domenica 8 luglio 2018

Tutto cambia, Elizabeth Jane Howard

Questa recensione non contiene spoiler, e può pertanto essere letta anche da chi non si è mai avvicinato alla saga dei Cazalet. Buona lettura!

Tutto cambia. Quando siamo piccoli – o ancora molto giovani – crediamo ingenuamente che il mondo per come lo conosciamo non cambierà mai, che la realtà che ci circonda non potrà che essere per sempre uguale a se stessa. Ci viene facile dar per scontato che abiteremo nella stessa casa in cui siamo nati, che le tradizioni o abitudini che più amiamo della nostra infanzia ci accompagneranno per tutta la vita, che gli adulti che ci guidano – i genitori, i nonni, gli zii, gli amici – siano eterni ed immutabili, delle rocce che il passare del tempo riuscirà a malapena a scalfire. Ovviamente però nulla di tutto questo è vero, ed è una lezione che prima o poi dobbiamo imparare tutti: chi prematuramente, chi in modo traumatico, chi lentamente e chi in maniera inevitabile e naturale col semplice incedere degli anni, col consumarsi delle cose e della vita. Imparare che tutto cambia è qualcosa che può avvenire in una tale quantità di varianti che è impossibile anche solo provare ad immaginarle tutte. Una persona cara che si ammala, ad esempio, quando siamo ancora talmente giovani da non riuscire nemmeno a concepire il pensiero della morte; un trasloco, che ci costringe ad abbandonare luoghi familiari ed amati; la perdita del nostro primo animaletto domestico; un problema tra adulti, che recide di netto rapporti importanti mettendo fine ai raduni allegri del sabato sera. Il venir meno, semplicemente, di qualcosa di solido e fondamentale, che ieri c'era ed oggi non c'è più, e che con la sua assenza apre inevitabili ferite, ci fa soffrire, e lascia un vuoto che non potrà mai essere colmato. Altre e nuove esperienze fungeranno da balsamo e la ferità smetterà presto o tardi di bruciare così tanto, ma soltanto per esser sostituita da una lacerante ed inguaribile nostalgia per quel qualcosa che credevamo ci sarebbe sempre stato e poi invece ad un certo punto è venuto a mancare, qualcosa che sappiamo bene non potrà mai essere rimpiazzato da niente e da nessuno, non allo stesso modo. Quella volta in cui abbiamo imparato che tutto cambia e che niente è per sempre.

Il lettore che entra per la prima volta ad Home Place prova quella stessa incrollabile fiducia infantile, quella certezza quasi cieca verso le cose, le persone, le tradizioni. Ci saranno per sempre il Generale e la Duchessa, ci sarà per sempre quel rifugio sicuro persino in tempo di guerra che è la grande casa nascosta come una perla nel cuore della campagna del Sussex. E ci sarà per sempre la grande e chiassosa famiglia che vi si raduna, che sarà soltanto più numerosa con l'aggiungersi di altre mogli, di altri mariti, di altri figli.

E' difficile proseguire da qui in poi, pensare esattamente a cosa dire, perché la saga dei Cazalet a lettura conclusa è diventata un accumulo di ricordi, una scatola delle memorie piena di fotografie – alcune in bianco e nero, altre solo ingiallite dal tempo – e di vecchi cimeli che non direbbero proprio niente ad occhi estranei, ma a chi ha camminato per le stanze ed i corridoi di Home Place fanno subito venire in mente “quella volta che...”. Penso con tenerezza allo scetticismo con cui mi sono avvicinata a Gli anni della leggerezza poco tempo dopo la sua pubblicazione. Scetticismo dovuto soltanto al mio totale snobismo, in certe occasioni, che mi fa dubitare fortemente di quei libri che, appena usciti in libreria, viaggiano già sulla bocca di tutti. E chissà, se non fosse stato scelto da mia madre dalla lista di ciò che desideravo per Natale, forse non avrei mai intrapreso questa lunga ed accogliente passeggiata. La saga dei Cazalet per me è qualcosa di quasi indescrivibile, un momento unico ed irripetibile nella mia vita di lettrice, di amante della letteratura e dei libri, di appassionata di storie e di atmosfere e lo è per tante ragioni. Forse dipende dal respiro così ampio, dal tanto spazio che ci viene dato per conoscere così a fondo tutti i personaggi; forse dipende dal talento e dal genio di Elizabeth Jane Howard, che in quest'ultimo volume mi ha colpita con ancora più forza di quanto fosse accaduto prima (e c'è un passaggio in particolare, con cui spiegare questo, ma non mi sognerei mai di svelare un particolare tanto importante!); forse dipende dal fatto eclatante che, con tutti i personaggi che popolano queste pagine, non esiste lettore al mondo che non riuscirebbe a trovare qualcuno con cui identificarsi, talvolta anche più di uno contemporaneamente. E ci sono così tanti momenti, così tante situazioni reali ed oneste che trovo impossibile non sentirsi a poco a poco calare completamente all'interno della vita dei Cazalet.

Non renderò mai onore alla bellezza di quest'opera, in parte perché mi sono troppo affezionata a tutti loro e non riesco a fare neanche mezzo passo indietro per descrivere le cose con quel minimo di necessario distacco. Ho tentato di rallentare, mentre leggevo, perché non volevo proprio allontanarmi da quel vialetto, non volevo che su Home Place si spegnessero le luci; eppure non ci sono riuscita, le seicento e passa pagine son volate in una manciata di giorni. Ed ora è così difficile stare qui e provare a parlarvene, perché prima di tutto è stato difficilissimo – dopo cinque libri, ventuno anni, 3033 pagine – dire addio.

Difficile dire addio a Clary, soprattutto, della quale so talmente tante cose che mi sembra di esserci cresciuta insieme, e che tra tutti è sicuramente quella che mi somiglia di più, col suo interesse verso le parole e quell'esigenza sin da piccola di aggrapparsi ad una penna. Col suo caratteraccio e la sua iper-sensibilità sulle questioni più disparate, con la profondità che si spalanca nel suo animo ben nascosto ed i suoi miliardi di imperfezioni che vanno dai capelli crespi al non riuscire mai a far le cose proprio come si deve. Nelle sue dita sempre macchiate d'inchiostro, nei vestiti sciupati, nelle ciocche di capelli che scappano in maniera scomposta dalle pettinature, nei rossori sul viso, nelle torte bruciate, nell'infinità di lavori quotidiani portati avanti alla bell'e meglio, nel suo continuo e nonostante tutto provarci, provare a vincere sui difetti e sulle imperfezioni nonostante la totale mancanza di quel qualcosa, tipicamente femminile, che rende le altre capaci di portare ordine e bellezza e calore ovunque vadano – in tutto questo e negli occhi di Clary, unico tratto magnetico del suo aspetto, c'è molto più di me di quanto io abbia mai trovato prima in un personaggio. Ed è stato difficile dire addio a Polly, così dolce e così gentile che non si può non volerle bene sin da subito, nonostante una punta d'invidia per la sua bellezza e la sua grazia innata, per la sua capacità di porsi con chiunque e di saper maneggiare con saggezza qualunque situazione ed ogni sentimento, con la stessa destrezza di un giocoliere. Un po' meno complicato dire addio a Louise, alla quale pure son stata affezionata in passato, ma che si era fatta così distante e così sfuggente che quasi non mi sembrava di sapere più molto di lei. Del resto, so che Louise saprà cavarsela, e non mi preoccupo per lei. E dovrei via via nominarli tutti: Zoë, che è stata per tutto il tempo il mio personaggio preferito, quella che sicuramente vive la crescita e le evoluzioni più evidenti e che mi ha emozionata più di tutti; Rupert, che tra i tre fratelli è stato sin dal primo momento il mio preferito, con la sua inadeguatezza rispetto al ruolo di uomo d'affari e la sua vocazione per la pittura, il suo carattere così sfaccettato e solo all'apparenza remissivo; e Hugh, che percepisco come un gigante buono, un uomo testardo ma di una genuina bontà di cuore senza eguali, al contrario di Edward che è sempre stato egoista e meschino ma che, nonostante tutto, ora che ne paga le conseguenze mi causa un fastidioso senso di pietà e di profondo dispiacere. E poi bisogna salutare Rachel, ringraziandola per essersi sempre presa cura di tutto e di tutti, e Villy che non è particolarmente simpatica ma fa comunque parte della famiglia, così come Archie che non è mai stato soltanto un amico, ed ho imparato a volergli un gran bene. E poi ci sono i ragazzi, Neville e Simon e Teddy che abbiamo conosciuto bambini e li lasciamo che sono degli uomini. C'è un'infinità di personaggi secondari, che pure lasciano un segno importantissimo, a cui dire addio, ed anche tutta una nuova scoppiettante generazione che non ha tempo per i nostri lunghi e tediosi commiati.

Ho scritto abbastanza, eppure non a sufficienza. Uscire una volta e per sempre da Home Place è stata una nuova e durissima lezione sull'evidente dato di fatto che tutto cambia, una lezione che avevo già imparato e sulla quale Elizabeth Jane Howard ha deciso di farmi riflettere una volta di più. Home Place lascia in me un nuovo vuoto, una nuova incolmabile nostalgia destinata a restare tale, perché niente e nessuno potrà sostituire questi luoghi e questi personaggi. Perciò non resta che dire grazie, grazie di esserci almeno stata, grazie per avervi potuto conoscere. E siccome bisogna in qualche modo lenire la malinconia, ripenso alle piccole manie della Duchessa – come la sua eccessiva parsimonia, o il suo pensare che la comodità fosse un eccesso dell'epoca moderna – o ai tanti aneddoti sul Generale, come quella volta che fu fermato dalla polizia perché stava guidando sul lato sbagliato della strada, e lui rispose che era sempre passato da là, a cavallo, e che era troppo anziano per cambiare abitudini. 

E tutti, con gli occhi lucidi, sorridono.


giovedì 28 giugno 2018

Una serie tv ed un libro che non c'entrano niente l'uno con l'altra

Il titolo si spiega da solo, perciò direi di non indugiare oltre e di proseguire spediti come un treno diretto, senza soste, senza ritardi perché hanno rubato il rame dei binari, e senza deviazioni sulle tratte storiche (questa mi è successa l'ultima volta che ho preso un treno, giuro).

La serie tv in questione è più che famosa, quindi non vi sto proponendo niente di innovativo o che vi farà esclamare di sorpresa e stupore, ed è anche il motivo per cui potrò permettermi di essere breve (per i miei standard, s'intende). Giustamente, nella mia testa sento un coro di “ma allora a che cosa serve scrivere la tua opinione in merito??!”, beh a niente, assolutamente a niente, però è una serie che ho desiderato ferocemente vedere sin da quando è uscita ed ho aspettato così tanto perché volevo guardarla proprio al momento giusto, col massimo della concentrazione e con la testa libera da eventuali distrazioni, e quindi dopo tutto 'sto pathos – e considerato anche quanto m'è piaciuta – non posso proprio lasciarla scivolar via così, senza spenderci neanche due paroline, e quindi vi beccate questi giri di parole che non servono a nulla, perché sulle serie tv che finiscono col piacermi proprio tanto io non sono brava a scrivere recensioni intelligenti ed interessanti come fanno gli altri. Ma tant'è. Ciò che conta però è che ho già scritto un lunghissimo paragrafo senza dire nemmeno il titolo della serie, quindi la smetto e vengo al sodo: The Crown, prima stagione.


Le cose belle della prima stagione di The Crown (che, a scanso di equivoci, sono tante):

l'estetica. La cosa che mi ha conquistata sin dal primo fotogramma, e poi per tutti e dieci gli episodi, è il lato puramente estetico di questo telefilm. Non c'è niente che non sia bello, o estremamente elegante: dagli ambienti interni a quelli esterni, dalla perfetta dizione britannica alla moda degli anni Cinquanta. E' tutto così curato, sin nei minimi dettagli, che anche soltanto guardare questa serie (se fosse muta, ad esempio) sarebbe comunque un enorme gioia per gli occhi dello spettatore.
Claire Foy ed in generale la bravura degli attori, perché il cast è stellare, di un talento puro e totale. Il personaggio di Winston Churchill è monumentale, colossale, gigantesco, mastodontico, tanto nella fisicità quanto nel suo ruolo, veramente immenso, una colonna portante che quasi non accetti possa lasciare il proprio posto, come del resto anche lui stesso difficilmente riesce a fare. Ma dovrei nominarli proprio tutti, perché anche il marito della regina, il principe Filippo, è reso così bene dall'interpretazione di Matt Smith che faccio una grande fatica ad avere il minimo dubbio che il vero principe Filippo non sia davvero così, e mi piace molto l'ambiguità che è stata conferita a questo personaggio, di cui sono molto curiosa di seguire lo sviluppo; un cenno va fatto anche a Vanessa Kirby, che interpreta magistralmente la principessa Margaret, sorella minore e tormentata della regina Elisabetta. Il plauso più grande, però, va ovviamente a lei, Claire Foy, nei panni sontuosi, ingombranti e scomodi della Regina Elisabetta II. La sua bravura è sconcertante, non ruba mai la scena agli altri, ma il più delle volte le basta uno sguardo o una piega della bocca per esprimere tutto il sentimento richiesto dalla circostanza. Sicuramente c'è dietro un grandissimo lavoro di studio e di ricerca, ma lei è talmente naturale che sembra proprio nata per questo ruolo.
L'accuratezza storica, perché ovviamente non so se tutto ciò che viene raccontato in The Crown sia perfettamente coincidente con la realtà, ma per quanto ci è dato di verificare, i fatti combaciano e poi, il solo fatto che la serie sia stata prodotta, credo significhi che ci sia stato un preventivo permesso da parte dei Windsor, il che dovrebbe far pensare che non ci siano fandonie, all'interno del racconto. Quando mi trovo davanti una storia che prende a piene mani dalla materia storica mi piace che, anche se un po' romanzate, le cose che vengono raccontate rispecchino la verità, così da trarne informazione oltre che intrattenimento, perciò questo è un punto che apprezzo moltissimo.
I vari filoni narrativi, perché la regina Elisabetta II non è la sola ed unica protagonista, ma intorno a lei ci sono varie altre questioni che mi hanno toccata emotivamente in modo davvero forte, più di quanto mi aspettassi. A partire dalla vicenda della principessa Margaret, della quale ammetto vergognosamente di non aver saputo nulla prima di guardare The Crown; un altro dei miei filoni narrativi preferiti è senza ombra di dubbio quello dedicato allo zio della regina, Edoardo VIII, il re mai arrivato all'incoronazione, che dopo poco meno di un anno sul trono decise di abdicare per amore di Wallis Simpson, un'americana divorziata e già al suo secondo matrimonio, che fu prima amante di Edoardo VIII e poi la sua sposa, scatenando un grave scandalo che non venne mai perdonato. In The Crown vengono rappresentate le tensioni che ancora esistono a distanza di anni tra l'ex reggente e la sua famiglia d'origine, nonostante tra loro sia trascorso tanto tempo e la distanza di un oceano (Edoardo VIII, infatti, lasciò l'Inghilterra). E' affascinante pensare che, se non fosse stato per questo incontro fatale e per questo amore travolgente, Elisabetta II non sarebbe mai salita al trono, e la linea di successione sarebbe stata un'altra.

Se dovessi approfondire ulteriormente, finirei con l'analizzare singoli momenti che mi hanno particolarmente coinvolta ed emozionata, ma ciò costituirebbe uno spoiler, cosa che cerco sempre di non fare, perciò mi fermo qui lasciando a chi non si è ancora approcciato a The Crown tutto il piacere della scoperta.

Veniamo invece all'ultimo libro letto, che come preannunciato dal titolo non potrebbe essere più distante – per genere, atmosfere e tipologia narrativa – da The Crown; li ho accorpati in un unico post puramente per motivi logistici e di tempo. Ma introduciamo questa lettura per me insolita con una breve e simpatica scenetta.

Pomeriggio. Stanza di mia sorella minore. Dopo averle recato un messaggio della nostra genitrice, sto per lasciare i suoi appartamenti, quando i miei occhi abbassandosi sulla scrivania scorgono un oggetto interessante, alias, un libro. Una brutta malattia che mi ha colpito sin dalla tenera età mi costringe a prendere in mano e sbirciare qualunque mucchietto di carta stampata, anche quando si tratta della discutibile (ed ingiustificata) biografia di una youtuber dodicenne che ha fatto successo mostrando la sua collezione di calzini della collezione di Ariana Grande. Fatto sta, che fortunatamente quel pomeriggio il libro poggiato sulla scrivania della mia sorellina era ben altro, ovvero il primo volume della celeberrima saga del Trono di Spade, dell'egregio signor George R.R. Martin (ma fatemi capire, le R.R. le ha rubate a Tolkien? Uno scrittore fantasy – non che i due siano paragonabili, eh – se vuole avere successo deve avere per forza due R puntate nel nome?), più famoso per il terrore che alla sua ormai veneranda età lasci il mondo terreno da un giorno all'altro lasciando senza conclusione l'amata saga, che per la saga stessa. Si trattava di un titolo insolito, da scovare nei dintorni della mia sorellina, che infatti disse:

«Non mi piace. Se vuoi prenditelo.»
«Vabbè.»

E fu così che, curiosa e scettica in egual misura, quella sera attraversai un prologo del quale non capii nulla, per poi trovarmi senza essermene accorta a pagina 100. Maledizione. La trama non la racconto, perché non ne sarei in grado e poi molti di voi la conoscono già; ciò che posso dire, è che anche se Martin non è Tolkien né paragonabile a nessun grande autore/autrice, scrive in una maniera che sa essere al contempo molto asciutta e molto coinvolgente. Ho scoperto dentro questo libro una lettura di puro e piacevole intrattenimento, della quale senza saperlo avevo un gran bisogno. Se mi seguite da un po', avete ormai un'idea di che tipo di lettrice sono: leggo montagne di classici, e raramente faccio letture che si possano definire totalmente leggere, perché se un libro non è impegnativo dal punto di vista del contenuto, magari lo è stilisticamente o per altre caratteristiche; insomma, quasi mi rifiuto di sprecare tempo a leggere cose frivole, perché la maggior parte delle volte mi sembra uno spreco di tempo, oppure si rivelano libri talmente brutti che mi annoio e non riesco proprio a leggerli. Il trono di spade, con tutti i suoi difetti ed il suo essere letteratura “semplice”, è scritto bene, è pieno di personaggi interessanti ed è un fantasy che può benissimo piacere anche a chi non mastica il genere, perché in realtà quello di Martin è un mondo che richiama molto l'epoca medievale, dove ogni tanto si parla di draghi e altre creature fantastiche, ma questo è il massimo di fantasy che c'è dentro. Per il resto, la trama è fatta di intrighi e cospirazioni, e se ci si interessa alla trama il libro scorre che è una meraviglia. L'ho definito un libro da leggere mangiando patatine, perché dovete sapere che io non mangio mai mentre leggo – mangiare mi distrarrebbe, al massimo sorseggio una bevanda calda tra una pagina e l'altra – ma quando prendevo in mano Il trono di spade mi veniva proprio voglia di mangiare patatine, come le serate progettate per guardare un film in compagnia. Per concludere, visto che probabilmente proseguirò la lettura della saga (con molta calma, eh) e che nel corso dei vari libri cambierò idea cinquecentomila volte come tutti, penso possa essere divertente fare un piccolo elenco di cose a caso, tipo così:

Personaggi preferiti: Arya, Daenaerys, Eddard, Bran
Personaggi odiati: Cersei Lannister, Joffrey Lannister
Personaggi più ambigui: Tyrion Lannister, Ditocorto
Premio tragedia: Lady, e non aggiungo altro
Premio perle di saggezza: va assolutamente a Tyrion, che appena apre bocca o fa il buffone, o sputa verità esistenziali come niente fosse, le vie di mezzo non gli piacciono
Premio lacrimoni: se lo becca Jon Snow, che sbaraglia tutti quanti prendendosi a cuore Sam, l'ultimo arrivato nella confraternita e pure sfigatello sotto molti punti di vista

Bene, volevo essere breve ed ho qualche dubbio sulla riuscita di tale proposito, perciò taglio e sorvolo su lunghe conclusioni e vi auguro buone letture ed un ottimo proseguimento di giornata.
A presto!