mercoledì 18 luglio 2018

Una raccolta di saggi (molto) brevi ed un romanzo russo


Nella vita di un lettore capitano, a volte, delle microscopiche perfette coincidenze. Delle combinazioni così azzeccate, che con un sottile quanto resistente filo rosso conducono da un libro al successivo quasi fosse naturale conseguenza, facendoci credere ancor di più nella magia unica e speciale della letteratura, questo universo così vasto e sconfinato che pure riesce a tessere collegamenti da un capo all'altro dello spazio e del tempo. E che piacere, quale interminabile e consolante bellezza poterci navigare sopra ed attraverso indisturbati, a bordo della propria personale imbarcazione costruita con l'esperienza, con il gusto personale, con il proprio individuale grado di sensibilità - e così si va, dall'Inghilterra alla Russia e ritorno, tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento.

Chi mi ha letta in passato conosce già il mio grandissimo amore per Virginia Woolf, di cui costituisce un esempio il mio commento a Una stanza tutta per sé, letto in realtà proprio quest'anno. I saggi a tema letterario della Woolf secondo me sono un tunnel, nel quale una volta messo un piede inizi a scivolare senza quasi poterne scorgere la fine. Perché non sono soltanto i suoi romanzi ad essere brillanti ed interessanti, ma proprio tutto ciò che ha scritto: i diari, le lettere, gli articoli per le testate giornalistiche... Quale che sia l'argomento, la sua penna si faceva arguta e penetrante, veicolando idee e pensieri che non fallivano mai nel distinguersi prepotentemente dalla massa - e non per velleità anticonformistiche, ma per una naturale ed inesauribile vena di originalità che contraddistingueva la Woolf, fine intellettuale prima che grande scrittrice. Ed ecco perché è un immenso piacere per un appassionato di letteratura approcciarsi ad un testo come Non sapere il greco, libriccino veramente minuscolo edito da Garzanti, che pure nel suo formato lillipuziano riesce a contenere ben quattro saggi meravigliosi: Non sapere il greco, Appunti sul dramma elisabettiano, Il punto di vista russo e Come si legge un libro? La Woolf ci trascina con entusiasmo dall'antichità greca all'Inghilterra dei colleghi meno noti di Shakespeare, per poi passare attraverso la Russia di Tolstoj, del Dosto e di Cechov, per poi accomiatarsi da noi con una domanda che scatena immense riflessioni, ma che non può avere una risposta definitiva: come si legge un libro? In tutti questi saggi, la Woolf riflette molto sulle lacune che inevitabilmente crea la traduzione di qualunque opera, per quanto ben fatta possa essere; i suoni della lingua originale, e quelle caratteristiche insite nella lingua proprie del luogo di nascita di un'opera, che le danno tutto un altro gusto e tutto un altro senso se si è in grado di affrontarle nella lingua originale. Mi hanno interessata particolarmente, poi, le differenze messe in evidenza, in Appunti sul dramma elisabettiano, tra drammaturgo e romanziere. Questa piccolissima raccolta è veramente una perla preziosa da possedere nella propria libreria, e la mia copia esce un po' strapazzata dalla lettura, perché Virginia Woolf non cessa di crearmi spropositato fermento, ed i margini sono pieni di appunti e di domande che mi sarebbe tanto piaciuto porle. Concludo con questa citazione, che forse vi commuoverà come ha commosso me:
A volte ho fantasticato che nel giorno del giudizio, quando tutti i grandi conquistatori e avvocati e statisti riceveranno la loro ricompensa - una corona, un serto di alloro, il nome indelebilmente inciso nel marmo -, l'Onnipotente si girerà verso san Pietro e dirà, non senza una certa invidia nel vederci arrivare con i nostri libri sotto il braccio: "Guarda, quelli non hanno bisogno di ricompense. Non abbiamo nulla da dar loro: sono coloro che amavano leggere."
Da qualche tempo, ho allestito per bene il mio invitante angolino preposto alla lettura. C'è ovviamente la libreria, una poltrona, ed uno sgabellino, sul quale oltre a qualche candela e fotografia, è poggiato anche un cestino dove ho preso l'abitudine di inserire tutti quei libri che desidero leggere al più presto. Un'abitudine che si sta rivelando sorprendentemente utile, perché riesco così effettivamente a smaltire volumi che attendevano da tempi remoti sugli scaffali. Bene, nel cestino questo mese c'erano anche due romanzi dei Grandi Russi, uno del Dosto ed uno di Tolstoj. Il punto di vista russo  di Virginia Woolf mi ha resa ulteriormente entusiasta di affrontarli, ed ha anche orientato la mia scelta su La felicità domestica di Lev Tolstoj, da lei nominato e citato.

Devo ammettere che sino a questo momento non avevo un rapporto serenissimo con Tolstoj. Purtroppo il mio primo approccio con l'autore è stato attraverso i romanzi brevi che scrisse in seguito alla sua conversione, come Padre Serji, La morte di Ivan Il'Ic o La sonata a Kreutzer che non mi erano piaciuti per niente; tuttavia, sapendo che la sua produzione antecedente alla conversione era di tutt'altra pasta, non mi sono troppo scoraggiata, ed avevo acquistato quel bel mattoncino che è il celeberrimo Anna Karenina. Acquistato, sì, ma letto ancora no, perché avevo ormai il tarlo di voler leggere prima il meno conosciuto La felicità domestica. Il motivo è sostanzialmente uno: La felicità domestica, che conta solo 144 pagine, costituì per Tolstoj un banco di prova per arrivare diciassette anni dopo ad Anna Karenina. La felicità domestica costituisce di conseguenza anche un ottimo testo per il lettore che vuole prepararsi e confrontarsi con un testo più breve, prima di immergersi nelle mille e passa pagine di Anna Karenina, incontrando in maniera condensata le stesse tematiche principali. Anche La felicità domestica, infatti, fu un testo fondamentale nel percorso dell'affermazione della consapevolezza femminile nell'Europa dell'epoca

Raccontata in prima persona dalla protagonista, Mascia, la storia mette in luce i momenti salienti del suo passaggio da ragazza a donna, partendo da quando a diciassette anni resta orfana, e continua a vivere nella casa dov'è nata, sperduta nella campagna russa, con la sorella minore e la governante. Il lungo inverno e la mancanza di stimoli di qualunque tipo non fanno bene ad una giovane della sua età, che inizia presto a risentirne pesantemente; il suo umore viene risollevato dall'arrivo di un amico di famiglia, Serghièi Mikhàilovic, che pur comportandosi nel più semplice dei modi non potrà fare a meno di notare che Mascia non è più una bambina. Vent'anni di differenza e di esperienze li separano, ma entrambi decideranno di illudersi che questo non costituirà un problema nel loro rapporto così pieno di genuino affetto, e convoleranno a nozze. I primi tempi sono un idillio, ma non appena Mascia si affaccerà sulla vita mondana di città che mai aveva avuto occasione di frequentare prima, l'idillio s'incrinerà poco alla volta. 

Quella che sembra la cronaca di un fallimento annunciato, si rivela invece il sottile e profondo racconto della naturale evoluzione di un rapporto di coppia, che comincia con il gioco e la bruciante passione, s'incrina, forse si spezza, e scivola poi nel reciproco e tranquillo tenero affetto, dovuto agli anni condivisi, ai figli creati insieme, al calore che si crea con la vicinanza di una persona che nonostante tutto conosci meglio delle altre. Questo è, in poche parole, La felicità domestica di Tolstoj. Se possa dire qualcosa di nuovo a chi ha già affrontato Anna Karenina, non ne ho proprio idea. Quel che invece posso dirvi è che, superato qualche primo difficoltoso scoglio, le righe scorrono come le onde di una marea - calme, poi vivaci, poi tempestose, poi di nuovo placide - e scivolano come una costante poesia fatta di perle e di seta. La traduzione di Clemente Rebora per Fazi Editore è raffinata, ricercata, e tanto attenta da regalarci poche note scrupolose a fondo pagina. Se Tolstoj vi intimorisce un po', questo è senz'altro il testo giusto attraverso il quale avvicinarsi ad uno dei più grandi romanzieri di tutti i tempi.

Bene, lettori e lettrici, per oggi è tutto. 
Fatemi sapere nei commenti se avete letto questi autori, se conoscevate questi titoli o se con questo post vi ho ingolosito almeno un po'! 




domenica 8 luglio 2018

Tutto cambia, Elizabeth Jane Howard

Questa recensione non contiene spoiler, e può pertanto essere letta anche da chi non si è mai avvicinato alla saga dei Cazalet. Buona lettura!

Tutto cambia. Quando siamo piccoli – o ancora molto giovani – crediamo ingenuamente che il mondo per come lo conosciamo non cambierà mai, che la realtà che ci circonda non potrà che essere per sempre uguale a se stessa. Ci viene facile dar per scontato che abiteremo nella stessa casa in cui siamo nati, che le tradizioni o abitudini che più amiamo della nostra infanzia ci accompagneranno per tutta la vita, che gli adulti che ci guidano – i genitori, i nonni, gli zii, gli amici – siano eterni ed immutabili, delle rocce che il passare del tempo riuscirà a malapena a scalfire. Ovviamente però nulla di tutto questo è vero, ed è una lezione che prima o poi dobbiamo imparare tutti: chi prematuramente, chi in modo traumatico, chi lentamente e chi in maniera inevitabile e naturale col semplice incedere degli anni, col consumarsi delle cose e della vita. Imparare che tutto cambia è qualcosa che può avvenire in una tale quantità di varianti che è impossibile anche solo provare ad immaginarle tutte. Una persona cara che si ammala, ad esempio, quando siamo ancora talmente giovani da non riuscire nemmeno a concepire il pensiero della morte; un trasloco, che ci costringe ad abbandonare luoghi familiari ed amati; la perdita del nostro primo animaletto domestico; un problema tra adulti, che recide di netto rapporti importanti mettendo fine ai raduni allegri del sabato sera. Il venir meno, semplicemente, di qualcosa di solido e fondamentale, che ieri c'era ed oggi non c'è più, e che con la sua assenza apre inevitabili ferite, ci fa soffrire, e lascia un vuoto che non potrà mai essere colmato. Altre e nuove esperienze fungeranno da balsamo e la ferità smetterà presto o tardi di bruciare così tanto, ma soltanto per esser sostituita da una lacerante ed inguaribile nostalgia per quel qualcosa che credevamo ci sarebbe sempre stato e poi invece ad un certo punto è venuto a mancare, qualcosa che sappiamo bene non potrà mai essere rimpiazzato da niente e da nessuno, non allo stesso modo. Quella volta in cui abbiamo imparato che tutto cambia e che niente è per sempre.

Il lettore che entra per la prima volta ad Home Place prova quella stessa incrollabile fiducia infantile, quella certezza quasi cieca verso le cose, le persone, le tradizioni. Ci saranno per sempre il Generale e la Duchessa, ci sarà per sempre quel rifugio sicuro persino in tempo di guerra che è la grande casa nascosta come una perla nel cuore della campagna del Sussex. E ci sarà per sempre la grande e chiassosa famiglia che vi si raduna, che sarà soltanto più numerosa con l'aggiungersi di altre mogli, di altri mariti, di altri figli.

E' difficile proseguire da qui in poi, pensare esattamente a cosa dire, perché la saga dei Cazalet a lettura conclusa è diventata un accumulo di ricordi, una scatola delle memorie piena di fotografie – alcune in bianco e nero, altre solo ingiallite dal tempo – e di vecchi cimeli che non direbbero proprio niente ad occhi estranei, ma a chi ha camminato per le stanze ed i corridoi di Home Place fanno subito venire in mente “quella volta che...”. Penso con tenerezza allo scetticismo con cui mi sono avvicinata a Gli anni della leggerezza poco tempo dopo la sua pubblicazione. Scetticismo dovuto soltanto al mio totale snobismo, in certe occasioni, che mi fa dubitare fortemente di quei libri che, appena usciti in libreria, viaggiano già sulla bocca di tutti. E chissà, se non fosse stato scelto da mia madre dalla lista di ciò che desideravo per Natale, forse non avrei mai intrapreso questa lunga ed accogliente passeggiata. La saga dei Cazalet per me è qualcosa di quasi indescrivibile, un momento unico ed irripetibile nella mia vita di lettrice, di amante della letteratura e dei libri, di appassionata di storie e di atmosfere e lo è per tante ragioni. Forse dipende dal respiro così ampio, dal tanto spazio che ci viene dato per conoscere così a fondo tutti i personaggi; forse dipende dal talento e dal genio di Elizabeth Jane Howard, che in quest'ultimo volume mi ha colpita con ancora più forza di quanto fosse accaduto prima (e c'è un passaggio in particolare, con cui spiegare questo, ma non mi sognerei mai di svelare un particolare tanto importante!); forse dipende dal fatto eclatante che, con tutti i personaggi che popolano queste pagine, non esiste lettore al mondo che non riuscirebbe a trovare qualcuno con cui identificarsi, talvolta anche più di uno contemporaneamente. E ci sono così tanti momenti, così tante situazioni reali ed oneste che trovo impossibile non sentirsi a poco a poco calare completamente all'interno della vita dei Cazalet.

Non renderò mai onore alla bellezza di quest'opera, in parte perché mi sono troppo affezionata a tutti loro e non riesco a fare neanche mezzo passo indietro per descrivere le cose con quel minimo di necessario distacco. Ho tentato di rallentare, mentre leggevo, perché non volevo proprio allontanarmi da quel vialetto, non volevo che su Home Place si spegnessero le luci; eppure non ci sono riuscita, le seicento e passa pagine son volate in una manciata di giorni. Ed ora è così difficile stare qui e provare a parlarvene, perché prima di tutto è stato difficilissimo – dopo cinque libri, ventuno anni, 3033 pagine – dire addio.

Difficile dire addio a Clary, soprattutto, della quale so talmente tante cose che mi sembra di esserci cresciuta insieme, e che tra tutti è sicuramente quella che mi somiglia di più, col suo interesse verso le parole e quell'esigenza sin da piccola di aggrapparsi ad una penna. Col suo caratteraccio e la sua iper-sensibilità sulle questioni più disparate, con la profondità che si spalanca nel suo animo ben nascosto ed i suoi miliardi di imperfezioni che vanno dai capelli crespi al non riuscire mai a far le cose proprio come si deve. Nelle sue dita sempre macchiate d'inchiostro, nei vestiti sciupati, nelle ciocche di capelli che scappano in maniera scomposta dalle pettinature, nei rossori sul viso, nelle torte bruciate, nell'infinità di lavori quotidiani portati avanti alla bell'e meglio, nel suo continuo e nonostante tutto provarci, provare a vincere sui difetti e sulle imperfezioni nonostante la totale mancanza di quel qualcosa, tipicamente femminile, che rende le altre capaci di portare ordine e bellezza e calore ovunque vadano – in tutto questo e negli occhi di Clary, unico tratto magnetico del suo aspetto, c'è molto più di me di quanto io abbia mai trovato prima in un personaggio. Ed è stato difficile dire addio a Polly, così dolce e così gentile che non si può non volerle bene sin da subito, nonostante una punta d'invidia per la sua bellezza e la sua grazia innata, per la sua capacità di porsi con chiunque e di saper maneggiare con saggezza qualunque situazione ed ogni sentimento, con la stessa destrezza di un giocoliere. Un po' meno complicato dire addio a Louise, alla quale pure son stata affezionata in passato, ma che si era fatta così distante e così sfuggente che quasi non mi sembrava di sapere più molto di lei. Del resto, so che Louise saprà cavarsela, e non mi preoccupo per lei. E dovrei via via nominarli tutti: Zoë, che è stata per tutto il tempo il mio personaggio preferito, quella che sicuramente vive la crescita e le evoluzioni più evidenti e che mi ha emozionata più di tutti; Rupert, che tra i tre fratelli è stato sin dal primo momento il mio preferito, con la sua inadeguatezza rispetto al ruolo di uomo d'affari e la sua vocazione per la pittura, il suo carattere così sfaccettato e solo all'apparenza remissivo; e Hugh, che percepisco come un gigante buono, un uomo testardo ma di una genuina bontà di cuore senza eguali, al contrario di Edward che è sempre stato egoista e meschino ma che, nonostante tutto, ora che ne paga le conseguenze mi causa un fastidioso senso di pietà e di profondo dispiacere. E poi bisogna salutare Rachel, ringraziandola per essersi sempre presa cura di tutto e di tutti, e Villy che non è particolarmente simpatica ma fa comunque parte della famiglia, così come Archie che non è mai stato soltanto un amico, ed ho imparato a volergli un gran bene. E poi ci sono i ragazzi, Neville e Simon e Teddy che abbiamo conosciuto bambini e li lasciamo che sono degli uomini. C'è un'infinità di personaggi secondari, che pure lasciano un segno importantissimo, a cui dire addio, ed anche tutta una nuova scoppiettante generazione che non ha tempo per i nostri lunghi e tediosi commiati.

Ho scritto abbastanza, eppure non a sufficienza. Uscire una volta e per sempre da Home Place è stata una nuova e durissima lezione sull'evidente dato di fatto che tutto cambia, una lezione che avevo già imparato e sulla quale Elizabeth Jane Howard ha deciso di farmi riflettere una volta di più. Home Place lascia in me un nuovo vuoto, una nuova incolmabile nostalgia destinata a restare tale, perché niente e nessuno potrà sostituire questi luoghi e questi personaggi. Perciò non resta che dire grazie, grazie di esserci almeno stata, grazie per avervi potuto conoscere. E siccome bisogna in qualche modo lenire la malinconia, ripenso alle piccole manie della Duchessa – come la sua eccessiva parsimonia, o il suo pensare che la comodità fosse un eccesso dell'epoca moderna – o ai tanti aneddoti sul Generale, come quella volta che fu fermato dalla polizia perché stava guidando sul lato sbagliato della strada, e lui rispose che era sempre passato da là, a cavallo, e che era troppo anziano per cambiare abitudini. 

E tutti, con gli occhi lucidi, sorridono.