sabato 16 giugno 2018

Suite francese, Irène Némirovsky

Suite francese. Il romanzo più celebre di Irène Némirovsky, sicuramente una tra le più prolifiche scrittrici della prima metà del Novecento, autrice che prima d'ora avevo incontrato soltanto una volta con il racconto breve intitolato Il ballo. Quella volta però non era successo niente tra me e lei - non era scattata la scintilla, né c'erano state delusioni ed incomprensioni; semplicemente, quel racconto così breve che era come un lampo che squarcia all'improvviso il buio, illuminando una minuscola porzione della vita e della storia della stessa scrittrice, a me non era bastato. Mi era sembrato di prendere un frettoloso caffè con Irène, uno di quelli che ti fa piacere condividere con la tua migliore amica perché tanto sapete tutto l'una dell'altra, e vedervi anche solo cinque minuti in certi periodi è comunque meglio di niente; ma con un'estranea, una con la quale avete scambiato giusto qualche occhiata ed a malapena qualche parola, e che sentite potrebbe diventare una cara e sincera amica, un appuntamento toccata e fuga non basta di certo. Siete ancora ferme sulla soglia dei rispettivi animi, c'è così tanto da sapere, da rivelare e da scoprire. Così tanto ancora da reciprocamente scambiarsi, che quel caffè buttato giù tra il saluto iniziale e quello di commiato era ancora troppo caldo, ha avuto come unico effetto quello di scottarci la lingua ed il palato, e poi era amaro, perché non ci si era presi nemmeno il tempo di mescolare bene lo zucchero. E' un po' questo l'effetto che mi aveva fatto leggere Il ballo, e quando voltando l'ultima pagina avevo visto Irène rivolgermi un ultimo, distratto sorriso per poi andar via a passo svelto, avevo provato quell'insoddisfazione che ti lasciano soltanto le cose a cui tieni. In quel fugace incontro avevo intravisto la possibilità di un'amicizia duratura, c'era qualcosa in chi scriveva che mi attraeva, come può attrarti una persona con la quale senti istintivamente una forte affinità. Sono passati anni, tra quel primo caffè preso di fretta e senza dirci molto, ma questo non è importante; ciò che conta è che stavolta io ed Irène ci siamo date un appuntamento fissato con molto, molto anticipo. Ci siamo preparate con tutta la calma del mondo, curando ogni dettaglio - dalla ciocca di capelli che continuava a sfuggire dalla pettinatura, alla manicure, alla scelta degli accessori - per presentarci eleganti ed ordinate in un ristorante di lusso. Perché Suite francese è stato un lentissimo ed intimo appuntamento a cena, solo io e lei in una sala accogliente e silenziosa. Lume di candela, le mie domande, le sue storie.

Vi dico la verità: questo romanzo spaccato a metà e privato della sua degna conclusione, non mi ha emozionata e coinvolta come potreste immaginare dal trasporto con cui l'ho introdotto. Ma c'è un ma, forse anche più di uno. Il primo è che in questa occasione, ho potuto finalmente conoscere effettivamente il talento letterario della Némirovsky, che se ne Il ballo aveva avuto troppo poco spazio per manifestarsi, qui di spazio ne ha in abbondanza. Irène Némirovsky scrive benissimo, e questo è il modo più banale in assoluto di dirlo, ma anche il più chiaro e diretto che io conosca, ed in certe occasioni non sono necessari grandi giri di parole per esprimere un concetto. Irène Némirovsky scrive(va) benissimo e questo è quanto, a cui poi potrei aggiungere una serie di considerazioni personali sui motivi per cui lo penso. Innanzi tutto, in Suite francese passiamo per una moltitudine di personaggi, o per meglio dire attraverso una serie di nuclei familiari - cosa che ritengo ulteriormente interessante - di estrazione sociale sempre diversa. Abbiamo la famiglia di nobili ed antichissime origini piena di figli e di tradizioni; i coniugi della più umile borghesia; la coppia instabile dell'artista con la sua musa; l'irriducibile scapolo benestante ed avaro; la gente di campagna. Non c'è niente che accomuni tutti loro, a parte la guerra. Suite francese è nettamente diviso in due parti: nella prima siamo a Parigi, cuore pulsante della civiltà e della vita mondana, nel momento in cui la città deve essere evacuata, perché l'avanzata dei tedeschi è ormai inarrestabile, e tutti i civili devono almeno provare a mettersi in salvo. Assistiamo quindi ai preparativi ed ai movimenti dei nuclei familiari scelti come rappresentanti dalla Némirovsky, e seguiamo il lento e faticoso e travagliato esodo che avrà un esito diverso per ognuno di loro. Immaginate una ripresa a volo d'aquila, che inquadra una massa informe ed indefinita di persone - una folla incalcolabile, che riempie le strade, sgomita per salire su un treno, si accampa in un bosco - e poi la lente dell'autrice che si abbassa e pian piano si avvicina sempre di più fino ad individuare di volta in volta i Péricand, i Michaud, Charlie Langelet o Gabriel Corte.

Nella seconda parte, invece, intitolata Dolce, siamo in un paese di campagna, quando i tedeschi sono ormai i vincitori ed i padroni indiscussi, ed ogni casa del paese ha l'obbligo di ospitare un soldato nemico. L'ostilità dei francesi è totale, ma quei soldati tedeschi sono in fondo dei semplici ragazzi a loro volta strappati dalle proprie case, lontani da una madre anziana o da una novella sposa lasciata sola coi suoi sogni. Ragazzi che stanno sacrificando la propria vita, la propria gioventù, rinunciando ad ogni aspirazione personale, perché costretti a rispettare la logica dell'alveare, rincorrendo i sogni di qualcun altro, di un ideale collettivo che non ammette individualità. Allora capita che, nonostante le barriere culturali e linguistiche, uno di questi giovani mostri ai francesi la foto dei propri genitori, o di quel bimbo appena nato che adesso chissà già quanto sarà cresciuto; ed i francesi, che a loro volta hanno sempre un giovane lontano, impegnato chissà dove, per il quale pregano giorno e notte, quei francesi un po' si commuovono e allora si beve qualcosa tutti insieme per dimenticare almeno un secondo tutto quell'insensato dolore. In particolare, all'interno di Dolce ci spostiamo tra casa Angellier, dove Lucile vive sola con la suocera e dove viene stabilito il tenente Bruno von Falk, un uomo buono, gentile e sempre rispettoso; e la fattoria dei Labarie.

Il paragrafo che però più in assoluto mi ha fatto saltare all'occhio la bravura della Némirovsky parla di un gatto. Ebbene sì, di un gatto, estraneo, ignaro ed incurante delle guerre degli uomini. Un gatto di casa, che gode del posto d'onore sul letto ai piedi della padroncina e che, non appena la casa dorme, viene incuriosito da un odore che s'infiltra dalla finestra aperta e che gli stuzzica le narici. Allora lui, furtivamente, si alza e senza farsi notare da nessuno sgattaiola fuori. Salta per i tetti ed i davanzali, fino a raggiungere la strada con un salto misurato e sicuro. E lì resta per un attimo fermo, i baffi e le orecchie tese a percepire l'intera città. Ecco, in quel paragrafo il lettore diventa il gatto, e prima ancora - scrivendolo - Irène Némirovsky si era fatta gatto. Può sembrare un momento frivolo, rispetto a contenuti più importanti del libro, eppure credo sarà ciò che mi rimarrà più a lungo impresso, perché il modo in cui è scritto e descritto è semplicemente sublime.

La prima e la seconda parte, comunque, sono collegate da un filo sottilissimo, che ci viene mostrato soltanto per brevi istanti. Come se l'autrice ci mostrasse i due capi, le due estremità, ma poi tendere quel filo è un lavoro che spetta unicamente a noi. Tuttavia, non posso far a meno di chiedermi - con un po' di rammarico - cosa ne sarebbe stato di Suite francese se Irène (perdonami la confidenza, ma ormai ti sento già un po' più amica) avesse potuto terminarlo. Forse Dolce sarebbe stato soltanto un altro necessario passaggio, e pian piano quel filo sarebbe passato per altre estremità, collegando tutti i punti disseminati tra una pagina e l'altra. Purtroppo non lo sapremo mai, e dovremo accontentarci di un finale che non è il vero finale, eppure non lascia insoddisfatti nel bel mezzo della frase: anzi, il finale è stato proprio il momento che mi ha ripagata di una lettura non semplicissima. Perché devo ammettere di averci messo un sacco di tempo a leggere Suite francese, che almeno nei miei confronti si è imposto come uno di quei romanzi che non ammettono la fretta, la superficialità, la scarsa attenzione; è stato uno di quei libri che decide al posto mio il ritmo di lettura e che mi impone di andare piano - piano - e di ascoltare senza interrompere. E' stato faticoso a volte, ogni tanto avrei voluto dire la mia oppure fare una pausa o ancora, che ne so, ricevere in premio un momento di leggerezza. Invece no, nessuna concessione fino a questo finale che per me è stato il momento più alto di tutto il libro. Una riga dopo l'altra, cominciavo a sentirmi come riempita, per poi infine sciogliermi in pianto. Era tanto che non piangevo con un libro, ed è stato inaspettato perché in fondo non mi ero affezionata particolarmente a nessuno dei personaggi, ma al contempo è stato inevitabile ed anche molto bello.

In definitiva, non credo che consiglierei Suite francese a chiunque. Se ci penso, vedo molti lettori e lettrici che potrebbero arrancare attraverso tutte queste pagine, spesso faticose e che non sempre fanno la grazia di ricevere la ricompensa. C'è chi senza dubbio si sorprenderebbe a sbadigliare, con la sensazione che non succeda niente o che le stesse cose continuino a ripetersi. Però, c'è una fetta di pubblico per il quale Suite francese potrebbe rivelarsi una lettura forse non fondamentale, ma comunque imprescindibile. Penso a quel tipo di persone che Leopardi definiva anime sensibili, quelle che sanno cogliere il senso meno ovvio della bellezza, quelle che per natura si spingono a scavare più a fondo nelle cose. Ecco, per un animo sensibile leggere Suite francese è qualcosa di quasi inevitabile, anche se non so spiegarne il motivo. Perché io per prima non l'ho amato follemente, non ci sono entrata dentro con tutte le scarpe come succede in altre occasioni; forse perché sembrava tutto troppo reale, ed alla vita vera non ci si appassiona come ad un telefilm: la si osserva, la si comprende e quando non ci riguarda in prima persona ce ne teniamo a cortese distanza per evitare di infiammarci troppo ed inutilmente. Questo è quello che sento nei confronti di Suite francese, un romanzo troppo vero per essere soltanto un romanzo. E sento, in ogni caso, di aver aggiunto un tassello importantissimo al mio percorso da lettrice.

5 commenti:

  1. Mi è piaciuta molto questa tua recensione, molto profonda. Suite Francese è un libro che ho amato tanto, che dal nulla è entrato tra i miei preferiti assoluti, cioè quei pochi libri che potrei definire veramente come preferiti quando mi si chiede quali sono i miei preferiti.
    È un libro che ho divorato lentamente, da cui non mi volevo staccare ma allo stesso tempo necessitavo una pausa. È un libro che "romanza" una realtà, una sottile lineaa tra ciò che ha vissuto davvero l'autrice e ciò che ha inventato, e sarà per questo che ho apprezzato molto: ho provato ad immaginare Iréne che vive quegli attimi e allo stesso tempo li usa per un suo romanzo. Sono rimasta molto colpita pure io nella parte del gatto ma anche, in Dolce, nella parte dove Lucille e il Tedesco sono sul prato e la loro scena "romantica" viene descritta dagli occhi di una bambina che gioca nelle vicinanze. Mi ha colpito molto questa inversione: non farci vivere quel momento intimo come protagonista, ma da fuori, da un'innocente che non vede la sofferenza, la difficoltà e la proibizione di quell'amore, non vede una ragazza francese e il nemico, ma solo come due persone e basta, non le giudica come farebbe chiunque. Nasconde una metafora da cogliere.
    Suite francese mi è entrato davvero tanto nel cuore, trovo così ingiusto che sia rimasto incompiuto, e rabbrividisco ancora al pensiero che Iréne è stata deportata proprio mentre viveva e scriveva questo libro ...che avrebbe potuto essere un gran bel libro. Ma mi accontento di queste due parti che rileggerei subito volentieri.

    Ho scoperto Suite francese grazie al film del 2014, mi era piaciuto molto soprattutto il contesto, sono amante dei film storici, ma non regge il confronto con il libro fatta eccezione dei due protagonisti che hanno fatto un bel lavoro come tensione. Ho letto il mese scorso Due è mi è piaciuto di meno, molto più psicologico e sociologico, invece questo mese ho comprato David Golder che spero di leggere presto: dopo aver scoperto la Némirovsky chi mi ferma più!!

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    1. Ciao Chiara! Ti ringrazio tantissimo per questo tuo bel commento così dettagliato, intenso e pieno di emozione: si capisce benissimo quanto ti sia piaciuto e quanto ti abbia toccata questo romanzo, e la trovo una cosa proprio bellissima, soprattutto quando poi si ha l'occasione di condividere queste riflessioni e scambiarsi punti di vista :) ancor di più, in questo caso, sono contenta che ti sia piaciuta la mia recensione, anche se il libro mi ha coinvolta un po' meno di quanto ha fatto con te. Eppure vedo da ogni punto di vista la grandezza e la bellezza di Suite francese e, come avrai compreso da quanto ho scritto, ho apprezzato davvero tutto ciò che è contenuto tra le sue pagine. Ti ringrazio anche per aver citato la scena della bambina che osserva i due protagonisti dall'albero (mi pare), non l'ho citata, ma dopo il paragrafo dedicato al gatto è sicuramente anche uno dei miei momenti preferiti. Anche se, su tutto quanto, le pagine finali sono qualcosa di insuperabile, quanto a sentimento ed emozione.
      Il film non penso che lo vedrò... Come molti altri lettori ho sempre un po' di paura di guardare un film tratto da un libro che è piaciuto molto, e stavolta proprio non sento il bisogno di fare questo passo; ancor meno se mi dici che non regge il paragone. Mentre più avanti, sono sicura che leggerò altro della Némirovsky, magari proprio Due visto che la tua recensione mi aveva molto incuriosita!

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  2. Ciao Julia, questo percorso dentro al libro che hai raccontato, accompagnandoci per mano, è stato stupendo, intimo e commovente, pur mantenendo un ottimo approfondimento e mostrando direi alla perfezione sia il tuo punto di vista che la forza e le debolezze (se vogliamo chiamarle così) del romanzo. Ed ora permettimi di uscire un attimo dai panni della razionale commentatrice del tuo post e dire che mi sono entusiasmata follemente davanti alla tua metafora del caffè, era azzeccatissima e stupenda! Mi è piaciuta immensamente, come tutto il post! Ok, ok, ricomponiamoci, altrimenti finirò coll'abusare dei superlativi assoluti! :D Bravissima come sempre, leggerti è un vero piacere per gli occhi e per la mente. Un bacione.

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    1. E trovare i tuoi commenti entusiasti ed entusiasmanti è sempre una botta di allegria spropositata, davvero, mi mettono di un buonumore unico! Perciò abusa pure quanto vuoi dei superlativi assoluti, e di qualsiasi altra componente linguistica, che tanto non mi dispiacerà mai leggerti! Lieta che la metafora del caffè ti sia piaciuta tanto, anche perché non posso negare che una punta d'ispirazione mi è venuta anche pensando a te >_< (anche se, ovviamente, io e te con le due chiacchiere scambiate di fretta, non c'entriamo proprio niente, ahahaha!)
      Un abbraccio!

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    2. Decisamente noi e la sintesi siamo mondi molto lontani, ma ho capito il senso del tuo discorso e ne sono immensamente lusingata! :D E ora che mi hai dato il permesso di abusare vergognosamente dei superlativi, ci darò dentro senza pietà! Preparati! :P

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