato a quant’è bella la sua terra, dove puoi spalancare le braccia quanto vuoi senza toccare niente e nessuno. A Londra c’è stato meno del previsto, tempo di scrivere delle cartoline confuse in cui ringrazia i venti della Groenlandia, che se non fosse per quelli lei non esisterebbe, ed a quel punto nemmeno le mummie di quattromila anni fa avrebbero avuto alcun senso.

C’è un camionista che si chiama Jakob e che dentro di sé non ha ombre. Ha una moglie paffuta coi capelli scoloriti, alla quale lui dice - pensandolo nel profondo del cuore – sei bella e lei arrossisce ogni volta, anche se sono sposati da tanto tempo. Ogni anno fanno un viaggio a bordo del camion, sempre nello stesso periodo, ed in quell’occasione sono talmente felici che ci si sente felici soltanto a guardarli. Probabilmente in quel giorno anche Dio si prende un giorno di ferie, per sedersi in mezzo a loro ed inebriarsi della loro gioia. Che sollievo che esistano ancora persone così, senza segreti e senza ombre.

Forse il motivo per cui Luce d’estate ed è subito notte è riuscito a lasciarmi senza parole è che nelle vene mi scorre anche sangue dell’estremo nord e ritrovo in questo libro un senso lontano di casa e di nostalgia, che fin dal titolo mi avvolge del calore dei ricordi: l’anno spaccato in due, mesi in cui c’è solo luce e mesi in cui c’è solo buio; ma sapeste che bello, che luci in ogni caso, sia d’estate che d’inverno. O forse l’esser rimasta senza parole ha a che fare solamente con la scrittura di Stefansson, un tipo di prosa che mi parla oltre ogni presupposto logico e concreto, una prosa poetica che mi solleva da terra e mi porta in un viaggio lungo cento vite. Quel tipo di prosa che non ti permette d’interrogarti su quanto stai leggendo: è un atto di fede. Accetta di seguire il narratore, di credere a ciò che dice per quanto assurdo possa sembrare, oppure lascia stare. Con questo non voglio dire che Stefansson abbia raccontato in questo libro qualcosa di surreale, al contrario è bellissimo perché – fantasmi a parte – racconta come ogni uomo ed ogni donna, a prescindere dal loro aspetto, dalla loro posizione e condizione sociale, dai milioni di tratti che contraddistinguono le personalità di ognuno, sono poi nudi, fragili e soli di fronte alla vita, alla morte, all’amore ed al dolore.

Forse solo l’Astronomo fa eccezione, e forse è anche per la figura dell’Astronomo che sono rimasta senza parole. Perché sono abbastanza folle e credo a tal punto nel potere e nel valore della cultura umanistica occidentale che capisco perché l’Astronomo abbia abbandonato tutto per dei vecchi libri in latino, e c’è la scena di un momento intimo tra l’Astronomo e suo figlio in cui esce a galla una verità per me straziante, che mi ha fatta sentire proprio come l’Astronomo: felice e triste, con la testa pesante di tutto quello che può contenere la testa di un uomo.

I nomi dei personaggi sono difficili per noi da pronunciare, molti son scritti con lettere che non abbiamo proprio idea a quali suoni corrispondano. Ma non importa, un nome è un dettaglio poco importante, a distanza di tempo non ricorderò alcun nome, ma non dimenticherò nessuno dei loro sogni e delle loro ferite. Sono una lettrice che sottolinea spesso i propri libri, se incontro una frase che mi colpisce o un paragrafo al quale vorrò tornare. Non mi capita quasi mai, invece, di appuntare note e pensieri. Stavolta è successo, ho sentito il bisogno di scrivere di getto certi pensieri e certe impressioni sul libro stesso – pazienza se questa confessione farà inorridire chi non riesce a sottolineare un libro neanche a matita. C’è una pagina i cui margini sono fitti fitti della mia calligrafia, impressa sulla carta da una penna bic nera. La mia copia di questo libro è veramente mia, ha acquisito un valore speciale per me, è diventata una specie di scatola con dentro la tristezza e la felicità ed una manciata di stelle. Stelle e putrefazione. Che bella combinazione, eh? Così ha detto l’Astronomo, una volta, e non poteva trovarmi più d’accordo.

Dire che vi consiglio questo libro non mi è mai sembrato più superfluo, ma leggetelo solo se siete disposti a lasciarvi prendere per mano senza farvi troppe domande, se accettate di stare per un po’ al ritmo lento di un paesino minuscolo e al contempo immenso come questo qui, di cui non so neanche il nome ma non importa, perché quel che conta è tutto il resto. E’ una storia che inizia dicendo che in questo villaggio non c’è neanche una Chiesa né un cimitero, ma è una di quelle storie che potrebbero benissimo iniziare con

C'era una volta...

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 Info: l'edizione che ho letto io era il primo numero della collana I Boreali, una selezione del catalogo editoriale Iperborea che stanno regolarmente uscendo in edicola, al prezzo di 8, 50 euro, in allegato al Corriere della SeraQui lo store online, il catalogo completo ed il calendario delle uscite. Vi consiglio vivamente di approfittarne per fare una scorpacciata della grande letteratura del nord!

6 commenti:

  1. Recensione bella, bellissima. Domani corro a comprarlo. Dell'Iperborea, scoperta da poco, la settimana scorsa ho amato molto Isola. :)

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    1. Grazie mille Mik! Son proprio contenta di averti spinto ad acquistarlo, penso proprio che ti piacerà :) Sì, ho letto la tua coinvolgente recensione di Isola, e ci sto facendo un pensierino. Beato te che hai appena scoperto l'Iperborea! Io conosco a memoria il catalogo e ci sbavo dietro, ma a causa dei prezzi altini la collezione dei loro libri è ancora piccina nella mia libreria. Queste uscite in edicola sono un ottimo modo per me per recuperare.

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  2. quando leggiamo libri non sempre troviamo quello che cerchiamo, e continuiamo a leggere sperando di avere finalmente tra le mani un LIBRO. Dalla tua recensione immagino che questo sia uno di quelli :)

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    1. Ne ho trovati, nella vita, di Libri con L maiuscola come quelli di cui parli tu, e non saprei se questo è uno di quelli lì. Sicuramente mi ha trasmetto molto e lo ricorderò a lungo :)

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  3. Ciao Julia, che dire? Vorrei scriverti un intero papiro di elogi, ma credo che mi affiderò ad una manciata di parole per dire cosa ho provato mentre leggevo la tua recensione: commozione, piuma, cieli notturni (quelli veri, che fanno quasi paura), grazie. Riordinali come vuoi, mentre corro a recuperare questo libro. Leggerti è sempre emozionante, ma stavolta di più del solito! Un bacione stellina! Grazie per questi cinque minuti di immensità! ^_^

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    1. Grazie mille a te, i tuoi commenti mi riempiono sempre di gioia e di calore <3 questa recensione era particolarmente sentita, devo ammetterlo, e tu sai bene che soddisfazione sia scoprire di aver trasmesso qualcosa quando tieni a quanto hai scritto. Grazie ancora Duille!

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